Archivio di dicembre 2012

Prezzi folli a Milano

Mi spiace molto scrivere questo post, ma credo sia giusto farlo.
Ieri sera sono stato a Enocratia, “Il Governo del vino” di Milano, Via Sant’Agnese 14. Un posto molto lodato. Lodi comprensibili e in parte meritate: la carta dei vini è ricca, fornita, ben scelta e sufficientemente originale. Con grande attenzione ai vini naturali. Bene.
I ricarichi non sono granché accettabili (9 euro per un bicchiere di Sol passito di Ezio Cerruti paiono una follia), ma a chi ama il vino e vuole un bicchiere buono nel centro di Milano lo consiglio.
Non lo consiglio però a chi vuole anche mangiarci. Non tanto per il cibo, ambizioso e discreto (non eccelso: discreto), ma per i prezzi. Francamente assurdi.
Eravamo in tre: io, Perfect39 e Marina (ex Compagnia del Taglio). Se non vi fidate di me, scrivete a Marina, molto più esperta su prezzi e ricarichi. A fine cena era shockata, e – anche – lei di ristoranti ne prova tanti, oltre a essere nel campo della ristorazione da 20 anni.
L’ambiente, da fuori, promette poco. Dentro migliora.
Si è accolti, se si vuole, con un aperitivo. Abbiamo scelto il Prosecco Coste Piane, che non delude mai. Insieme ti danno una focaccia calda, molto buona (come altri tipi di pane che spuntano durante la cena, servita al piano inferiore oppure a quello superiore).
Come ho scritto anche su TripAdvisor, Enocratia ha un immenso difetto. Da una parte è un posto che ama i vini naturali e “proletari”, le belle storie, le bottiglie (teoricamente) non care e gli outsiders. Questo atteggiamento è confermato dall’apparecchiatura scarna, dai tovaglioli di carta, dal look casual dei proprietari. Nulla di male, anzi: adoro i locali che non se la tirano. Se Enocratia fosse un’osteria informale e semplice, magari anche solo con taglieri e formaggi, sarebbe splendida. E soprattutto coerente. Invece si impone di fare una cucina elaborata, fighetta, contorta, ambiziosa, che non c’entra nulla con l’impostazione del locale.
Lo chef è giovane e bravo, anche se alcuni piatti sono totalmente scentrati mentre altri convincono: meglio i dolci del salato, meglio le verdure e i legumi del pesce.
Quando poi si arriva al conto, la delusione è cocente. Uno dei posti più cari su cui mai mi sia imbattuto. Menu degustazione (una decina di assaggi) a 75 euro (il prezzo lo scopri alla fine, non all’inizio: prima di cominciare ci è stato solo detto “in cucina facciamo noi, okay?“) e vini con prezzi surreali. Anche qui, specifico che il 70/80% dei vini bevuti sono stati scelti dai proprietari, e quando un proprietario sceglie il vino e te lo porge/”impone” come se te lo offrisse, non dico che deve poi regalartelo, ma metterlo a un buon prezzo sì. Oltretutto alcuni vini (gli ultimi 2) sono stati appena assaggiati. Gran parte delle bottiglie bevute avevano prezzi – in un mondo ideale – bassi o comunque non spropositati. Piacevole il Franciacorta Brusato Il Pendio (scelto dal proprietario come se ce lo offrisse), bello il Carat 2006 di Bressan (l’unico da noi scelto durante la cena, servito con un certo ritardo perché non aveva la temperatura di servizio ideale), una conferma il Jakot di Radikon 2005 (bottiglietta da 0.50 che non avevamo ordinato), deludenti il Cirò Aris di Sergio Arcuri 2009 (mai ordinato) e – ancor più – L’artiglio Dosage Zero 2009 di Cinque Campi, pure questo non ordinato e proposto misteriosamente – e masochisticamente – con i dolci. Il Cirò e L’artiglio sono rimasti quasi tutti lì. Alla fine è arrivato anche un ulteriore bicchiere, pure questo non ordinato, ma non l’ho bevuto e non ricordo cosa fosse.
Concludendo: con un menu degustazione di una decina di assaggi (piccoli) e una media di una bottiglia a testa (del valore teorico di 20-25 euro circa), senza caffè e amari o grappe, abbiamo speso cadauno – udite udite – 125,333 Euro a testa. Avete letto bene: 376 euro in tre. Una cifra che accetto – forse – se vado alla Francescana, o da Vissani, ma a quel punto ho un’altra apparecchiatura, un altro menu, un altro servizio. E soprattutto so che spenderò cifre più o meno analoghe (o addirittura superiori): ne sono anzitempo consapevole.
La bottiglia di rosso regalato alla fine – Bonavita Doc Faro 2010 – non può fare “media”.
Se dovessi dare dei voti. Cucina 6+, ambiente 6.5, carta dei vini 9, servizio 6.5, rapporto qualità/prezzo 1.5.
Il proprietario Davide Mingiardi è bravo, lo chef Eugenio Boer di buon talento (ma deve ancora crescere). Sono tutti giovani, appassionati e ambiziosi. L’idea di Enocratia è apprezzabile. Ma nei prezzi non riscontro un minimo di umiltà e/o correttezza. Verrebbe voglia di dire che sono cifre “immorali”, mi limito ad affermare che non hanno alcun senso della misura (anche se abbiamo sbagliato a non chiederli prima, piatto per piatto, bottiglia per bottiglia, bicchiere per bicchiere). E un’altra cosa: quando un cliente entra, è fastidiosissimo sentir dire dalla ragazza (credo moglie del proprietario) all’entrata “Vi diamo un Prosecco che sicuramente non conoscete, non è come quelli che bevete di solito“. Significa sottovalutare i clienti e ritenersi superiori ad essi.
C’è tanto, tanto, tanto da lavorare.
Quando il menu degustazione scenderà a 40/45 euro, il bicchiere di Sol di Cerruti a 4/5 e i ricarichi caleranno della metà (o quasi) rispetto alla situazione attuale, avrà senso tornare ad Enocratia.
Al momento, pur ringraziando lo staff per la gentilezza (rivolta anche ai miei libri) e augurando loro buona fortuna (gli intenti, mi ripeto, sono meritori), non solo non ci tornerò, ma – con dispiacere – non potrò consigliarlo.
Grande, grande, grande delusione.
Peccato.

