Archivio di settembre 2012

Tre vini a Savigliano

Una delle cose più belle delle tournèe teatrali è scoprire nuove realtà. Nuovi posti, scenari. Prima, durante e dopo lo spettacolo.
Due venerdì fa, a cena, dopo mezzanotte, abbiamo provato il Pelle d’Oca a Savigliano (Cuneo). Ci aveva invitato uno dei proprietari, Fabio, appassionato di vino.
Il “Pelle” è carino, a due piani, in pieno centro, nell’antico Palazzo Cravetta. La pizza-tegamino è deliziosa, la carta dei vini discreta (con buona attenzione alle etichette naturali).
Dopo gli spettacoli non è facile degustare con attenzione vini, perché si è stanchi, ma eravamo una bella tavolata. Abbiamo così provato 3 vini, mai assaggiati prima. Purtroppo non ricordo le annate. Ma ricordo l’effetto che facevano.
Eccoli.
Barbera d’Asti Da Sul – Laiolo Reginin. Consigliata da Fabio, in quanto “molto tipica”. Lo era, ma non in senso positivo. Poco elegante, non troppo equilibrata, di fatto un po’ irrisolta. Io tutto sommato l’ho bevuta, gli altri commensali – dai gusti più “canonici” – l’hanno criticata con più asprezza.
Franciacorta Extra Brut – Boschedor. Un millesimato 50 percento Pinot Noir e 50 Chardonnay, maturazione minima sui lieviti di 30 mesi. Franciacorta ambizioso, mediamente elegante, che si ferma però molto prima dell’eccellenza.
Marcato Metodo Tradizionale 36 mesi – Lessini Durello. Uno dei Lessini Durello più famosi, rifermentato in bottiglia sui lieviti. Il “base” di Mercato è I Prandi, un Lessini Charmat che si può serenamente confondere con un Prosecco minore. Con le tre tipologie di Metodo Tradizionale (36 mesi, 60 mesi e A.R, ovvero Appena Riaperto) si sale. Non troppo, ma si sale. Dei tre vini provati, è quello che ricordo con più piacere. Meno nobile (ovviamente) del Boschedor, in cantina a 20 euro: buon prezzo. Ottanticinque percento Durello, Chardonnay 10, Pinot Noir 5. Qui una verticale dal blog Aristide. Consigliabile.

Ponte di Toi – Stefano Legnani

Ci sono vini che mi conquistano totalmente. Il Ponte di Toi è uno di questi.
E’ un Vermentino in purezza, la zona è Sarzana, frazione Badia.
Il produttore, Stefano Legnani, fa parte di VinNatur. Un solo ettaro vitato. Produzione piccola, vigneti con meno di cinque anni.
E’ stato lui, contattandomi via Facebook, a chiedermi se poteva inviarmi due bottiglie. Entrambe 2011. Una di Ponte di Toi e una senza etichette, ma con un nome importante: Loup Garou. Tributo a Willy De Ville, e già questo basterebbe.
Il Loup Garou è lo stesso Vermentino del Ponte di Toi, che però sosta più lungamente sulle fecce. Una vasca di 6 quintali che Legnani ha imbottigliato da poche settimane. Un vino che deve ancora farsi appieno, che va aspettato: ma che crescerà. Ve lo consiglio sin d’ora.
Riguardo al Ponte di Toi, alcuni amici come Carlo Tabarrini di Cascina Margò me ne avevano parlato bene. Confermo: l’unico difetto è che se ne trova poco. La produzione è davvero esigua. Il costo è sui 7 euro in cantina, al ristorante dipende. Cercatelo e provatelo. Lo faccio rientrare in quei vini quotidiani, bianchi e sufficientemente macerati, che sanno essere encomiabili – e mai invadenti – compagni di viaggio. Un po’ come il Trebbiano Spoletino di Collecapretta (così capite il target).
Ponte di Toi è il nome della località in cui sorgono i vigneti. Nessun prodotto chimico in vigna. In cantina fermentazioni spontanee sulle bucce per sette giorni. Niente controlli di temperatura, né chiarifica o filtratura. Uso limitato di solfiti. Come è stato notato da qualche osservatore, anche nei commenti a questo post, si avverte inizialmente una lieve rifermentazione spontanea in bottiglia, che svanisce però dopo pochi minuti.
E’ un vino delizioso, piacevole, intrigante. Personale, mai stancante, dinamico.
Al più presto, devo fare un bell’ordine d’acquisto al signor Legnani.
Intanto, e senza giri di parole: complimenti.

