Archivio di ottobre 2012

Sarfati Bar a vin

Uno dei siti che consulto di più, da quando passo molto tempo a milano, è “Enoteche a Milano“.
Qualche sera fa ho provato Sarfati Bar a vin, una piccola enoteca specializzata in vini naturali.
Si trova(va) davanti alla fermata metro Moscova. Una piccola dépendance della libreria Utopia. Lo spazio è (era) minimo, c’è (era) soltanto un tavolo e di fatto la cucina non esiste(va).
Si andava da Sarfati se si amavano i vini naturali, se si voleva spendere poco (un bicchiere costa in media 3.5-4 euro) e se piaceva la commistionevino/letteratura.
Mi sono trovato molto bene.
La clientela era abituale. All’entrata incontravi avventori fissi, magari sommelier Ais, che confermavano come l’Associazione Italiana Sommeliers – quantomeno la delegazione di Milano – fosse sempre più ricettiva nei confronti dei vini veri. Buona notizia.
La carta dei vini, più o meno una ventina in lista, cambia(va) continuamente. Quella che ho provato io la vedete nella foto. Con Perfect39 abbiamo degustato 7 tipologie. La mattina dopo, a conferma della digeribilità suprema di certi vini, nessun postumo.
Ecco le mie valutazioni.
Trebbiano dell’Emila frizzante 2010 – Camillo Donati. Non appartengo ai pasionari di Donati e mi infastidiscono – non poco – i vinoveristi che sostengono che Donati sia l’unico a saper fare i frizzanti emiliani. E’ una sciocchezza, sia perché ne esistono molti altri (naturali e non naturali) sia perché ogni tanto Donati sbaglia proprio bottiglia. Senz’altro è un produttore che stimo. E quel Trebbiano lì era piacevolissimo. Da berne un secchio (cit).
Pétillant Naturel “Bulle” – Hervè Villemade. Loira, appellation Cheverny.  Menu pineau, Pinot d’aunis come vitigni. Esile. Senza infamia e senza lode.
Marche Bianco Igt Terre Silvate 2011 – La Distesa. E’ sempre stato, e rimane, uno dei miei Verdicchio (vitigno tanto bello quanto sottovalutato) preferiti.
Campania Igt Bianco “Paski” 2010 – Cantina Giardino. Stimo molto l’azienda e la Coda di Volpe è un vitigno che mi diverte provare. Consigliabile.
Albarola dei Colli di Luni 2011 – Santa Caterina. Solita valutazione “positiva ma non estatica” per Santa Caterina. Ho sempre la sensazione che gli manchi qualcosa per raggiungere non tanto l’eccellenza, ma il vino emozionale che loro (credo) inseguono.
Lambrusco dell’Emilia Frizzante 2010 – Camillo Donati. Idem come sopra: quando Donati (spesso) indovina la bottiglia, è un bel bere. Semplice, piacevole, quotidiano.
Nebbiolo 2010 – Carussin. Delizioso. Semplicemente delizioso.

P.S. A conferma che siamo nati per soffrire, poco dopo avere scritto questo post ho saputo che Sarfati Bar a vin sta per chiudere.

Il futuro del vino (il mio intervento)

Come vi ho più volte raccontato, martedì ho partecipato al convegno “Il futuro del vino di qualità”, organizzato da Maurizio Zanella presso Ca’ del Bosco.
Ogni relatore poteva usufruire di 5 minuti. Non di più.
Sono stato uno degli ultimi a parlare.
Ovviamente l’argomento è smisurato, ma ho cercato in poco tempo – gaberianamente  – di “buttare lì qualcosa e andare via”.
Trovo che le parole chiave, pensando al futuro del vino, siano tre: “comunicazione”, “naturalità” e “qualità”. Macrotemi che, a cascata, aprono ulteriori scenari (e conseguenti scelte di campo).
Il mio intervento lo trovate qui.

