Archivio di dicembre 2012

You Are So Fine 2010 – Nana, Vins & Cie

Ieri sera, con Perfect39, ho bevuto uno Chenin Blanc in purezza della Loira. Appellation Vouvray, una delle mie preferite al mondo. Bianchi minerali, freschi, emozionanti e di grande bevibilità, con un ottimo rapporto qualità/prezzo.
Il vino era il You Are So Fine, annata 2010, prezzo in enoteca sui 15 euro. Produttori: Christian Chaussard e Nathalie Gaubicher. Riporto fedelmente dal sito Vini Naturali: “Nel 2002, si stabilirono nel Jasnières / Coteaux-du-Loir, zona nel nord della Touraine: i terreni sono in gran parte argilla e silice su un sottosuolo di calcare e Domaine le Briseau è stato avviato con 4 ettari di vigneti coltivati ​​principalmente a Chenin Blanc e Pineau d’Aunis. Nel 2005, Christian e Nathalie hanno iniziato un piccolo commercio, chiamato Nana, Vins & Cie, per i quali acquistano uva da contadini fidati, raccolta con la loro squadra. Queste uve vengono vinificate allo stesso modo delle uve proprie, al fine di produrre vini totalmente naturali. Nel 2007, l’azienda cresce fino a 11 ettari. Tutto il lavoro nel vigneto viene effettuato secondo i principi della viticoltura biologica (con la certificazione di Qualité France): niente pesticidi, insetticidi e concimi chimici; decotti di ortica ed equiseto vengono spruzzati sulla chioma, il rame viene utilizzato in quantità modesta (meno di 5kg/HA), i vigneti sono arati e l’erba viene lasciata crescere nei filari. Nel 2006, l’azienda ha iniziato la sua conversione ai principi biodinamici“.
You Are So Fine (nomi ed etichette sono particolarmente estrosi) è lo Chenin Blanc base di Nana, Vins & Cie. Fermentazione spontanea ed affinamento in barrique per 12 mesi, filtrazione leggera e 1 gr/hl SO2 all’imbottigliamento. Nel settembre scorso, a neanche 60 anni, Chaussard è morto in un incidente con il trattore. Stava lottando da anni contro il cancro. E’ stata una delle figure più importanti nella storia del vino naturale francese.
You Are So Fine è un vino lento a rivelarsi. E’ un base, ma anche un diesel. Appena aperto, il gusto si rivela un po’ sbicentrato, slegato. Come due binari per nulla paralleli, uno che va da una parte (il naso) e l’altro in direzione quasi opposta (il gusto). La progressione, in bocca, è spiazzante.
Poi, bicchiere dopo bicchiere, ammalia. Se i vinoni concentrati stancano al secondo bicchiere, questo produce un effetto contrario: invoglia a ogni sorso. Vorresti che non finisse mai. Colpisce, come i migliori Chenin Blanc, per mineralità (è quasi salato, e il salato fa bere e ribere ancora) e nerbo acido. Per quanto secco, c’è un lievissimo residuo zuccherino – tipico dei Vouvray come dei Riesling tedeschi – che dona una morbidezza per nulla piaciona. La bevibilità è suprema, la piacevolezza totale. I gusti, un po’ verdi e di frutta gialla, possono vantare una complessità invidiabile per un vino da 15 euro.
Non vedo l’ora di berne un’altra bottiglia.

P.S. La sera successiva ho provato il Kharakter, stessi produttori, stesso vitigno in purezza. Più ambizioso, più caro (sui 25-30 in enoteca). Splendido.

