Archivio di aprile 2012

Vegan Fest

In questi giorni non ho potuto aggiornare il blog. Ho portato Gaber se fosse Gaber in tre luoghi in sei giorni (Cison di Valmarino, Arcore, Casalgrande di Reggio Emilia) e la data di Arcore il 25 aprile per la Liberazione resterà indimenticabile. Come le altre, del resto: lo spettacolo sta davvero incontrando il vostro plauso. Grazie. A questo proposito, segnalo che domenica 10 giugno porterò Gaber se fosse Gaber a Dogliani. Sarà la mia prima data teatrale in Langa e vorrei che ci fossero tutti gli amici di sempre. Vi ho invitato per tempo.
Anche la prossima settimana sarà particolarmente densa, tra impegni televisivi e radiofonici. Poi, da venerdì a domenica (il mio compleanno: son 38), sarò ospite al Porto Cervo Wine Festival. Proprio domenica presenterò i miei libri e parlerò del mio rapporto con il vino.
Oggi voglio però dedicare il post al Vegan Fest. Ci sono stato ieri – a Seravezza, Lucca – e ne ho scritto sul Fatto Quotidiano. L’articolo, che trovate qui sotto, mi pare meritevole di essere pubblicato anche qui. E’ stato scritto in condizioni di emergenza e con una tastiera francese: perdonate refusi e accenti random.
Ho presentato I cani lo sanno, ma più che altro ho osservato l’ambiente e incontrato persone realmente convinte di ciò che fanno.
Onestamente non ne posso più delle battutine su vegetariani e vegani. E’ sconfortante e pietoso.
Per la prima volta mi sono sentito diverso non in quanto vegetariano, ma in quanto “soltanto vegetariano”. Ero “strano” io, perché ancora mangio uova e formaggi (sempre meno, ma li mangio) e perché indossavo un giubbotto di pelle (finta). E – addirittura – perché osavo portare le scarpe.
Come ho detto durante l’incontro, sono vegetariano e rimarrò tale. Per me la cucina non è solo nutrimento, ma anche godimento. Dire che “si mangia solo per cibarsi” è come dire che “si fa sesso solo per procreare“: non diciamo sciocchezze. Oltretutto non ce la farei mai a togliere dalla mia alimentazione il latte, sostituendolo con quello di soia.
Il Vegan Fest, però, mi è piaciuto. Per l’organizzazione e la passione (e la cucina vegana del ristorante Nobili Scorpacciate Vegan, gestita dallo chef bergamasco non vegano Chicco Coria, è notevole). Ci sono innegabilmente degli aspetti che non mi convincono. A volte il vegano è fatalmente talebano (fa un po’ sorridere sentir dire che “il digiuno fa bene, io l’ho fatto 25 giorni bevendo solo acqua e mi sentivo più in forma, purificato e vitale“, oppure ascoltare i moniti secondo cui si può mangiare unicamente “riso intregrale”, “grano sfarinato Cappelli” e “lenticchie di non ricordo dove“). Il vegano deve essere bravo a cucinare, deve avere tempo di cucinare, deve viaggiare poco (se viaggi molto, i ristoranti con piatti per vegani sono infinitesimali).
E – a dirla tutta – detesto questa mania dell’andare a piedi nudi. Esteticamente mi risulta intollerabile, soprattutto negli uomini: è proprio la cosa più brutta che si possa vedere al mondo, come le infradito, le ballerine o le scarpine ortopediche in puro cotone biologico bla bla bla.
Al netto di tutto questo, e ribadendo il mio essere vegetariano (felicemente) e non vegano, ringrazio tutti coloro che mi hanno ospitato. Sono persone belle, coerenti, sicuramente “estreme” ma felici della loro vita e mosse dal desiderio meraviglioso di vivere senza nuocere agli altri.
Un grazie anche a Renata Balducci, Barbara Primo, Sauro e Folco Terzani. Cenare e conversare con loro è stato molto piacevole.

