Archivio di novembre 2012

Pipparello 2005 – Paolo Bea

Ieri sera, con alcuni amici, ho bevuto un vino che avevo da più di due anni. Il Pipparello 2005 dell’Azienda Agricola Paolo Bea, ora gestita dal figlio Giampiero, voce narrante di uno dei capitoli de Il vino degli altri.
Quando visitai l’azienda, fu uno dei rossi che più mi colpì. Il Pipparello è un Montefalco Rosso Riserva Doc, 8500 bottiglie prodotte ogni anno. Vino importante anche nel prezzo, in rete si trova a 70 euro (qui) e in ogni caso temo sia arduo reperirlo sotto i 50-60 al ristorante (ma qui la 2006 si trova a 32). E’ un blend: Sangiovese 60%, Montepulciano 25% e Sagrantino 15%.
Nonostante i due traslochi subiti, l’ho trovato in ottima ferma. E’ stato bevuto al termine della serata, a cena quasi finita, praticamente come “vino da meditazione” (definizione che ho sempre trovato ridicola: si medita recitando i mantra, non bevendo vino).
E’ ormai noto che io beva quasi solo vini bianchi. L’apertura del rosso è stata una concessione agli amici.
Il Pipparello è un rosso molto impegnativo, e non solo per la discreta percentuale di Sagrantino di Montefalco, notoriamente tannico e carico. La macerazione sulle bucce, qui, è addirittura di 42 giorni. Poi maturazione di 12 mesi in acciaio, seguita da 24 mesi in grandi botti di rovere. Dopo l’imbottigliamento, ulteriore affinamento di 12 mesi in cantina prima della commercializzazione. Una buona recensione la trovate qui.
E’ un gran rosso, nessun dubbio. Qualsiasi perplessità legata alla lavorazione naturale – Bea è uno dei leader di ViniVeri – è prontamente fugata. Non solo non ha difetti, ma a 7 anni dalla vendemmia colpiva per l’acidità (tipica del Sangiovese), l’allungo e la discreta mineralità. Aveva ancora molta vita davanti.
Ovviamente non è un vino facile da bere. Di colore quasi impenetrabile, fitto e denso, oltremodo materico. Struttura decisamente opulenta, e considerati vitigni e lavorazione non poteva essere altrimenti. Un po’ rustico, chiaramente tannico, dotato però di una sua complicata eleganza. Avendolo bevuto quasi senza cibo, le “difficoltà” nel berlo sono emerse. Ma non su tutti: su di me.
Cosa ne consegue? Che non sono più adatto a certi vini. Lo sapevo, e me la sono andata felicemente a cercare, ma ne ho avuta conferma. Al di là del mio poco amore per il Sangiovese, che mai mi ha rapito fino in fondo e mai lo farà (fatti saldi alcuni casi, su tutti Montevertine), il punto è che io non riesco quasi più a bere vini che non abbiano come prima caratteristica la “drittezza”.
Se penso a rossi che bevo con piacere, ormai, o dico Pinot Nero, o dico certi Nebbiolo iperclassici e longevi, o certi vini dell’Etna, o – per contrasto – rossi quotidiani come Lambrusco e Gutturnio (frizzante). Un po’ è l’evoluzione del gusto, un po’ la soggettività del palato, un po’ che sono vegetariano. E un po’ che, ormai, alla digeribilità e bevibilità do un’importanza primaria.
Concludendo: il Pipparello è un gran bel rosso. Forse è un po’ caro, ma merita. Molto semplicemente, io non sono più adatto a lui (e viceversa).

