Archivio di giugno 2012

Croci – Lubigo 2010

Qualche giorno fa ho esternato il mio apprezzamento per i vini piacentini. Ammettendo anche una particolare curiosità per i vini di Massimiliano Croci.
Proprio lui, sabato scorso, mi ha fatto avere tre suoi vini all’interno di Streghe di verso e di vino, la serata organizzata a Castelvetro di Modena da Marina Bersani (proprietaria de La Compagnia del Taglio). Entrambi sono originari di Castell’Arquato.
I vini a me donati erano il Lubigo, l’Alfiere Metodo Classico (Bianco) e il Gutturnio.
Domenica sera ho bevuto il Lubigo.
L’azienda di Croci, di cui ho sempre letto (e sentito) bene, è appunto a Castell’Arquato. Località Monterosso, nove chilometri circa dall’uscita autostradale di Fiorenzuola D’Adda. Ne parlava bene Porthos ed è molto amata dai naturalisti, ma sei anni fa la celebrava in tivù anche Paolo Brosio (sì, quel Paolo Brosio). Una sorta di piccola azienda capace di essere trasversale. Dal sito scopro che c’è anche una B&B e stanno lavorando all’apertura di un agriturismo. Massimiliano lavora col padre Ermanno. L’azienda è stata fondata nel 1935 da Giuseppe Croci.
Prima di ricevere questo regalo, avevo già provveduto a inserire alcuni vini di Croci – praticamente tutti, tranne il vino di ghiaccio che coraggiosamente produce, e che molti apprezzamenti riceve – nell’ordine inviato all’importatore Cave de Pyrenes. Una quarantina di vini, quasi tutti bianchi, italiani e non solo: via via li recensirò qui.
Il regalo di Croci, che non era tenuto a fare e per il quale lo ringrazio pubblicamente, ha velocizzato questa mia conoscenza (comunque tardiva, lo so. Ma se avessi già scoperto tutto, non sarebbe divertente).
Il Lubigo è esattamente come lo immaginavo. Esattamente. E non è una critica. Un “naturalmente frizzante” sur lie, sui lieviti. Annata 2010 (sul retroetichetta c’è vezzosamente scritto “Venti Dieci”, in lettere). Quattro giorni di macerazione, rifermentazione in bottiglia. Ortrugo in purezza.
Il prezzo è davvero basso: più o meno 7-8 euro in cantina, 10 in enoteca (o giù di lì).
E’ un frizzante che per certi versi ricorda alcuni Prosecco Colfondo (quelli migliori, eh), di cui condivide impostazione e semplicità. Oltre che il desiderio di rifarsi alla tradizione. Non c’entra nulla con gli Ortrugo canonico-moderni e, rispetto al geograficamente non lontano (e forse più “mitizzato”) Camillo Donati, mi pare più immediato e meno spigoloso.
Molto limonato al gusto, quasi citrino. Evidenti, al naso e per retrogusto, i lieviti e la crosta di pane. Per mineralità mi ha ricordato il Sassaia di Maule (faccio questi paragoni, ben sapendo che sono vitigni diversi, per dare ulteriori coordinate a chi non conosce Croci e l’Ortrugo naturale).
Bollicine gradevoli (è un frizzante, non uno spumante). Bevibilità meravigliosa. Nessun difetto. Dodici gradi e mezzo, che non si sentono grazie a una buona acidità (e alla bassa temperatura di servizio: è un vino che consiglio freddo). Profumi semplici, gusto piacevole. Chi non lo conosce può trovarlo “strano” e “debole”, come spesso capita per i vini naturali. E’ infatti accaduto a uno dei commensali che lo ha bevuto con me.
Il Lubigo è un vino non ambizioso, che si vanta di essere umile e che risulta – ancor più d’estate – oltremodo indicato. Encomiabile il rapporto qualità/prezzo.
Rientra in ciò che cerco da un bianco senza troppe pretese. Lo riberrò spesso.

