Archivio di novembre 2013

Champagne o Metodo Classico?

Ho spesso parlato di Champagne e Metodo Classico, sia qui che nel libro Il vino degli altri. Ieri ho sintetizzato alcune riflessioni in questo articolo per Il Fatto Quotidiano, che vi propongo.

larmandier bernier 1mb“Se quella tra Champagne e Metodo Classico è una guerra, nasce impari. Lo Champagne vincerà sempre in almeno due punti: esperienza e terreno. E’ partito con secoli di vantaggio e nessuno potrà mai colmare quel gap decisivo di tradizione. La zona dello Champagne ha poi tipicità territoriali inimitabili. Nessuno Chardonnay destinato alla spumantizzazione sarà mai paragonabile a quello che arriva dalle zone più vocate della Costa dei Bianchi. Discorso analogo per Pinot Nero e Pinot Meunier. A questi talenti di natura, lo Champagne aggiunge la capacità tutta francese di saper(si) vendere come nessuno. Gli italiani litigano tra loro, i transalpini fanno gruppo e monetizzano insieme (litigando dietro le quinte).
Quindi non c’è gara? Non esattamente. Lo Champagne, come il Metodo Classico, è il vino meno naturale che esista. Si parte da un vino base, mai memorabile, e poi è tutto un giocare in cantina tra lieviti, fermentazioni in bottiglia e sciroppi di dosaggio. E’ un vino che dipende moltissimo dall’uomo. Quando compri Krug, non vuoi scoprire l’annata: vuoi il “gusto Krug”. Un po’ come la torba nel Lagavulin. Questo rende lo Champagne un po’ inviso ai puristi, perché c’è troppa tecnica e poca natura (ma vale anche per tanti altri vini). E poi i francesi sono soliti abbondare in solforosa, responsabile dei tremendi mal di testa al mattino successivo, che garantisce al vino longevità.
Lo Champagne è però naturalmente intrigante. E’ un vino dritto, elegante. Coincide con l’approdo ultimo dell’esperto di vino. Il quale, dopo tanto bere peregrinare, è solito fossilizzarsi su tre tipologie: Champagne, Riesling (possibilmente Mosella) e Pinot Noir (possibilmente Borgogna). Lo Champagne è come certi film d’essai: sa farsi apprezzare solo da chi lo comprende. E’ un vino che fa “figo” bere, ma che pochi dimostrano di conoscere. Lo si compra perché è cool o, peggio ancora, per brindare a fine cena. Un orrore, perché una delle poche regole sensate dell’abbinamento cibo/vino è che al dolce si abbina un vino dolce. Non certo un Brut. Se fosse possibile, lo Champagne andrebbe comprato dai produttori nelle loro cantine: con 20 euro, in Francia, si trovano dei gioielli rari. Invece, in Italia, costi di dogana e ricarichi fanno lievitare i prezzi. Verrebbe voglia di arraffare i prodotti base delle grandi maisons al supermercato: champagne dai grandi nomi, che si vedono negli scaffali a cifre invitanti. Sembrano un affare, sono spesso una fregatura. Rappresentano l’ultima ruota del carro delle grandi firme: se vuoi bere Veuve Cliquot, devi accettare il salasso economico. Altrimenti meglio evitare, affidandosi ai più economici – ma non meno emozionanti – vignerons che producono 20-30mila bottiglie l’anno. Li si riconosce perché nell’etichetta c’è scritto “RM” (récoltant-manipulant) e non NM (negociant-manipulant, ovvero le Maisons). Larmandier Bernier, Bonnet Gilmert: sarà un bel bere. L’alternativa è proprio il Metodo Classico italiano. Non tutto, anche qui occorre sapersi muovere. Le zone di elezione sono Franciacorta, Trento, Alto Adige e Oltrepò Pavese. Al netto del gusto personale, i Metodo faccoliClassico che si trovano a 20 euro sono preferibili agli Champagne acquistati in Italia a prezzo analogo. L’Oltrepò Pavese è la patria del Pinot Nero spumantizzato. La Franciacorta è tacciata di privilegiare vini algidi e poco originali. Vero in parte. Accanto a molte bollicine buone al massimo per un privè qualsiasi in discoteca, ci sono Franciacorta (soprattutto a base Chardonnay) encomiabili, dalla fascia alta di Ca’ del Bosco e Uberti fino alla produzione per nulla modaiola di Cavalleri, Faccoli, Arici e Il Pendio. Mai scegliere spumanti con alte dosi di residuo zuccherino: taroccano il gusto e mascherano i difetti. Meglio optare per Brut, Extra Brut e Pas Dosè (senza sciroppo di dosaggio). Champagne e spumanti sono soliti mescolare annate diverse: se la cosa non vi piace, virate sui Millesimati. Buoni livelli anche in Trento e Alto Adige. L’accusa è di produrre spumanti ruvidi, con bollicine “croccanti”: poco charme, troppo gas. Se però si sceglie Arunda o Haderburg, si sceglie bene. Eccellenze sporadiche si trovano in tutta Italia, dalla Puglia (D’Araprì) alla Toscana (Baracchi), passando per qualche Lambrusco (soprattutto il Sorbara) rifermentato in bottiglia. Riassumendo: lo Champagne è imbattibile, ma se non stai attento prendi fregature tremende; il Metodo Classico è l’eterno inseguitore, ma se stai attento cadi quasi sempre in piedi” (Il Fatto Quotidiano, 11 novembre 2013).

