Archivio di gennaio 2013

Gaber (se fosse Gaber) in Langa

Domani, giovedì 24 gennaio 2013, il mio spettacolo Gaber se fosse Gaber vivrà la sua 54esima replica (qui tutte le date) in un luogo per me particolare: Alba.
Lì, oltre a un pezzo di cuore, ho molti amici. Sarebbe bello rivederli a teatro (e so che molti ci saranno).
Il luogo è il Teatro Sociale, 600 posti. Si va verso il tutto esaurito, ma c’è ancora disponibilità.
Ci sarà una bella mostra sul Signor G (del grande Guido Harari). Ci sarà una degustazione. Ci saranno i monologhi e le canzoni.
Vi aspetto. Se vi va.

Savennières Cuvée Les Genets 1999 – Domaine Laureau

Ho aspettato un po’ a bere questo vino. In via teorica “doveva” piacermi, essendo Chenin Blanc in purezza, per giunta da una delle appellations più mitiche. Avevo però letto questa (bella) recensione, che mi aveva sufficientemente impaurito.
Il Savennières Cuvée Les Genets, un tempo importato da Cave de Pyrene, l’ho degustato (o per meglio dire sdraiato) ieri con Perfect39.
E’ effettivamente un bianco molto atipico. Un pregio e un difetto. A dire il vero, l’unico difetto risiede in questa sua originalità spiccata, che può frastornare il consumatore occasionale. E’ un bianco con 14 anni sulle spalle, biodinamico, dai vigneti più alti di Savennières. Non ha nulla di canonico. Non può piacere a tutti.
Ovvio però che questi aspetti suonino anche come pregi, se si cerca il vino di carattere e personalità. E’ un bianco che spiazza anzitutto per la scarsa corrispondenza tra naso, impatto in bocca e retrolfazione. Parte delle uve sono botritizzate, lieviti indigeni, 18 mesi di affinamento sui lieviti. I vignerons, ancor più se biodinamici, da quelle parti non conoscono mediazioni. Damien Laureau fa parte di quella categoria, anzi è uno degli esponenti più ispirati.
Les Genets (attorno ai 25-30 euro al ristorante) è lievemente arrostito al naso. Intuisci sentori di miele e una certa dolcezza che poi, puntuale, arriva in bocca. E a quel punto sembra stuccarti, pare stancarti in breve tempo. Così non è. Ancor più in abbinamento (meglio a tavola che come vino da meditazione, anche se asserirlo parrà un azzardo), il vino vanta un’acidità invidiabile. Ha bella sapidità, un’opulenza (data anche dalla muffa nobile) mitigata dalla freschezza e da un equilibrio azzardato ma innegabile. L’alcolicità (12.5 gradi) è contenuta.
E’ vero, come scrive L’AcquaBuona, che il vino ha qualcosa di trielinico e si muove tra due contrasti, la dolcezza iniziale e l’asciuttezza finale. Cammina sul filo, sul punto di cadere da un momento all’altro. Ma non cade.

P.S. Non senza stupore, alcuni lettori mi hanno fatto notare come avessi già incontrato questo vini due anni fa, da Bandini, lo splendido ristorante di Portacomaro (Asti). Non lo ricordavo. Ero già entusiasta allora. Lo sono (con toni più “dotti”) anche adesso.

