Archivio di luglio 2012

Ciro Picariello – Greco di Tufo 2011

Tendo sempre più a pensare che, per valutare un’azienda, nulla sia più emblematico – ed esplicito – del vino base. Della bottiglia “peggiore”. Lì si capisce il livello dell’azienda, la sua onestà. Il talento, l’attitudine, la duttilità.
Di Ciro Picariello ho parlato più di due anni fa. Non sono stato il primo, ma neanche l’ultimo. Anzi. Al tempo era molto meno noto, e giustamente celebrato, di adesso – è ormai abbonato ai premi di Slow Wine, e non potrebbe essere altrimenti.
Il capolavoro di Picariello, persona che non conosco ma – mi dicono – meravigliosamente semplice e schiva, è il Fiano di Avellino. Uno dei più grandi bianchi d’Italia. Capolavoro vero, che ultimamente Ciro sta declinando in due versioni (Irpinia Fiano e la celebrata Docg) e perfino come Metodo Classico (che purtroppo non ho mai assaggiato). Produce anche due rossi, entrambi a maggioranza Aglianico.
L’azienda è a Summonte, nel Sannio avellinese.
L’ultimo arrivato è il Greco di Tufo. Picariello non ha mai nascosto di non amarlo granché. Lo fa perché glielo chiedono gli americani. E’ l’unico vino nel quale non usa uve sue, bensì acquistate a Montefusco. Tremila bottiglie ogni anno, sui 10 euro in enoteca.
Si capisce che lo realizza con la mano sinistra, che non ci mette l’amore del Fiano. Che lo imbottiglia quasi controvoglia. Eppure, pur essendo la sua bottiglia “peggiore”, è deliziosa.
L’ho bevuta ieri sera. Annata 2011. Neanche un’ora ed era finita (eravamo in due, Perfect 39 ed io). Minerale, fresco, semplice ma tutt’altro che anonimo. Come vino estivo, da aperitivo o da tutto pasto, è encomiabile.
Tutto ciò ribadisce una mia ferma convinzione: certa gente è così brava nel suo lavoro da non riuscire proprio a sbagliare. Neanche quando vuole, o vorrebbe.

P.S. Poi abbiamo aperto un Fiano di Avellino 2007, leggermente affumicato come da Picariello Style. Complesso, persistente, affascinante. Apoteosi.

Bollicine di Brunello: si può?

Il dibattito è quantomai aperto: si possono fare grandi Metodo Classico da vitigni rossi, eccezion fatta – va da sé – per Pinot Noir e Pinot Meunier? A tale domanda potrei facilmente rispondere di “no”, facendo leva sulla mia dittatura del gusto, che è peraltro sempre più bianchista e ai Blanc de Noirs preferisce quasi sempre i Blanc de Blancs. Cioè Chardonnay in purezza, casomai con piccole aggiunte di Pinot Bianco in Italia.
Qualche settimana fa ho bevuto uno spumante fatto principalmente da Sangiovese Grosso, il clone tipicamente ilcinese (ho scritto questo post solo per poter usare la parola “ilcinese”, il cui significato è conosciuto sì e no da 7 persone. Me escluso).
Ho bevuto, negli anni, spumanti di Nebbiolo in Purezza (Erpacrife). Aglianico (Paternoster). E Sangiovese aretino (Baracchi Il Falconiere). Il Brunello mi mancava.
L’azienda è Il Poggiolo di Montalcino, attiva dal 1971 e fondata da Rodolfo Cosimi. E’ scomparso prematuramente nel 1989. Da allora il titolare è il figlio. Accanto a una produzione classica per Montalcino – Brunello, Rosso, Riserva, Grappa, Brandy – c’è anche lo spumante. Prima annata, almeno credo, 2010. Nome: Le mie Bollicine. Prezzo nel sito ufficiale, 12 euro.
Non è un Sangiovese in purezza, aiutato da una percentuale non specificata di Pinot Nero. E non è neanche un Metodo Classico, bensì uno Charmat lungo. Da una parte Le mie Bollicine – con la “B” maiuscola – si vanta di essere “il primo spumante fatto a Montalcino con l’uva con cui si fa il Brunello“, dall’altra  si affida alla rifermentazione lunga in autoclave e rinuncia al monovitigno. Di fatto sminuendosi in partenza.
L’ho trovato nella carta dei vini di un ambizioso ristorante aretino, Le Rotte Ghiotte, meritevole e assai lodato su TripAdvisor.
Com’è questo Le mie Bollicine? Coraggioso, ma non risolto. La sensazione che dà è quella di un vino con molte anime però confuse, una progressione “disarticolata” (al naso e in bocca) e un equilibrio faticosissimo.
Non è cattivo, tutt’altro. E ha un prezzo giusto, da Charmat lungo e non da Metodo Classico. Se però voglio spendere più o meno 20 euro al ristorante in una bollicina, conosco scelte più appaganti. Lo consiglio a chi è curioso e a chi ama le degustazioni didattiche. Fatevi un’idea e ditemi che ne pensate.