P.S. Per gli enoamanti: al Vegan Fest ho incontrato uno stand in cui mi è stato magnificato il nuovo “metodo Pandora“. Qualcosa di molto più naturale dei vini veri e/o (appunto) naturali: un sistema “rivoluzionario” che, oltre a garantire l’assenza di prodotti di origine animale per la chiarifica e la mancanza di solforosa, applica la biodinamica non solo nella vigna ma anche in cantina. Nel processo fermentativo, in particolare, rendendo il vino – cito dagli infervoratissimi adepti – “in grado di mantenere il suo Dna naturale, di resistere per mesi anche dopo aperto e di non nuocere minimamente all’organismo“. Non ho capito benissimo ogni passaggio, e per ora le aziende che lo adottano sono poche, ma ve lo segnalo. Ne sapete di più?

“Il più grande Festival Vegano è a Seravezza, provincia di Lucca. Non distante  da Stazzema, teatro di uno dei maggiori eccidi della Seconda Guerra Mondiale. Per cinque giorni (dal 27 aprile a dopodomani) uno spicchio di Toscana, forse la regione meno vegetariana del mondo, si concede il lusso – la stranezza esotica, la scelta etica – di ascoltare e osservare chi vive senza uccidere. Seconda edizione, ingresso gratuito, traffico congestionato. Diciottomila presenze nel 2011 (a Camaiore), 30mila previste quest’anno al Palazzo Mediceo. Ingresso gratuito, clima a metà strada tra l’Arezzo Wave Love Festival (uno dei partner) e i raduni flowerpower.
I più stretti osservanti camminano scalzi (non è una regola vegana, ma spesso loro e i barefooter coincidono). L’estetica è al servizio della propensione messianica al sacrificio, quindi esce sconfitta: ballerine, infradito, scarpine per neonati in cotone biologico, tuniche improbabili.
Una ricerca Eurispes di due anni fa ha attestato che in Italia ci sono almeno 7 milioni di vegetariani dichiarati (reali o presunti), un decimo dei quali vegani. Chi si concede deroghe («Niente carne, ma pesce ogni tanto sì», «A uova e formaggi non posso rinunciare). E chi rimarca la differenza tra vegetariano e vegano: esistere senza ferire gli altri esseri viventi (universo botanico compreso). A loro volta i vegani si dividono in due categorie: chi si accontenta di mangiare frutta, verdura e cereali e chi ricorre a seitan e tofu (di moda anche tra i non vegani).
Il Vegan Fest sembra uno spicchio di mondo pieno di utopici. Una Comune verde. Forse a Thomas More sarebbe piaciuto. Seravezza si è lasciata contaminare, accettando la colonizzazione. Le pasticcerie in centro preparano colazioni vegan, i tramezzini sono fatti con maionese vegan e persino la salumeria storica del paese si è reinventata «rosticceria vegan». Un ossimoro che piace.
Gli stereotipi si confondono con i pregiudizi, intendendo ribadire l’idea del vegano come di un mezzo sciroccato che si nutre solo di bacche e mele che cadono dall’albero (non sia mai che qualcuno passi di li’ per punire le nuove Eva). In realtà l’unico limite del festival sembra legato alle guest star. Il testimonial è Red Canzian, l’ospite di grido Red Ronnie: forse c’è un limite anche alla mestizia. Il resto è una guerra vissuta da sconfitti, minoranza sbeffeggiata dal luogo comune, dal toscanaccio che passa di lì per lodare la bistecca chianina e dal  nutrizionista carnivoro che ritiene inconcepibile vivere così. Forse è una esistenza col freno a mano tirato, una sorta di perenne coito interrotto culinario, ma chi bivacca a Seravezza non sembra nè alieno nè – meno ancora – infelice.
Ognuno ha il suo speaker’s corner. Il Savonarola molisano tesse le lodi dell’ortica, «anche cruda», e a chi gli fa notare che «un po’ pizzica» e magari evacuarla non sarà indimenticabile, risponde alla Diogene di Sinope: «Tranquilli, poi ci si abitua». Le crepes sono senza latte e uova, il condimento più gettonato è la salsa di peperoni e melanzane. Un ragazzo vende il pane del sole, un altro semi di canapa (elemento praticamente sacro, da queste parti). Librerie vegan diffondono testi emblematici: «Stretching e massaggio del cane», «Perchè il mio pappagallo fa così », «Nobili scorpacciate vegan». Molti sono li’ perchè hanno letto «Se niente importa» di Jonathan Safran Foer e hanno scoperto come si ammazzano gli animali nei mattatoi (soprattutto quelli legati alla grande distribuzione: McDonald’s, Kentucky Fried Chicken, eccetera).
Stasera alle 21 verrà premiata Jill Robinson. Quindici anni fa ha scoperto che in Cina, Vietnam e Corea vengono torturati 20mila orsi della luna in «Fabbriche della bile». Sono rinchiusi in gabbia sin da cuccioli, con rudimentali cateteri conficcati nella cistifellea che  succhiano la bile, portatrice di benefici imprecisati secondo credenze popolari. Rimangono lì, vivi e torturati, per venti anni. Più soffrono, più producono bile. La Robinson ha fondato Animals Asia Foundation, che si batte per liberarli e rieducarli (in Italia ne ha parlato Beppe Grillo).
Un buffo signore vende «coppette mestruali», una signora costruisce rompicapo in legno e ferro. E’ molto pubblicuzzata l’applicazione per iPhone “TuttoVegan”, giusto accanto al cartello che indica lo spazio “Crudità”. C’é lo stand di Sea Shepherd e quello di Amnesty International, con la militante che – se dichiari di essere già iscritto – chiede a bruciapelo: «Con quale modalità?». E scopre il bluff dell’avventore. Una ragazza cita Striscia la notizia mentre chiede un aiuto per salvare i cavalli sfruttati, un’altra invita a firmare per «favorire la scelta vegetariana e vegana nelle mense». Le «guardie eco-zoofile» chiedono una donazione per combattere il maltrattamento degli animali. Un educato signore spiega la «riabilitazione dal laboratorio alla famiglia» delle cavie liberate. Un uomo invita a diffidare dall’olio di cocco e di palma, un altro vende «vino chiarificato con argilla purificata senza gelatine di origine animale». E poi tutti a farsi una tisana, col cane al guinzaglio.
L’umanita’ di Seravezza Green Park sarà anche strana, bizzarra, minoritaria. Visti da dentro, e a dire il vero pure da fuori, sembrano però combattere battaglie degne. Molto spesso condivisibili. Addirittura meritorie” (Il Fatto Quotidiano, 29 aprile 2012)