Il magico mondo dei vini

Il tomo non passa inosservato. Milletrecento pagine, 49 euro. E’ l’Annuario dei Migliori Vini Italiani 2013. Esce dal 1993. Lo cura Luca Maroni, profeta del vino piacione e ciccione. Non è l’unica guida che esce a fine anno. Ci sono DuemilaVini dell’Associazione Italiana Sommeliers. La SlowWine. Il Gambero Rosso. L’Espresso. Ognuna ha il suo target. Un tempo, se ricevevi i Tre Bicchieri o i Cinque Grappoli, potevi vendere quel vino a prezzi inauditi: qualcuno lo avrebbe comprato. Meglio ancora se, a benedire il tutto, fosse spuntato un Robert Parker o un James Suckling, demiurghi del vino sempre uguale a se stesso. Oggi molto è cambiato. Per la crisi e perché la Rete ha rivoluzionato la comunicazione. Il blogger, spesso, influenza più del cartaceo tromboneggiante. Consultando siti e guide è possibile evitare fregature. Ogni vino ha la sua caratteristica, ogni azienda la sua impostazione. Ecco un vademecum breve.
Vino Chic
Il Vino-status symbol, lo Swarovski di Enolandia. Molto di moda nei Novanta, ora di meno. Splendido all’esame visivo, profumi ammiccanti al naso, struttura grassottella (gli espertoni direbbero “opulenta”). Più morbido che fresco, tannini smussati. Barrique in evidenza, come attestano i famigerati “sentori di vaniglia”. La patria eletta è Bordeaux, di cui Bolgheri è dépendance italica (Sassicaia, Ornellaia). Vitigni: Merlot (l’uva più conformista del globo), Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. Spesso in uvaggio, di rado in purezza (eccezione di pregio è il Paleo Le Macchiole). Adorato dal Gambero Rosso e Luca Maroni, detestato dagli alternativi. Rigorosamente carissimo.
Vino Fighetto
Simile al precedente, ma con una ancor più dichiarata aspirazione a piacere. Buono al primo sorso, stucchevole al secondo. Se fosse musica, sarebbe un disco commerciale (tipo Justin Bieber). L’esempio più evidente è il Supertuscan, Frankenstein multiforme che unisce più vitigni (di solito per “ingentilire” il Sangiovese). Bello senz’anima, è adorato dal turismo anglosassone. Il Vino Fighetto si annida anche in zone di tradizione antica, come Montalcino e Montepulciano (ma pure Langhe, vedi Gaja). Le eccezioni non mancano. Cercate un Sangiovese autentico? Montevertine. Un Nebbiolo inusuale? La Chiavennasca di Ar.Pe.Pe. Un Barolo tradizionale? Giuseppe “Citrico” Rinaldi. Un Cannonau eterno? Il Perda Rubia.
Vino Perlage
Il perlage è la bollicina (ma dire “bollicina” non è cool). Niente raggiungerà mai i migliori Champagne, eppure i Metodo Classico (gli Champagne italiani, semplificando) sono dignitosi. Soprattutto in Trentino Alto Adige, Oltrepò Pavese, Franciacorta. Di questa ultima zona, nel bresciano, si possono consigliare la fascia alta di Ca’ del Bosco, Cavalleri, Faccoli, Ca’ del Vent. Crescente l’apprezzamento per il Pas Dosè, senza residuo zuccherino. Per gli amanti dello Champagne, risultano meno cari – e più originali – quelli prodotti da piccoli vignerons e non da grandi maisons. Nell’etichetta hanno scritto “RM” e non “NM”. A una Veuve Cliquot preferite un Larmandier-Bernier.
