Archivio di aprile 2014

Damijan Podversic

nekajeLo scorso 6 marzo ho portato Le cattive strade a Monfalcone (Gorizia). Prima ho presentato Non è tempo per noi alla Ubik. Al mio arrivo, ad attendermi, non c’era solo lo staff encomiabile della libreria ma anche una cassa di vini. Me l’aveva lasciata Damijan Podversic. Dentro c’era una bottiglia per ogni suo vino prodotto.
Non conosco Damijan, non personalmente almeno. Ma conosco i suoi vini. Ne sento parlare da anni; era, e immagino sia ancora, habitué de La tana degli orsi di Pratovecchio (Arezzo). E’ stato uno dei maestri di Stefano Amerighi, il cui Syrah è ormai una delle perle enologiche cortonesi. Di Podversic, negli anni, ho bevuto soprattutto il Kaplja, un blend di Chardonnay, Friulano e Malvasia Istriana. Mi è sempre piaciuto e mi piace ancora, ma – ora che ho provato tutta la sua gamma di bianchi macerati – è forse quello che amo di meno. E questo semplice dato è di per sé indicativo del livello dei suoi orange wines.
Non ho ancora provato il suo rosso Prelit, Merlot e Cabernet Sauvignon. Posso invece parlare, e solo bene, della Malvasia Istriana in pureza e soprattutto dei miei prediletti: Ribolla Gialla e Nekaj. Quest’ultimo è Friulano in purezza macerato (tanto ma non troppo). Uno dei migliori Friulano in cui mi sia imbattuto. La sera prima di Pasqua, a Mango, con Ezio Cerruti e Walter Massa, abbiamo aperto anche la Ribolla Gialla 2005 di Podversic, produzione limitata (2mila bottiglie e 500 magnum): notevole.
Nella sua brochure, Podversic dichiara di essere sulla stessa lunghezza d’onda del detto “La terra non è tua, ce l’hai in affitto dai tuoi figli“. Nella homepage del suo sito cita Mario Soldati: “Il vino è la poesia della terra“. I suoi bianchi macerativi spiccano per eleganza e bevibilità, hanno carattere e originalità senza sbrodolare nel ghiribizzo fine a se stesso o – peggio – nell’orange wine stupefacente al primo sorso e indigesto al secondo. Ringraziando Podversic per quella cassa donata a Monfalcone, che ho cominciato a bere solo a fine marzo perché me l’ha donata in pieno mio ramadan alcolico, non posso che consigliarvi i suoi vini. Se dovessi fare una classifica, fallace e fallibile come tutte le classifiche, direi: Nekay, Ribolla Gialla, Malvasia. Ma è comunque un bello scegliere.

Barbaresco Cascina Roccalini – Paolo Veglio

veglioOggi è il 25 aprile e non trovo modo migliore che parlare anche qui di Langa e Resistenza. Lunedì ho trascorso Pasquetta visitando la cantina di Paolo Veglio a Barbaresco. Ci sono stato a pranzo con Perfect39. Alla fine non abbiamo pranzato ma solo bevuto, che è poi la cosa che preferisco.
Ho scoperto i vini di Veglio quasi due anni fa, durante una cena tanto notevole quanto drammaticamente alcolica da Ezio Cerruti. Una mattanza di bottiglie come mai più mi è capitato – per fortuna mia e dei miei trigliceridi. Quella sera c’era Christian Bucci, importatore di Caves de Pyrene, che ogni volta che mi vede si dice terrorizzato perché “Scanzi non beve vino rosso e detesta le scarpe aperte negli uomini, quindi non so che bottiglie portare e d’estate non posso mettere le infradito“. E’ stato Bucci, nel febbraio 2010, a credere nei vini di Veglio al punto da decidere di importarli. Bucci ha anche imposto che le vecchie etichette, francamente non memorabili, cambiassero.
La storia della cantina di Paolo Veglio, denominata Cascina Roccalini, la potete leggere qui e qui. Veglio è nato nel 1978 e ha dunque qualche anno meno di me. Fa l’agricoltore da quando ha 14 anni. Dal 1993 le uve di famiglia venivano conferite a Bruno Giacosa, che – anche se non lo ammetteva in pubblico – raccontava in privato che da quegli appezzamenti provenissero alcune tra le uve migliori di tutta la zona del Barbaresco. Non è un caso che, proprio attaccati ai possedimenti di Veglio, svettino i vigneti che danno vita al Sorì Tildin di Angelo Gaja. I vigneti della famiglia Veglio sorgono nella strada che da Alba porta a Tre Stelle entrando a Barbaresco. Col navigatore non ci arrivate, ma potete digitare “località Pertinace”. E’ un luogo fuori dal tempo, che compare anche nelle scene iniziali del film Il partigiano Johnny. E c’è molto di Beppe Fenoglio, ovviamente, in quelle terre. Consiglio di visitare la cantina di Veglio anche per ascoltare le molte storie su Fenoglio (e sul suo amico fotografo Aldo Agnelli) narrate dal padre di Paolo, architetto ed ex assessore alla Cultura di Alba. Sono storie e ricordi preziosissimi.
veglioDal 2004 Veglio ha deciso di ballare da solo. Lui e mamma Luciana. Ha sfidato crisi e diffidenza iniziale, e non è stato facile. E’ persona umile e appassionata, piacevole e garbata (lasciatevelo dire da uno che ha ormai la pazienza di Jack Nicholson in Shining). Inizialmente si è fatto aiutare da Dante Scaglione, a lungo enologo di Giacosa. Per un po’ ha militato nell’associazione Vini Veri, adesso non più; ha partecipato all’edizione 2014 del Vinitaly nel padiglione dei produttori “naturali”. La sua è una piccola produzione sorretta da una filosofia personale e fortemente tradizionale, divenuta sempre più chiara anno dopo anno. Veglio ama parlare delle sue terre, dei suoi vigneti, di come questa o quella botte (rigorosamente grandi) donino caratteristiche oltremodo particolari e differenti tra loro. Produce circa 5mila bottiglie tra Dolcetto e Barbera e 7mila – che diventeranno 12mila grazie a nuovi vigneti – di Barbaresco. Quest’ultimo è il suo vino più nitido, più ispirato: più riuscito. Quello che maggiormente caratterizza Paolo.
Nella grande distribuzione circola un Barbaresco che ha lo stesso nome, Roccalini (Mainerdo). Non gli è neanche lontano parente, anzi non c’entra proprio niente, però costa meno di otto euro e un Barbaresco a quella cifra può solleticare la voglia di molti: lasciate stare. L’annata ora in commercio del Barbaresco Cascina Roccalini di Paolo Veglio è la 2010. La produzione è risicata e trovarlo non è facile. Occorre cercarlo alla fonte o con Caves de Pyrene. Franco cantina costa 22 euro e li vale.
L’altra sera l’ho provato con due amici, Giallu e Rambino: cinque minuti dopo avevamo già deciso di ordinarne 18 bottiglie. Per quel che vale il mio giudizio, e anche considerando il rapporto qualità/prezzo, il miglior Barbaresco che conosca. Sapete bene come non ami più granché i rossi, fatte salve alcune eccezioni. Ed è questo il caso: per freschezza, eleganza, longevità e bevibilità. Si ama semplificare la differente potenzialità del Nebbiolo asserendo che il Barolo è maschio e il Barbaresco femmina. Vuol dire tutto e vuol dire niente, ma se il Barbaresco Cascina Roccalini fosse donna avrebbe fascino raro e sarebbe sexy da morire.

