Archive del 1 aprile 2012

Fenomenologia semiseria del vino-appassionato

Vinitaly, dopo la quarantaseiesima edizione, fa festa. Più di 140mila visitatori in quattro giorni. Tutti contenti, tranne chi si è trovato a lungo cristalizzato nel traffico di Verona. In una sorta di triangolo delle Bermuda, tra il 24 e il 28 marzo sono andati in scena – a pochi chilometri di distanza – la grandeur di Vinitaly e le manifestazioni rivali: Vini Veri a Cerea, VinNatur a Villa Favorita. Cinquanta euro (45 online) per un giornaliero a Vinitaly, 20 per i raduni degli alternativi di Enolandia. Da una parte tutto e il suo contrario, dall’altra la resistenza di chi si ostina a far vino nel rispetto quasi didascalico della tradizione.
Il vino è in crisi, ma avamposti e simulacri resistono. Dissesti economici ed etilometri selvaggi hanno ridimensionato il consumo perfino in Italia: nel 2010 a bere vino era il 53.3 (quotidianamente il 24.1%). Crescono gli adepti della birra (45.9%), anche grazie alla moda dei microbirrifici artigianali. La fascia di vino più florida è quella sopra le 5 euro (il prezzo più gettonato è 9.60 a bottiglia). Vini più venduti, Lambrusco e Chianti, in ascesa Prosecco e Vermentino.
Vinitaly (e derivati) offrono una visuale esauriente della stirpe umana. Basta osservare gli avventori che si avvicinano, ora trasfigurati dall’adorazione e ora obnubilati dalla diffidenza, ai banchi d’assaggio. Parafrasando il mai troppo ricordato Douglas Adams, ciò che tali rassegne offrono è una singolare Guida galattica per enostoppisti.
C’è il “Bulimico”, ovvero colui che frequenta il Vinitaly perché una volta entrato può trangugiare tutto ciò che vuole. E’ un compulsivo, più che un appassionato, perennemente dentro la canzone di Capossela che parla di vampiri nella vigna e sottrattor nella cucina. A fine serata lo incrocerai devastato dall’alcol, meno lucido di Robinho sotto porta. Altra stirpe numerosa è quella del “Pipìdigattista”. Forse è sommelier e forse ha sbirciato “Gusto” su Tg5, ma questo gli è sufficiente per lanciarsi in degustazioni roboanti: non beve per piacere, ma per farsi vedere – e sentire – dagli altri. E’ in grado di riscontrare sentori insondabili: se berrà Sauvignon dirà che “percepisce echi di pipì di gatto”, se deglutirà Cabernet Franc azzarderà un “bosso” (che non sa cos’è), se si imbatterà in un Barolo sparerà un “goudron frammisto a cherosene con idrocarburi”. Il “Pipìdigattista” è la versione reale dell’imitazione del sommelier di Antonio Albanese, solo che non fa ridere.
Nelle rassegne alternative, la tipologia più comune è il “Khomeinista”. Si approccia al vino col gusto sbarazzino di chi, integralista sino al midollo, ascolta solo Ornette Coleman, legge giusto Fichte e guarda unicamente Kiarostami (in lingua originale e senza sottotitoli, sia chiaro). Il Khomeinista odia la barrique come Belpietro il profilo greco e, ogni volta che si trova davanti un produttore, lo tempesta con domande astruse: “Fa uso di lieviti indigeni?”, “Effettua chiarifiche?”, “Cosa ne pensa dell’acidità volatile?”. L’unica risposta possibile sarebbe un “Prematurata la supercazzola”, ma sfortunatamente nessuno ha la premura di pronunciarla.
La Guida galattica per enostoppisti contempla tante altre specie. I “Guidofili”, ad esempio: di vino sanno poco, ma hanno imparato a memoria tutte le guide in commercio. Ricordano ogni etichetta premiata con Tre Bicchieri, chiocciolina SlowWine e Cinque Grappoli, vantando la capacità mnemonica di Veltroni quando snocciola l’album figurine Panini 1972/73. Il Guidofilo si fida ciecamente delle guide, non sapendo – come ama ricordare Gianni Mura – che “guida” non è per caso anagramma di “giuda”. Il “Saputello” è colui che, quando degusta, deve far vedere che ce l’ha più lungo (il naso): se quello accanto ha notato tre profumi, lui ne citerà quattro. Tiè. Al Vinitaly furoreggia poi la “Pin Up del vino”. Di solito è una povera ragazzotta, neanche sempre bella, che staziona in tacco 15 per obbligarti a ingurgitare il rosato infimo del produttore che la paga: quando la Pin Up osa avventurarsi in disamine tecniche del vino, risulta convincente come Madama Fornero quando parla di articolo 18.
La specie più presente è però un’altra: lo “Sputatore”. Un po’ per non finire ciucchi dopo dieci minuti e un po’ perché spergiurano che il vino si può degustare anche senza ingoiare, ogni banco di assaggio contempla una temibilissima sputacchiera. La quale, di rado svuotata con solerzia, assume presto le sembianze di un blob vermiglio dotato di vita propria. In una memorabile scena di Sideways, Paul Giamatti ne beveva il contenuto. Nella realtà non capita. In compenso è tutto un profluvio di scatarrate, gargarismi e florilegi salivari. Se un alieno, per somma (sua) disgrazia, cadesse sul pianeta Terra proprio durante il Vinitaly, si convincerebbe che gli umani sono dei semi-minorati con gestualità teatrale, suoni primordiali e materia rossastra in perenne uscita dalla bocca. Un’immagine curiosa, e forse eccessiva, ma non poi così fuorviante.