Dal Centro 2009 – Baldoncini

Di questo vino non so praticamente nulla. Non esiste un sito aziendale, si sa a malapena che l’Azienda Agricola Eredi Baldoncini è a Camucia, Località Vallone.
Per quanto sia la mia zona, non ne avevo mai sentito parlare.
Il vino in oggetto si chiama Dal Centro, annata 2009. Ci è stato consigliato, giorni fa, dal proprietario della Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino. Prezzo onesto (sui 10-15 euro), Sangiovese (non so se in purezza).
L’azienda, anche agriturismo, produce una piccola quantità di vino. Il Dal Centro, un Igt, è l’unico che ho provato.
L’ho trovato un rosso di sorprendente beva e piacevolezza tutt’altro che scontata.
Se vi trovate in Valdichiana, e volete uscire dal solito Syrah senza svenarvi, mi sento di consigliarvi il Dal Centro: rosso senza pretese, felicemente quotidiano. Onesto. Gradevole.
(P.S. Dopo questa recensione, Arnaldo della Taverna Pane e Vino ha postato alcuni aggiornamenti sull’azienda. Li riporto anche qui: “L’azienda Baldoncini è già presente da anni nella produzione di uva, nella nostra zona (Cortona). Dopo la morte del padre, il figlio Giorgio si è incaricato di proseguire la tradizione di famiglia, concentrandosi nella produzione di vino e nello sviluppo del loro Agriturismo. Baldoncini produce 2 vini da una vigna piantata 8 anni fa nella zona di Terontola. Entrambe i vini da Sangiovese sono prodotti con metodi naturali. Il più semplice si chiama Risalto (ed è il mio preferito); l’altro, quello che hai assaggiato tu è il Dal Centro, che ha un passaggio in legno. Soprattutto il Risalto 2010 per il prezzo (9 euro al mio ristorante) è un gran bell’esempio di come un Sangiovese in purezza anche nelle nostre zone possa essere ben fatto, alla faccia di tutti quelli che pensano che il Sangiovese senza l’aiutino di altri vitigni venga bene solo nelle zone più vocate).

Valtellina Superiore Valgella Riserva 1999 – Balgera

Nei giorni scorsi sono stato in Friuli, per Gaber se fosse Gaber. E’ stata anche l’occasione per un pranzo con Josko Gravner: esperienza meravigliosa, come sempre del resto.
Ho scovato alcuni luoghi che vi segnalo. A San Daniele del Friuli: il ristorante Al Portonat e le enoteche La trappola e Il Michelaccio. Splendida, poi, la boutique alimentare di Aldo Garlatti, anch’essa in pieno centro, dove ho fatto scorta di grappa Domenis (la Storica Nera classica e la Storica Dieci Riserva). Delizioso anche Il cenacolo dei teatranti a Colugna di Tavagnacco, sempre in provincia di Udine.
Fatta questa promessa, piacevolmente doverosa, torno a recensire qualche vino. Ne ho un po’ in giacenza, avrò modo di parlarne nei prossimi giorni. Oggi vi segnalo questo Valtellina Superiore, sottozona Valgella. Riserva 1999, distribuito da Les Cave de Pyrene. Azienda Balgera, attiva dal 1885, Chiuro (Sondrio). Tredici gradi alcolici. In enoteca sui 20 euro, forse qualcosa meno.
E’ una Chiavennasca (in purezza) come deve essere. Schietta, di acidità prorompente, con una struttura inferiore (per quanto notevole) al Nebbiolo della zona di Monforte o Barolo. Colpisce per nitidezza dei tannini e spinta acida. E’ ovviamente un rosso impegnativo per chi come me non mangia carne, ma l’ho bevuto con piacere.
Naso un po’ chiuso, ma gradevole. Discreta progressione. Jacopo Cossater ha trovato l’annata 2001 un po’ scombinata; a me la 1999 è parsa tutt’altro che facile ma – per così dire – felicemente ruspante. Con un suo equilibrio finale, benché assai personale.
Vino non per tutti. Che divide. Consiglio, soprattutto a chi ama i vini di Ar.Pe.Pe, il top della Valtellina enoica.

