Archivio di maggio 2012

Pas Dosè 2009 – Fongaro

Ero molto curioso di fronte a questo Pas Dosè Fongaro. Ne ho sentito, e letto, molto bene.
Qualcuno, mi pare il solito Michele Malavasi, lo ha citato anche qui. E la guida Slow Wine, in particolare, ne parla bene.
E’ il Pas Dosè 2009 dell’azienda Fongaro. Sorge in una zona non esattamente famosa per la spumantizzazione, eppure è un Metodo Classico.
Uva principale, in purezza o con Chardonnay: la Durella. Un autoctono che ai corsi Ais, assieme all’Asprinio, ti prendono a emblema di vitigno acidissimo. Solitamente, non a caso, si usa come aggiunta (magari non dichiarata) agli Champagne, per dare freschezza a spumanti altrimenti marmellatosi. L’idea di usarla in purezza, prima di Fongaro, era quasi impensabile.
Invece questa azienda, che ha sede a Roncà nel veronese, ci ha creduto. E ha fatto bene. Dal 1985 è biologica ed è ormai punto di riferimento per i Monti Lessini. Suoli vulcanici, Metodo Classico di spiccata acidità (non potrebbe essere altrimenti) ma buon equilibrio.
La produzione va dai base, sui 10-13 euro, alle Cuvèe più ambiziose sui 25-30.
Io ho bevuto un Pas Dosè 2009 (10mila bottiglie prodotte) che non mi ha deluso. Non posso dirvi che ha l’eleganza degli Champagne, o la femminilità dei migliori Franciacorta o Trento, ma ho avvertito con precisione il vitigno, il terroir, il rispetto della natura.
Non è il Metodo Classico della vita, e non potrebbe esserlo considerato il vitigno principale.
Se però l’obiettivo era rivalutare un cultivar bistrattato, esaltandone le caratteristiche spigolose ma affascinanti, Fongaro c’è riuscito.
Il rapporto qualità/prezzo è meritorio (in enoteca dovrebbe andare sui 15 euro), la bevibilità è qui cifra distintiva. Meglio in abbinamento che da solo (non lo consiglio come aperitivo, proprio per l’acidità netta, ma durante una cena un po’ grassa sì).
Lo ricercherò ancora. E grazie per la dritta.

P.S. Domattina, dalle 7.40 alle 8, sarò a Buongiorno Cielo da Paola Saluzzi. Parlerò anche di vino, facendo un piccolo viaggio enologico italiano. Un vino del Nord, uno del Centro, uno del Sud.

Le cantine nascoste (Blue, maggio 2012)

Pubblico qui l’articolo che mi ha dedicato Blue nel numero di maggio 2012.