Grosso – Cantina Paltrinieri

Sabato scorso ero a Modena, per la tre giorni dedicata a Edmondo Berselli.
In serata, con Perfect39, ho mangiato alla Compagnia del Taglio. Luogo per me sacro e mai troppo lodato.
Come aperitivo ho provato il nuovo Lambrusco di Sorbara di Cantina Paltrinieri. Un’azienda che stimo molto e di cui ho avuto modo di constatare la crescita (e i vari cambi di etichetta). Amo ogni loro vino, non solo il celebre Eclisse.
Mi è anche capitato di incrociare i produttori, quattro anni fa a Volta Mantovana dopo la presentazione di Elogio dell’invecchiamento, ma non sono mai andato a visitare la cantina (nonostante i numerosi inviti).
Marina, proprietaria della Compagnia del Taglio, si era fatta spedire il Grosso dopo aver letto un commento di un lettore su questo blog, che lo menzionava con entusiasmo (a firma Michele Malavasi).
La zona è quella più vocata, “del Cristo”: il cru d’eccellenza per il Sorbara.
Ho spesso scritto di Lambrusco, e bene, anche se non lo ribevevo da un po’.
Il Grosso è un Lambrusco a produzione limitata. Solo in bottiglie Magnum. Annate 2008 e 2009, costo 39 euro, distribuite a ottobre 2011 unicamente a enoteche e ristoranti. Niente privati. Non più di 100 Magnum complessive circa.
Sorbara in purezza, 18 mesi di affinamento sui lieviti. Un Metodo Classico in piena regola.
E’ delizioso. Fresco, floreale, invitante. Elegante. C’è poco altro da aggiungere: da provare e riprovare.