Sassaia 2011/Pico 2010 – Maule

Martedì, all’interno del convegno organizzato da Ca’ del Bosco, ho ritrovato Angiolino Maule. La sua presenza è stata fondamentale, e confesso di essermi speso personalmente perché ci fosse. Vederlo parlare di vini naturali, all’interno di un parterre poco naturalista (e non alludo a Zanella, ma a molti addetti ai lavori), è stato stimolante.
Da naturalista critico, che beve sempre più vini naturali (ma che non è miope e grida ancora al miracolo quando trova un Pas Dosé “convenzionale” come Dio comanda), reputo decisiva la dialettica – anche aspra – tra eretici e modernisti. Il dibattito mi è piaciuto anche per questo: non sopporto i manichei del vino. Trovo positivo sia che un colosso come Ca’ del Bosco si ponga il problema della naturalità, sia che un visionario come Maule possa parlare a tutte le platee (registrando puntualmente frizioni con il Gambero Rosso, come è accaduto martedì sia a lui che a me).
Gli atti del convegno sono di proprietà Ca’ del Bosco. Non posso pubblicarli io e, comunque, neanche li ho. Se sarà possibile, mostrerò in questo blog il mio intervento di 5 minuti, nel quale ho sintetizzato la mia visione del “vino del futuro”.
Al termine dell’incontro, Maule mi ha donato un Pico 2010 e un Sassaia 2011. Il primo devo ancora berlo, il secondo l’ho provato la sera stessa con Perfect39.
Amo molto il Sassaia La Biancara. E’ un bianco intermedio che, come molti intermedi o “base” (Masieri), spesso mi convincono più della versione deluxe (o comunque più ambiziosa). Angiolino mi ha detto che, con la 2011,  ha provato a inseguire maggiore eleganza.
L’ho bevuto e l’ho trovato meraviglioso. Probabilmente il suo miglior Sassaia (e anche gli altri li adoravo). Un vino “glou glou“, come li chiama qualcuno, splendido. Per freschezza, mineralità, carattere, eleganza, bevibilità, digeribilità. E – non dimentichiamolo – rapporto qualità/prezzo.
Terminata (in fretta) la bottiglia, mi sono reso conto che al momento – ed è un momento lungo – ho una gran voglia di vini bianchi freschi e bevibili. Apparentemente senza pretese, in realtà prodigiosi. Se dovessi fare un ordine adesso di vini fermi, sceglierei una cassa di Sassaia, una di Ponte di Toi e una del base di Cantina Margò Carlo Tabarrini. E già che ci sono, una di Cirelli, un Vouvray Sec di Clos Naudin e un’altra del Trebbiano Spoletino (non macerato) di Collecapretta. E potrei andare avanti ancora.
I miei vini (fermi) del cuore, ormai, sono soprattutto – non solo – questi. Bianchi. Quotidiani, semplici, mirabili.

P.S. Quanto detto per il Sassaia 2011, vale per il Pico 10. Più ambizioso, costoso, impegnativo. Pienamente riuscito.

Ca’ del Bosco (il futuro del vino)