Gaber se fosse Gaber (e il vino)

Gaber se fosse Gaber, il mio spettacolo, ha raggiunto 26 repliche. Attraverserà l’estate e tutta la prossima stagione.
Domani lo porterò a una festa enologica, organizzata da Marina Bersani della enoteca Compagnia del Taglio.
Il mio spettacolo concluderà una giornata di degustazioni e buffet, all’interno della seconda edizione di Streghe di vino e di verso. A Castelvetro di Modena, Villa Cialdini, Via Belvedere 4.
Molti i produttori presenti: Cleto Chiarli, Tenuta Santa Croce, Agostinetto, Cesconi, Castell’in Villa, Stefano Amerighi, Tiberio, Vignai da Duline, I Clivi, Monte Dall’ Ora, La Stoppa, Lusenti, Walter Massa, Coppo, Lageder, Medici Ermete, Paltrinieri, Paolo Saracco, Ezio Cerruti, Cavalleri,Vezzoli,Gatti, Brancaia, Cascina Iuli, Nocino Delle Streghe, Distilleria Berta.
Cibo: Gastronomia Flli Manzini, Salumificio La Rocca, Real Group, Cascina San Cassiano, Selecta,Gelaterai Mattioli 10+, Bodrato, Forno San Giorgio.
Il ricavato della serata (al netto dei costi) sarà devoluto ad Aseop, ANFFAS e Protezione Civile di Modena. Ingresso consentito dalle 18 alle 21.30. Costo per tutta la giornata di 40 euro.
Il mio spettacolo comincerà attorno alle 22.
Vi aspetto.

Ortrugo e dintorni (vini piacentini)

Ho scoperto di avere un debole per gli autoctoni piacentini. L’Ortrugo, in particolare. Ma anche alcuni rossi tipici di quella zona, su tutti Gutturnio e Bonarda. Vini facili, spesso frizzanti o addirittura spumanti (Charmat e Metodo Classico) nel caso dell’Ortrugo, che spiccano per bevibilità e territorialità.
Da Faccini, bel ristorante a Castell’Arquato, ricordo di aver bevuto un Gutturnio di pregio, l’azienda era Casa Benna. Discreto anche il suo Ortrugo.
Recentemente, in un ristorante piacentino a Milano, il Pane al pane vino al vino in zona Corso Buenos Aires, ho provato un Ortrugo Brut Metodo Charmat. Cantina Valtidone, prezzo (troppo) 22 euro. Discreto e nulla più.
Dalle guide leggo che i migliori Ortrugo sono Enrico Loschi per quello fermo, Massimiliano Croci per la versione spumantizzata (Metodo Classico) e Alberto Rocca per l’Ortrugo Doc frizzante. Di Croci, in particolare, sento parlare da anni. L’ho letto su Porthos, è distribuito da Caves de Pyrene e lo proverò presto. Lo conoscete?
Se avete dritte da darmi per qualche vino piacentino a suo modo imperdibile, sono qua.

L’importanza del vitigno (e del gusto)