Fattoria San Lorenzo – Verdicchio Jesi

Conoscevo già quest’azienda, ma è stato bello saperne di più.
Fattoria San Lorenzo, Montecarotto, Jesi. Produce quattro vini e sei rossi. Primo anno di imbottigliamento il 1995. Biologica, biodinamica. Titolare Natalino Crognaletti, coadiuvato dall’enologo Hartmann Donà.
I vini di cui parlerò sono i tre Verdicchio (io quarto bianco è un Igt Marche, i sei rossi non li ho mai provati). Ieri sera, con amici, ne ho bevuti due. Entrambi Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico. Il Vigna di Gino 2011 e e il Vigna delle Oche Riserva 2008. Leggermente inferiore, ma discreto, il Vigna delle Oche Superiore 2010.
Il Vigna di Gino è il base. Verdicchio in purezza, da vigneti sparsi nel territorio (Montecarotto, Ostra, Ostra Vetere e Corinaldo). Età delle vigne sui 20 anni, 30mila bottiglie prodotte. Si trova in enoteca a meno di 10 euro (in rete a 5-8). Ottimo prezzo. E’ un Verdicchio ematico, di carattere, minerale, impreziosito da una bella acidità. Alcolicità contenuta (13 gradi) e per nulla ingombrante. Per essere un base ha una grinta rara. Non è umile, non è docile – nonostante la grande beva. Mi ha convinto totalmente, nonostante l’età giovanissima, alcuni lievi spigoli da smussare col tempo e un colore non proprio cristallino. Vino meravigliosamente estivo e non solo. Un mio amico direbbe: “Da berne un secchio”.
Con la Riserva 2008 Vigna delle Oche si sale. In tutti i sensi. I grappoli migliori vengono presi dal vigneto migliore. Diciotto mesi in acciaio sui lieviti. Niente legno, come il Vigna di Gino. In enoteca si trova a poco sotto i 20 euro e in Rete a 15 (il Superiore attorno ai 13, 10 in Rete). Undicimila bottiglie prodotte, a partire dal 2000. Si avverte, nitido, il salto di categoria. Nella complessità dei profumi, nel colore più caro, nell’alcolicità (14.5: un po’ tanto). Ben fatto, ma non da tutti i giorni. Né per il portafoglio, né per l’impegno (piacevole) che richiede nel berlo.
Come spesso mi capita – ad esempio con la produzione di Ampelio Bucci – mi trovo ad amare di più i Verdicchio base che quelli Superiore o Riserva. Non perché siano più buoni: perché li avverto più accessibili, vivi. Forse persino più personali. Ho come la sensazione che, analogamente a vitigni rossi “minori” come il Dolcetto, il Verdicchio dia il meglio di sé quando non se la tira e asseconda – con gusto e ambizione – la sua meravigliosa umiltà.
Un gran bere, comunque.