Sono appena tornato dal convegno organizzato stamani da Ca’ del Bosco nella loro azienda. Titolo: “Il futuro del vino di qualità“.
Erano presenti gli addetti ai lavori (non il pubblico). Vari relatori si sono avvicendati. Cito, tra i tanti: (cito: Enzo Vizzari, Ian D’Agata, Marco Pallanti, Marco Sabellico, Luciano Ferraro, Serena Sutcliffe).
Con l’occasione, Ca’ del Bosco ha presentato la nuova collezione vintage di millesimati: Pas Dosè, Brut, Saten. Annata 2008. Nuova veste grafica, (soprattutto) nuovo sistema di pulizia avveniristico delle uve. “Le terme degli acini”. Abbattimento dei solfiti in bottiglia (con la cifra esatta dichiarata nel retroetichetta). Semplicemente strepitoso il Pas Dosè, ottimo il Brut, ben fatto il Saten. Encomiabile l’Anna Maria Clementi 2004 Rosè (e più ancora il Brut).
Maurizio Zanella, e tutta l’azienda, mi hanno parlato di questo convegno più di un mese fa. Ho cercato di dare il mio contributo. Desidero esprimere tutta la mia stima (pubblica: per quella privata ho già dato) nei confronti di Zanella. Pioniere vulcanico, per niente facile, geniale. Di rara correttezza.
E’ stata una bella esperienza.
Inutile soffermarsi sulla perfetta efficienza dello staff, oggi. Il catering era di Chicco Cerea, pluristellato Michelin e ritenuto uno dei migliori catering d’Europa. Menu d’altissimo livello.
Tra gli interventi del mattino, ho particolarmente apprezzato Fabio Giavedoni (Slow Wine) e Angiolino
Maule (La Biancara). Molto lucido il primo, felicemente provocatorio – ma rispettoso – il secondo.
Un plauso anche a Federico Quaranta, a cui devo delle scuse, perché ho spesso fatto coincidere la mia idea di Decanter (RadioDue) con quella  di Luca Maroni (che non ci collabora più da 5 anni). E’ stato bravo.
Molto bello rivedere Gigi Garanzini, nei confronti del quale ho una stima totale.
In generale è stato un dibattito alto, stimolante, vivo. Forse (a tratti) politicamente corretto, e non credo che fosse questo l’intento di Zanella, ma mi è piaciuta l’idea di far dialogare figure (teoricamente) distanti, convenzionali e naturalisti, su temi irrinunciabili: cos’è davvero la naturalità? Cos’è la qualità? Cos’è la comunicazione (e cosa deve essere) nel mondo del vino?
Continuo a pensare – da giornalista che non scrive solo di vino, e che per lavoro si trova perfino a doversi scontrare con le Meloni – che molti vignerons siano personaggi letterari casualmente usciti da libri. Scriverne è facile: basta rimetterli dentro le loro pagine. Maurizio Zanella rientra tra questi. Nei pregi, nei difetti. Nel sogno, nella follia. A prescindere da Ca’ del Bosco, che può piacere o non piacere (ed è nota la mia predilezione per le cantine più piccole), Zanella è stato (e rimane) il pioniere di Franciacorta. Il visionario. L’uomo che, ogni volta, alza l’asticella dei suoi vini. E quindi quella dei concorrenti. Rischiando, in nome della qualità, anche il rovescio aziendale. L’ho trovato – umanamente – persona corretta, schietta, stimolante. Colta. Vera. Ad averne.

Il futuro del vino di qualità

Domattina (Erbusco, ore 10) sarò al convegno promosso da Maurizio Zanella, patron di Ca’ del Bosco: “Il futuro del vino di qualità”.
Un’idea che ho molto apprezzato, e che in piccola parte ho seguito fin dall’inizio: il tentativo di far dialogare “modernisti” e “vinoveristi” sul tema, preminente ma a volte equivoco, della naturalità.
Sarò uno dei relatori.
Il programma lo trovate qui.
Appena potrò (insieme a 4/5 post in giacenza), ne scriverò.

Vini umbri (un dibattito)

Termino il mio trittico “Apriamo il dibattito“, dopo Puglia e Liguria (e a dire il vero c’era stata anche la Sardegna), con una regione che amo molto. A due passi da casa mia: l’Umbria.
Quali vini umbri vi piacciono?
La domanda è tornata per me attuale quando, qualche settimana fa, ho bevuto un bianco. Il Fiorfiore 2010. Azienda Roccafiore. Biologica, con sede a Todi, biologica. Anche ristorante e residenza. Me lo ha proposto lo chef de La Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino.
Il Fiorfiore è un Grechetto di Todi in purezza. Senza infamia e senza lode.
Se penso ai miei bianchi umbri preferiti, svettano Collecapretta e Cantina Margò. Poi cito l’azienda naturale Paolo Bea a Montefalco, di cui parlo anche ne Il vino degli altri. E la produzione deluxe (rossi soprattutto) di qualche azienda arcinota – e opposta a Bea – come Caprai.
Mi rendo conto, però, di non avere un Sagrantino di Montefalco (secco: quello dolce è di Bea) tra i miei vini del cuore. E neanche un Torgiano. Mentre impazzisco, ad esempio, per le edizioni migliori del Trebbiano Spoletino di Collecapretta.
Al netto della mia sempre più spiccata predilezione per i bianchi, che verosimilmente condiziona le mie valutazioni, voi quali realtà umbre bevete?

P.S. Da mesi, per scelta, non intervengo più nei commenti (blog o bacheca pubblica Facebook). Così continuerò a comportarmi. Leggo, però, ogni vostro intervento. Personalmente. E vi ringrazio: per le dritte, per la competenza, per la stima (e per le critiche).