Qualche settimana fa ho recensito un Chianti. Era quello di Giovanna Morganti, Le Trame. Come tutti i suoi vini, mi è piaciuto ma non mi ha fatto impazzire.
Per correttezza, ho aggiunto nel post – e aggiungo adesso – che parte del poco entusiasmo dipende da un mio gusto soggettivo. Un fattore che, nel mondo del vino, rende tutto – tutto – ancora più soggettivo di qualsiasi altro ambito. Se io dico: “Nebraska è un capolavoro“, so di avere “ragione”. Ma so anche che, se qualcuno mi risponde “che due palle quel disco“, nulla potrò replicare per convincerlo del contrario (anche se di sicuro non lo inviterò mai a cena).
Nello specifico Morganti-Le Trame, la mia “tara soggettiva” è legata all’amore non eccessivo che ho per Sangiovese e Chianti. Grandissimo vitigno e gran bel vino (peraltro fatto non solo da Sangiovese), ma non il mio preferito. Il campanilismo mi ha intaccato poco e, se posso scegliere, opto – al di là di difetti tecnici non voluti: quelli sono imperdonabili – per il rosso prima bevibile e poi ambizioso. Quindi, per paradosso, oggi berrei più volentieri un Chianti Colli Aretini (Paterna o Mannucci Droandi, per dire) di un Chianti Classico. Ben sapendo che il secondo è “migliore” – ma se proprio devo prenderlo, esco dal disciplinare e vado su Pergole Torte.
Sto però divagando. Il punto è: quando noi recensiamo un vino, per quanto ci si sforzi di essere oggettivi, si è sempre condizionati dal nostro gusto personale. Capita nelle guide (che non sono ahimè condizionate unicamente dal gusto personale). Capita nei libri. Capita nei blog.
Ci sono dei vini che, per quanto possano piacermi, non mi fanno mai impazzire sino in fondo. Tra i bianchi: lo Chardonnay, il Gewurztraminer, il Muller Thurgau, spesso il Sauvignon Blanc. Tra i rossi: i bordolesi, il Malbec, molti Syrah, il Dolcetto più ciccione (perché “potenziarlo”, perché?), a volte il Sangiovese.
Di contro, ho un debole per gli Champagne (ancor più se Blanc des Blancs) e per i Metodo Classico Pas Dosè; per i bianchi dritti, per gli orange wines; per i rossi snelli, per il Pinot Noir, per il Lambrusco (meglio se Sorbara); per il Nerello Mascalese, per i vini apparentemente “minori” (che minori non sono), per gli autoctoni rari. Eccetera.
Questo non vuol dire che non sia in grado di riconoscere la grandezza di un Brunello di Montalcino. Spero di averlo dimostrato. Ma vuol dire che, nel mio cuore, un Barolo mi emozionerà di più. E il lettore deve saperlo, perché anche questo è utile a decifrare al meglio ciò che un autore scrive. E intende comunicare. Come deve sapere che, magari, quel recensore è orgogliosamente vegetariano o pesciariano, e quindi portato a “tagliare” gran parte dei rossi più corposi (o rotondi, o tannici, o boh).
Nel vino c’è una innegabile Variabile Personale. Qualcosa che ognuno di noi aggiunge, anche involontariamente, alla valutazione critica. E che lo porta a usare aggettivi che, per altri vitigni e quindi vini, non userebbe mai. Di nuovo, vale il paragone con la musica. Se recensisco un disco di John Hiatt, mi sento fatalmente più coinvolto rispetto a un’analisi degli ultimi U2. Non vuol dire che Hiatt è (sia) più bravo di Bono Vox: vuol dire che tocca di più le mie corde. Come lo Chenin Blanc le tocca più dello Chardonnay. E questo il mio lettore, qualsiasi lettore, deve saperlo.
Se dovessi citare cinque (per fortuna sono molti di più) vitigni, o più in generale tipologie, che possono vantare nei miei confronti una “pregiudiziale positiva”, potrei elencare: Champagne (meglio se Blanc de Blancs e Pas Dosè); orange wines del Goriziano & Carso; Chenin Blanc (e in generale i bianchi spiccatamente dritti e minerali, quindi anche Riesling Mosella Style e Garganega Maule Version); Pinot Noir; Barolo (più raramente Barbaresco) con molti anni sulle spalle.
E voi?

