Archive del 28 dicembre 2012

Il magico mondo dei vini

Il tomo non passa inosservato. Milletrecento pagine, 49 euro. E’ l’Annuario dei Migliori Vini Italiani 2013. Esce dal 1993. Lo cura Luca Maroni, profeta del vino piacione e ciccione. Non è l’unica guida che esce a fine anno. Ci sono DuemilaVini dell’Associazione Italiana Sommeliers. La SlowWine. Il Gambero Rosso. L’Espresso. Ognuna ha il suo target. Un tempo, se ricevevi i Tre Bicchieri o i Cinque Grappoli, potevi vendere quel vino a prezzi inauditi: qualcuno lo avrebbe comprato. Meglio ancora se, a benedire il tutto, fosse spuntato un Robert Parker o un James Suckling, demiurghi del vino sempre uguale a se stesso. Oggi molto è cambiato. Per la crisi e perché la Rete ha rivoluzionato la comunicazione. Il blogger, spesso, influenza più del cartaceo tromboneggiante. Consultando siti e guide è possibile evitare fregature. Ogni vino ha la sua caratteristica, ogni azienda la sua impostazione. Ecco un vademecum breve.
Vino Chic
Il Vino-status symbol, lo Swarovski di Enolandia. Molto di moda nei Novanta, ora di meno. Splendido all’esame visivo, profumi ammiccanti al naso, struttura grassottella (gli espertoni direbbero “opulenta”). Più morbido che fresco, tannini smussati. Barrique in evidenza, come attestano i famigerati “sentori di vaniglia”. La patria eletta è Bordeaux, di cui Bolgheri è dépendance italica (Sassicaia, Ornellaia). Vitigni: Merlot (l’uva più conformista del globo), Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. Spesso in uvaggio, di rado in purezza (eccezione di pregio è il Paleo Le Macchiole). Adorato dal Gambero Rosso e Luca Maroni, detestato dagli alternativi. Rigorosamente carissimo.
Vino Fighetto
Simile al precedente, ma con una ancor più dichiarata aspirazione a piacere. Buono al primo sorso, stucchevole al secondo. Se fosse musica, sarebbe un disco commerciale (tipo Justin Bieber). L’esempio più evidente è il Supertuscan, Frankenstein multiforme che unisce più vitigni (di solito per “ingentilire” il Sangiovese). Bello senz’anima, è adorato dal turismo anglosassone. Il Vino Fighetto si annida anche in zone di tradizione antica, come Montalcino e Montepulciano (ma pure Langhe, vedi Gaja). Le eccezioni non mancano. Cercate un Sangiovese autentico? Montevertine. Un Nebbiolo inusuale? La Chiavennasca di Ar.Pe.Pe. Un Barolo tradizionale? Giuseppe “Citrico” Rinaldi. Un Cannonau eterno? Il Perda Rubia.
Vino Perlage
Il perlage è la bollicina (ma dire “bollicina” non è cool). Niente raggiungerà mai i migliori Champagne, eppure i Metodo Classico (gli Champagne italiani, semplificando) sono dignitosi. Soprattutto in Trentino Alto Adige, Oltrepò Pavese, Franciacorta. Di questa ultima zona, nel bresciano, si possono consigliare la fascia alta di Ca’ del Bosco, Cavalleri, Faccoli, Ca’ del Vent. Crescente l’apprezzamento per il Pas Dosè, senza residuo zuccherino. Per gli amanti dello Champagne, risultano meno cari – e più originali – quelli prodotti da piccoli vignerons e non da grandi maisons. Nell’etichetta hanno scritto “RM” e non “NM”. A una Veuve Cliquot preferite un Larmandier-Bernier.
Vino Supermercato
Spesso trattati con snobismo, ma il rapporto qualità/prezzo è fondamentale. E nella Grande Distribuzione Organizzata non ci si imbatte soltanto in Ronco e Tavernello (con rispetto parlando). C’è anche chi, come il boss Oscar Farinetti di Eataly, immette sugli scaffali Esselunga dei Nebbiolo validi. Un appassionato estetizzante non li comprerebbe neanche sotto tortura, ma al 90 percento del consumatore comune piacciono.
Vino Macerativo
Detto anche “orange wine”, è il bianco che macera sulle bucce (come se fosse un rosso). Alla vista appare aranciato e un po’ torbido. Ha profumi da vino passito (se la macerazione è lunga), ma gusto secco e sapido. Non di rado strepitoso, ma inadatto ai novizi. Maestro e guru è Josko Gravner, filosofo dell’anfora. La sua Ribolla Gialla, a Oslavia, è esperienza mistica.
Vino Naturale
Lieviti indigeni, poca solforosa. Zero chimica o quasi. Non necessariamente biodinamici. I produttori sono soliti riunirsi in manifestazioni e associazioni ad hoc. Se facessero politica, sarebbero la sinistra extraparlamentare, i Cinque Stelle o gli Arancioni. Rivoluzionari eretici, in crescita numerica e qualitativa. A volte rischiano il culto della nicchia e l’onanismo dell’alternativismo. Collecapretta in Umbria, Stefano Legnani in Liguria, La Biancara in Veneto. Eccetera.
Vino Glou Glou
Immagine molto in voga in Rete, per indicare un vino quotidiano che non aspira a essere indimenticabile ma che vuol essere anzitutto bevibile. Piacevole. Digeribile (e mai caro). Il Dolcetto d’Alba di Flavio Roddolo. Il Prosecco di Casa Coste Piane. Il Lambrusco Nubilaia di Lombardini. Glou glou.
Vino Kiarostami
Nessuno, a parte Nanni Moretti, è in grado di vedere un film intero di Abbas Kiarostami senza addormentarsi. Tre ore di piani sequenza sui ciliegi non sono esattamente l’idea condivisa di divertimento e bellezza. Se però dici che Kiarostami ti piace, passi subito per cinefilo d’essai. Nel vino è lo stesso. I vitigni Kiarostami sono Riesling (Mosella anzitutto) e Pinot Noir (Borgogna rigorosamente). Nel tortuoso percorso di conoscenza enoica, che di solito comincia con i vini dolci, rappresentano l’ultimo scalino. In Italia non si adattano benissimo. I migliori Riesling e Pinot Nero si scovano in Alto Adige.
Vino buono
Non esiste. Il vino è il regno del soggettivo. Esiste il vino corretto, tecnicamente ben fatto, senza difetti. Il resto è guerra dei gusti personali. C’è chi baratterebbe il suo regno per un Vouvray della Loira e chi ci farebbe al massimo i gargarismi.
Vino Muccino
Stanno al vino come l’eiaculatio precox al sesso. Esattamente come i film di Gabriele (ma volendo pure di Silvio), i Vini Muccino funzionano così: li bevi, sembra che ti piacciono. Poi però, dopo tre secondi, li hai già dimenticati. Come L’ultimo bacio.

Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2012

(Questo articolo, come quello di ieri su MasterChef Italia, è uscito nella versione cartacea de Il Fatto Quotidiano. I lettori dei miei libri sul vino, nonché di questo blog, lo troveranno in buona parte già noto. Ma i lettori del Fatto, di solito, non leggono articoli sul vino, argomento di cui non trattiamo quasi mai).