Un’altra cena in Langa

Sabato sera, tra uno spettacolo teatrale e un monologo in tivù, sono finalmente riuscito a godermi una cena in Langa.
C’era Ezio Cerruti, c’era Mauro Musso, c’era Perfect39. Ed altri, chi produttore e chi no.
Il posto scelto – da Musso, che mai sarà perdonato – era L’Arco del Castello. A Perno. La località, sopra Monforte, ha vista incantevole. Il posto mi ha però deluso e non ci tornerò.
I vini li abbiamo portati noi. Ne vedete alcuni in foto. Sperando di ricordarli tutti, eccoli.
Non ho fatto la ola. Champagne Fallet-Prévostat Extra Brut, Avize, Costa dei Bianchi. Era un po’ stanco, in fase discendente. Corto. Gradevole, non di più. Barolo 2006 Sergio Giudice, Serralunga d’Alba. Un Barolo che rimane a metà strada, confuso, non troppo elegante, di carattere non spiccato. Langhe Nebbiolo 2010 Giovanni Rosso. Un rosso di cui non chiederei il secondo bicchiere. E di cui, lo ammetto, non ho finito il primo.
Per salire un po’. Schneider Sankt Laurent, austriaco, giovanissimo (credo 2010). Vinoso e carico. Non finirei mai una bottiglia, ma ha la sua gradevolezza e tipicità.
Credo che li riberrò. Barolo 1988 di Domenico Clerico. Aperto a fine cena, era ancora in forma e portava bene i suoi 24 anni. Barolo 2005 Giuseppe Rinaldi Cannubi San Lorenzo-Ravera. Di Citrico ormai non ha più senso che parli, chi mi conosce – ma più che altro chi lo conosce – sa che è “il” Barolo. Anche se il 2005 era davvero giovane. Barolo 2004 Vigna Rionda Oddero. Elegante, preciso, nitido. Tra i miei Barolo preferiti. Barbaresco 2009 Roccalini. Lo avevo scoperto mesi fa (annata 2008) a una cena da Ezio Cerruti. E il produttore era presente. Ribadisco: insieme al Montestefano di Teobaldo (Serafino) Rivella, bevuto con sommo gusto il giorno dopo a pranzo alla Trattoria del Campo di Mango (quello sì, gran posto), il miglior Barbaresco che io conosca. Sol Botrytis 2007 di Ezio Cerruti. Va be’, dai, sapete quanto mi piaccia (nonostante non ami i vini dolci). Infine, una new entry. Barolo 2006 Cascina Fontana. Un Barolo fatto proprio a Perno, da Mario Fontana, presente alla cena ma volatilizzatosi alle 23 perché “non posso fare tardi, mi alzo presto”. Un vigneron così timido da averci lasciato la bottiglia soltanto poco prima di andarsene, per non condizionarci. Non lo avevo mai degustato: è decisamente un Barolo da provare. Vero, emozionante, lungo.

P.S. A margine: in questa cena c’era solo un bianco. E ho sofferto un po’. Riesco sempre meno a bere rossi, ormai ho subìto proprio una mutazione.