Islay Super Heavy – High Spirits

Bevo ormai di rado superalcolici. Li ho sempre amati meno del vino e, più in generale, ho molto diminuito con gli alcolici (vino compreso).
Avere però un negozio fornitissimo, e molto competente, come Le Carovaniere ad Arezzo non aiuta. Per “fortuna”, ad Arezzo non ci sono quasi mai. Altrimenti cadrei spesso in tentazione.
Qualche giorno fa sono andato in negozio da Francesco Mattonetti. Ho comprato varie cose, tra cui gli imperdibili sale rosa delle Ande e sale affumicato dell’Ontario (quando c’è da comprare una cazzata, sono sempre in prima fila).
Gli unici superalcolici che ancora mi concedo sono whisky e Calvados. Niente grappa, Cognac, Armagnac, Rum, etc. Il Calvados scelto è stato un Le Compte 12 anni. Devo ancora aprirlo, ma non ho dubbi: era già più che dignitoso il 5 anni e il 12 anni era la bevanda-figa che servivano nelle business class del Concorde.
Riguardo ai whisky, ho un debole dichiarato per i torbati. Questa storia secondo cui i veri whisky non devono essere torbati è una sciocchezza. E’ come per la barrique: tutto sta in come la usi (e il whisky, a differenza del vino, è un prodotto largamente costruito dall’uomo. Come la birra).
Dipende dalla distilleria, dal luogo, dal gusto di chi lo ha fatto – e di chi poi lo beve.
Stavoltta ho optato per un Whisky Vatted. Un whisky “italo-scozzese”, nel senso che a imbottigliarlo è stato un italiano: Nadi Fiore, ora proprietario di High Spirits (a Rimini) e tra i primi imbottigliatori di whisky italiani nei Sessanta. Silvano Samaroli è divenuto famoso ovunque, Fiore è più noto in Scozia che in Italia. Eppure cominciarono assieme.
La bottiglia scelta, tra le molte possibili, è stata una Islay Super Heavy. “Super Heavy (Peat)” sta per torbatissimo. Cento per cento Islay selection. La zona di Islay, nell’arcipelago delle Ebridi, è quella più torbata. Nel 2006 le distillerie ancora attive erano otto (le mie preferite, e non solo mie): Bowmore, Caol Ila, Bruichladdich, Kilchoman e Bunnahäbhain  (leggermente torbati, anche se esistono eccezioni); e poi Lagavulin, Ardbeg e Laphroaig (più torbati e marini).
Il costo dell’Islay Super Heavy è di 60 euro, la gradazione 46 gradi.
Non è solo un Blended Malt, ma un Vatted Malt (o “whisky da tino”:”vat” vuol dire “tino”). Il Vatted viene fatto da malti diversi, sì, ma anche provenienti da distillerie diverse. Lo si fa per tipicizzare una zona di produzione o, più spesso, per calibrare varie caratteristiche. Come si legge sul portale Whisky.it, “Uno dei più famosi vatted in commercio (..) sposa insieme quattro diversi malti: uno per il profumo, uno per il sapore, uno per il corpo e l’ultimo per la sua proprietà di fonderli tutti e quattro in un sapore armonico e pastoso”.
Nadi Fiore non ama whisky troppo torbati, ma in quel periodo ne faceva. O gli venivano. Il Super Heavy in oggetto è fatto da malti del 1988, invecchiati 19 anni: 55% Bowmore ’88, 45% Laphroaig ’88, 5% Caol Ila ’88.
L’unico difetto – al di là del prezzo: questi whisky non sono mai economici – è l’etichetta. Fiore scattava foto in Scozia e poi le attaccava sulle bottiglie. Senza troppo gusto. C’è perfino un whisky, nella sua collezione, con la foto del furgone del latte immortalato da dietro.
A parte questo, è uno dei migliori whisky che ho bevuto. Lo metto appena sotto il Bunnahabhain 1997 Wilson & Morgan  Barrel Selection Heavy Peat, che avevo recensito mesi fa (e che ho citato citato sia ne I cani lo sanno che in Happy birthday, Nebraska).
Se amate il whisky, cercatelo.