Zidarich – Vitovska Collection 2006

La mia passione per i bianchi macerativi è nota, almeno per chi mi legge da un po’. Soprattutto quelli che provengono da zone in cui il bianco macerato con le bucce (che segue cioè la vinificazione tipica dei rossi), affonda nella tradizione. E non nella moda.
Ovviamente adoro in maniera particolare i macerativi – o se preferite orange wines – del goriziano e del Carso. Ribolla Gialla e Vitovska su tutti.
Quest’ultimo vitigno, ritenuto fino a qualche anno fa minore, è stato rilanciato meritoriamente da (almeno) due produttori naturalisti: Vodopivec e Zidarich. Mi piacciono molto entrambi.
Ho bevuto più spesso Zidarich di Vodopivec. Non per scelta, ma perché mi sono imbattuto più spesso nel primo. Di Zidarich conosco bene anche il Prulke, blend con Vitovska, Malvasia e Sauvignon. La Vitovska in purezza, il suo vino migliore, si trova attorno ai 30-35 euro al ristorante (18 in cantina). Macerazione evidente ma non esagerata, due anni in botti grandi e messa in commercio. Terreno calcareo (terra rossa carsica). Vigne dai 6 ai 30 anni circa di età.
La caratteristica principale della Vitovska è la spiccata mineralità, che dà vita a vini quasi salati. Non è mai troppo alcolica e ha una buona acidità. I profumi sono quelli della frutta gialla un po’ cotta, dalla pera alla pesca, e poi la “famosa” pietra focaia, che torna – netta – per retrogusto (o “aroma di bocca”). Le bottiglie prodotte ogni anno, di Vitovska base, sono circa 10mila.
Ho fatto questa lunga premessa perché, un anno fa, un amico e lettore – Luca Lopardo – mi ha regalato per volere di Benjamin Zidarich una Vitovska in purezza particolare. Collection 2006. E’ il prodotto di punta dell’azienda. Viene realizzata unicamente nelle annate di particolare eccellenza (per ora solo la 2006). Lopardo, che vive non distante (a Monfalcone), mi ha informato sulla metodologia della Collection 2006. Vengono scelti i grappoli migliori. Macerazione sulle bucce di 20 giorni, affinamento per 4 anni in botti di rovere di Slavonia. Un anno di sosta in bottiglia. E’ in commercio da giugno 2011, più o meno il periodo in cui l’ho avuta io. Dodici gradi e mezzo di alcol. Soltanto 1500 bottiglie. Prezzo molto importante: 70 euro in cantina (a Prepotto, comune di Duino Aurisina, provincia di Trieste). Enoteca a 90. Ristorante sui 110.
L’ho bevuta venerdì sera con Perfect 39.  E’ innegabilmente un gran vino. Il profumo è ricco, complesso, varia di minuto in minuto. Mineralità preponderante. Acidità evidente, non esagerata. Equilibrato, bell’allungo, grande persistenza. Bevibilità mai in discussione.
Ad averne.
L’unica perplessità, inevitabile, è legata al prezzo. Chiaramente è un vino sui generis, di cui si paga anche rarità e particolarità. A chi non conosce la Vitovska, continuo a consigliare la versione base. Costa 4 volte meno e questa differenza abissale non c’è. Credo che il prezzo giusto sarebbe il doppio della Vitovska “normale”, sui 50-60 al ristorante. La cifra dei macerativi bianchi di Gravner, con cui (dichiaratamente o meno) intende “rivaleggiare”.
Ringrazio ancora Benjamin Zidarich, e Lopardo, per avermi dato la possibilità di bere una bottiglia simile.

Sequenza lunga (di vini)