(articolo uscito il 30 marzo 2012 ne Il Fatto Quotidiano. Chi ha letto Elogio dell’invecchiamento, troverà più di qualche eco del capitolo “Guida galattica per enostoppisti“).

Bruno Vespa e i suoi vini

Di fronte a un gioiello della letteratura come “Vino & Cucina” (Mondadori), la prima tentazione è quella dello sberleffo. Gli autori, infatti, sono Antonella Clerici e Bruno Vespa: un po’ come una jam session tra Ricchi e Poveri e Cugini di Campagna. Il libro, oltretutto, è fondato sull’abbinamento cibo-vino, ovvero l’aspetto più opinabile nel già soggettivissimo mondo enogastronomico. Ulteriore punto debole del volume (225 pagine, Euro 15.90).
Se in effetti non pare irrinunciabile sapere come la Clerici cucini l’orzotto al prosciutto affumicato o le uova in camicia con agretti, a Bruno Vespa si deve riconoscere una buona conoscenza enologica. Ne scrive ovunque, ma con cognizione di causa. Il punto è che applica al vino le stesse regole di Porta a porta: vince sempre il più forte. Tranne rari casi, i vini da lui consigliati sono la solita sequela di Tre Bicchieri cari al Gambero Rosso (la guida più “embedded”). Vini muscolari, belli senz’anima, industriali. Gaja, Lungarotti, Ca’ Viola, Duca di Salaparuta, Il Pollenza, Caprai, Berlucchi, Planeta, Antinori, Tenuta San Guido, Banfi, Frescobaldi, Casanova di Neri, Poliziano, Inama, Maculan, Jermann, Le Pupille. Yeownn: tutto troppo prevedibile.
Vespa ha il merito di citare ribelli encomiabili (Gravner, Valentini, Foradori), realtà preziose (Marisa Cuomo) e vitigni poco noti ma splendidi (Trebbiano Spoletino), ma in alcuni casi consiglia il vino palesemente meno riuscito di aziende prestigiose: menzionare il Paleo Bianco de Le Macchiole, abbinameno o non abbinamento, è come consigliare a un musicofilo Self Portrait, il disco peggiore di Bob Dylan. Significativa anche la scelta dell’Aglianico del Vulture: Vespa individua sì l’azienda storica, Vito Paternoster, ma invece di glorificare il tradizionale Don Anselmo (nominato distrattamente) opta per il Rotondo. Ovvero l’Aglianico più morbidone, vanigliato, saturo di barrique. Una scelta che ribadisce come Vespa sia filogovernativo pure nel vino, degno allievo dei Robert Parker e James Suckling, gli pseudo-guru che hanno spinto l’Europa verso la spirale involutiva del gusto omologato.
Al di là di alcune forzature, come definire il Dolcetto “cugino minore del Nebbiolo” (sono vitigni diversissimi), Vespa si rivela un Caronte preparato ma didascalico. Un insegnante che non affabula né incuriosisce, fornendo una lezioncina tanto corretta quanto stantia. Esilaranti, seppur involontariamente, alcuni aneddoti. Parlando del Friulano, il vitigno bianco che fino a qualche anno fa si poteva chiamare Tocai, l’ineffabile Bruno racconta di come tentò eroicamente di dirimere un’annosa controversia europea: “Quando dissi al Presidente della Repubblica magiara che si tenessero il nome per i loro splendidi vini dolci lasciandoci il copyright di quelli secchi, lui mi rispose che anche loro avevano Tocai secchi e perciò non era possibile mettersi d’accordo”. Questa, secondo Vespa, è la risposta che ricevette. E’ però verosimile che non abbia compreso sino in fondo le insidiose sfumature della lingua ungherese.

(articolo uscito il 30 marzo 2012 ne Il Fatto Quotidiano)