Faccoli – Franciacorta

Era da un po’ che non visitavo una cantina. Mercoledì scorso, tornando da VeDrò, l’ho fatto. Dirigendomi verso la Franciacorta meno nota, ma probabilmente più stimolante.
Ho scoperto i vini di Faccoli alla Tana degli Orsi di Pratovecchio. Me ne sono innamorato subito, in particolare del Senza Dosaggio e dell’Extra Brut.
Ho passato più di due ore con il vulcanico Claudio Faccoli e suo fratello. L’azienda, a conduzione familiare e intitolata al padre Lorenzo, è a Coccaglio (Brescia). I vigneti sono più difficili da coltivare, ci sono terrazzamenti e la collina non è così garbata.
Le aziende più note di Franciacorta non sono qui, ed effettivamente l’unica a distinguersi nella zona è Faccoli, ma è altrettanto innegabile che i terreni più ricchi di minerali e la particolare esposizione donano a queste uve – se ben lavorate – caratteristiche uniche.
Non era un’intervista, bensì una visita. Per questo, ben conoscendo la differenza tra colloquio privato e pubblico (come molti gamberoni rossi ebbero modo di scoprire 2 anni fa), non pubblicherò virgolettati di Claudio.
L’azienda è rimasta volutamente “piccola”, nonostante il successo. Cinquantamila bottiglie annue. Vigneti che vanno dai 3-4 anni ai 30. Quelli migliori si usano per il Senza Dosaggio. L’uvaggio, rosè a parte, è sempre Chardonnay al 60%, Pinot Bianco al 35%, Pinot Nero al 5% (cifra più, cifra meno). Nel Rosè il Pinot Nero sale al 40%, rimanendo comunque minoritario rispetto alle uve bianche.
Il vino più prodotto è il Brut, 20mila annue. Poi Extra Brut, 15mila. Rosè, 10mila. Pas Dosè, 5-6mila.
Faccoli è l’emblema dell’artigiano di Franciacorta. Un unicum, nella terra dei viticoltori-industriali. Claudio – che usa lieviti selezionati e non aderisce alla viticoltura naturale – ha comunque ottimi rapporti con il Consorzio Franciacorta (di cui è stato anche presidente). I suoi vini mi affascinano perché predilige lo spumante dritto, femmina, il Blanc des Blancs (o quasi) con percentuali zuccherine bassissime. Quando non inesistenti.
Claudio è uomo dal sorriso frequente e dalla onestà innegabile. Nei prezzi (in cantina tutti a 12 euro, tranne il Senza Dosaggio a 16-17). Nel dire che il Rosè lo ha sempre fatto, anche quando nessuno ci credeva e piaceva solo ai tedeschi, ma non è esattamente il vino della (sua) vita. Nel vendere il rarissimo Fondazione – millesimato 10 anni – solo a chi potrà apprezzarlo, altrimenti è sprecato. E nell’ammettere che qualche annata non viene come vorrebbe.
Tutti i vini di Faccoli sono, tecnicamente, millesimati. Ogni anno si vinifica solo quella vendemmia. Nessun blend tra annate diverse. Nell’etichetta, però, l’unico millesimato dichiarato è il Senza Dosaggio perché solo questa tipologia sosta sui lieviti quanto richiede il disciplinare (almeno 36 mesi, mi pare). Il Brut affina in bottiglia sui 18-24 mesi, Extra Brut sui 24-36, Rosè 36, Pas Dosè 48 (ma esistono oscillazioni per ogni annata).
Al momento il Brut ed Extrabrut in commercio sono quelli 2009. L’annata calda gli ha conferito una aromaticità che Faccoli non avrebbe voluto. Non lo nasconde. Per ora è più in forma il Brut (5-6 grammi/litro di zucchero) che l’Extra Brut. Proprio quest’ultima, forse la bottiglia più celebre di Faccoli, nel 2009 non ha alcuno residuo zuccherino. L’aromaticità “indesiderata” ha indotto i fratelli Faccoli a non aggiungere zucchero: di fatto è anch’esso un Pas Dosé, che ha però sostato molto meno sui leviti. E’ vero che, alla degustazione, queste bottiglie (sboccate a marzo) sono meno dritte di altre annate (la sboccatura di ottobre sarà migliore), ma siamo dalle parti del perfezionismo spinto. Della critica tra addetti ai lavori. Sono vini di assoluto pregio.
Il Rosè ora in commercio è il 2008. Non sarebbe mai il primo vino che sceglierei di Faccoli, ma è uno dei migliori Rosè di Franciacorta che abbia bevuto.
Il Senza Dosaggio è il 2007. Semplicemente meraviglioso. Qui, più che altrove, si avverte la grande mineralità e sapidità di terreni che mantengono ancora l’eco del mare – che sommergeva queste terre prima delle due glaciazioni -; il Monte Orfano ha funto da barriera naturale, mantenendo la zona di Erbusco (giustamente nota) più incantata e dolce, ma senza queste note marine.
In Italia Faccoli è distribuito da Teatro del Vino. Sono tornato a casa con una piccola scorta, da bere nei momenti importanti.
Ne ho parlato tante volte, di questa azienda. Nei libri e qui. Sono contento che molti lo abbiano scoperto con me. Incarna perfettamente – insieme a poche altre aziende, che più volte ho trattato – la mia idea di Metodo Classico italiano. Che non sfigurerebbe affatto nella Costa dei Bianchi francese.