Riserva Plenitude 2004 – Cavalleri

Ieri sera, con Perfect39, ho bevuto uno dei migliori Metodo Classico italiani. La Collezione Esclusiva Giovanni Cavalleri Riserva Plenitude. Annata 2004.
Me lo ha regalato Giulia Cavalleri, e devo specificarlo, perché il vino è il prodotto di punta dell’azienda (di cui più volte ho parlato).
Non va quindi paragonato ai “base”, ma alle bottiglie più ambiziose della Franciacorta. In questo senso, un podio ideale vedrebbe la Riserva Plenitude di Cavalleri accanto al Sublimis Pas Dosè di Uberti e all’Annamaria Clementi di Ca’ del Bosco (e ai piedi del podio altre 4-5 etichette deluxe).
Vini prodigiosi, che poco e nulla hanno da invidiare a gran parte degli Champagne, ma che richiedono spese importanti. Dalle 60 euro in su. Molto in su (soprattutto al ristorante).
Qui trovate la scheda del prodotto. Qui un articolo esaustivo di Civiltà del Bere.
Come spiegava anche nelle pagine de Il vino degli altri, Giulia Cavalleri è convinta che l’azione migliorativa degli affinamenti non sia costante. Un primo salto di qualità – sostiene Giulia – si ha fra i 6/8 anni di contatto con i lieviti: “la prima plenitude”. Da questo momento in poi “tutto si rimette in gioco, alcuni equilibri si rompono per ricomporsi al meglio nella seconda plenitude, tra i 12-20 anni. Qui la natura del cambiamento è diversa, più evoluta. Esiste anche una terza plenitude, dopo i 20 anni d’affinamento”.
Come ha ben riassunto Roger Sesto, di cui ho ripreso anche i virgolettati di Giulia (ma li trovate anche sul libro), la Collezione Esclusiva Giovanni Cavalleri è una “riserva della riserva”. Chardonnay in purezza, dai vigneti migliori e solo nelle annate più felici. L’affinamento sui lieviti è di 80 mesi.
La 2004 si è presentata con una freschezza prodigiosa. Buona sapidità, strepitosa per eleganza e bevibilità. Lunga, molto lunga. “Armonica”, dovremmo dire ai corsi AIS. Meravigliosamente dritta e femminile, preferisco sintetizzare io.

Vini di Liguria (un dibattito)

Proseguo nei miei dubbi esistenziali regionali. Dopo Sardegna e Puglia, è la volta della Liguria.
Lo scorso 31 agosto, in occasione della mia data a Imperia di Gaber se fosse Gaber (qui il calendario aggiornato con le nuove date), ho provato due ristoranti. Uno, strepitoso, Osteria Didu. Tra i migliori d’Italia. L’altro era il Porto Vecchio: pizzeria encomiabile.
In quelle due occasioni ho provato il Pigato 2011 Il Cascin e il Vermentino 2011 La Ginestraia. Entrambi Doc Riviera Ligure di Ponente, espressione tipica di quel territorio. Discreti.
La Liguria è terra che può dare grandi bianchi (proprio a base Pigato e Vermentino) e al tempo stesso rossi personali (Rossese di Dolceacqua, Dolcetto di Ormeasco, qualche esempio di Granaccia). Non è però facile cadere in piedi, quando si sceglie un vino ligure.
Di nomi validi, ovviamente, ce ne sono. E spesso li abbiamo fatti anche qui. Da Walter De Batté (chi non ama il suo Sciacchetrà?) a BioVio, da Stefano Legnani a Santa Caterina. Poi?
Il Pigato, ad esempio: sapete consigliarmene uno che sia davvero meritevole? (sul Vermentino già è un po’ più facile trovarne). E tra i rossi. Il Rossese l’ho bevuto spesso: vitigno molto difficile da trattare, spesso scorbutico, ma qualche picco c’è.
E il Dolcetto di Ormeasco? E’, al massimo, un vino piacevole che mai si avvicinerà alle zone di Dogliani e Alba, oppure no?
E la Granaccia, che secondo Ampelio Bucci – uno dei re del Verdicchio – era il rosso che più lo stimolava: ne conoscete di realmente emozionanti?
Grazie, una volta di più, per le vostre dritte. Siete preziosi.