Vino Supermercato
Spesso trattati con snobismo, ma il rapporto qualità/prezzo è fondamentale. E nella Grande Distribuzione Organizzata non ci si imbatte soltanto in Ronco e Tavernello (con rispetto parlando). C’è anche chi, come il boss Oscar Farinetti di Eataly, immette sugli scaffali Esselunga dei Nebbiolo validi. Un appassionato estetizzante non li comprerebbe neanche sotto tortura, ma al 90 percento del consumatore comune piacciono.
Vino Macerativo
Detto anche “orange wine”, è il bianco che macera sulle bucce (come se fosse un rosso). Alla vista appare aranciato e un po’ torbido. Ha profumi da vino passito (se la macerazione è lunga), ma gusto secco e sapido. Non di rado strepitoso, ma inadatto ai novizi. Maestro e guru è Josko Gravner, filosofo dell’anfora. La sua Ribolla Gialla, a Oslavia, è esperienza mistica.
Vino Naturale
Lieviti indigeni, poca solforosa. Zero chimica o quasi. Non necessariamente biodinamici. I produttori sono soliti riunirsi in manifestazioni e associazioni ad hoc. Se facessero politica, sarebbero la sinistra extraparlamentare, i Cinque Stelle o gli Arancioni. Rivoluzionari eretici, in crescita numerica e qualitativa. A volte rischiano il culto della nicchia e l’onanismo dell’alternativismo. Collecapretta in Umbria, Stefano Legnani in Liguria, La Biancara in Veneto. Eccetera.
Vino Glou Glou
Immagine molto in voga in Rete, per indicare un vino quotidiano che non aspira a essere indimenticabile ma che vuol essere anzitutto bevibile. Piacevole. Digeribile (e mai caro). Il Dolcetto d’Alba di Flavio Roddolo. Il Prosecco di Casa Coste Piane. Il Lambrusco Nubilaia di Lombardini. Glou glou.
Vino Kiarostami
Nessuno, a parte Nanni Moretti, è in grado di vedere un film intero di Abbas Kiarostami senza addormentarsi. Tre ore di piani sequenza sui ciliegi non sono esattamente l’idea condivisa di divertimento e bellezza. Se però dici che Kiarostami ti piace, passi subito per cinefilo d’essai. Nel vino è lo stesso. I vitigni Kiarostami sono Riesling (Mosella anzitutto) e Pinot Noir (Borgogna rigorosamente). Nel tortuoso percorso di conoscenza enoica, che di solito comincia con i vini dolci, rappresentano l’ultimo scalino. In Italia non si adattano benissimo. I migliori Riesling e Pinot Nero si scovano in Alto Adige.
Vino buono
Non esiste. Il vino è il regno del soggettivo. Esiste il vino corretto, tecnicamente ben fatto, senza difetti. Il resto è guerra dei gusti personali. C’è chi baratterebbe il suo regno per un Vouvray della Loira e chi ci farebbe al massimo i gargarismi.
Vino Muccino
Stanno al vino come l’eiaculatio precox al sesso. Esattamente come i film di Gabriele (ma volendo pure di Silvio), i Vini Muccino funzionano così: li bevi, sembra che ti piacciono. Poi però, dopo tre secondi, li hai già dimenticati. Come L’ultimo bacio.

Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2012

(Questo articolo, come quello di ieri su MasterChef Italia, è uscito nella versione cartacea de Il Fatto Quotidiano. I lettori dei miei libri sul vino, nonché di questo blog, lo troveranno in buona parte già noto. Ma i lettori del Fatto, di solito, non leggono articoli sul vino, argomento di cui non trattiamo quasi mai).

MasterChef, il Full Metal Jacket alla vaccinara

Mi sento morta: devo fare la besciamella a Barbieri”. Daiana, casalinga 53enne di Follonica, è colma d’angoscia. Si avvicina al banco degli chef come un vitello al patibolo. Si fa il segno della croce, ha gli occhi lucidi e va incontro al martirio. I 18 finalisti della seconda edizione di Master Chef Italia sono tutti così. Terrorizzati dai tre semidei, molto più degli aspiranti manager di fronte al “boss” Flavio Briatore in The Apprentice.
MasterChef ha esordito alla BBC nel 1990. In Italia è arrivato un anno fa, prima a Cielo e ora su SkyUno. La prima puntata raccolse poco più di 100mila spettatori, l’ultima 702mila (2.6% di share). Il programma, furbo e ben fatto, funziona. Stasera la terza puntata (anteprime a parte). A decidere i destini del mondo sono due chef, Bruno Barbieri e Carlo Cracco, e un ristoratore, Joe Bastianich. Dopo di loro, definitivamente, lo chef è assurto a star. Con tanto di groupies, magari da sparare – con buona pace delle femministe – sulla copertina di GQ. Donne nude che tentano (con esiti scarsi) il bel tenebroso Cracco, appena meno espressivo dell’orata che (non) cela le parti intime della modella maliarda.
MasterChef Italia è uno specchio strepitoso del paese. Enfasi a badilate, assenza totale del senso della misura, frasi a caso. Regolamento più astruso di una primaria di centrosinistra (Mystery Box, Invention Test, Pressure Test, all’occorrenza anche uno Scappellamento a destra come tapioca prematurata). E crisi di nervi. Tante. Più pianti che piatti. I partecipanti hanno quasi tutti la tenuta psichica della Sandra Milo che urlava “Cirooo”. Per loro la cucina è tutto. E i tre Chef non paiono meno temibili di Giove Pluvio: “Ci tengo più della mia vita, Cracco ha quegli occhi che ti gelano il sangue”.
Il plot è di tipo militaresco: da una parte i generali, dall’altra le reclute su cui esercitare un nonnismo ostentato. Barbieri è il più didascalico nell’interpretare il Sergente Maggiore Hartman. A volte indossa persino camicie mimetiche, come un Chuck Norris dei fornelli. Il Sergente Bruno cammina dietro i sottoposti e poi, a bruciapelo, grida: “Veloci! Pensate di essere in vacanza? Forzaaaa!”. C’è pure il corrispettivo di “Palla di Lardo”, Ivan, umile e incolpevole commesso siciliano di 35 anni. Lo irridono tutti. Anzitutto Cracco, che non esce mai dal personaggio: tiene le braccia conserte e sfoggia lo sguardo pseudo-duro di un Christopher Lambert dopo una lieve colica renale: “Quanti anni hai? 20? Si vede da come cucini”; “Te l’hanno detto che esiste il sale?”; “Lei non sa nulla del fagiolo zolfino. Vada ad informarsi”. A MasterChef vita e morte sono concetti relativi: la trascendenza – il terzo occhio – è saper tagliare le cipolle alla giuliana. L’unica certezza è che la besciamella non deve avere grumi. Se sbagli roux sei fottuto. Sei fuori. Addio grembiule e sogni di gloria.
Chi ha scelto i finalisti di questa edizione è stato bravo a creare una fauna variegata: c’è il veterinario uguale a Massimo Ciavarro, l’idraulico “stagnaro” che parla come Fassari nei Cesaroni. I sosia di Heidi e Filippo Nigro. L’alter ego di Jim Caviezel in The Passion. Il fratello gemello di Mauro Corona. E il doppelganger di Giorgia Meloni, che parla esattamente come lei e – quel che è peggio – la ricorda pure in simpatia e guittezza strategica. Le scene madri si susseguono, in un parossismo di drammi emotivi. “E’ impiattato male”, rampogna Barbieri (che con quelle camicie, di eleganza e bellezza, non dovrebbe parlare mai); “Aho’, è pasta e fagioli, che je devo fa’?”, piangiucchia l’idraulico (ma fuorionda: ce ne fosse uno che si ribella di persona). Bastianich, il più debole dei tre, per darsi un tono scaglia via il piatto che non ha gradito. Gli astanti, basiti, tremano come soldati al fronte. Cracco, con italiano lento e incerto, recita la parte del Dylan McCay problematico in Beverly Hills. Un pittore di Como, Maurizio, rivela che “questo piatto non l’ho cucinato io ma il mio me negativo”. Se Basaglia passasse di lì, avrebbe forse dei ripensamenti. E poi c’è Regina, studentessa dai poteri divinatori: “C’è chi sussurra ai cavalli. Io lascio che gli ingredienti mi parlino. La prima a farlo è stata la rana pescatrice: mi ha detto lei che dovevo cucinarla così”. Roba che neanche Maccio Capatonda nella parodia de Il sesto senso.
I piatti si susseguono. Il Full Metal Jacket alla vaccinara prosegue. Se la boria fosse una spezia, MasterChef Italia trasuderebbe cumino. Più gli chef infieriscono, più gli allievi si sottomettono, come Benigni e Troisi nella lettera al Santissimo Savonarola (“E noi lì, sotto i suoi piedi, zitti”). In una pausa pubblicitaria ricompare Cracco. Sponsorizza padelle magiche, le stesse che – a conferma della scarsa rivoluzionarietà del popolo italiano – nessuno usa per inseguirlo.
Il cibo è ovunque, alla faccia di crisi e carestie. I superstiti ci si avvicinano trasecolati, come tanti Alice in un paese senza meraviglie. Arrivano le eliminazioni, esondano i pianti. “Sei fuori, ma hai talento. Non abbandonare la cucina”, concede Barbieri. “No, chef, non lo farò. Non vi deluderò, lo prometto”, risponde la ragazzina esclusa, tipo Stallone in Rocky IV quando parlava di pace nel mondo al sosia di Gorbaciov. Singhiozza. I compagni la abbracciano. C’è commozione nell’aria. Vista da dentro sembra un’apocalisse, vista da fuori un’arena senza eroi né gladiatori. Al massimo troppi soffritti.

Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2012 

No Name 2008 – Borgogno

Il No Name è il Barolo-non Barolo dell’azienda Giacomo Borgogno e figli. Si chiama così come “etichetta di protesta”, per rimarcare l’eccessiva burocrazia della legge italiana.
Nasce da vigneti di pregio, a Cannubi, Fossati e San Pietro delle Viole, sempre nel comune di Barolo.
Non essendo registrato come Docg, è “solo” un Nebbiolo. Questo fa sì che il prezzo scenda considerevolmente (in rete attorno ai 22 euro). Non ha però molto da invidiare a un Barolo riuscito.
L’annata che ho bevuto io è la 2008.
E’ un Nebbiolo che affina tre anni “in botti più piccole“. Non è tradizionale nel senso ortodosso e l’etichetta può essere anche letta come provocazione a fini commerciali: una maniera scaltra, e lecita, per creare la notizia. Oltretutto dietro questo vino c’è anche Oscar Farinetti, proprietario di Eataly, personaggio amato e odiato: i detrattori della bottiglia (che si trova anche all’Esselunga) non mancheranno.
Al netto delle implicazioni ideologiche, l’ho trovato un rosso piacevolissimo. Di bella morbidezza, coi tannini giusti, sufficientemente fresco e sapido. Bevibilità impeccabile.
Non è paragonabile ai grandissimi Barolo, ma costa molto – molto – meno dei grandissimi Barolo.
Piacevole sorpresa.

Elda 2009 – Nusserhof

Il post di Natale lo dedico a questo piacevole vino da tavola. Centro di Bolzano, azienda Nusserhof di Heinrich e Elda Mayr.
Elda è anche il nome di questo vino. Schiava gentile in purezza. “Declassato” a vino da tavola. L’annata non c’è, soltanto il lotto (2009).
Azienda biologica, famosa anzitutto per la bevibilità dei Lagrein (solitamente un po’ cicciuti), associata a Bioland nel 1994. Uno dei vini a cui Mayr tiene di più (altrimenti non lo dedicava alla moglie, presumo).
L’ho provato due sere fa alla Taverna Pane e Vino di Cortona. Avevo chiesto un vino bevibile: anzitutto bevibile.
Arnaldo ha proposto una rosa di quattro nomi. Con il mio amico abbiamo scelto questo. Elda – bevuto con un assaggio di formaggi – ha risposto alle aspettative.
Il costo al ristorante è attorno ai 15 euro. Ne vale di più. E’ snello, piacevole, mai ingombrante, abbastanza lungo. Alcolicità contenuta. Da alcuni accostato a certi Syrah del Rodano Settentrionale (forse al gusto: come densità e struttura, proprio no).
Il suo pregio maggiore è la bevibilità. Non eccelle al naso, tutto sommato semplice (fruttato, con un che di oliva), ma il vino quotidiano – e onesto, e schietto – così deve essere.
Dell’azienda ho sentito parlare soltanto bene.
Quando avete voglia di un rosso non impegnativo, ma educatamente appagante, consiglio.

Il Tempo Ritrovato 2010 – Podere Veneri Vecchio

Una delle molte cose belle della Taverna Pane e Vino di Cortona è che scopri sempre nuovi vini. Li scova Arnaldo Rossi, anche artefice del rosso Dodo (Sangiovese in purezza appartenente a VinNatur), in giro per fiere e raduni.
Questo bianco beneventano l’ho provato ieri sera con un amico. Arnaldo l’ha scoperto a Orvieto, durante il recente Vini di vignaioli. Si chiama Il Tempo Ritrovato. E’ un Igt.
L’azienda è Podere Veneri Vecchio (Castelvenere, Benevento). Produce vini naturali, fa parte da due anni di VinNatur.
Il Tempo Ritrovato, annata 2010, sui 16-18 euro al ristorante, è un blend di due vitigni autoctoni beneventani. Il Grieco, da non confondere con il Greco di Tufo, e il Cerreto, simile alla Malvasia di Candia (per alcuni identico).
E’ un orange wine, anche se la macerazione – evidente al colore – è contenuta. Mi è piaciuto molto. Colpisce in particolare al naso, con evidenti note di origano e spezie, che lasciano via via spazio – anche per retrolfazione – alla pesca. I profumi sono molto dinamici, è un vino che cambia aspetto più volte – e si evolve – con il passare dei minuti (tabacco, noce). Anche in bocca, dove un po’ “scalcia” e per qualcuno non apparirà elegantissimo. In effetti la progressione è un po’ ruspante: però è un bianco fresco, decisamente sapido, i tannini appena percettibili e la bevibilità splendida.
Non ha difetti, anche se la personalità si rivela decisamente spiccata (per alcuni forse troppo).
Vino naturale glou glou, dal bel rapporto qualità prezzo, non indimenticabile ma originale e riuscito – senz’altro – sì.
Lo consiglio.