“Sfrontato, colto, irriverente. Mai banale. Controcorrente e al tempo stesso divulgativo. Iconoclasta più per carattere che per convinzione. Andrea Scanzi è così, prendere o lasciare. Blogger, opinionista del “Fatto Quotidiano”, ora anche autore teatrale, nella stessa conversazione può passare con sorprendente agilità dal tennis al motociclismo, dalla musica alla politica, a Gaber, che in questi mesi sta portando in giro per l’Italia con uno spettacolo da lui scritto e interpretato.
E, appena può, ne approfitta per fare una sosta in una cantina, alla scoperta dei gioielli più o meno nascosti nel mare magnum enologico italico. Il vino. La sua passione più recente, da quando nel 2005 ha preso i “voti” all’Ais (Associazione Italiana Sommelier), tirandone fuori due libri di culto (L’elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, entrambi editi da Mondadori), capaci di avvicinare il consumatore a un mondo troppo spesso circondato da tabù e stereotipi.
«Non se ne poteva più del sommelier “macchietta” col cucchiaione appeso al collo che percepiva sentori di anice stellato e pipì di gatto… – scherza Scanzi, ma neanche troppo -. Ho provato a raccontare il vino così come lo vedevo io, come un divertimento, una giostra, senza prendersi troppo sul serio. Poi, ovvio, i tromboni ci sono anche qui, con questo approccio un po’ da casta, ma, dopo un po’ che ci sei dentro, impari a bypassare, andando a cercarti il prodotto direttamente alla fonte».
Sarà per questo che da tempo ormai non lo si vede più alle grandi fiere tradizionali. «Non mi divertono più» ammette Scanzi. Che alla grande produzione preferisce le piccole realtà diffuse sul territorio. «Mi piacciono i vini che assomigliano alle persone, che nascondono delle storie». Storie che sono la materia prima del suo seguitissimo blog, “Il vino degli altri”: un viaggio tra amici lungo le strade del vino, dal Piemonte al Veneto, al Friuli Venezia Giulia, raramente in Toscana, la sua terra d’origine («dove abbiamo imparato a fare il vino dagli americani»), sempre di più in Liguria.
«Una terra sacra, per me che mi sono laureato sui cantautori, e al tempo stesso ricca di sorprese – l’elogio di Scanzi – Mi affascinano le regioni piccole e ancora da scoprire, in particolare la Liguria, che ha il pregio di avere diversi vitigni autoctoni. Sono venuto qui la prima volta al porto Lotti di La Spezia per presentare il mio libro insieme a Walter De Battè, uno dei migliori enologi italiani e straordinario maestro dello Sciacchetrà».
Nella sua personale carta dei vini liguri c’è il Rossese di Dolceacqua, il Granaccia, il Vermentino Colli di Luni, tanto Pigato e «in generale, i bianchi diritti, verticali, che, da vegetariano, amo in modo particolare». Ma non disdegna neppure la produzione vinicola biologica e naturale («l’azienda Biovio d’Albenga su tutte»), che ha definito, con affetto, «la sinistra extraparlamentare del vino», per la proverbiale incapacità di fare rete, di aggregarsi attorno a un progetto comune. Scanzi è così, prendere o lasciare”. (Lorenzo Tosa)

Le Trame 2007 – Podere Le Boncie

Sabato sera mi sono nuovamente imbattuto in un Chianti Classico Le Trame. Il vino più noto di Giovanna Morganti, “mito” dei naturalisti di cui ho spesso parlato. E non sempre bene, principalmente per la scarsa gradevolezza olfattiva.
A febbraio ho recensito il Le Trame 2004 con un 6.5. Quella recensione ha costituito una sorta di pacificazione con questo vino, le cui critiche mi sono costate gli strali della produttrice e di qualche attempato fanoldboy khomeinista.
Quella bottiglia 2004, che secondo Arnaldo Rossi della Taverna Pane e Vino rappresentava la perfezione del Chianti, o giù di lì, per me era un vino – finalmente – ben fatto e senza difetti, bevibile e piacevole (che è già tantissimo per un rosso). Ma non molto di più.
Questione di gusti: quando hanno distribuito gli orgasmi per il Sangiovese, ero impegnato a sbirciare i tacchi di Naomi Watts.
Sabato sera è toccato al Le Trame 2007. L’ho ordinato al ristorante. Ero con Perfect 39. Il locale si chiama La Bucaccia ed è a Cortona. E’ recensito con toni da torcida su TripAdvisor e mi sono incuriosito. In effetti è un bel posto, anche se la carta dei vini – per quanto fornita – è poco coraggiosa. Tutti, o quasi, vini per turisti.
Le uniche bottiglie che sentivo vicine erano il Syrah di Stefano Amerighi e il Le Trame di Podere Le Boncie. Per primo ho ordinato il Syrah di Amerighi, ma non c’era (o meglio: la cameriera non l’ha trovato e soltanto a conto pagato ho scoperto che c’erano 3 bottiglie, nascoste non so dove). Mi sono così spostato sul Le Trame. Costo 35 euro. Un ricarico più congruo, a mio avviso, è sui 30 euro scarsi. Ma tant’è (cit).
Ci sono un aspetto negativo e uno positivo. Quello negativo è che il famigerato odore di feccino, o Chanel Terme di Saturnia Numero 5, c’era. Non predominante, come mi è capitato con altre annate de Le Trame, ma c’era. E mi è spiaciuto, perché 8 consumatori finali su 10, di fronte a quel sentore pur non accentuato, un vino così te lo rifiutano.
L’aspetto positivo è che la piacevolezza era meravigliosa. Più esattamente: la bevibilità. Da un punto di vista gustativo, è il Le Trame che mi ha convinto di più, proprio per la sua semplicità umile da Chianti che sa abbinarsi a tutto e non disturba. E’ finito in un attimo e ne avremmo tranquillamente bevuti altri bicchieri.
Da questa degustazione ho capito che mi sto avvicinando sempre più al Le Trame, e sto diventando sempre più naturalista (soprattutto con i rossi).
Però, non di rado, i vini mi tocca berli col naso turato. Come quando ci dicevano di votare Dc e derivati – e, beninteso, non li votavo.