Lunedì sera ero a cena da Ezio Cerruti, a Castiglione Tinella. Eravamo in otto. Tra questi, Mauro Musso (La Casa dei Tajarin), Silvio Pistone (insuperato maestro di tume), Christian Bucci (Les Caves de Pyrene). Abbiamo bevuto e mangiato come non mi capitava da anni. Cominciato alle 20, finito alle 4. Aiuto.
Ero reduce da due sere altrettanto intense o quasi, sabato alla festa del Fatto Quotidiano a Taneto di Gattatico (RE) e domenica allo splendido ristorante Le Basse di Cuneo (dopo la messa in scena di Gaber se fosse Gaber al Nuvolari Tribù). Per riprendermi, ho osservato – e sto osservando – un regime prossimo al digiuno di almeno 72 ore.
E’ stato un ottimo mangiare (rigorosamente vegetariano: lo era il padrone di casa e lo sono io) e un meraviglioso bere. Potete vedere alcune foto della serata (anche se alcuni vini che si intravedono non sono stati bevuti quella sera, come Fenocchio e Rivella). Ecco le brevi recensioni dei vini bevuti.
Prosecco Casa Coste Piane. Si è cominciato con quello. Garanzia. Il mio Prosecco preferito, con Frozza e Costadilà.
Domaine Ganevat, Cuvèe de l’Enfant Terrible, Poulsard 2010. Presentato con grande entusiasmo. Discreto, bevibile. Provatelo. Ma continuo a non avere evidentemente i cromosomi per amare sino in fondo i vini dello Jura, rossi o bianchi che siano.
Alla Costiera, Fior d’Arancio “Agnese” Colli Euganei 2011. Appartenente alla galassia di Vin Natur. Moscato secco. Ecco: io non ho praticamente mai bevuto Moscato secco buono. Neanche in Sicilia. L’unico è quello di Cerruti, che comunque per ora non lo imbottiglia (e che comunque rimane il meno buono tra tutti i suoi – spaventosamente validi – vini). O sono sfortunato io (sicuramente) o non è una tipologia su cui insistere troppo. Se lo vinificano dolce, un motivo ci sarà. Nello specifico, la bottiglia era davvero deludente.
Champagne Sourdet-Diot 2004. Avevo già bevuto (con piacere) questa azienda, non questo millesimato. Ci ha deluso, lo sciroppo di dosaggio era preponderante e dava al vino una dolcezza sgradevole e inelegante.
Champagne Jean-Paul Deville Carte Noire Brut. Una maison da 200mila bottiglie che, all’interno degli Champagne distribuiti in Italia da Les Caves de Pyrene, costituisce l’entry level. Si trova al ristorante sui 30 euro. Era lo Champagne meno ambizioso dei tre bevuti lunedì, ma come rapporto qualità/prezzo ha battuto tutti. L’azienda è di Verzy. Champagne “economico”, pienamente riuscito per la sua fascia.
Champagne TH & V Demarne-Frison Lalore Brut Nature. Un Blanc de Blancs della zona di Aube. Credo vada sui 50-60 al ristorante. Posso sbagliare, ma non li vale. Discreto, alto livello anzi, ma conosco non pochi Champagne Blanc de Blancs che costano quasi la metà e sono molto più emozionanti. E – ammetto – per me lo Chardonnay della Cote des Blancs è inarrivabile. Penso a Larmandier-Bernier o Bonnet-Gilmert, per citarne due.
Thierry Puzelat, “Ko In Cot We Trust”, Touraine 2010. Un Malbec della Loira. Connubio strano, giusto? Giusto. L’azienda ha alcune vigne di uve “irregolari” e intende preservarle. Bene. Tra queste c’è il Malbec, tipico della Francia sud-occidentale e dell’Argentino. Vitigno (e vino) più nero che rosso, corposo, sciropposo. Non proprio la mia tipologia. Questo Malbec ha però una “drittezza” invidiabile. Sui 20 euro al ristorante. Ve lo consiglio anche solo come bottiglia didattica: è un vino “strano” ma riuscito.
Monteforche, Vigna del Vento 2008. Vino che conosco da anni, avendo frequentato spesso Padova e i Colli Euganei. E’ effettivamente una delle migliori aziende venete, onesta e dal buon rapporto qualità/prezzo. Ma sono proprio distante dall’uvaggio bordolese. It’s not my cup of tea (or wine).
Catherine & Dominique Derain, Gevrey-Chambertin En Vosne 2010. Ah, che meraviglia. Il rosso che cerco (e uno dei pochissimi che ancora bevo con piacere reale). Conoscevo l’azienda solo di nome. Un Pinot Noir di Borgogna esile, dritto, elegante, femmina. Bevibile e appagante. Giovanissimo, ma già emozionante. E’ caro come tutti i Borgogna (credo sui 60 euro al ristorante). E’ stato comunque il rosso che più mi ha convinto. Insieme al prossimo.
Cascina Roccalini, Barbaresco 2008. Il proprietario (giovane) era presente alla cena. Accidenti, che buono. Che buono. Rischia di essere il miglior Barbaresco dopo quello di Teobaldo Rivella (il Montestefano). Distribuito anche questo da Les Caves de Pyrene (si è capito che Christian Bucci aveva portato l’argenteria di casa?). Al ristorante va sui 25 euro, forse qualcosa meno. Caldamente consigliato.
Giuseppe Rinaldi, Barolo Brunate-Le Coste 1999. Il padre di tutti i Barolo e Citrico resta il maestro. Questa bottiglia era, però, meno in forma di altre.
Cavallotto, Barolo (credo). Aperto alle 3 di notte, non ricordo l’annata, rammento solo che è quasi finito. Discreto, ma non chiedetemi altro.
Ezio Cerruti, Riesling “misterioso”. Uno degli esperimenti fatti da Ezio. Ecco: di un vino così, sarei capace di berne una buta (bottiglia) a pasto. Strepitoso.
Ezio Cerruti, Sol (con Botrytis e no). Mi pare che siano comparsi il Botrytis 2005 e 2007 e, in anteprima, il Sol 2008. A me i vini dolci non piacciono. E quello di Cerruti lo adoro. Come recensione, può bastare.
Titoli di coda. Tra le molte menzioni di merito: le tume di Pistone, la pasta di Musso (con e senza uovo: grande), il tortino della chef del ristorante Trattoria del Campo di Mango (era presente il figlio), gli involtini & frittata portati dal produttore di Barbaresco, il parmigiano reggiano di Vacca Rossa che avevo preso a Praticello di Gattatico, il condimento al pomodoro per le bruschette (brava Anna). E altre 718 cose che or non mi sovvengono.

