Archive del 22 gennaio 2013

Savennières Cuvée Les Genets 1999 – Domaine Laureau

Ho aspettato un po’ a bere questo vino. In via teorica “doveva” piacermi, essendo Chenin Blanc in purezza, per giunta da una delle appellations più mitiche. Avevo però letto questa (bella) recensione, che mi aveva sufficientemente impaurito.
Il Savennières Cuvée Les Genets, un tempo importato da Cave de Pyrene, l’ho degustato (o per meglio dire sdraiato) ieri con Perfect39.
E’ effettivamente un bianco molto atipico. Un pregio e un difetto. A dire il vero, l’unico difetto risiede in questa sua originalità spiccata, che può frastornare il consumatore occasionale. E’ un bianco con 14 anni sulle spalle, biodinamico, dai vigneti più alti di Savennières. Non ha nulla di canonico. Non può piacere a tutti.
Ovvio però che questi aspetti suonino anche come pregi, se si cerca il vino di carattere e personalità. E’ un bianco che spiazza anzitutto per la scarsa corrispondenza tra naso, impatto in bocca e retrolfazione. Parte delle uve sono botritizzate, lieviti indigeni, 18 mesi di affinamento sui lieviti. I vignerons, ancor più se biodinamici, da quelle parti non conoscono mediazioni. Damien Laureau fa parte di quella categoria, anzi è uno degli esponenti più ispirati.
Les Genets (attorno ai 25-30 euro al ristorante) è lievemente arrostito al naso. Intuisci sentori di miele e una certa dolcezza che poi, puntuale, arriva in bocca. E a quel punto sembra stuccarti, pare stancarti in breve tempo. Così non è. Ancor più in abbinamento (meglio a tavola che come vino da meditazione, anche se asserirlo parrà un azzardo), il vino vanta un’acidità invidiabile. Ha bella sapidità, un’opulenza (data anche dalla muffa nobile) mitigata dalla freschezza e da un equilibrio azzardato ma innegabile. L’alcolicità (12.5 gradi) è contenuta.
E’ vero, come scrive L’AcquaBuona, che il vino ha qualcosa di trielinico e si muove tra due contrasti, la dolcezza iniziale e l’asciuttezza finale. Cammina sul filo, sul punto di cadere da un momento all’altro. Ma non cade.

P.S. Non senza stupore, alcuni lettori mi hanno fatto notare come avessi già incontrato questo vini due anni fa, da Bandini, lo splendido ristorante di Portacomaro (Asti). Non lo ricordavo. Ero già entusiasta allora. Lo sono (con toni più “dotti”) anche adesso.