Archivio di febbraio 2013

Full Metal Mappazzone (Masterchef parte II)

C’è un momento, in apparenza irrilevante e sempre sfuggente, in cui la tipicità diventa parodia. E la stranezza sconfina nella caricatura. La seconda edizione di Masterchef Italia è finita giovedì sera. Ascolti buoni, 3.05% di share. Tormentoni in Rete, liveblogging (instancabile quello di Dissapore.it). Uomini e donne che cinguettano giulivi su rapanelli mistici e “aquiloni di tiramisù rivisitato” (peccato che non abbiano visitato, e bene, anche chi gli ha dato quel nome). La cifra di Masterchef è l’esagerazione. Di tutto: dei tre ducetti, compiaciuti in una recita reiterata che rende l’imitazione di Maurizio Crozza (“Vuoi che muoro?”) perfino benevola per quanto riuscita. Dei concorrenti sull’orlo di una crisi di nervi, in grado di esultare per una quiche lorraine come neanche Tardelli-Munch nell’82. E di un format sempre più esasperato ma dalle uova d’oro, tanto che si pensa a un format per concorrenti junior (all’estero c’è già).
Se l’ingrediente è la ridondanza, non poteva esistere vincitrice più indicata di Tiziana Stefanelli. Avvocato romano, 41 anni. Respingente, supponente, disposta a tutto pur di dominare. Nessuno tifava per lei, quindi era perfetta per un reality – o talent, o “Full Metal Mappazzone” – che accarezza il finto politicamente scorretto con la lascivia di un vecchio satiro in astinenza da anni. “Maurizio mi ha rubato la cernia”; “Non le permetto di definirmi avvocato delle cause perse” (rivolta a Cracco); “A mia figlia racconto che l’importante è partecipare. Ma noi adulti lo sappiamo che l’importante è vincere”: sono solo alcune delle perle di saggezza dispensate dalla avvocatessa totemica, per nulla scalfita da prurigini di gradevolezza ma piuttosto crivellata da chiacchiericci e sfottò. Twitter (su tutti Johnny Palomba) le ha cucito addosso l’hashtag “#oilgate” perché una volta ha aggiunto olio a un piatto quando il tempo era scaduto. E dopo l’ufficializzazione della sua vittoria (avvenuta qualche settimana fa: il programma è registrato) si è appreso che suo marito è Paolo Girasole. Numero uno di Finmeccanica in India dal 2009 a marzo 2012, citato nell’inchiesta sulle presunte tangenti (così Guido Haschke: “A Girasole ho corrisposto la somma complessiva di 200 o 220mila euro. Non ha avuto alcun ruolo nella vicenda, ma era al corrente di quel che accadeva”).
La puntata finale ha ricalcato le precedenti. Il “carramba” stantio dei concorrenti eliminati. Mystery Box, Invention Race. I piatti a base di foie gras e agnello, con rispetto profondo per chi è vegetariano o anche solo ha letto Se niente importa di Jonathan Safran Foer. Carlo Cracco, con quell’italiano parlato come un turista straniero che si esprime in stampatello per chiedere informazioni. Le braccia giunte, l’occhio teoricamente torvo e la bi-espressione alla primo Eastwood: il Clint di Sergio Leone aveva solo le pose “con cappello” e “senza cappello”, Cracco “con grembiule” e senza. Dal poncho alla parannanza. Bruno Barbieri, tra una tshirt militare à la Chuck Norris e la riga in mezzo ai capelli tipo Gian Burrasca punito al collegio, si è distinto per il feticismo da “impiattamento”. Potevi cucinargli anche il fango, l’importante era che fosse figo; potevi dargli il piatto della vita, ma se non appariva accattivante veniva bollato senza misericordia alcuna (“Mappazzone”). E poi Joe Bastianich: “Questo fois gras è come una macchina d’epoca, spande olio dappertutto”; “E’ molto Duran Duran questo piatto”; “E quest’altro è un piatto bisessuale”.
Abbattuto a colpi di bazooka il buon senso, Masterchef ha elevato l’improbabile a intrattenimento. Bandito il minimalismo, elevata a monolite l’iperbole impanata. A partire dai nomi delle pietanze: “Emozionanti sorprese in crema di risotto”, “Passione di castagne, elisir di lamponi, violette di Parma e lamponi” (Nanni Moretti, dove sei?). Se i sommeliers sbeffeggiati da Antonio Albanese abbondavano di sentori improbabili (anice stellato, glicine rappreso, goudron del Tennessee), i cuochi di Masterchef parlano come mangiano. Ovvero con la bocca piena e gli ingredienti (le parole) impastati bulimicamente, come un arcobaleno di sintassi daltonica. Un panino alla mortadella, a Masterchef, diverrebbe – si presume – “sinergia astrale di glutine evoluto che si abbraccia in cerca di affinità elettive tra cereale monococco e suino allo stato brado, eroicamente sacrificatosi per appagare i nostri umanissimi sensi”. Nella dittatura efferatamente tragicomica del Triumvirato Barbieri-Bastianich-Cracco, l’ergastolo non è per chi sbaglia ma per chi abiura l’anelito alla cucina estrosa. Nutrirsi di surgelati è ripugnante, i bastoncini non esistono (se non nei freezer degli infedeli) e “i piatti vanno mangiati in verticale”, dunque sfidando la prosaica legge di gravità e le intuizioni superate di Newton.
Masterchef funziona perché è come una macedonia d’estate. O come la scatola di cioccolatini di Forrest Gump: non sai mai quello che ti capita (anzi lo sai: per quello la compri, la mangi, la guardi). C’è il trash, c’è il piacione. C’è il debole da zimbellare, c’è il cattivo da riverire. C’è l’immedesimazione, c’è l’effetto pavloviano. Ci sono le ricette, che hanno ormai sostituito i discorsi sul tempo che fa quando non si sa cosa dire. E c’è quel disimpegno cafonal – spolverato di zucchero a velo – che è il dolce di cui la tivù italiana va più ghiotta. Più che un talent, Masterchef è un quattro salti in padella. Solo che la padella siamo noi. Gnam.

(Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2013)

 

 

 

 

Pietrobianco 2011 – Daniele Portinari

Chiedo scusa per l’assenza. Tra teatro (qui le date), giornale e tivù il tempo è quello che è. Questo blog, comunque e ovviamente, andrà avanti.
Ho accumulato una decina di recensioni, frutto delle bevute in queste settimane. Le posterò nei prossimi giorni.
Dedico il post di oggi a un vino naturale atipico. E’ un Igt Bianco del Veneto, ottenuto da uve Pinot Bianco e Tai Bianco.
Vigne di circa 30 anni, vinificato in acciaio per dieci mesi e imbottigliato senza filtrazione. In enoteca sui 10 euro o poco più.
Non mi ha esaltato, ma ve lo consiglio perché è molto personale. Il Tai Bianco è sostanzialmente il (Tocai) Friulano. Tipico dei Colli Berici e del Piave, esiste anche il T(oc)ai Rosso, di fatto il Cannonau sardo (quindi prossimo alla Grenache francese e all’Alicante spagnolo).
Spesso il Friulano ha una vena erbacea spiccata, non necessariamente gradevole. Tale nota di fieno esplode – letteralmente – nel Pietrobianco 2011. A colpire è proprio questo, molto più della struttura esile e di una acidità percettibile ma non indimenticabile. Discreta bevibilità.
Più che un vino da bere, il Pietrobianco sembra quasi un vino da brucare.
Classica bevuta didattica, per comprendere cosa si intende quando un vino “sa di fieno”.