Kilchoman (il whisky “giovane”)

Mi trovo ancora a parlare di whisky perché, in questi giorni, ho partecipato a qualche festa e ho quindi avuto modo di provare nuovi superalcolici. Certo, ho bevuto anche vino, ma non posso recensirvi per l’ennesima volta la Ribolla Gialla di Gravner (ma quanto, quanto, quanto era buona la 2005. Nonostante la “gioventù”).
Il whisky di cui parlo oggi è un torbato di Islay. E’ poco conosciuto perché appena nato. Quando un mio amico è andato a visitare la distilleria, nulla era ancora in commercio. C’è un motivo: la Kilchoman Distillery ha cominciato la produzione soltanto nel 2005. Ne consegue che, al momento, si trovino soltanto il 3 anni e il 5 (quello che ho bevuto io).
Kilchoman è la distilleria più ad ovest di Scozia.  Produce un Islay Single Malt ed è per questo paragonabile ai sette colleghi più noti: Ardberg, Bowmore, Bruichladdich, Bunnahabhain, Caol Ila, Lagavulin, Laphroaig.
Io ho bevuto il “2006 Vintage Release”. Un cinque anni uscito a fine 2011. Non ne conosco il prezzo, mi è stato regalato. Credo sui 35 euro.
Si presenta splendidamente: come confezione, logo e forma della bottiglia è uno dei whisky più accattivanti.
E dentro? Il gusto com’è? Ecco: io lo consiglio per capire quanto sia importante l’evoluzione anche nel whisky. In particolare quello torbato. Il Kilchoman è un whisky infante, acerbo, palesemente non pronto. Ma – per certi versi – parte del suo fascino risiede proprio in questa sua squilibratura.
E’ ovvio che non ha la complessità e la misura dei whisky migliori, ma sotto il profilo didattico insegna molto. Pregi e difetti. E – garantisco – tutto è fuorché stucchevole.
Se non amate la torba, esentatevi. Se vi intriga, la torba provatelo subito: vi farà l’effetto di un vino che non ha ancora smaltito il legno, ma che lascia intuire potenzialità considerevoli. A mio avviso è una distilleria da seguire con attenzione.
(E poi la torba, anche da giovane, è mooooolto più “buona” del legno derivante da barrique troppo tostata).

P.S. Per pura cronaca, annoto a margine che il Kilchoman è stato preso d’assalto alla festa. Attraendo anche chi non ama il whisky (lo so cosa state per dire, lo so: “proprio come i vini legnosi piacciono anche a chi non ama il vino”).