P.S. La bottiglia è già a metà perché ho commensali che l’alcol lo trangugiano. Non è colpa mia (cit).

Paleo Bianco 2010 – Le Macchiole

Le donne hanno una marcia in più, non c’è niente da fare. Quelle migliori, almeno.
Qualche giorno fa, recensendo il libro della premiata ditta Clerici & Vespa, Vino e cucina, ho ironizzato su alcune scelte. Ad esempio mi ha fatto sorridere come Vespa abbia citato il Paleo Bianco a proposito dell’azienda Le Macchiole. Così scrivevo il 30 marzo sul Fatto Quotidiano: “(Vespa) in alcuni casi consiglia il vino palesemente meno riuscito di aziende prestigiose: menzionare il Paleo Bianco de Le Macchiole, abbinameno o non abbinamento, è come consigliare a un musicofilo Self Portrait, il disco peggiore di Bob Dylan”.
Qualche giorno fa, a casa, mi è arrivato un piccolo pacco. Conteneva due bottiglie. Di Paleo Bianco, appunto. Annata 2010. Nel biglietto, la proprietaria Cinzia Merli ha scritto ironicamente: “Lo so che è il mio disco peggiore, ma ci sto lavorando, nei limiti del possibile. Spero si capisca. Cinzia“.
Una replica fine, tra persone che si stimano. Colpito e affondato.
Stimo molto Cinzia, al punto da averle dedicato un capitolo de Il vino degli altri e da avere scritto due piccole pagine di presentazione in un suo libro destinato ai clienti migliori. Quelle pagine terminavano così: “Il Paleo è Le Macchiole e Le Macchiole è Cinzia Merli. Eroina, e vigneron, che si concede ancora il lusso quasi osceno del romanticismo. Talento cristallino. Timidezza conturbante. Incanto, nel bicchiere e nell’anima“.
E’ ciò che penso del suo lavoro a Bolgheri, con una piccola azienda trasversalmente lodaya, che punta sui monovitigni – in totale controtendenza con i blend fighetti di Bolgheri – e raggiunge la piena eccellenza nei rossi. Soprattutto nel Cabernet Franc del Paleo, che costa meno di Messorio e Scrio ma a mio avviso li supera (al di là della differenza dei vitigni).
Il Paleo Bianco, oggettivamente, è il vino “peggiore”. E non lo scrivo perché Robert Parker ha dato 90/100 all’annata 2008 (recensione che potrebbe equivalere al bacio della morte). Non è economico (le ultime annate si trovano a 25 euro, la 2008 a 58 on-line). Viene da vitigni (Chardonnay e Sauvignon Blanc) che a Bolgheri si adattano, ma non sino in fondo. Tutto qua. Ciò non toglie che, nel caso de Le Macchiole, il concetto di “peggiore” è appunto lo stesso di un Bob Dylan o di un film di Martin Scorsese: The Aviator non è un capolavoro, ma resta comunque da vedere.
Come da vedere, anzi da bere, resta il Paleo Bianco. Piacevole, di discreta mineralità, ben fatto.
Un bacio a Cinzia, e grazie.

P.S. Anticipo la battuta di molti: no, di solito quando critico un vino non me lo spediscono a casa per farmi cambiare idea. Tutt’altro. In caso contrario, passerei la vita a scrivere che odio Gravner, Roddolo, Rinaldi e Valentini. (E Le Macchiole).