Bricco Appiani 2004 – Roddolo

roddoloSono stato troppo assente da questi spazi. Gli impegni extraenologici, dal teatro alla tivù, mi hanno tenuto distante e non nascondo di avere pensato anche a una chiusura di questo blog: per mancanza di tempo, che è poi il più spietato dei motivi. Negli ultimi due mesi mi sono messo anche a dieta. Per un mese non ho bevuto vino né alcolici. Tutto questo ha portato a una serie di cose. Ho perso quasi dieci chili. Ho rinunciato interamente non solo alla carne, e già lo facevo, ma – pressoché interamente – anche a formaggi, uova, olio, fritture, salse, dolci e grassi vari. Ho smesso pure con i superalcolici. Sono diventato (o tornato) un tossico di verdure, frutta e legumi. Ho scoperto che cose tipo seitan e tofu possono essere buone quando non buonissime (qui partiranno gli sfottò dei carnivori, lo so). E ho avuto modo di appurare – non senza godimento – che il muscolo di grano è una delle invenzioni del secolo. Dopo due mesi di alimentazione simile, da vegetariano felice e ormai ahinoi quarantenne, posso dire che dei “vizi” enogastronomici me ne manca solo uno: il vino. Soprattutto quello bianco. E non ci rinuncerò mai.
Non è però solo per questo – per un banale bisogno “fisico” di vino – che torno a scrivere qui. Anzi oggi bevo molto meno di prima. Il motivo è più profondo: viaggiando dalla mattina alla sera, e incontrando ogni giorno decine di persone, ho scoperto una volta di più che questo paese sbilenco e ferito ha ancora degli avamposti autentici di eccellenza. Eccellenza non solo qualitativa, ma anche morale e per certi versi ideologica. E molti di questi resistenti, di queste anime salve sono proprio nel mondo del vino. Lo avevo già appurato durante la stesura di Elogio dell’invecchiamento: esistono produttori misteriosamente intatti e affascinanti, che hanno cose da dire e raccontare, che conoscono il valore della coerenza e il significato autentico di tradizione (e, perché no, sogno). E sono queste persone, tra le poche a stupirmi ancora, che voglio raccontare. Giusto ieri mi sono fatto un’ora d’auto solo – solo? – per vedere uno dei più antichi panifici italiani, i Fratelli Ferrari a Pieve di Teco: e se ancora mi diverto a compiere questi “sforzi”, è perché so che certi sognatori burberi vanno conosciuti e ascoltati. E possibilmente eternati, anche solo – solo? – nella memoria.
Non è un caso che il desiderio di ricominciare a scrivere qui sia scattato in Langa. Ci ho passato la Pasqua con Perfect39. Ho visitato cantine vecchie e nuove. E ho capito che sarebbe stato un errore grave, e una privazione stupida, rinunciare a questo piccolo universo così ricco di bellezza. Curiosamente il primo vino di cui riparlo è un rosso: non ne bevo quasi più, e molti dei prossimi post – spero 2 o 3 a settimana, vorrei che la scadenza fosse questa – si occuperanno di bianchi, fermi o mossi, macerati e no. Non è neanche un rosso inedito: ne parlavo già sei anni fa in Elogio. E non è nemmeno un vitigno che amo: di sicuro il Cabernet Sauvignon non figura nel mio podio. Eppure il Bricco Appiani di Flavio Roddolo, annata 2004, franco cantina 30 euro e da Maurizio 35, bevuto – e anche questo non è un caso – da Maurizio a Cravanzana, era un piccolo esempio di perfezione terrena. L’invito perfetto a tornare qui e raccontarvi le mie personalissime e opinabilissime epifanie del vino.
Benritrovati. E perdonate l’assenza.