Calvados Le Compte – 12 anni

Ieri sera, con alcuni amici, ho aperto il miglior Calvados che abbia bevuto sinora.
E’ stato degustato dopo una cena in cui ci siamo trattati bene. Pas Dosè Cavalleri, Ribolla Gialla 2003 Gravner.
Poi è toccato al Calvados Le Compte 12 anni. Dell’azienda avevo bevuto soltanto il 5 anni. Pochi per un Calvados, ma sufficienti per farmelo apprezzare.
Il 12 anni è un prodotto discretamente celebrato. E’ stato anche il superalcolico cool servito nella business class dei Concorde.
L’ho acquistato qualche settimana fa a Le Carovaniere, la whiskeria (e non solo) di Arezzo. Non ricordo il prezzo esatto, mi pare attorno ai 50-60 euro. Sarò più preciso.
Il Calvados è il mio superalcolico preferito dopo il whisky e prima (molto prima) di grappa, rum, cognac e armagnac. E’ un brandy di mela, fatto nella Bassa Normandia, scoperto (lo so, l’ho già scritto) grazie alla saga dell’Alligatore di Massimo Carlotto. Uno dei più pregiati è il Pays d’Auge. Può essere millesimato. Migliora enormemente col tempo: i Calvados inferiore ai cinque anni (ad esempio il Fine o Trois Pommes) sono dolciastri e poco emozionanti (ma più facili). Viene spesso usato nei cocktails.
Il Calvados Le Compte è un Pays d’Auge. Il 12 anni non è il più impegnativo: esistono anche il 15, il 20 e il Millesimato 1982.
Il 12 anni spicca per eleganza. Ha note evidenti di cannella – il Calvados resta sempre un po’ “dolcino” e per questo non da tutti amato – ma anche cardamomo e soprattutto noce moscata.
Io l’ho trovato splendido e mi permetto di consigliarvelo.

Porto Cervo Wine (report)