Anatraso 2007 – Tanganelli

Non sono molti i vini di pregio nell’aretino, ma ci sono. Alcuni Syrah di Cortona (Amerighi, D’Alessandro, Il Castagno). Il Sangiovese Dodo della Taverna Pane e Vino di Cortona (un vino naturale). I Metodo Classico di Baracchi, ancora a Cortona. Alcune etichette di Tenuta Vitereta. I rossi valdarnesi di Paterna e Mannucci Droandi. E altro, qua e là.
Un vino che mi incuriosiva era l’Anatraso. Fa parte di VinNatur. L’azienda è a nome Carlo Tanganelli, padre di Marco, attuale proprietario. Castiglion Fiorentino, frazione Santa Lucia. Lo aiuta commercialmente Arnaldo Rossi, proprietario del Pane e Vino e quindi autore del Dodo.
E’ un vino bianco macerat(iv)o secco. Ad Arezzo, che io sappia, gli unici orange wines sono questi e il Trebbiano di Vitereta. La macerazione è di tre settimane. Non viene fatto tutti gli anni (quando la vendemmia non è stata esaltante, si fa l’Anatrino).
La prima annata è stata la 2007. Quattordici gradi e mezzo, uvaggio di Malvasia del Chianti e Trebbiano. Costo al ristorante tra le 18 e le 25 euro.
I vitigni usati non sono certo noti per dar vita a vini indimenticabili, ma la 2007 bevuta ieri sera ha pienamente convinto me e le due persone che mi facevano compagnia.
E’ un macerativo onesto, piacevole, personale. All’inizio avverti (forse un po’ troppo) la nota alcolica. E appare forse eccessivamente rotondo, in qualche modo “dolcino”. Poi però si apre e viene fuori la freschezza.
Ha un bel colore, una bella beva, profumi invitanti e tutto sommato complessi. Buona lunghezza, pieno equilibrio.
Per piacevolezza e semplicità mi ha ricordato le versioni più ispirate del Pico di Angiolino Maule (magari il cru Taibane secco).
Lo riberrò, senza dubbio, e ve lo consiglio.

Gravner (once again)

Torno a parlare di Josko Gravner. Per la terza volta in poche settimane.
Dopo la visita a febbraio, l’articolo sul Fatto Quotidiano e la degustazione della Ribolla 2004, nei giorni scorsi ho provato – in due occasioni distinte e con due persone diverse – altri vini di Josko.
Giovedì è toccato alla Ribolla 2004, ieri al Breg 2005.
La grandezza di questi vini è semplicemente totemica.
La Ribolla 2004 era appena più “facile” e meno complessa della 2005, attestandosi però a livelli di vera eccellenza.
Quanto al Breg, di gran lunga uno dei migliori uvaggi che abbia mai bevuto. Semplicemente pazzesco. Il vino perfetto per avvicinarsi ai suoi vini e “stupire la platea”, peratro.
Per quanto possa valere, e sottolineando la diversità tra Ribolla e Breg, il mio ordine di gradimento  è: Ribolla Gialla 2005, Breg 2005, Ribolla Gialla 2004. Con il voto “minore” che non sta sotto il 9 (o il 93, se preferite i vini in centesimi).
Amo, come Josko, i monovitigni. Per questo lo capisco, quando dichiara di voler smettere con il Breg (Sauvignon anzitutto e poi Riesling Italico, Pinot Grigio e Chardonnay).
Al tempo stesso, perdere un vino così è un piccolo grande delitto.
I vini di Gravner hanno una magia, un’eleganza, una ricchezza e una vita che li rende davvero magici. Diversi da tutto il resto.
Costano non poco, è vero, perché parliamo di 50-70 euro a bottiglia in enoteca/ristorante. Ma li valgono tutti.

