Archivio di novembre 2012

Tre Champagne (a San Marino)

Giovedì scorso, dopo la seconda data del mio secondo spettacolo teatrale Le cattive strade (dedicato a Fabrizio De André), sono tornato a mangiare – e bere – a Tannino. Enoteca con cucina nel centro di San Marino.
Mi era piaciuta la prima volta, mi è piaciuta la seconda.
Per accompagnare una splendida raclette con patate e verdure, abbiamo bevuto tre Champagne. Tutti più o meno naturali. Li ha consigliati il proprietario. Con me c’erano Giulio Casale, co-autore e co-interprete de Le cattive strade; Simone Rota della Fondazione Gaber; e alcuni amici.
Champagne Francis Boulard “Les Murgiers” Brut Nature. Una riserva Blanc de Noirs. 70 percento Pinot Meunier, 30 Pinot Noir. Molto appagante (anche se altri lo hanno trovato troppo acido). Fresco, minerale, profumi non troppo ricchi ma gran beva. Discreta “drittezza” (per essere un Blanc des Noirs), giusta struttura. E buona eleganza. Pas Dosè senza controindicazioni, pienamente riuscito.
Champagne Chapuy Tradition Brut Rosé. Avevo già provato Chapuy proprio da Tannino, nel marzo scorso. Meglio il Brut bianco che Rosè, ma Chapuy si conferma azienda dall’ottimo rapporto qualità/prezzo.
Champagne André Beaufort Rosé Brut Millesime 2003. L’azienda è mitica. Ne Il vino degli altri ne parlo a lungo. Gli Champagne di Beaufort hanno grande longevità. Questo Rosè 2003, però, era stanco. Sbilanciato, poco elegante. Difettato no, ma senz’altro sofferente. O ha non ha retto il tempo, o ha subito qualche botta di calore negli anni.

Ribolla Gialla 2006 – Franco Terpin

Ho conosciuto Franco Terpin un anno e mezzo fa, a Feltre, durante una presentazione de Il vino degli altri. C’era anche Angiolino Maule.
Qualche giorno fa ho ordinato alcuni vini distribuiti da Arkè (famiglia Maule). Uno di questi era la Ribolla Gialla, annata 2006, di Terpin. In enoteca la trovate poco sopra i 20, al ristorante (se onesto) sui 25-30.
E’ un orange wine, e non potrebbe essere diversamente. Il luogo dei vigneti è San Floriano del Collio, Gorizia. Due passi dalla Oslavia di Gravner. E anche a Gravner occorre (un po’) pensare per inquadrare questo vino.
Terpin è un omone coerente e forte. Suo padre gli donò i vigneti per togliergli dalla testa l’idea di fare il camionista (per altre notizie, clicca qui oppure qui). E’ un naturalista, fa parte di VinNatur e la sua produzione eccelle – ovviamente – nei bianchi. Il Friulano (Jakot), il Pinot Grigio, lo Chardonnay. E la Ribolla Gialla. Sempre macerati sulle bucce, di solito per una settimana-dieci giorni.
Ho scelto di provare la Ribolla Gialla perché è il vitigno che più racconta quelle terre sofferte e splendidamente strazianti. Molto più del Friulano, a mio avviso.
A conferma che “Doc” e “Docg” contano relativamente, questo vino è ora soltanto un Igt delle Venezie. Per scelta del produttore. L’ho bevuto qualche sera fa e l’ho trovato splendida. Orange wine non estremo, né particolarmente difficile (ma ambizioso sì). Tredici gradi alcolici. Bel giallo dorato, al naso frutta gialla disidratata e miele. Spezie. In bocca – come direbbero gli esperti – è “materico”. Di carattere e struttura quasi ingombranti. Tannini spiccati. Nobilitato oltremodo da acidità e sapidità felicemente in evidenza. Buona progressione, bella persistenza.
Non è un vino economico, non è un vino caro. E’ una Ribolla da bere e bere ancora. Sono di parte (relativamente al vitigno), ma voi fidatevi.