Le Carovaniere

Ho un debole per i luoghi che uniscono competenza e passione. Viaggiando molto, ne ho scovati non pochi. Tanti piccoli rifugi, sparsi qua e là. Le Carovaniere è uno di questi.
E’ ad Arezzo, nel centro storico. Un azzardo, perché il 90%  del piccolo locale è dedicato ai distillati. Poi vini, sali, spezie, cioccolate. Un luogo mosso unicamente dalla passione – e appunto dalla competenza – del proprietario Francesco Mattonetti.
Non lo conoscevo prima di questa sua esperienza, lo vedo sì e no tre volte l’anno, non ci guadagno nulla a parlarne bene.
Ho deciso di dedicargli un post intero, dopo averlo citato più volte, a seguito della mia ultima visita. Ieri mattina. Mi sono regalato un whisky, peraltro griffato Le Carovaniere (nel senso che Mattonetti ha scelto la botte dalla Scozia dopo due anni di assaggi e si è fatto imbottigliare un whisky tutto suo). E un Calvados di altissimo livello. Il whisky è un Ledaig Isle of Mull, la variante torbata della distilleria Tobermory, 15 anni. Il Calvados è un 12 anni di Adrien Camut. Li vedete nella foto.
Le Carovaniere mi piace perché, nel suo proprietario, riscontro quella voglia mai sazia di studiare, cercare, inseguire. Di raccontare storie, di scovare aneddoti, di lasciare che la bellezza emerga di fronte a un contesto troppo spesso apocalittico. Lo stesso approccio che ho visto a Castiglion Fiorentino in Andrea Magi, applicato principalmente nel suo caso al mondo dei formaggi.
Sono stato da Mattonetti una decina di volte, in questi anni. Mi ha sempre fatto fare tardi (e viceversa) e non l’ho mai trovato impreparato. Mai. Che parli di Rum, Whisky, sale affumicato dell’Ontario o Gin. A proposito di quest’ultimo, è stato proprio Mattonetti a scoprire che uno dei migliori gin del mondo viene da Arezzo, grazie a una bacca di ginepro in qualche modo prodigiosa. La storia l’ha raccontata qui, nel suo blog. E di racconti così, Francesco ne ha tanti. Dovrebbe scriverci un libro.
E’ spesso in viaggio, tra distillerie e cantine. Studia, si informa, fa consulenze sul valore di bottiglie vintage scovate nelle cantine di famiglie incapaci di appurarne il valore. Organizza corsi, degustazioni, piccoli eventi di nicchia ma non troppo. Non sta fermo mai. Non mentalmente. E questo, oltre che raro, è approccio assai prezioso.
Quando incontro il talento dal volto umano, quando mi imbatto nell’artigianato di alto livello: be’, allora è un bel giorno. E alle Carovaniere mi succede sempre.

Io adoro Josko Gravner

Non lo ribevevo da un po’, Josko Gravner. L’ho fatto per l’ultimo dell’anno, con una Ribolla 2004. E ieri sera, con il bianco che ha smesso di vinificare: il Breg Anfora, annata 2003.
Ormai è un vino raro, preziosissimo, perché l’ultima annata sarà la 2012 (che uscirà tra sette anni). Anche a febbraio dello scorso anno, quando lo conobbi, Josko mi raccontò che ormai l’unico vitigno su cui avrebbe investito tempo ed energie sarebbe stata la Ribolla Gialla. Condivido, nel mio piccolo. Ma – al tempo stesso – mi spiace che il Breg Bianco Anfora non verrà più fatto. Se non altro, ci attendono ancora sette annate da degustare (dalla 2006 in giù).
Il Breg è (era) un blend. Maggioranza Sauvignon Blanc. Nel 2003, annata calda (14.5% gradi alcolici), la percentuale fu questa: Sauvignon 38, Pinot Grigio 28, Chardonnay 26, 8 Riesling. In rete si trova tra le 50 e le 60 euro.
E’ (era) un vino strepitoso. L’ho (abbiamo) bevuto con un piacere quasi commovente, nelle ciotole Gravner che lui stesso si è fatto creare appositamente. Quel colore aranciato, così invitante. I profumi ricchissimi, oltremodo complessi e invitamti, di frutta e miele, spezie e fiori appassiti, balsamico e tabacco. Il gusto armonico, di una persistenza prodigiosa. Vino personalissimo, con acidità e mineralità salvifiche, e una morbidezza naturale. Se esiste un vino della vita, somiglia a questo.
So bene che i bianchi macerativi di Gravner non siano da tutti i giorni. Non ignoro che molti li reputino estremi. Troppo impegnativi. Io li ritengo la vetta, la cima, l’apoteosi: l’approdo ultimo del buon bevitore. E’ come per la chitarra di Stevie Ray Vaughan, il piano di Keith Jarrett o la cinepresa di Kubrick: quando hai toccato quei vertici espressivi lì, e ti ci sei abituato, non puoi più tornare indietro.
Josko Gravner è uno dei più grandi pionieri del Novecento italiano.

