Archivio di agosto 2012

Cantine Lonardo – Grecomusc’ 2007

Mi sono imbattuto nel Grecomusc’ di Cantine Lonardo, Cantine dei Taurasi, sabato scorso alla Taverna Pane e Vino di Cortona. Con Perfect39. Al ristorante non arriva a 20, in cantina non arriva a 10. Grecomusc’ in purezza, ovvero un vitigno – letteralmente “Greco moscio” – che somiglia al Coda di Volpe più che al Greco (lo scrive Jacopo Cossater qui).
E’ uno dei migliori bianchi da me incontrati negli ultimi mesi.
L’azienda – naturale, anche se non appartiene a nessuna associazione – produce anche due Aglianico, mi dicono snelli e buoni. Non li ho mai provati. Colmerò la lacuna. E al tempo stesso farò di tutto per imbattermi sempre più spesso in questo vitigno rarissimo, che vinificano giusto Cantine Lonardo e poco più.
Denota una capacità evolutiva invidiabile: la nostra bottiglia era una 2007 in splendida forma.
Le parole chiave: zolfo, mandorle e caffè. Un mix stranissimo. Chiara nota sulfurea, con qualcosa che rimandava alla concezione dei bianchi di Valentini. Finale palesemente ammandorlato (gradevolissimo, sia chiaro). Nota tostata, evidente prova di un passaggio in legno (credo che la 2007 sia stata l’ultima annata con passaggio in barrique), che però qui non appesantiva – anzi – un vino personale, dinamico, scattante. Lievemente erbaceo. Di mineralità, e sapidità, pronunciate.
Ha un rapporto qualità/prezzo da antologia, bevibilità suprema, drittezza e carattere. Purtroppo si trova a fatica. Ma è un gioiello.

Costadilà – Prosecco Colfòndo

Il Prosecco Colfòndo, cioè sur lie, quindi rifermentato in bottiglia, è una tipologia che tuttora divide. Chi ritiene che il vitigno sia troppo fragile per permettersi questa spumantizzazione ambiziosa (e si affida al più facile Charmat), chi sostiene che più lo si “dimentica” e più migliora.
Mi è capitato di bere molti Prosecco Colfòndo (scriverlo tutto attaccato è un vezzo dei produttori). Alcuni mi piacciono, altri mi sembrano irrisolti – ma se non altro sani e bevibilissimi.
La mia classifica vede ai primi due posti il Prosecco Coste Piane, molto noto tra i vinoveristi, e Frozza, più difficile da trovare ma ugualmente affascinante.
Il podio è complettato dal Bianco dei Colli Trevigiani frizzante Prosecco Costadilà. L’azienda è distribuita da Triple A.
Vigne di 30-40 anni, a 300 metri circa d’altezza, località Lumon di Campea di Miane nell trevigiano.
Non è un Prosecco (Glera) in purezza, ci sono anche Bianchetta e Verdiso. Macerazione breve sulle bucce, lieviti indigeni, affinamento sulle fecce di 5 mesi, presa di spuma, aggiunta di mosto non fermentato – prima della fermentazione – da torchiature di stesse uve lasciate in appassimento fino a marzo. Il procedimento è raccontato in dettaglio qui.
E’ un vino che non mi ha conquistato subito. Ha bollicine esili, timide, che evaporano presto. Chiaramente torbido (“col fondo”, appunto). Attenzione all’ultimo bicchiere, non è esattamente un vino con lo smoking. Forse un po’ bruttino. Ma bevibile. Bevibilissimo. Con alcolicità contenuto (sugli 11 gradi). Freschezza, discreta mineralità. Gradevoli sentori limonati e agrumati sia al naso che in bocca. Prezzo, se non sbaglio, sotto i 10 euro.
E’ probabile che sia affezionato al Costadilà anche perché lo bevo come aperitivo alla Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino, ma è uno dei vini “facili” (da bere; da fare proprio no) che preferisco.