Bourgogne Rouge 2008 – Domaine Heresztyn

Come prevedevo, il post sul Pipparello 2005 mi ha fatto arrivare scomuniche dai carnivori, robe tipo “Non sai goderti la vita”, “Perché lo fai?”, “Il vino vero è quello rosso”. Seeeh, buonanotte. Oltretutto non mangiare carne è una delle cose di cui più vado fiero nella mia vita, quindi con me è tempo perso.
In ogni caso, a scanso e scanzi di equivoci, i bianchi – fermi e mossi – mi piacevano già molto di più, anche quando (per uno-due anni) interruppi il mio essere vegetariano. Più o meno durante la stesura de Il vino degli altri. E i rossi muscolosi, naturali o meno, li ho abbandonati da tempo. Fa parte della – non solo mia – evoluzione del gusto. Non è né migliore né peggiore delle altre: è la mia.
Non ho però mai detto che non beva più rossi. Figurarsi. Ne bevo. Basta che siano digeribili, semplici ma emozionanti.
Il Pinot Noir rientra nell’identikit.  Ne ho bevuto uno qualche sera fa, importato in Italia da Les Caves de Pyrene.  Si trova sui 25-30 euro al ristorante ed è il rosso “base” di Domaine Heresztyn. L’azienda ha sede a Gevrey-Chambertin, uno di quei posti in cui il vino puoi solo rovinarlo da solo, perché la natura non poteva regalarti più di così.
Annata 2008, Pinot Noir in purezza. Poco meno di 10mila bottiglie prodotte. Altre informazioni qui. L’ho trovato di giusta polpa e splendida beva. Non troppo minerale forse, ma fresco ed equilibrato, con tannini felicemente smussati e una struttura né grassa né troppo magra.
Eravamo in due e la bottiglia è finita con felice agio.
Non il Pinot Noir della vita, ma – se mi perdonate il mezzo ossimoro – ambiziosamente quotidiano.
Bottiglia che vi consiglio.

Grappa e torba?

Ieri e venerdì ho portato Gaber se fosse Gaber a Latisana e Maniago. Amo il Friuli e l’affetto è stato ampiamente ricambiato, con teatri felicemente pieni.
Non ho visitato cantine, limitandomi a provare alcuni vini. Qualche Friulano discreto, la conferma di Franco Terpin (anche la Ribolla Gialla “base”, degustata alla Trattoria Vecchia Maniago, si è rivelata splendida).
A differenza del solito, non ho detto “no” alle grappe. Dopo tanti anni ho riprovato la Storica Nera di Domenis: mi piace ancora. Splendida la Borgoscuro, la più vicina al mio gusto.
Poi mi sono imbattuto in una grappa che i puristi detesteranno. Una grappa torbata, molto torbata. Una novità del mercato. La produce Mangilli, antica distilleria – e da più di 30 anni produttrice di vini – con sede a Flumignano di Talmassons (Udine). In Internet si trova sui 16 euro (bottiglia da 70 cl). Ci è stata offerta dalla proprietaria del Ristorante Al Cacciatore di Maniago.
Nell’etichetta c’è scritto, dichiaratamente, “Torba”. Non ce ne sarebbe bisogno: il sentore della torba è dominante, senz’altro troppo presente – oltre che innaturale – per chi ama la grappa “vera”. Per certi aspetti è come mangiare un piatto di spaghetti alle vongole con dsoi massicce di parmigiano sopra. E so bene che i puristi non amano la torba neanche nei whisky che non possono non averla (tipo Ardbeg).
Eppure, lo confesso, a me è piaciuta. E’ una grappa tamarra, “aromatizzata”, decisamente truzza. Se volete anche turistica, o comunque furbetta. La torba non si lega benissimo al gusto, risultando in qualche modo aliena a ciò che bevi. Ma l’ho bevuta con medio piacere. E credo che la riberrei. Sia perché sono un torba-addicted, sia perché l’azzardo (innegabile) alla fine aveva il suo perché.
Per la cronaca, lo stesso giudizio è stato anche dato da un amico che, a differenza mia, è abbastanza esperto di grappe. E non ama la torba nel whisky.
Non posso arrivare a consigliarvela, ma – questo sì – vi suggerisco di provarla.