Archive del 23 aprile 2014

Bricco Appiani 2004 – Roddolo

roddoloSono stato troppo assente da questi spazi. Gli impegni extraenologici, dal teatro alla tivù, mi hanno tenuto distante e non nascondo di avere pensato anche a una chiusura di questo blog: per mancanza di tempo, che è poi il più spietato dei motivi. Negli ultimi due mesi mi sono messo anche a dieta. Per un mese non ho bevuto vino né alcolici. Tutto questo ha portato a una serie di cose. Ho perso quasi dieci chili. Ho rinunciato interamente non solo alla carne, e già lo facevo, ma – pressoché interamente – anche a formaggi, uova, olio, fritture, salse, dolci e grassi vari. Ho smesso pure con i superalcolici. Sono diventato (o tornato) un tossico di verdure, frutta e legumi. Ho scoperto che cose tipo seitan e tofu possono essere buone quando non buonissime (qui partiranno gli sfottò dei carnivori, lo so). E ho avuto modo di appurare – non senza godimento – che il muscolo di grano è una delle invenzioni del secolo. Dopo due mesi di alimentazione simile, da vegetariano felice e ormai ahinoi quarantenne, posso dire che dei “vizi” enogastronomici me ne manca solo uno: il vino. Soprattutto quello bianco. E non ci rinuncerò mai.
Non è però solo per questo – per un banale bisogno “fisico” di vino – che torno a scrivere qui. Anzi oggi bevo molto meno di prima. Il motivo è più profondo: viaggiando dalla mattina alla sera, e incontrando ogni giorno decine di persone, ho scoperto una volta di più che questo paese sbilenco e ferito ha ancora degli avamposti autentici di eccellenza. Eccellenza non solo qualitativa, ma anche morale e per certi versi ideologica. E molti di questi resistenti, di queste anime salve sono proprio nel mondo del vino. Lo avevo già appurato durante la stesura di Elogio dell’invecchiamento: esistono produttori misteriosamente intatti e affascinanti, che hanno cose da dire e raccontare, che conoscono il valore della coerenza e il significato autentico di tradizione (e, perché no, sogno). E sono queste persone, tra le poche a stupirmi ancora, che voglio raccontare. Giusto ieri mi sono fatto un’ora d’auto solo – solo? – per vedere uno dei più antichi panifici italiani, i Fratelli Ferrari a Pieve di Teco: e se ancora mi diverto a compiere questi “sforzi”, è perché so che certi sognatori burberi vanno conosciuti e ascoltati. E possibilmente eternati, anche solo – solo? – nella memoria.
Non è un caso che il desiderio di ricominciare a scrivere qui sia scattato in Langa. Ci ho passato la Pasqua con Perfect39. Ho visitato cantine vecchie e nuove. E ho capito che sarebbe stato un errore grave, e una privazione stupida, rinunciare a questo piccolo universo così ricco di bellezza. Curiosamente il primo vino di cui riparlo è un rosso: non ne bevo quasi più, e molti dei prossimi post – spero 2 o 3 a settimana, vorrei che la scadenza fosse questa – si occuperanno di bianchi, fermi o mossi, macerati e no. Non è neanche un rosso inedito: ne parlavo già sei anni fa in Elogio. E non è nemmeno un vitigno che amo: di sicuro il Cabernet Sauvignon non figura nel mio podio. Eppure il Bricco Appiani di Flavio Roddolo, annata 2004, franco cantina 30 euro e da Maurizio 35, bevuto – e anche questo non è un caso – da Maurizio a Cravanzana, era un piccolo esempio di perfezione terrena. L’invito perfetto a tornare qui e raccontarvi le mie personalissime e opinabilissime epifanie del vino.
Benritrovati. E perdonate l’assenza.