Tafon – Stefano Legnani

010305V70112BTLa mia latitanza da questi lidi continua, e temo che peggiorerà con l’uscita del nuovo libro, il prossimo 13 novembre per Rizzoli (no, non parlerà di vino).
Devo anche dire che, sebbene viaggi costantemente tra teatro e tivù e per questo abbia modo di provare molti vini, alla fine cado sempre sui “soliti” bianchi (spesso spumantizzati) e rossi (Pinot Nero e Barolo) di cui parlo da tempo immemore.
Le mie ultime visite in cantina sono state da Cavalleri e Faccoli, e questo vi dà la misura del mio stato del gusto. Ho provato anche qualche bianco naturale distribuito da Arké: discreti, bevibili, piacevoli. Nulla di prodigioso, ma hanno assolto al loro compito. Ne parlerò, prima o poi.
Oggi dedico il post a un altro vino, però: il Tafon di Stefano Legnani (qui una bella recensione). Di lui ho amato e recensito il Ponte di Toi (e il più ambizioso Loup Garou), un Vermentino di Sarzana che ha l’unico grande difetto di finire subito: nel senso che la bevibilità è suprema, e va bene, ma anche nel senso che la produzione è molto limitata, e va meno bene. Da quest’anno Legnani produce anche il Tafon, che vuol dire “schiaffo”, e lo schiaffo è dedicato a chi non ha il coraggio di coltivare i sogni. I propri e di chi li ha preceduti. Nello specifico, il tafon  era destinato anche e forse soprattutto ai figli di Mario, amico di Legnani che se n’è andato qualche mese fa.
Mario aveva una vigna nella bassa mantovana, coltivava e vinificava Trebbiano, ci teneva. Alla sua morte, i figli volevano espiantare la vigna. Tutti tranne la figlia, che ha contattato Stefano. E lì è partita la sfida. Legnani ha preso le uve, le ha portate a Bradia (frazione di Sarzana) e le ha vinificate secondo i suoi dettami naturali. Il risultato è Tafon. Un sogno in appalto, un sogno cono terzi: un’utopia per osmosi, da Mario a Stefano. E’ un vino indimenticabile? No. E non è neanche superiore al Ponte di Toi o al Loup Garou. Ma paragonarli è sbagliato: diverso il vitigno, diverso il potenziale, diversa la storia. Tafon è un vino semplice, di grande bevibilità e con una ricchezza olfattiva non comune (sentori erbacei, rosmarino, camomilla). Non ha grandi pretese, ma migliora di mese in mese. Ha carattere, personalità, non ha mire da protagonista e si adatta a tutto. Non piacerà a chi ama i vini perfetti(ni), delizierà chi adora le perle inconsuete.