Brut Pas Operé – Ca’ del Vent

Ieri sera ho finalmente provato il Franciacorta Pas Operé Ca’ del Vent, uno dei Metodo Classico naturali di cui più ho sentito parlare.
Al ristorante si trova attorno ai 30-35 euro, in enoteca sui 25 (euro più, euro meno). E’ distribuita da Arkè.
Dalla scorsa stagione, l’azienda Ca’ del Vent è passata da vini un po’ morbidoni a prodotti maggiormente “dritti” e conseguentemente ambiziosi. I vigneti sono a Campiani di Cellatica (Brescia). Il sito aziendale spiega con dovizia il loro concetto di vino naturale, biologico e biodinamico. La produzione spumantistica è illustrata qui .
Il Pas Operé (Brut) non va confuso con il Pas Dosé. Per Pas Operé va inteso il vino spumante che, al momento del rabbocco dopo la sosta sui lieviti, non riceve l’aggiunta dello sciroppo di dosaggio ma – in questo caso – lo stesso vino. Quindi niente zuccheri, vini diversi o distillati, aggiunti attraverso (legittime) ricette magiche come si suole fare per la stragrande maggior parte dei Brut, ma unicamente vino identico a quello che già c’era nella bottiglia (il cosiddetto “vino di origine”).
Il Pas Operé in oggetto non è un Pas Dosé perché il residuo zuccherino – nonostante l’assenza di sciroppo di dosaggio – è comunque percettibile e rientrante quindi nel range dei vini Brut.
Altra caratteristica di Ca’ del Vent è che ogni spumante è millesimato. Nel mio caso l’annata era una 2008, affinata sui lieviti per 20 mesi dopo 3 mesi di vinificazione in barrique e altri tre in vasche di acciaio. Ottantacinque percento Chardonnay, 15 Pinot Nero.
E’ un Franciacorta riuscito, elegante, di bella beva. Molto invitante all’esame visivo, perlage fine e fitto, profumi semplici – non è un difetto – di crosta di pane e frutti bianchi. Per certi versi mi ha ricordato Il Contestatore del Pendio (che avevo recensito qui). Freschezza spiccata e sufficiente mineralità. Struttura snella, non particolarmente lungo. Perfetto come aperitivo, dignitoso come compagno di pasto (pesce non elaborato, fritti di verdure: cose così).
Rimanendo più o meno sulla stessa fascia di prezzo, lo ritengo meno complesso dei migliori Cavalleri o Faccoli (anche se in entrambi i casi penso ai Pas Dosè, tipologie quindi diverse), ma è un Franciacorta da provare. Personalmente, lo rifarò quanto prima.

Margò Rosso 2010 – Cantina Margò

E’ da un po’ che non parlo di vini rossi, semplicemente perché non ne bevo quasi mai.
Qualche sera fa ne ho aperto uno, dichiaratamente non ambizioso. Il Rosso Margò 2010 di Cantina Margò.
Quando ho conosciuto Carlo Tabarrini, due anni e mezzo fa a Perugia, muoveva i primi passi come vigneron e non faceva parte di VinNatur. Spero di avere contribuito anch’io a stimolarlo e avvicinarlo a un mondo che comunque già meritava agli esordi. E’ una delle (piccole) aziende più affascinanti dell’Umbria.
Tabarrini eccelle nei bianchi, mediamente macerati. Sui rossi ha varato la serie “Fiero”, destinata all’invecchiamento e ai palati duri-e-puri (ho bevuto l’annata 2009: discreta).
Il Margò Rosso è l’entry level, il suo rosso più facile, naturalista ma non troppo, Sangiovese in purezza.
Lui stesso è il primo a parlarne con affetto, sì, ma quasi a dire: “Dai, assaggia gli altri miei vini. Non questo“.
Ho bevuto il Margò Rosso, annata 2010, giovedì scorso. Semplice, bevibile, digeribile. Un compagno di pasto discreto e impeccabile. Rosso glou glou, economico (8 euro nel sito aziendale), pienamente riuscito e senza difetti.
Consigliato.