P.S. Due sere dopo ho bevuto il Breg 2004. Uh.

Jakot/Rebula 2009 – Klinec

Jakot è Tokaj al contrario. Lo stratagemma per ovviare al divieto di non poter più chiamare in quel modo un vitigno che, per legge, dovrebbe essere solo e soltanto “Friulano”.
Ne ho bevuto uno, ieri sera, alla Taverna Pane e Vino di Cortona. Il prezzo al ristorante era 26 euro. Fino alla scorsa stagione, 22: l’aumento è stato voluto dall’azienda. Mi è parso un prezzo corretto. La zona è Medana, a Brda, Slovenia: patria di Uros e Ales Klinec. Cinque ettari, vini naturali. Credo faccia parte di VinNatur, o così era fino all’anno scorso (Klinec partecipò alla rassegna naturale di Taranto a gennaio 2011).
Avevo ordinato la Ribolla Gialla, che mi attrae di più, ancor più se macerata. Ho ripiegato, con Perfect39, sul Jakot. E’ un macerativo impegnativo, ma in qualche modo più facile rispetto a Gravner e Radikon. Sia nel prezzo, che nell’impostazione. Può essere un buon prodotto di avvicinamento agli orange wines più “estremi”.
Lo Jakot mi è piaciuto, senza però entusiasmarmi. Servito correttamente a una temperatura quasi-da-rosso. Bel colore giallo dorato, vivido e non torbido. Invogliante. Al naso, anzitutto, note di pesca e albicocca. Poi cedro e un che di balsamico. Ricco ma non troppo. In bocca buona sapidità e discreta freschezza, ma anche un’alcolicità (13.5 gradi) sin troppo percettibile. Struttura (stranamente) esile, non particolarmente lungo. Quasi timido nella progressione. Se fosse un voto, sarebbe un 6+.
Dalla Ribolla, che proverò presto, mi aspetto qualcosa di più.

P.S. Il 30 marzo ho provato la Rebula 2009: strepitosa. Di gran lunga superiore allo Jakot della stessa annata. Caldamente consiglio.

Vini (e distillati) di fine anno

Molti di voi (assai benevoli) mi hanno chiesto che vini abbia scelto per la cena di fine anno. Eravamo in otto, a casa di amici. La sequenza enoica, a parte due vini, l’ho scelta io. Eccola.
Franciacorta Extra Brut (Jéroboam) – Faccoli. Doppia magnum, quindi tre litri. L’equivalente di quattro bottiglie. Annata 2006. Delizioso.
Kharakter 2010 – Nana, Vins & Cie. Chenin Blanc in purezza, Aoc Vouvray. Prodotto di punta, in enoteca sui 25-30 euro. Splendido.
Le Cese 2009 – Collecapretta. Portato non da me, ma trasversalmente apprezzato. Sangiovese umbro, zona (come noto) dello spoletino. Di questa azienda, che adoro, amo di più i bianchi, ma è un bel Sangiovese sano e polposo.
Dolcetto d’Alba Superiore 2009 – Flavio Roddolo. Anche questo non lo avevo portato io. Era da un po’ che non bevevo un vino di Flavio. Quanto, quanto, quanto sono buoni. Il Dolcetto (Superiore) su tutti.
Ribolla Gialla 2004 – Josko Gravner. La mia posizione è nota: uno dei vini più emozionanti che io conosca.
Barolo Brunate-Le Coste 2008 – Giuseppe Rinaldi. Giovane, troppo giovane. Ma che buono.
Prima di svenire, ricordo con piacere raro uno dei miei Caldavos preferiti: Les Vergers de la Morinière (2004) di Michel Hubert. Da segnalare, tra i tanti, anche un Highland Park 25 anni e un Ledaig 15 anni appositamente assemblato (con tanto di brand) da Francesco Mattonetti de Le Carovaniere di Arezzo: consiglio caldamente (cit).