Vini di Puglia (un dibattito)

Ad agosto ho passato alcuni giorni in Puglia. Esattamente nella zona del Gargano e del Sub-Appennino.
Ho provato alcuni vini. Ho apprezzato il Pas Dosè D’Araprì, sicuramente il miglior Metodo Classico della regione, bevuto in un ristorante delizioso (Trabucco).
Mi è andata meno bene quando ho provato il Bombino bianco, autoctono foggiano, per saggiarne le potenzialità. Nulla di che il Mare Mosso, “bianco vivace” di TorreVento. E anche l’A-Mano 2011, 75% Fiano Minutolo e 25% Greco, non è andato oltre il minimamente piacevole.
Certo, ho citato soltanto tre vini. Nulla in confronto alla smisurata produzione pugliese. Ma ne conosco molti altri, li ho provati. E per questo vi chiedo, però: a che punto è l’enologia pugliese? Siamo ancora al molta quantità e poca qualità?
E’ una domanda a cui non so dare risposta.
Posso però ammettere, serenamente, che non saprei citare molti vini pugliesi che reputo effettivamente imperdibili. Anche pensando ai vini veri e/o naturali, quanti pugliesi vi vengono in mente?.
Probabilmente è colpa mia. E poi la Puglia – regione che adoro – è zona di rossi, che bevo sempre meno. Eppure: ne conoscete molti di Cacc’e mitte, Primitivo e Negramaro eleganti e non opulenti? I rosati del Salento, che tanto ci lodavano nei corsi Ais, sono così preziosi?
E davvero il Bombino bianco, oppure la Verdeca (alla base del Locorotondo Doc con il Bianco d’Alessano), hanno potenziale limitato?
Attendo le vostre opinioni.

Perda Pintà Sulle Bucce 2008 – Sedilesu

Ho bevuto la prima volta il Perda Pintà Sulle Bucce a fine agosto. Un bicchiere offerto da Giovanni Segni, che lo esporta in Giappone tramite Porcovino. Eravamo a VeDrò, il think tank (?) organizzato da Enrico Letta, e al mattino avevo recitato una pillola di Gaber se fosse Gaber. Non ricordo l’annata.
Pochi giorni fa l’ho riprovato. Annata 2008, la stessa qui recensita.
Il Perda Pintà esiste in due versioni: non macerato e macerato. In entrambi i casi è Granazza in purezza, un vitigno bianco autoctono sardo. Il produttore (biodinamico) è Giuseppe Sedilesu, viticoltore in Mamoiada.
Non conosco la versione non macerata, che però mi incuriosisce.
Il Perda Pintà Sulle Bucce si trova in enoteca sui 20-25 euro. E’ uno dei macerativi più impegnativi su cui mi sia mai imbattuto. La macerazione è di 20 giorni, l’affinamento (per 24 mesi) sulle barriques. Il colore è fortemente aranciato, i profumi più da cognac che da vino.
Alcolicità decisamente impegnativa (per certi versi mi ha ricordato la produzione di Dettori). Sedici gradi.
Vino estremo e non per tutti, è salvato da una prodigiosa freschezza. Al naso mi hanno colpito i sentori, netti, di anice, tabacco e resina. In bocca esplode la tannicità, impreziosita da una grande mineralità. Molto bella la progressione.
Non è un orange wine da tutti i giorni. Per quanto fresco e sapido, quell’alcolicità – alla lunga – un po’ stanca. Lo consiglio senza alcuna remora, però. E’ un vino coraggioso, ambizioso e ostinatamente lontano da qualsiasi idea di banalità (e al tempo stesso di moda).
A margine, vi chiedo (e lo farò anche per altre regioni, nei prossimi post): quali e quanti vini sardi amate? Regione di bellezza selvaggia e mirabile, di cui però conosco probabilmente meno vini (meritori) di quanto dovrei.
Mi vengono in mente, oltre a Sedilesu, nomi già fatti qui e/o nei mie libri: Perda Rubia, Pane e Vino, Dettori, Columbu, 6Mura (ne parlavo qui). Dai vostri commenti, sempre preziosi, capisco di dover provare al più presto Giovanni Montisci. Poi?