Trebbiano d’Abruzzo 2005 – Valentini

Qualche giorno fa ho raggiunto un traguardo lavorativo storico. Avevo bisogno, e voglia, di festeggiare.
Sono andato alla Taverna Pane e Vino di Cortona, da Arnaldo, con Perfect39.
Ho scelto un Trebbiano d’Abruzzo di Valentini. Arnaldo mi ha consigliato l’annata 2005. Costo al ristorante 47 euro.
All’azienda Valentini ho dedicato uno dei capitoli che preferisco de Il vino degli altri. Quelle pagine, frutto di una lunga intervista a Francesco Valentini (figlio di Edoardo, il fondatore dell’azienda), generarono polemiche. Mi ferirono, perché non le meritavo e non me le aspettavo – non da quel capitolo, quantomeno.
Inizialmente Francesco e sua moglie se la presero (senza motivo) e qualche ameno trombone pingue dell’enogastronomia cavalcò simpaticamente la querelle. Nulla avevo da nascondere – anzi quelle pagine mi piacciono ancora molto per tono lirico – e, infatti, quando rividi i coniugi Valentini a Pescara per ritirare il premio Abruzzo 2010, ci abbracciammo.
Adoro, dei loro vini, in particolare il bianco e il Cerasuolo.
Il Trebbiano d’Abruzzo di Valentini è uno dei bianchi migliori d’Italia. Un mito, amato e discusso (in particolare per un presunto esubero di solforosa), che non bevevo da tempo.
L’annata 2005 spiccava per sapidità e freschezza. La mineralità era netta. Naso (e aromi retrolfattivi) ricchissimi: in particolare mi hanno colpito i sentori iodati, ematici, di sottobosco (tartufo anzitutto) e quella sensazione di “omogeneizzato” che spesso esce fuori nelle recensioni dei Trebbiano di Valentini.
Applausi.
Un vino ricco, complesso, persistente. Grande bevibilità, con una personalità spiccata. Molto emozionante.

Ruchè 2010 – Cascina Tavijn

Pochi giorni fa ho raccontato la mia delusione nell’imbattermi in un Grignolino – credo annata 2009, ma non ne sono sicuro – di Cascina Tavijn. Un vino naturale, nel mio caso, debole. Esile. A un passo dal difettato.
Molti lettori mi hanno detto che sbagliavo, perchè Cascina Tavijn è una grande azienda. Tra le migliori di VinNatur.
Io ribadisco il mio giudizio specifico: evidentemente “era la bottiglia” (frase che si dice sempre, ma che a volte è vera, soprattutto per i vini naturali).
Ieri mi sono bevuto l’altra Cascina Tavijn che avevo in casa. Me l’aveva spedita mesi fa Francesco Maule, insieme ad altre distribuite da Arkè. Stavolta un Ruchè di Castagnole Monferrato, annata 2010, quattordici gradi alcolici.
E’ un vitigno che seguo con piacere e ne ho sempre letto bene, nel caso dei vini di Nadia Verrua.
Stavolta la mia valutazione è positiva.
Rubino intenso, non limpidissimo ma neanche torbido. Gradevoli note floreali al naso, poi una speziatura che torna prepotentemente in bocca: si percepisce distintamente il chiodo di garofano e, se qualcuno vuole fare il figo, può aggiungere “macis” – che nessuno sa cosa sia, quindi nessuno potrà mai contraddirvi.
Bella bevibilità. Un’alcolicità importante, che si sente, e che dà – soprattutto all’inizio – al vino un tono “liquoroso” che poi se ne va. L’ho bevuto con un amico, ancora più convinto di me.
Ottimo rapporto qualità/prezzo (12 euro). Vino da quotidianità, essenziale, schietto, naturale (ma non facilissimo: i tannini si sentono e devono sentirsi).
Da provare.

Grazie (reprise)

Avevo scritto mesi fa un post analogo, lo so.
Ieri però mi è arrivato il rendiconto 2011 Mondadori. Era decisamente confortante.
Ho così scoperto che Elogio dell’invecchiamento è arrivato alla quarta ristampa e Il Vino degli altri alla seconda. Un successo, per entrambi, inatteso e quasi commovente.
Sempre ieri un amico mi diceva di essere andato in un’enoteca di Ferrara, la Enogalleria in via della Cittadella 22, e di aver trovato la proprietaria intenta a leggere Il vino degli altri, consigliandolo agli avventori come un testo di riferimento chiaro e divertente.
Al Vinitaly c’erano molti visitatori con Elogio dell’invecchiamento tra le mani.
Molti mi hanno detto di essersi avvicinati al vino, sommeliers novizi o meno, grazie – o per colpa – del mio libro.
Delle mie pubblicazioni, quelle enologiche sono state le più leggere e stupefacenti.
E’ stato un bel viaggio, che continua con questo blog (ma niente trilogie).
Grazie a voi. Davvero.