Lapeyre – Vitatge Vielh 2007

Delle zone vitivinicole francesi, tra quelle almeno che si studiavano dal secondo livello Ais, mi ha sempre incuriosito il “Sud Ovest”. Già la denominazione, oltremodo generica, lasciava intendere scarsa stima. E infatti è una zona scarsamente amata da intenditori e appassionati. Un po’ Bordeaux che non può essere Bordeaux e un po’ terra di vini muscolosi e iperalcolici come il “vino nero” a base Auxerrois di Cahors.
E’ sempre così? No, ovviamente.
Un AOC del Sud-Ovest, in particolare, ha fin dall’inizio attirato la mia attenzione. Il Jurancon. E’ uno dei sobborghi di Pau. Qui, oltre a vitigni apprezzabili ma minori (Camaralet, Lauzet, Courbu), crescono due autoctoni bianchi: Petit Manseng e Gros Manseng. Il primo è particolarmente adatto alle vendemmie tardive (senza muffa nobile: non è zona), il secondo ai vini secchi. Non provando attrazione per i vini dolci, salvo casi rarissimi, parlerò del Gros Manseng.
Ho bevuto un Gros Manseng in purezza pochi giorni fa. Vitatge Vielh di Clos Lapeyre, Jurancon Sec, annata 2007. Costo sui 15-25 euro. Importato da Les Caves de Pyrene.  Il vigneron è Jean-Bernard Larrieu, 12 ettari, vigneti a 250 metri sul livello del mare, prima annata nel 1985. Azienda a regime biologico, naturale. Il terreno è il tipico “poudingue”, argilla e sassi tondi.
Lo scenario è notevole, come ricorda Storiedelvino: I terreni “richiamano l’origine glaciale, argille più rosse o più sabbiose. L’altezza delle vigne non è elevata, in genere non più di trecento metri di altitudine, ma il panorama, ed il clima, sono veramente eccezionali, con il Pic du Midi che sovrasta l’orizzonte a pochi chilometri e l’oceano e le spiagge di Biarritz sono a poco meno di cinquanta chilometri. Qui ritroviamo inoltre una antica abitudine, incontrata anche nel Carso, ossia quella di avere vigne circondate da boschi che proteggono dai venti più forti e sono un naturale baluardo contro alcune delle più comuni malattie della vite”.
Mi è piaciuto. Alcolicità giusta, gran freschezza, mineralità notevole. Note citrine palesi ma non invadenti. Nocciola al naso e in bocca, con un tocco leggermente fumé intrigante. Personale, tipico, di carattere. Raro (nel gusto e nel numero di bottiglie). Dario Cappelloni, e sono d’accordo, ha parlato – per l’annata 2006 – di “beva assassina”.
Provatelo.

Riesling alsaziani

Sinora non sono stato molto fortunato, quindi vi chiedo aiuto. Più o meno come quando vi ho sollecitato a schierarvi sui Franciacorta che più amate e mi avete riempito di consigli. Grazie ancora; non rispondo più ai commenti, come ho comunicato mesi fa, ma li/vi leggo.
Stavolta il problema riguarda i Riesling dell’Alsazia.
So bene che ce ne sono di buonissimi. E il Riesling è uno dei vitigni che più mi affascinano.
Eppure non ho ancora trovato il Riesling alsaziano del cuore.
L’altra sera ho bevuto un Tradition 2010 di Domaine Albert Mann, a Wettholsheim. Proprietari Maurice e Jacky Barthelme. Azienda biodinamica. Bottiglia sui 15-20 euro. Tappo a vite.
Buone recensioni in rete. Di un’annata 2008 ho addirittura letto qui: “Poderosa la botta minerale: il bicchiere zaffa subito di petrolio agricolo – e chiunque pensi sia sgradevole, lungi! – e a lungo, prima di esprimere la batteria dei fiori bianchi recisi, prima, e della frutta gialla matura, poi. Naso vasto, persistente, interminabile, alfine. Il sorso va a completamento: più complementare che assonante, ricco di sale vivo e tentazioni dolci. Verso il centro il bicchiere si fa articolato, spesso, con più di una traccia acida sospesa ed apprensiva a tendere il finale. Che di per sè solo non sarebbe così fitto, ma brilla dei molti colori dispersi sul palato. Seducente” (vi prego, niente battute su sorsi a complemento assonnanti e tracce acide apprensive).
All’inizio il vino faticava ad aprirsi. Profumi confusi. Poi, dominante, la nota limonata. Al naso, al gusto. Perfetto per ripulire e detergere (l’avrei visto bene con una frittura di verdure). Più acido che minerale. Non male. Ma alla lunga un po’ statico.
Certo, era giovane. Certo, i Riesling ambiziosi – e cari – sono altri. Tendo però a ritenere – quasi sempre – superiori i Riesling della Mosella. Siete d’accordo? Se bevete alsaziano, cosa scegliete?