Arena 2010 – Agnès & René Mosse

Fidatevi: questo è un vino che va provato. Importato in Italia da Les Caves de Pyrene, l’ho acquistato nella spedizione cumulativa di qualche mese fa. Non conoscevo l’azienda, ma ovviamente la zona di produzione sì. Ovvero Savennières, patria dello Chenin Blanc più ambizioso e longevo (dalle parti di Nicolas Joly). Adoro lo Chenin Blanc, anche se forse preferisco la variante ancora più bevibile (e spesso meno ambiziosa) di Vouvray, e non potevo non provare questo vino. Credo che in enoteca si trovi sui 30-35 euro, sui 40-45 al ristorante (ma posso sbagliare).
Di notizie su Agnès e René Mosse se ne trovano poche. Un buon link è qui, su The Wine Doctor. La coppia aveva un’enoteca di successo a Tours. Rapidamente si è avvicinata ai vini naturali. Ha acquistati (con dei soci belgi) 16 ettari nella Loira, la maggior parte dei quali (12.8) dedicati alla produzione di vino. Dopo avere studiato viticoltura ed enologia ad Amboise, hanno avuto come mentore Hubert de Montille in Borgogna. Nel 1999 sono tornati in Loira, legando con altri vignerons naturalisti.
Il vitigno più coltivato dall’azienda è lo Chenin Blanc, seguito da Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon; poi piccole quote di Gamay, Grolleau e Chardonnay. L’Arena, il vino che ho bevuto ieri sera con Perfect39, è l’unico con appellation Savennières. Per il resto l’appellation più usata, anche nella variante rosè, è quella di Anjou.
Credo che l’Arena sia uno dei loro vini più ambiziosi. Forse il più ambizioso. Chenin Blanc in purezza, da vigneti particolarmente vocati. Neanche mezzo ettaro, vicino al Moulin de Beaupréau. Terreni sabbiosi e scistosi. Prodotto soltanto dal 2007.
E’ semplicemente delizioso.
Felicemente non ossidato (che palle questa fissazione francese, arrivata anche da noi), mi ha colpito per acidità e mineralità. L’annata, buona, è la 2010. Quindi vino giovane. Troppo giovane (ha grandi potenzialità evolutive). L’età imberbe ha danneggiato la ricchezza olfattiva, limitata per ora a note di frutti e fiori bianchi un po’ acerbi: non complesso, quindi, ma intenso e – ancor più – piacevole. Visivamente splendido, di un giallo quasi dorato assai vivido, è in bocca che ammalia. Giusta struttura, né troppa né poca. Citrino come i migliori Priè Blanc, con un’acidità nevrile (adoro questa parola) che cede il passo a una sapidità oltremodo invitante.
Mi piacerebbe bere un’annata lontana, per avere conferma sulla sua durevolezza nel tempo. Dinamico, buona progressione e persistenza. Bevibilità innegabile.
Uno dei migliori vini francesi importati da Les Cave de Pyrene.

Decalogo del buon bevitore

Ritenendo di non avere ancora abbastanza impegni, dopo gli articoli, la tivù e due spettacoli teatrali (Gaber se fosse Gaber e Le cattive strade), ho deciso  di creare un monologo breve (50 minuti circa) sul vino. Lo vedrete a Cavallermaggiore, all’interno della XIX Edizione della Mostra del Libro. Sabato 8 dicembre, ore 21. Si intitola Decalogo del buon bevitore – Monologo semiserio sul vino da bere e da meditare.
Un excursus ironico, sulla falsariga dei miei due libri enoici, su come e cosa bere. Senza mai prendersi sul serio.
Non è destinato a divenire un tour teatrale, ma qua e là è verosimile che lo riproponga. Non occorre molto: un tavolino, una sedia, due bicchieri, due vini (bianco e rosso). E un microfono con archetto.
Ovviamente, essendo una pièce scritta e interpretata, necessita di un budget. Per informazioni potete scrivere qui o sui miei profili pubblici Facebook e Twitter.
La locandina della rassegna (Energie creative – Letture sostenibili) è questa. Tra gli ospiti, Lilli Gruber e Luca Mercalli. Qui il programma.

P.S. Agli amici di Langa. Il 24 gennaio porterò Gaber se fosse Gaber ad Alba. Una data fortemene voluta dal grande fotografo Guido Harari. Chi non viene è astemio.