Da venerdì a domenica ho partecipato alla quarta edizione del Porto Cervo Wine Festival. E’ stata un’esperienza piacevole. Ho molte considerazioni da fare. Proviamoci.
Organizzazione. Raramente ne ho trovate di migliori. Gli ospiti sono viziati dall’inizio alla fine, l’ufficio stampa è impeccabile, pranzi e cene di pregio. Nulla che manca, tutto al punto giusto. Sotto questo punto di vista, applausi.
Il Festival. E’ l’unico festival enologico sardo, o così mi è stato detto. Gli va dato atto di essere stato il primo a muoversi, ma non è sufficiente per raccontare la realtà assai varia della Sardegna. Dove sono i Dettori, i Panevino e i Perda Rubia?
La location. La mitica (e da molti odiata) Costa Smeralda. “Quella della Santanché e di Zucchero che si incazza“. Tutto nasce nel 1962, quando il Principe Karim Aga Khan si innamora della zona – al tempo sconosciuta al turismo – e la rende mecca di ricchi. L’organizzazione del Festival è legata agli hotel Starwood – Cala di Volpe, Cervo, Pitrizza e Romazzino. Cinque stelle lussuosissimi, attivi solo d’estate (tranne il Cervo, l’unico aperto tutto l’anno). L’Hotel Pitrizzia, quello delle celebrities, è una delle cose più belle e lussuose che abbia mai visto. Le camere più economiche costano mille euro a notte, mezzo litro d’acqua in camera 10 euro o giù di lì. I sardi che vivono in Costa Smeralda soffrono all’idea di essere considerati la “Sardegna dei nababbi”, e li capisco, ma l’equazione – soprattutto per chi vive nel Continente – pare inevitabile.
Il programma. Di buon livello, almeno per gli incontri con il pubblico. Bruno Gambacorta (RaiDue) è un bravo padrone di casa, misurato e bipartisan. Ho apprezzato, in particolare, il dibattito sulla comunicazione enologica al tempo di Facebook (e più in generale al tempo del web). Sotto il profilo umano, a pranzo e cena, ho fatto begli incontri.
I vini. “Sembra quasi una sfilata“. L’ho sentito dire spesso, durante le degustazioni, da parte di chi avvertiva troppo glamour. Io stesso apparivo un po’ alieno, soprattutto quando ho parlato (anche) di vini biodinamici, Fatto Quotidiano e Giorgio Gaber. Un po’ come celebrare Beppe Grillo a un raduno del Pd (o Pdl). Della sessantina di cantine presenti, la stragrande maggioranza erano corazzate. Grandi numeri, vini troppo spesso uguali agli altri. Ho avvertito grande fatica a innamorarmi di qualche vino. Molti Vermentino erano deludenti, idem per Cannonau e Carignano. Quante bottiglie stancanti e opulente. Se volessi essere cattivo, direi che per certi versi sembrava la Vinitaly di Briatore. Avrei più coraggio nella scelta delle cantine e mi affrancherei dai soliti nomi. Li si vuole invitare? D’accordo, ma non solo loro (o quasi). Oltretutto, da toscano, mi veniva da ridere a vedere stand dedicati a Banfi o Rocca delle Macie, che bevevo giusto a 16 anni. Chiaramente è un parere personale, dettato da una “evoluzione del gusto” (o involuzione) che mi ha portato ad amare vini schietti e naturali, ma una rassegna ambiziosa e ottimamente organizzata non può affidarsi ai Lambrusco cicciuti (magari on the rocks) di Ceci o ai Franciacorta più industriali. Se si scelgono solo questi produttori, lo stereotipo della Costa Smeralda “luogo per ricchi” si alimenta fatalmente. Starei anche attento a chi presenta i vini: sentirsi dire “Non so cosa c’è dentro quel vino, sa, io solo un’amica” mette tristezza. Idem per le risposte di rito (“Qui sente profumi di cassis, qua facciamo uso di legno di rovere, bla bla“).
Cosa mi è piaciuto. Per prima cosa ho puntato alle bollicine. Nulla di rilevante sui Franciacorta (anche se apprezzo che i Pas Dosè stiano crescendo). Ferrari non lo bevo più da anni, ma il Perlè resta piacevole. Tra gli Champagne, non riesco ad amare Nicolas Feuillatte (e la signora che lo presentava era di rara antipatia). Perriet-Jouet non lo scopro io: adesso lo importa Antinori (che ha abbandonato Krug, “la Rolls Royce degli Champagne“). Il rosato, in particolare, è splendido. Ma costa un mutuo. Una garanzia la batteria deluxe di Pommery. Alla fine però consiglio un vigneron (seguito da italiani). Si chiama Encry e sta nel cuore della Cote de Blancs, a Mesnil-sur-Oger. Le migliori bollicine del Festival. Ho avuto modo di degustare la prima bottiglia di Pas Dosè aperta in Italia. Purtroppo è economicamente impegnativa (sui 70 euro).
Bianchi. Quanta fatica per trovare Vermentini emozionanti. Mi ha convinto di più la Lugana di Sansonina, piccola azienda veneta che cura anche Zenato (Amarone soprattutto). Ho degustato con attenzione i bianchi di Capichera (di cui in passato non ho parlato con particolare entusiasmo) e le bottiglie più ambiziose di Sella & Mosca (il Torbato in purezza, fuori dalla grande distribuzione organizzata). Sono fatti bene, senz’altro in grado di intercettare molti consensi. Ma la scintilla non è scattata e a quelle cifre, nel mio piccolo, scelgo altro. Alla fine dico Vigne Surrau, soprattutto le annate non recentissime (lo Sciala 2007 non era male).
Rossi. Ne dico tre. Il Tempranillo toscano di Beconcini a San Miniato, di cui parla Andrea Gori ne Il vino degli altri. Discreto anche il Chianti. Meglio i base dei vini più impegnativi (troppo legnosi). Un’azienda che d’ora in poi seguirò con attenzione, ho avverito passione e un qual certo coraggio eretico. Poi il Pinot Nero di Elisabetta Delzocchio: un ufo al Porto Cervo Wine Festival che plaudo non per il suo essere biodinamico – non basta essere “naturali” per piacermi – ma perché mi è piaciuto davvero. L’azienda è a Rovereto, la conoscerete già. Come vino sardo, a sorpresa, segnalo 6 Mura. Me lo ha fatto scoprire il gentilissimo Emanuele Ragnedda (Capichera), presentandomelo come un Carignano selvaggio e vero. Lo è, anche nelle spigolosità.
Questo è quanto. Grazie ancora per l’ospitalità.