 

Santa Caterina – Poggi Alti 2011

Un anno e mezzo fa ho dormito una notte a Santa Caterina, l’azienda biodinamica di Sarzana. Avevo appena presentato Il vino degli altri a Porto Lotti, La Spezia.
Poche (e splendide) camere, evidente dispiegamento di forze economiche. Obiettivo: valorizzare quei vini naturali su cui, in Liguria, sembrano puntare unicamente Santa Caterina, Stefano Legnani e BioVio.
In quella occasione ho parlato anche con il proprietario, Andrea Kihhlgren.
Santa Caterina, membra di VinNatur, punta anzitutto su Vermentino e poi Tocai (recupero di vecchie vigne), Sauvignon, Sangiovese, Merlot e Merla (varietà di Canaiolo). Più di 8 ettari.
Qualche sera fa, come aperitivo, ho bevuto – alla solita Taverna Pane e Vino di Cortona – un bicchiere di Colli di Luni Poggi Alti 2011. Vermentino in purezza, sottoposto a breve macerazione. Resa per ettaro molto bassa, vino particolarmente denso. Assai intenso (quasi troppo) al naso, con fiori e frutta a polpa gialla che travolgono. Più snello in bocca, invitante e gradevole. Fresco, pur esibendo una spiccata attenzione alla morbidezza (tipica dell’azienda). Discreta bevibilità, buona persistenza.
Il Poggi Alti ben racconta la concezione di vino biodinamico “moderno con gusto” di Santa Caterina.
La poca corrispondenza naso/gusto dipendeva, in larga parte, dalla giovanissima età: un vino appena nato. Quello che forse manca ancora a Santa Caterina, è un po’ di personalità. Qualità, mezzi e professionalità ci sono. Anche il prezzo (10-12 euro: onestissimo).
Il prossimo obiettivo è il carattere. Anche a costo di accettare qualche piccola spigolatura.

Porta del Vento – Mira

Porta del Vento è un’azienda in Contrada Valdibella, Camporeale, Palermo. A seicento metri sul livello del mare. Fa parte di VinNatur. La zona è quella di Alcamo Doc e Monreale Doc.
Dieci ettari di vigneti, terreni sabbiosi su crosta di roccia. Coltivazione biologica certificata, preparati biodinamici. Vendemmia fatta a mano.
I vigneti valorizzati sono Catarratto (spumantizzato, fermo, macerato), Perricone (anche rosato) e Nero d’Avola.
Ieri sera, alla Taverna Pane e Vino di Cortona, ho provato il Mira. L’ultimo arrivato nella produzione aziendale. Annata 2009, con aggiunta del primo mosto della vendemmia 2010 per riattivare la fermentazione.
Metodo Classico (anche se non è dichiarato: è un semplice Igt Sicilia). Quindici mesi sui lieviti. Dodici gradi alcolici. Catarratto in purezza.
Al ristorante l’ho trovato a 23 euro. Un prezzo che forse  lasciava presagire uno spumante più ambizioso. O quantomeno più personale.
Il Mira si presenta bene, ha un perlage invitante. Al profumo è abbastanza semplice, al di là della crosta di pane non dà molto.
In bocca è “gentile”. Forse un po’ timido. Freschezza media, mineralità non spiccata, carbonica che non disturba, lieve percezione tannica. Lunghezza limitata, discreto equilibrio. Bella bevibilità (il pregio maggiore), personalità esile.
E’ un tentativo nobile di esaltare le caratteristiche del Catarratto anche in chiave spumantizzata, probabilmente non la tipologia che meglio esalta il vitigno.
Se fosse un voto di TripAdvisor, sarebbe 3 palle su 5. Lo consiglio per una bevuta senza troppe ambizioni. Se si trovasse al ristorante sui 15 euro (o comunque mai oltre i 20), avrebbe un rapporto perfetto qualità/prezzo.

Pliger – Kaiton Riesling 2009

Due sere fa, alla Taverna Pane e Vino di Cortona, ho bevuto uno dei migliori Riesling italiani. Forse il migliore.
Costa 22 euro (al ristorante) e purtroppo non c’è praticamente modo di degustare annate più vecchie: sono finite.
Alludo alla produzione di Peter Plieger, Kuenhof. Bressanone, Valle Isarco.
Nome di culto, anzitutto tra i vinoveristi. Più di due anni fa, Jacopo Cossater lo celebrava così. E lo capisco.
I vini di Pliger sono bianchi eleganti, personali. Dal Gewurztraminer al Veltliner, passando per il Sylvaner (forse quello a cui tiene di più).
Il Riesling bevuto giovedì sera era un’annata 2009. Alcolicità contenuta – come non sempre capita a Plieger, ed è l’unico “difetto” che qua e là si può incontrare. Mineralità incredibile: un vino praticamente salato. E dritto. Drittissimo. Non ricchissimo al naso, ma con una perfetta corrispondenza naso-bocca. Buona lunghezza, bella progressione. Bevibilità impagabile.
Se cercate un bianco elegante, con acidità evidente ma non troppo citrina; e se amate i vini oltremodo minerali: questo vino non potrà deludervi.