Bollicine croccanti

Tra i degustatori si tende a dire che la differenza più evidente tra Franciacorta e Trento/Alto Adige, quanto a Metodo Classico, risiede nella bollicina. Anche a parità di vitigno, il Franciacorta apparirà con un perlage delicato e un po’ “fighetto”, mentre il Trento (più ancora dell’Alto Adige) avrà bolle croccanti e addirittura “gasate”. Un po’ virili, rudi. Forse non troppo eleganti.
Questa differenza, o semplificazione, mi è tornata alla mente bevendo – venerdì scorso – il Metodo Classico Opera Brut. Millesimato 2007. L’ho degustato alla Cantina di Manuela in via Poerio, a Milano. Prezzo al tavolo 29 euro.
Chardonnay in purezza, quindi Blanc des Blancs.
Opera è un’azienda in Val di Cembra, est del Trentino. E’ nata nel 2006 per “iniziativa di due amici“.
Il Millesimato Brut 2007 è un buon vino. L’abbiamo bevuto durante il pasto, si è rivelato duttile. Buona freschezza, discreta “drittezza”.
Media complessità, equilibrato, persistenza sufficiente.
L’unico difetto, o forse caratteristica, è proprio la bollicina virile. Non proprio un “perlage fine” come è scritto nel sito. Da toscano, mi ha ricordato un po’ – ho detto “un po’ – l’acqua Verna gas(s)ata.
Senz’altro questa caratteristica indeboliva l’eleganza. La bottiglia è però finita senza alcuna difficoltà, anzi con piacere. Da ciò si evince la seguente massima: meglio un Metodo Classico non troppo cool ma di carattere, che uno spumante ben vestito ma esangue.
Poi, certo, se lo trovate sia ben vestito che di carattere, siamo tutti più contenti.

Cirelli – Trebbiano d’Abruzzo 2011

Che bianco appagante. Splendidamente minerale e felicemente fresco, con quella nota ematica (ferro e sangue, anche se messa così fa un po’ impressione) tipica dei migliori Trebbiano d’Abruzzo. E sì, pure la nota di omogeneizzato che ho riscontrato anche in alcuni Valentini.
Il Trebbiano d’Abruzzo di Cirelli, azienda biologica, mi ha convinto totalmente. L’ho bevuto qualche giorno fa, a Milano, con Perfect39.
Nonostante l’annata giovanissima, 2011, ha rivelato grande personalità. E al tempo stesso una bevibilità invidiabile.
Vinificazione in vasche d’acciaio, nelle quali sosta per 4 mesi. A contatto con le fecce fini.
L’azienda è di proprietà di Francesco Cirelli e Michela Palazzo Adriano, poco più che trentenni. Ventidue ettari sulle colline di Atri. Anche ulivi, frutteti, ortaggi e allevamento d’oche. Vigneti vecchi, e si sente.
Ho un debole per il Trebbiano d’Abruzzo, e Cirelli entra subito nel mio podio di questo varietale con Valentini ed Emidio Pepe. Rispetto ai due più noti competitors, paradossalmente somiglia più a Valentini (nonostante la giovane età) che a Pepe (più elegante e pulito). Sono certo che abbia grandi potenzialità evolutive.
Particolarmente adatto d’estate, ma non solo.
Non fatevi ingannare dal tappo a vite – e dalla etichetta bruttina.
Fatevi invece abbindolare dal prezzo, sugli 8-10 euro in enoteca.

P.S. Avendo acquistato – acquistato: nessun regalo – due settimane fa 49 bottiglie (quasi tutti vini bianchi, pochi rossi e qualche sidro) da Les Caves de Pyrene, capiterà spesso che i prossimi vini qui recensiti provengano dal loro catalogo. Come, appunto, Cirelli. 

Collisioni (domenica a Barolo)

Collisioni è uno dei festival culturali più belli d’Italia. Non per nulla si svolge in Langa.
In mezzo a nomi giganteschi, domenica prossima ci sarò anch’io. Alle 15.30, a Barolo.
Presenterò Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, giunti rispettivamente alla quarta e seconda edizione.
Più esattamente, parleremo di vino. A modo nostro. Senza troppe seriosità.
Sarò un po’ sbicentrato, visto che la sera prima avrò Gaber se fosse Gaber a Civita Castellana e arriverò domenica mattina in aereo, ma cercherò di essere quantomeno decente.
Se passate da quelle parti, a me fa piacere.
Mi fermerò anche il giorno successivo, per l’unica data italiana del 2012 di Bob Dylan (a Barolo, appunto).
Colgo l’occasione per comunicare che oggi è uscita la versione aggiornata e corretta di Ve lo do io Beppe Grillo, con prefazione di Marco Travaglio. E’ disponibile, come tutti i miei libri (compresi quelli sul vino), anche come ebook, a sole 4.99 euro. Qui.
Non solo: dopodomani verrà ristampato – da T.E.A.-Limina – il mio primo libro, Il piccolo aviatore, uscito una prima volta dieci anni fa e dedicato a Gilles Villeneuve.