Rugoli 2011 – Davide Spillare

Ieri e venerdì ho bevuto i due bianchi fermi prodotto da Davide Spillare, naturalista di Gambellara (Vicenza). Lo stesso paese di Angiolino Maule, lo stesso vitigno principe (Garganega). Non a caso i vini di Spillare sono distribuiti da Arkè, sempre curata dalla famiglia Maule.
Di Spillare, giovane produttore che aderisce al Movimento VinNatur, ho provato il Rugoli e il Rugoli Vecchie Vigne. Entrambi Garganega 90 percento e Trebbiano 10 percento. Annata 2011 (giovani, troppo giovani: lo so). Il base si trova – al ristorante – attorno ai 12 euro, il Vecchie Vigne sui 22. Più o meno i prezzi di Sassaia e Pico de La Biancara, a cui per certi versi si possono paragonare.
Due ettari vitati, nessun intervento chimico in cantina, niente filtrazioni (e infatti un po’ di fondo, nel Vecchie Vigne, c’era). L’azienda si definisce a regime biodinamico ragionato (ovvero: biodinamico sì, pratiche magiche no).
I Rugoli sono degli orange wines, anche se la macerazione è di sole 18 ore. Il colore è uno splendido giallo dorato.
Dalle recensioni che ho trovato in rete, ad esempio questa, ho appurato che i primi vini di Spillare non erano pulitissimi al naso. Per quanto mi riguarda, nel Rugoli Vecchie Vigne ho avvertito una lieve sensazione di ridotto, che è però svanita subito e non ha inficiato la beva.
La caratteristica di Spillare è inseguire il modello ossidativo dei bianchi dello Jura. Ho scritto più volte di non amare quella tecnica, che ha radici storiche profonde e molti estimatori. Era lecito, quindi, essere scettici. Invece Spillare è bravo a dosare questo effetto ossidativo, che è lieve (si sente di più nel Vecchie Vigne) e dona ulteriore eleganza ai suoi bianchi.
Entrambe le Garganega virano su note di noce e vinacce. Rispetto ai vini di Maule avverto un passo indietro sul fronte della bevibilità e meno polpa, ma anche maggiore eleganza. Piacevole ma un po’ corto il Rugoli base, ambizioso – con motivo – il Vecchie Vigne. Sono vini da provare, che consiglio anche come vini di avvicinamento al mondo naturalista, perché – al di là del fondo presente in alcune bottiglie – sono puliti, accattivanti anche all’esame visivo, dritti (più acidi che minerali) e riusciti.

Matassa Blanc 2008

Da non poco tempo Arnaldo Rossi, proprietario della Taverna Pane e Vinodi Cortona, mi consiglia un bianco della zona di Roussillon, sud della Francia. In Italia è importato da Les Caves de Pyrène, molto attenta all’enologia transalpina “diversa” (vedi qui oppure qui). Al ristorante si trova sui 42 euro.
L’ho provato ieri sera.
Settanta percento Grenache Gris, trenta percento Macabeo. Vecchie vigne riconvertite alla biodinamica. Due vignerons neozelandesi. Il luogo esatto è Calce. Denominazione esatta: Vin de Pays des Côtes Catalanes.
E’ un vino di cui colpiscono anzitutto due cose: mineralità e dinamismo. Entrambe straordinarie. Bianco di grande persistenza, che si distende in bocca con progressione invidiabile. Note di spezie e pietra focaia, entrata in bocca fruttata, poi la dirompente sapidità. Persistenza spiccata. Chiusura elegante, di nuovo su pietra focaia e toni speziati.

Il Matassa, che ha molti estimatori tra i naturalisti, non è un vino da tutti i giorni. In termini di bevibilità, ne ho incontrati di migliori. Ammalia al primo bicchiere, entusiasma al secondo, comincia (un po’) a stancare dal terzo. Siamo comunque dalle parti dell’eccellenza. Provatelo.