Bagnadore Riserva 2004 – Barone Pizzini

Ieri sera, con alcuni amici, ho bevuto una magnum di Franciacorta Pas Dosè Bagnadore, Riserva 2004. Azienda Barone Pizzini. Prodotto ambizioso, in rete la bottiglia da 0.75 si trova attorno ai 28 euro (con offerte a 22).
Nel 1998 Barone Pizzini ha iniziato la conversione in biologico. Nel 2001 è stata la prima azienda a produrre Franciacorta da viticoltura biologica. Una recensione del vino la trovate qui.
Il Bagnadore è un millesimato con 50 percento Pinot Nero e 50 Chardonnay. Uve vendemmiate separatamente, vinificate in parte in barriques e in parte in vasche di acciaio. Maturazione di 6 mesi, poi assemblaggio. Affinamento sui lieviti di 48 mesi.
Il vino mi è stato spedito, senza che lo chiedessi, dall’azienda. Me lo ha fatto recapitare alla redazione del Fatto Quotidiano. Li ringrazio.
E’ un buon Pas Dosè. I limiti che gli riscontro sono una personalità non spiccatissima e bollicine fitte, sì, ma “croccanti” e un po’ troppo gassose. Per il resto, ha bella bevibilità, profumi di spezie, miele (scuro) e lieviti; discrete acidità e mineralità. La persistenza è significativa. Al gusto ho trovato preponderante il Pinot Nero, con lo Chardonnay a “inseguire” per donare equilibrio e verticalità (mi si perdoni l’eloquio da Gusto Tg5: ogni tanto mi viene). Il rapporto qualità/prezzo è positivo.
Concludendo: non lo metto nel discutibilissimo Olimpo dei miei Franciacorta preferiti, che peraltro chi viene spesso qui conosce quasi a memoria, ma tra i Metodo Classico italiani riusciti – e dunque da provare – sì.

Riesling Trocken 2007 – Dr. Pauly-Bergweiler

A dispetto di quello che si legge, e a volte tocca pure scrivere, a Milano è possibile mangiare bene e bere discretamente – senza con questo fare un leasing.
Un posto che mi piace molto è Ex Mauri, storica osteria slowfood nel quartiere Isola. Scoperta grazie a un collega del Fatto Quotidiano, Gianni Barbacetto, che la vita sa godersela.
Qualche sera fa, con Perfect39, ho provato un Riesling della Mosella. L’azienda è Dr. Pauly-Bergweiler. Ho provato il Riesling versione secca (Trocken). Annata 2007. Prezzo sui 24 euro.
Il Riesling è notoriamente l’ultimo approdo dei bianchisti: il vino-perfezione, minerale e verticale. Nella Mosella dà il meglio. Occorre però aspettarlo a lungo, perché nei primi anni non ha poi così tanto di straordinario. Può quasi essere scambiato per un bianco qualsiasi. La vita dei Riesling (lo racconto ne Il vino degli altri) è conosciuta: all’inizio è un piacevole aperitivo, poi per 3-4 anni si siede come in letargo, quindi – a partire dal sesto/settimo anno – comincia la sua affascinante e pressoché interminabile evoluzione. Ovviamente sto semplificando, ma neanche poi tanto.
Il nostro Riesling era annata 2007. Bevendolo ho avuto la sensazione che si stesse svegliando proprio in quei mesi. Dovevamo aspettarlo ancora un po’. Per quanto secco, un lieve residuo zuccherino c’era (tipico dei Riesling tedeschi). Inizialmente un po’ slegato e confuso (come chi è stato svegliato di soprassalto), ha poi convinto per sapidità, eleganza e bevibilità. Profumi non ancora complessi, in divenire, ma mediamente intensi e gradevoli. Equilibrato, abbastanza lungo.
Non meno del Pinot Noir, il Riesling tedesco può essere tutto e niente. Non è mai facile sceglierli. Il Riesling di Dr. Pauly-Bergweiler è parso promettente e dotato. Quando lo abbiamo bevuto noi era da 6+, tra qualche anno credo meriterà un 7 abbondante.