P.S. Oggi è uscito il mio nuovo e-book. Un piccolo racconto per Feltrinelli. Si intitola “Happy Birthday, Nebraska” e lo trovate solo sul web. Niente cartaceo. E’ una mia ulteriore manovra di avvicinamento al romanzo. Se lo leggete, mi fa piacere. Il 24 maggio verrà poi ristampato il mio primo libro, Il piccolo aviatore, Vita e voli di Gilles Villeneuve (Limina 2002).

Solforosa RuleZ?

Ho passato lo scorso weekend sul Lago di Garda, con Perfect39. Sabato ho provato un ristorante discreto, Da Rino a Manerba del Garda. Tutto buono, a parte la tendenza fastidiosa ad annegare l’antipasto di pesce di lago nell’aceto. Non c’è bisogno di marinare tutto, persino il fritto: che senso ha?
Domenica è toccato all’ottima Trattoria di Mezzo a Salò. Solo applausi.
Sabato sera abbiamo bevuto un Metodo Classico Garda Chardonnay. Non una tipologia lodatissima, lo so, ma tendo a bere vini fatti nei luoghi in cui alloggio (nei limiti del possibile).
L’azienda era Pratello, il Metodo Classico un “Millesimo 2005″. Ovvero Extra Brut Millesimato.
Non c’era molto di meglio nella carta, che specificava come il vino fosse “biologico” (che vuol dire tutto e niente). L’azienda agricola biologica Il Pratello, che conoscevo, è romagnola e non c’entra con questa, che si chiama Pratello, ha sede a Padenghe sul Garda e – ammetto – non mi risultava fosse biologica.
Qualche lettore me l’ha però fatto notare. Grazie.
Il sito dell’azienda informa che l’enologo è Nico Danesi e che la cantina è dotata delle “più moderne tecniche di vinificazione”.
Il prezzo al ristorante era di 28 euro.
Chardonnay 80 percento, Groppello 20. Degorgement dopo 36 mesi. Tredici gradi.
Uno spumante di buona fattura, un po’ grasso come spesso capita con gli Chardonnay. Leggermente amaricante nel finale, bollicine un po’ grossolane in bocca. Buona freschezza, giusto sciroppo di dosaggio (pressoché assente), discreta bevibilità. Poche emozioni. Un vino da 6+.
Il dramma è stato il mattino successivo: un mal di testa devastante. Proprio l’hangover stordente da sbornia, il cerchio alla testa che ti martella.
Premetto che non soffro di mal di testa e non ero minimamente ubriaco la sera precedente. In tutta la giornata, ho bevuto – di alcolico – solo metà di quel Millesimo 2005.
La sensazione avuta, senz’altro sbagliata, è stata quella di mal di testa da solforosa. O comunque qualcosa di “chimico”. E’ noto come i vini più a rischio over-solfito siano gli Champagne e i vini dolci. La coincidenza è quantomeno curiosa: un Metodo Classico, tipologia di per sé a rischio, di 7 anni,  fatto da un’azienda “con le più moderne tecniche di vinificazione” e in una zona non famosissima.
Che ci fosse troppa solforosa dentro, o comunque sufficiente a colpire uno come me che beve quasi esclusivamente vini naturali e quindi non ha più l’abitudine – pardon l’anestesia – alle dosi “normali” (cioè elevate) di solforosa?
Solo un dubbio: probabilmente immotivato, anzi sicuramente. Sbaglierò io ed è solo una sgradevole coincidenza.
Se l’azienda è biologica, la solforosa deve essere bassa. E allora perché? C’è altro? E’ capitato anche a voi?
L’episodio, al di là della bottiglia specifica, giustifica un dibattito su ciò che c’è e non c’è dentro un vino: realmente.
Il mal di testa mi ha abbandonato soltanto il giorno dopo.
Chiamiamole sfortune, sì.