Bertelli – St. Marsan 2000

Non conoscevo molto bene Poderi Aldo Bertelli, l’azienda di Costigliole d’Asti da sempre pronta (cito Civiltà del Bere) “alla sperimentazione e alla produzione di vini di straordinaria longevità. Concentrandosi in particolare su due etichette, la Barbera d’Asti Giarone e lo Chardonnay Giarone”.
Mi è stata fatta provare, ancora una volta, alla Compagnia del Taglio di Modena. Una curiosità da sfoggiare a fine serata. Annata importante, la 2000, per un bianco di impostazione francese. Segnatamente Rodano Settentrionale. Sessanta per cento Marsanne, 40 percento Roussanne. Vitigni bianchi che spuntano qua e là anche in Italia, ad esempio nella Doc lucchese di Montecarlo.
Il vino si chiama St. Marsan, tributo (stavolta cito il sito aziendale) al “Marchese di San Marzano, plenipotenziario di Casa Savoia, presso la corte di Francia, durante il governo di Napoleone III”.
Esiste anche un St Marsan rosso, vitigno Syrah, a conferma che la terra ispiratrice di questa linea di vini è il Rodano Settentrionale.
Poderi Bertelli produce vini “francesi”, di impostazione spesso alsaziana (residui zuccherini compresi). Tecnologica ma – nelle intenzioni -legata anche a territorio e tradizione. E’ avvolta da un discreto “mito”. Estimatori e detrattori. Un unicum piemontese.
Il St Marsan bianco – costo 21 euro in rete – è emblematico della filosofia Bertelli. Barriques francesi a profusione, ricerca di grandi estratti e concentrazione, equilibrio spostato sulla morbidezza. Desiderio di stupire subito, sin dal primo sorso – o forse solo lì. Per certi versi mi ha ricordato l’idea che sta alla base del Kurni (che è però un vino naturale, benché assai atipico, e ancor più estremo).
Luca Maroni, proprio per l’annata 2000, lo ha recensito così: “Che crema di frutto questo gran vino di impostazione alsaziana. Alsaziano il suo residuo zuccherino: quel tanto di uvosità tale da avvolgere in sostenuta dolcezza la sua croccante acidità di base. Tale da ammantare in squisita, mai stucchevole morbidezza, la sapidità delle note aromatiche, voci tendenzialmente tanniche attrici dello straordinario vigore espressivo di questo gusto-aroma. Frutto mediterraneo, banana e pera, tropicale nel forte soffio d’ananasso. Il tutto proposto ad un livello di pulizia enologica esecutiva pressoché eccellente. Il tutto proposto ad un volume espressivo superiore: profumo e tatto polputissimi vista l’eccellente ricchezza estrattiva del campione in esame. Ultimo qualificante richiamo all’alsaziana qualità di questo bianco”.
Al di là dell’eloquio, su cui – per indecente quanto improvviso buonismo – non intendo infierire, il St Marsan è il vino perfetto per chi ama parkerismo e (dunque) maronismo. Non posso dire che sia mal fatto, anzi dopo 12 anni si difendeva abbastanza bene (quindi l’acidità c’era). Posso però dire che ho fatto una fatica incredibile a bere il primo bicchiere e, giunto al secondo, in gran parte è rimasto lì. E’ capitato, lo aggiungo per dovizia, anche ai tre commensali che mi facevano compagnia.
Vino strano, sperimentale, ambizioso. Neanche caro e con qualche fuoco d’artificio da sparare. Ma davvero agli antipodi del mio gusto.