Renosu Rosso (2009) – Tenute Dettori

Ah, che gran bel rosso. Incontrato martedì sera, alla Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino. Eravamo in quattro e ci è piaciuto così tanto che ne abbiamo bevute due bottiglie.
E’ il Renosu Rosso di Tenute Dettori. Igt Romangia, la zona di Sardegna di fronte all’isola dell’Asinara. Terreni vocati, sabbioso-calcarei. L’annata non è dichiarata, ed è l’unico difetto che ho riscontrato in un vino dall’ottimo rapporto qualità/prezzo (sui 10-14 euro in enoteca). Credo comunque che la nostra annata fosse la 2009. “Tutte le uve ed i vini che non passano la nostra dura selezione sono utilizzati per produrre il Renosu”, informa l’azienda nel sito ufficiale. Il Renosu è quindi vino-base, all’interno del quale possono confluire anche uve da annate diverse (ecco perché non viene dichiarata in etichetta).
E’ un Cannonau, ma non in purezza. C’è una piccola percentuale di Monica e Pascale. Distribuito da Triple A, biologico. Bassa presenza di solforosa, niente chiarifiche e filtrazioni, solo lieviti indigeni. Macerazione dai tre ai dieci giorni, affinamento in piccole vasche di cemento per due-tre anni. Poi bottiglia. Niente legno.
Pur essendo secco, ha comunque un lieve – ma percettibile – residuo zuccherino, che dona al vino una spiccata morbidezza, mitigata dalla buona acidità e grande mineralità.
Il Renosu Rosso (esiste anche Bianco) è espressione pienamente riuscita di vino naturale: polposo, con naso di prugna, liquirizia, nocciola e lieve agrumatura finale. Bel corpo, alcolicità notevole (14.5%) ma grande bevibilità. Tannini gentili, equilibrio spostato sulla morbidezza – senza però avere nulla di piacione.
Vino davvero splendido. Evidentemente ho un debole per i rossi sardi: mi aveva molto emozionato anche il Però Tankadeddu di Panevino.

Convivialità

Sabato scorso ho presentato per la prima volta il Decalogo del buon bevitore. A Cavallermaggiore. E’ stata una esperienza divertente, una recensione/intervista la trovate qui.
Molti mi stanno chiedendo di replicarlo. Vi ringrazio, ma al momento ho troppe date di Gaber se fosse Gaber e Le cattive strade, oltre ad altri progetti. Il Decalogo enoico, al momento, lo rifarò quando mi andrà e ci saranno le condizioni giuste. Voi, comunque, chiedete informazioni sui miei profili pubblici Twitter e Facebook. Ho in mente alcuni accorgimenti e la seconda data sarà – come sempre – superiore alla prima.
Viaggiare molto significa (anche) incontrare tante persone. Il momento più bello, assieme allo spettacolo, è la cena. E la cena è convivialità. E’ sapere stare insieme.
In questi anni dovrei ringraziare tante persone. Troppe (per fortuna). Scelgo, a nome di tutti, Luciana e Dario. Una meravigliosa coppia di amici di Ezio Cerruti, che ci ha ospitati nella loro casa sabato sera dopo il Decalogo. Persone vitali, allegre, che sanno godersi la vita e hanno un concetto laicamente sacro di ospitalità e solidarietà.
Grazie, grazie, grazie. Per il cibo, il vino, i sorrisi.
Essendo questo – soprattutto – un blog enologico, segnalo i vini che abbiamo bevuto. Tutti portati da Cerruti (sant’uomo). Una conferma lo Champagne Deville. Buono ma non indimenticabile il Riesling (in purezza) di Nicoletta Bocca. Discreto il Pinot Nero di Fabrizio Iuli. Alla fine la bottiglia che mi ha convinto di più è l’azzardo (per ora ufficioso) di Cerruti. Un Moscato secco, strepitoso per freschezza e in grado di dissimulare un’alcolicità non proprio contenuta. Fossi in Ezio, lo metterei in commercio. A quell’uomo, ogni bottiglia che fa, viene bene. Si chiama talento.

P.S. Il precedente – e per me doloroso – post è stato il più visitato da quando questo blog è nato. Grazie.