Lambrusco – Bellei & Vezzelli

E’ da un po’ che non parlo di Lambrusco. Ieri ho bevuto, al Porto Cervo Wine Festival, il Ceci. Osannato da molte guide che celebrano puntualmente vini muscolosi. Non mi convince, se non come scaltrezza commerciale. Anche questa trovata del Lambrusco ghiacciato da bere come aperitivo: mah. E poi è davvero troppo, troppo, troppo concentrao. Una marmellata, o una confettura, più che un vino.
Domani, comunque, parlerò più dettagliatamente del Festival.
In questo post desidero risegnalarvi – l’ho fatto anche nei libri – due Lambrusco di Sorbara che non deludono. Il primo è Christian Bellei & C, di cui ho provato recentemente il Cantina della Volta. Un Rosè Metodo Classico. Bellei è (sono) stato/i tra i primi a credere al Lambrusco vinificato non con il Metodo Martinotti Charmat ma con il Classico. Lambrusco di pregio, anche se forse gli preferisco il Grosso di Paltrinieri (ma è un bello scegliere).
L’altro Sorbara è quello di Francesco Vezzelli. Decisamente acido e fresco; forse troppo poco morbido per alcuni, ma splendido per la capacità di ripulire la bocca durante la cena (per questo lo preferisco come compagno di pasto che come aperitivo).
A domani.

Schioppettino 2010 – Vignai da Duline

Tra i molti ricordi piacevoli legati alle mie incursioni nel mondo del vino, ce ne sono due che riguardano Vignai da Duline, meritoria azienda friulana. Il primo, di cui parlo in Elogio dell’invecchiamento, è legato al Vinitaly 2007. Non conoscevo l’azienda, ma fu una di quelle che mi colpì di più. La seconda è tre anni dopo. Fine 2010. Presentavo Il vino degli altri a Tolmezzo, dagli amici di Terrae Doc. Alla fine spuntò il proprietario di Vignai da Duline, Lorenzo Mocchiutti, per salutarmi e regalarmi una bottiglia (la magnum Rosso di Sofia). Mi fece molto piacere, anche perché – purtroppo – non sono mai andato a trovare in cantina lui e la moglie Federica, a San Giovanni al Natisone (Udine). Spero di poterlo fare presto.
I vini di Vignai da Duline sono semplici, schietti, emozionanti, personali. Di grande bevibilità e indubbio fascino. Sia i bianchi che i rossi. Per certi aspetti mi colpiscono di più i rossi. E per me è una novita. Sia perché bevo quasi solo bianchi, sia perché conosco pochissimi rossi friulani in grado di emozionarmi, venendo quasi tutti dal solito – e abusato – uvaggio bordolese.
Sei ettari coltivati. Tra i bianchi – avendo un certo freno per i blend, anche se ben fatti – consiglio Friulano e Pinot Grigio (tra i più emozionanti che conosca). Tra i rossi, il Morus Nigra (Refosco dal Peduncolo Rosso), il Rosso di Sofia (ancora Refosco, ma cru e solo magnum) e lo Schioppettino.
Mi è capitato di berlo giorni fa alla Compagnia del Taglio di Modena (parentesi: non è che viva in quella enoteca. Più semplicemente, capita di assaggiare molti vini e quindi di avere tanti spunti per più post). Igt, annata 2010. Delizioso.
Lo Schioppettino è un rosso autoctono friulano di buon corpo ma non molto tannino. Bassa anche la componente alcolica. Violaceo intenso, vinoso, enorme acidità. Gradevole anche come uva da tavola. Il nome deriva dalla croccantezza degli acini, o forse dal fatto che la grande acidità può rendere il vino (involontariamente) frizzante in giovane età.
E’ un vino semplice, da tutti i giorni, ma va saputo fare. Non è facile e, se ben declinato, acquisisce grande dignità: il caso dello Schioppettino di Vignai da Duline. Classica bottiglia che bevi e ribevi con piacere, che ti fa compagnia senza disturbare, e che una volta terminata – presto – hai voglia di bissare.