Martin Arndorfer – Grüner Veltliner 2011

Il Grüner Veltliner è il vanto enologico austriaco. Un vitigno, secondo alcuni, in grado di invecchiare per decenni e decenni. In Italia si trova soprattutto nella Valle Isarco.
Il top sembra darlo proprio in Austria, dove un tempo si chiamava Moscato verde (Grünmuskateller).
E’ un vitigno che dà vini bianchi tendenti al verdolino. Al naso senti soprattutto fiori ed erbe. La nota erbacea la ritrovi anche nel gusto.
Qualche giorno fa ho bevuto un Grüner Veltliner di Martin Arndorfer, azienda austriaca di Kamptal importata da Les Caves du Pyrene.
Un Veltliner Strasser Weinberge molto giovane, annata 2011.
Il tappo è di quelli che si svitano, comune in Germania e Austria (anche per vini di pregio) e da noi inconcepibile.
Più o meno sui 20 euro in enoteca.
Ero con due amici. A loro è piaciuto più che a me. Un vino da 6, estivo, piacevole, che bevi un po’ distrattamente.
Tutto considerato lo consiglio, perché da un’idea chiara di cosa sia il Veltliner. La freschezza, i sentori di fiori bianchi, la nota erbacea – e un po’ selvatica – che c’è sia al naso che in bocca. Per certi versi una sorta di Sauvignon Blanc, con una nota verde meno accentuata.
Non posso dire che grado di evoluzione abbia, vista l’età giovanissima, né affermare che sia irrinunciabile. Curioso e “didattico”, questo sì.

Domaine Mathis Bastian (Lussemburgo)

I vini del Lussemburgo non sono esattamente i più famosi del mondo. Non mi era ancora capitato di provarli. Per questo, nell’ordine effettuato pochi giorni fa a Les Caves du Pyrene, ho inserito due vini di quella zona.
Li ho bevuti nei giorni scorsi.
L’azienda, a Remich, è Domaine Mathis Bastian. I vini, due Riesling. Il primo era un Grand Premier Cru “Remich Primerberg” 2009, sui 20-30 euro al ristorante. Il secondo un GPC Domaine et Tradition “Bastian” 2006, sui 30-40 al ristorante. Ovviamente un po’ meno in enoteca.
La zona è quella della Mosella lussemburghese, quindi altamente vocata per il Riesling.
Il Remich Primerberg 2009 era come lo immaginavo. Da giovane – e un 2009 bevuto 3 anni dopo è giovane –  il Riesling ha il “difetto” di sembrare come molti altri vini. La sua vita è strana, con una lunga fase di letargo durante la quale è buono ma finisce lì. Poi, dopo un po’ di anni, si risveglia e diventa memorabile.
Il Remich Primerberg 2009 era piacevole, bevibile, ma semplice. Gradevole, anzitutto d’estate, ma (ovviamente) nulla a che vedere con i Riesling che sanno davvero emozionarti.
Dal Bastian 2006 mi aspettavo di più. Il Riesling è uno dei vitigni che più amo, ancor più quello tedesco secco (Trocken) che continuo a preferire a quello alsaziano (sto generalizzando, lo so). Il Bastian 2006 i è però rivelato un vino in fase scombinata, confusa. Forse già un po’ stanco.
Appena aperto aveva una sorta di nota morbida, quasi dolciastra e legnosa, decisamente fuoriluogo. Poi, poco dopo, si è aperto ed è migliorato. Netta la nota citrica, limonata. Un po’ meno quella minerale. Buona freschezza, eleganza non accentuata.
In estrema sintesi: due Riesling ben fatti, ma non trascendentali. Di solito il vino lussemburghese è consumato in loco, e vini simili si trovano attorno ai 10 euro. Ottimo prezzo. Una volta arrivati in Italia, gravitano dai 20 in su. E a quel punto, per meritare la spesa, devono vantare una qualità ancora superiore.