Grand Cru Prestige Brut – Jean Vesselle

Martedì scorso, alla Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino, ho bevuto uno Champagne.
Era il Grand Cru Prestige di Jean Vesselle. La zona è Bouzy, patria – con Ambonnay – dei migliori Pinot Noir della Champagne.
Io preferisco i Blanc de Blancs, ma il Prestige è uno Champagne riuscito. Un po’ nervoso, buona struttura, elegante e boschivo (parola che mi è sempre piaciuta per descrivere gli Champagne a base Pinot Noir: “boschivo”).
Centoventimila bottiglie prodotte. Delphine Vesselle, figlia dello scomparso Jean, è cresciuta enologicamente nella Champagne e poi in Sudafrica, Australia e Giappone.
La bottiglia più ambiziosa dei Vesselle è Le Petite Clos, 100 percento Pinot Noir. La Prestige Brut è 90 percento Pinot Noir e 10 Champagne. Classificazione Grand Cru, ovviamente.
Il prezzo – da amico – è stato di 32 euro al ristorante. Di solito si aggira sui 35-40 (se vi va bene).
Ha un finale lievemente americante, bella bevibilità. Bollicine persistenti e fini. Buona persistenza, discreto allungo.
Da provare.

Lambrusco Nubilaia – Lombardini

Non bevo quasi mai vini a pranzo. Perfect39, oggi, voleva “un bicchiere di un vinellino”.
Avevo da tempo una bottiglia di Lambrusco Nubilaia in frigo (il Lambrusco si beve freddo, altro che “temperatura di servizio da rosso impegnativo“). L’ho aperto, con l’idea che ne avremmo bevuto al massimo un bicchiere a testa.
Con nostro grande piacere, il vino è finito. Peraltro in breve tempo.
Il Nubilaia è il vino di punta delle Cantine Lombardini a Novellara (Reggio Emilia). Un Lambrusco Reggiano Secco. Di Lombardini, e in particolare del Campanone, parlavo con affetto in Elogio dell’invecchiamento. Più di cinque anni fa. Al tempo il Nubilaia non veniva prodotto.
Lambrusco Marani, Lambrusco Salamino, Lambrusco Montericco, Lambrusco Maestri. Classico Lambrisco reggiano, quindi. Molto rosso e molto carico al colore. Bella spuma, equilibrio spostato sulla morbidezza, una nobiltà meno spiccata che nei Sorbara di Modena più ambiziosi.
L’alcol è contenuto (11 gradi). Il prezzo accessibile. Non lo avevo mai bevuto prima.
I naturalisti - e di Lambrusco “naturali” davvero ben fatti ne conosco pochi – lo troveranno troppo “normale”. I fanatici del rosso “vero” lo reputeranno un vinello e poco più. Io, bevendolo, ho avuto la conferma che il Lambrusco, quando ben fatto, è uno dei vini italiani dal migliore rapporto qualità/prezzo. Che sia modenese, reggiano, mantovano o parmense.  Bevibile, semplice, gioioso.
Provatelo.

Garganega sui lieviti – Giovanni Menti

Questo vino mi è stato consigliato prima e venduto poi da Arnaldo Rossi, proprietario della Taverna Pane e Vino di Cortona e vigneron del sangiovese Dodo (iscritto a VinNatur).
E’ la Garganega sui lieviti di Giovanni Menti, annata 2011. Un vino frizzante molto economico, che al ristorante si trova poco sotto i 10 euro e in enoteca poco sopra i 5.
Garganega in purezza, 13mila bottiglie prodotte. Prima fermentazione con lieviti spontanei, aggiunta di mosto di Recioto di Gambellara (garganega passita) per far partire la seconda fermentazione. Nessuna presenza di solfiti.
La zona è Gambellara, la stessa di Angiolino Maule e Davide Spillare. Se il vitigno è il medesimo, la declinazione è diversa: non più vino fermo, ma frizzante. Per impostazione e resa, la Garganega sui lieviti di Menti si può paragonare ai Prosecco col fondo. E di fondo, anche qui, non ce n’è poco. Anzi.
Al di là del vitigno diverso, i Prosecco col fondo meglio riusciti (Casa Coste Piane, Frozza, Costadilà) sono superiori a questa Garganega. E non costano molto di più (un po’ sì). La Garganega sui lieviti è un vino che ha il pregio principale nella grande bevibilità. Lo bevi quasi senza accorgertene (e non sempre è un pregio). Vino quotidiano, digeribile, a cui non puoi chiedere picchi inusitati. L’ho però trovato decisamente corto, nonché povero sotto il profilo gusto-olfattivo.
Lo consiglio come aperitivo senza pretese o quando avete voglia di un vino che “non sembri troppo vino” (anche l’alcolicità è contenuta, 11.5 gradi).
La Garganega si esalta molto di più se vinificata ferma. Questo frizzante è comunque da considerarsi un azzardo che – anche considerando il prezzo – ritengo riuscito. E soprattutto onesto.