Bourbon Whisky: si può?

Gli amanti del whisky sono perfino più snob, e netti, di quelli del vino. Esiste solo il whisky scozzese, Single Malt e possibilmente non troppo torbato. Siamo d’accordo (fino a un certo punto), ma ogni tanto è bello spaziare.
Ho più volte scritto che i miei whisky preferiti sono sì scozzesi, ma decisamente marini e torbati. E spesso Vatted (Blended) e non Single Malt.
Ho provato dei whisky giapponesi discreti, ad esempio il mediamente celebre Nikka, mentre sono ignorante su quelli irlandesi (che si chiamano “whiskey” con la “e”).
Il whisky inaccettabile, per gli esperti, è il Bourbon (o “whisky rye“, whisky di granturco). Quello americano. In effetti, come gusto, è un po’ un’americanata. Più facile, più dolciastro, più obeso. Dipende in gran parte dal cereale maggiormente usato: non l’orzo, ma in larga parte mais/granturco (di solito il 70 percento, comunque non meno del 51).
Il Bourbon che rispetta le regole, ed è stato invecchiato per almeno due anni, può chiamarsi Straight Bourbon. Quello che è invecchiato almeno un anno nel Kentucky, la patria del Bourbon (ma non l’unico luogo dove si fa), è definito Kentucky Bourbon.
Tutti, o quasi, hanno provato il Jack Daniels (che è un Tennessee Whisky). Ogni tanto lo bevo ancora, addirittura on the rocks, quando ho voglia di trash. Non ho mai amato il Southern Comfort, sorta di Morellino di Scansano dei whisky, superalcolico perfetto per la ventenne che “non amo il whisky ma questo mi piace perché è dolce e profuma“: infatti non è neanche un whisky, ma un liquore.
Qualche giorno fa, alla Compagnia del Taglio di Modena, ho provato il (lo?) Knob Creek. Non lo conoscevo. In Internet si trova sui 42-43 euro, in qualche duty free addirittura a 20. Cinquanta gradi alcolici (è un 100 proof, che dà vita a whisky più alcolici del canonico Bourbon 80 proof da 43 gradi). Un Kentucky Straight Bourbon. Non è il prodotto di punta della James B. Bean Distilling, che produce anche Booker’s (70 euro), Baker’sBasil Hayden’s. E’ nato nel 1988. Invecchiato nove anni (non poco, per un Bourbon). Nel 2010 è stata messa in commercio anche la versione Reserve (120 proof). Il (lo?) Knob Creek è uno small batch, che mette cioè insieme barili diversi e li assembla, mentre il Reserve è un Single Barrel.
E’ piacevolissimo. Non troppo dolce, poco ruffiano, accattivante quanto basta, discretamente complesso. Mi sa che lo riproverò.

P.S. Quello stesso giorno ho bevuto anche un sorso di Ardbeg Blasda. Prodotti non paragonabili, ma ovviamente un altro mondo.

Porto Cervo Wine Festival

Da oggi fino  a domenica sera sarò al Porto Cervo Wine Festival. E’ la quarta edizione, comincia oggi. Tra gli ospiti, Jarno Trulli, Bruno Gambacorta, Luciano Pignataro.  E il sottoscritto.
Incontrerò il pubblico, per presentare i miei due libri sul vino, domenica alle 16.30.
La cornice scenografica è splendida, le aziende presenti inseguono un gusto molto “internazionale” (con qualche eccezione).
Mi sarebbe piaciuto vedere Zucchero che inveisce contro le turiste russe distratte durante il suo concerto, ma sfortunatamente non sarà presente a Cala di Volpe.
Ci vediamo là.  E se non ci vediamo, vi scriverò cosa ho visto e degustato.