Archive del 30 luglio 2012

Ciro Picariello – Greco di Tufo 2011

Tendo sempre più a pensare che, per valutare un’azienda, nulla sia più emblematico – ed esplicito – del vino base. Della bottiglia “peggiore”. Lì si capisce il livello dell’azienda, la sua onestà. Il talento, l’attitudine, la duttilità.
Di Ciro Picariello ho parlato più di due anni fa. Non sono stato il primo, ma neanche l’ultimo. Anzi. Al tempo era molto meno noto, e giustamente celebrato, di adesso – è ormai abbonato ai premi di Slow Wine, e non potrebbe essere altrimenti.
Il capolavoro di Picariello, persona che non conosco ma – mi dicono – meravigliosamente semplice e schiva, è il Fiano di Avellino. Uno dei più grandi bianchi d’Italia. Capolavoro vero, che ultimamente Ciro sta declinando in due versioni (Irpinia Fiano e la celebrata Docg) e perfino come Metodo Classico (che purtroppo non ho mai assaggiato). Produce anche due rossi, entrambi a maggioranza Aglianico.
L’azienda è a Summonte, nel Sannio avellinese.
L’ultimo arrivato è il Greco di Tufo. Picariello non ha mai nascosto di non amarlo granché. Lo fa perché glielo chiedono gli americani. E’ l’unico vino nel quale non usa uve sue, bensì acquistate a Montefusco. Tremila bottiglie ogni anno, sui 10 euro in enoteca.
Si capisce che lo realizza con la mano sinistra, che non ci mette l’amore del Fiano. Che lo imbottiglia quasi controvoglia. Eppure, pur essendo la sua bottiglia “peggiore”, è deliziosa.
L’ho bevuta ieri sera. Annata 2011. Neanche un’ora ed era finita (eravamo in due, Perfect 39 ed io). Minerale, fresco, semplice ma tutt’altro che anonimo. Come vino estivo, da aperitivo o da tutto pasto, è encomiabile.
Tutto ciò ribadisce una mia ferma convinzione: certa gente è così brava nel suo lavoro da non riuscire proprio a sbagliare. Neanche quando vuole, o vorrebbe.

P.S. Poi abbiamo aperto un Fiano di Avellino 2007, leggermente affumicato come da Picariello Style. Complesso, persistente, affascinante. Apoteosi.