Foradori – Fontanasanta 2010

Per uno strano caso, non ho praticamente mai parlato – libri a parte – dei vini di Elisabetta Foradori.
Non c’è, ovviamente, alcuna strategia. Foradori è un punto fermo del vino italiano – basta pensare al Granato – e la maniera migliore di conoscerla rimane, a mio avviso, guardare Senza Trucco di Giulia Graglia. Il suo capitolo, e quello di Nicoletta Bocca, sono i più coinvolgenti del (bel) film.
Più di un mese fa ho finalmente provato il Fontanasanta 2010. La Nosiola di Elisabetta Foradori. Fermentazione con macerazione sulle anfore per 8 mesi, successivo affinamento in botti di acacia e rovere per altri due. La 2010 è la seconda annata. Ottomila bottiglie prodotte, in rete si trova attorno ai 25 euro. Un prezzo molto onesto.
E’ un vino che mi ha fatto assaggiare Marina Bersani della Compagnia del Taglio, a Modena. Me lo ha magnificato con convinzione, e dopo averlo bevuto -ho capito perché. Marina è una grande esperta di vini, che tratta anche i vini naturali – biodinamici e no – con un approccio di “educata diffidenza” superiore al mio. Lei è più scettica, io più convinto (anche se per molti naturalisti fideisti passo per troppo critico: è la Legge della Curva, direbbe Vinicio Capossela).
Ritengo Marina, anche per questo, una delle figure enologiche che più sa incarnare il “giusto mezzo” tra modernità (per quel che vuol dire) e antagonismo (per quel che vuol dire).
Il Fontanasanta, pur essendo un orange wine “spinto” – otto mesi, anfore, lieviti indigeni, non filtrato, vitigno autoctono non facile – è un vino di estrema eleganza. Ha spigoli smussati, colore invitante, profumi (abbastanza) complessi che ammaliano. E’ garbato, pulito, un po’ bipartisan. Non può non piacere al vinoverista talebano, non può dispiacere al novizio diffidente.
Equilibrato, buona persistenza, fresco, minerale. Sapienza artigianale encomiabile. Se non lo avete già provato, fatelo.
Rimango maggiormente colpito da orange wine più caratteriali e “spietati”: ad esempio quelli di Gravner, Skerk, Zidarich, Vodopivec o il miglior Podversic (altri vitigni, lo so; altre terre, lo so). E credo che il Fontanasanta crescerà tanto nei prossimi anni.
Questa ennesima sfida di Elisabetta Foradori, mi pare però una sontuosa entry level per chi vuole avvicinarsi ai bianchi macerativi. Per apprezzare questa tipologia, non si può cominciare meglio. Poi – probabilmente – non vi fermerete qui, ma da qui dovete passare.

A proposito di Chardonnay

Ci sono vitigni con cui si litiga da piccoli. Alcuni ti piacciono e poi te ne allontani, altri non sanno mai esaltarti fino in fondo.
Scrivo questo post tenendo bene a mente la naturale progressione del gusto. Si parte – se si vuol partire – dal vino facile, poi quello più spigoloso, per approdare quindi al “vino armonia”. Oppure al Vitigno Kiarostami: quello che magari non ti piace, ma se dici che ti piace sei figo. Tipo Pinot Noir o Riesling.
Ovviamente non è sempre così. Sto semplificando. Ma è vero che esistono vini, e vitigni, con cui non trovi il feeling.
Quando dico che il Sangiovese non mi fa impazzire, so benissimo che ne esistono di straordinari. Spesso li ho trovati. Ecco: per lo Chardonnay, no. Ovvero: io so bene che ne esistono di straordinari, ma evidentemente non mi ci sono mai imbattuto.
La mia sensazione è che lo Chardonnay (fermo), con il Merlot, siano i vitigni che meno vanno d’accordo con me. Troppo rotondi, morbidoni. Spesso opulenti.
E’ evidente che, oltre alla naturale inclinazione, c’è da parte mia una cattiva scelta sin qui adottata. Per dire: a Chablis esistono Chardonnay meravigliosi. Che nulla hanno a che fare con gli Chardonnay ciccione-vanigliati che invadono da decenni l’Italia (e non solo l’Italia). Io però non li ho mai beccati. Non ancora. Del resto la Borgogna devo ancora scoprirla appieno.
L’altra sera ho bevuto uno Chablis base, annata 2010, Colette Gros. Sui 20 euro in Italia. Dritto, abbastanza minerale, ma sostanzialmente neutro. Senza infamia e senza lode (anche perché era giovanissimo e l’acidità dominava su tutto il resto: andava aspettato, lo so). Mi ha colpito così poco che, nei giorni successivi, mi sono imbattuto – era il vino di una cena “obbligatoria” a un Festival – in uno Chardonnay “moderno”: il Villa Locatelli, la nuova linea di Angoris in Friuli. Non certo un’azienda artigianale, e quel vino lo dimostrava, ma non l’ho bevuto con minor gusto.
Riguardo al Merlot, ne ho bevuti di ottimi, ad esempio Il Messorio de Le Macchiole. Non lo ordinerei mai al ristorante, anche perché costa un mutuo, ma è di pregio. Negli Chardonnay ho ancora più difficoltà: se è spumantizzato è il mio bianco preferito, se è fermo è il bianco a me più distante.
Questione di gusti? Di prevenzioni “ideologiche”? Di scelte errate? Se è il terzo caso, sono pronto a ricevere ennesime dritte su Chardonnay verticali e femminili (in gran parte da Chablis, immagino). Ve ne sarò nuovamente grato. Ma a mio avviso c’entra anche la natura del vitigno.
C’è chi nasce Chardonnay, chi Garganega, chi Riesling. E chi Muller Thurgau.

P.S. Qual è il vostro Chardonnay italiano (in purezza) preferito?