Giocheremo con i fiori – Torre dei Beati

Rovistando in cantina, qualche giorno fa, ho ritrovato alcuni vini colpevolmente dimenticati. Tra questi, due bianchi dell’azienda pescarese Torre dei Beati.
Ho conosciuto i produttori a fine 2010, quando ricevetti il Premio Pescara Wine 2010. Cenammo alla mitica Locanda Mantonè, in pieno centro a Pescara. C’erano anche Fausto Albanesi e Adriana Alasso, i proprietari. Non feci in tempo a visitare la cantina, il mattino successivo, ma poco dopo mi spedirono alcuni vini (impreziositi da una lettera molto bella).
Inizialmente avevo sottovalutato i loro bianchi. Anche in questo post li definisco “apprezzabili, non ancora centrati”, soffermandomi sui più blasonati rossi. Montepulciano d’Abruzzo. Base, Cocciapazza, Mazzamurello.
Nei giorni scorsi li ho ribevuti. Il 2008, che si chiamava Primo Bianco, e il 2009, che si chiama Giocheremo con i fiori. Pecorino in purezza, Doc Colline Pescaresi. Sui 10 euro in enoteca, anche meno.
Torre dei Beati ha deciso di puntare su questo vitigno, ultimamente – e giustamente – riscoperto in Abruzzo e nelle Marche.
Sarà che sono più bianchista di un anno fa, sarà che un anno in più gli ha fatto bene, sarà che li ho bevuti con bianchi più blasonati ma alla conta dei fatti meno convincenti. E’ un fatto che, ribevendoli, li abbia apprezzati molto. Vini sapidi, freschi, semplici, di grande bevibilità.
Se ben ricordo, qualche mese fa un amico mi disse che Torre dei Beati era famosa per i rossi ma dava più soddisfazione con i bianchi. Mi parve un paradosso. E probabilmente lo è. Se però cercate un bianco dall’ottimo rapporto qualità/prezzo, di poche pretese e sicura resa: è questo il caso.