Non è una notizia di vino, ma…

…mi va di darla anche qui, perché molti mi leggono “solo” quando scrivo di vino. E trovo giusto e bello informare anche loro di questa bella cosa.

Quando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino morirono, avevo 18 anni. L’anno successivo contribuii a portare Antonino Caponnetto al mio Liceo. Gli feci una domanda a teatro e tutti applaudirono. È uno degli applausi che maggiormente ricordo.
Mi iscrissi a Giurisprudenza per loro, ma loro non ero e non funzionò. Mi ritirai dopo un anno, passando a Lettere.
Ieri, quando ho capito che quel premio (fondato da Caponnetto 20 anni fa) era anche per me, mi è presa una grande commozione.
Ho vinto la XVII Edizione del Premio Nazionale Paolo Borsellino Sezione Cultura – “attore e scrittore, intellettuale poliedrico” – raccontando l’artista che più mi ha segnato, in Gaber se fosse Gaber.
Sono dove dovevo essere. Un cerchio si è chiuso.
E nulla c’è più da aggiungere.
La motivazione del Premio: “Perché la mafia colpisce in mille modi. Ricevono il premio per il loro impegno nel campo artistico e culturale che è stato già stato assegnato tra li altri a Fabrizio De Andrè, Dario Fo, Franca Rame, Francesca Comencini, Marco Bellocchio, Mario Monicelli, Moni Ovadia, Erri De Luca, Ascanio Celestini, Giorgio Tirabassi, Angelo Branduardi e idealmente a quanti hanno il merito di mettere in comunicazione il genio, l’inventiva umana, con il necessario sguardo sul mondo, che spesso invece rimane, per gli artisti come per i politici, una distratta incombenza. Ad ANDREA SCANZI il Premio Borsellino 2012 per la cultura”.

Cococciola 2011 – Rubiro

La Cococciola è un raro vitigno autoctono abruzzese. Si trovo soprattutto nella provincia di Chieti. Fino a qualche anno fa era usato come uva da taglio. Ora la si prova sempre più spesso in purezza, soprattutto nelle Igt Colline Teatine e Terre di Chieti.
Venerdì sera, prima di ritirare il Premio Borsellino, mi sono imbattuto a Giulianova in una Cococciola un purezza. Rubiro 2011, Igt Terre di Chieti. Prezzo al ristorante sui 10 euro.
L’ho trovata come mi immaginavo. Onesta, non impegnativa (oltretutto era giovanissima), di buona beva. Tra le caratteristiche: una chiara nota agrumata; sapidità accettabile; leggermente erbacea; finale un po’ ammandorlato. Ovviamente non un vino lungo. Classico bianco da aperitivo, o in abbinamento a piatti di pesce non troppo elaborati.
Il fascino dei vitigni autoctoni risiede anzitutto nella loro unicità. Che non vuol dire per forza “bontà”, o “eccellenza”. L’unicità può anche essere assai semplice. E’ il caso della Cococciola, che non mi pare in grado di sopportare grandi evoluzioni e affinamenti nel tempo, ma ha la sua dignità.
Voi conoscete bene questo vitigno?