Archivio di marzo 2012

Cascina Tavijn

Nei giorni scorsi ho bevuto un Grignolino d’Asti di Vinnatur. Azienda Cascina Tavijn.
Ne avevo parlato come “ps” nel post precedente, ma – a giudicare dai commenti dei fans – merita un articolo a sé.
Siamo alle solite: belle intenzioni, grande onestà, prezzo giusto (8 euro in enoteca) ma vino davvero esile – e non per le qualità notoriamente semplici del Grignolino. Tutt’altro che appagante. Al tavolo eravamo in quattro. E gli altri giudizi erano molto meno teneri del mio.
Continuo a imbattermi in molti – troppi? – vini naturali, o veri, che sono sì semplici e beverini, ma con sentori olfattivi ai limiti del difettato e una piacevolezza gustativa minima. Soprattutto tra i rossi.
Ho in casa anche una bottiglia di Ruché Tavijn. Mi dicono sia buono e ho un debole per quel vitigno.
Lo proverò e vi dirò.

Primosic (“vino dei sogni”)

Qualche settimana fa ho scritto della mia visita a Primosic, Oslavia, al termine della quale c’è stata la possibilità di bere un uvaggio bianco – Chardonnay, Sauvignon, Pinot Grigio – ancora nella botte grande e non imbottigliato. Il proprietario me lo aveva definito “il mio vino dei sogni“, il vino per cui aveva lavorato una vita intera. Non ricordo l’annata, ma ricordo bene il gusto.
Primosic mi ha donato due bottiglie, senza etichetta, di quel bianco.
Ne ho bevuta una, con amici, ieri sera. Confermo: vino sublime. Sapido, fresco, emozionante, commovente.
Un gioiello.

Argine 2008 – Podere Il Saliceto

Qualche settimana fa ho bevuto questo vino. L’azienda è Podere Il Saliceto, a Campogalliano (Modena).
Produce ottimi Lambrusco (L’Albone, Falistra) e un bianco Igt.
Io mi sono imbattuto in un rosso fermo, l’Argine 2008. Malbo Gentile al 70 percento, poi Sangiovese e Merlot. L’azienda produce anche un Malbo in purezza.
E’ un rosso fermo, tipologia che sento sempre meno vicina (a meno che non sia il vino della vita, o il vino della quotidianità più povera: la seconda che ho detto, in questo caso).
Un rosso emiliano, senza bollicine. Non proprio invitante. E c’è pure il Merlot, che non bevo mai. Eppure lo abbiamo bevuto – eravamo in 5 – con piacere generale. Bella sorpresa.

San Marino

Il Primo Marzo ho portato a San Marino Gaber se fosse Gaber. Il giorno prima, ho presentato I cani lo sanno. A fine incontro c’era una degustazione dei vini del Consorzio di San Marino.
Ho apprezzato il Roncale, bianco senza pretese con almeno 50 percento di Ribolla di San Marino: un autoctono, detto anche Albòla. Fresco, facile, appagante.
Non ho provato il Biancale, bianco tradizionale da uva omonima, mentre giusto ieri ho bevuto un Caldese di San Marino 2009.  Di fatto è un Roncale deluxe, con Ribolla di San Marino e (soprattutto) Chardonnay. Più ambizioso, ma anche pià facile. E con una barrique a mio avviso eccessiva.
Per quanto non sia in grado di recensire i rossi (soprattutto Sangiovese), mi pare una realtà da approfondire e conoscere. Ha la sua originalità e la sua dignità, soprattutto quando insegue la semplicità. E non si sforza di ricalcare modelli facili stranieri.
Sempre a San Marino ho avuto modo di scoprire una bella enoteca ristorante. Si chiama Tannino Winebar. C’è un cacio e pepe splendido (il proprietario è romano) e una bella carta dei vini.
Io ho bevuto uno Champagne Chapuy Grand Cru Blanc de Blancs – Brut Reserve. Sui 25 euro. Decisamente dignitoso.
Se passate da San Marino e amate il vino, il luogo giusto è quello.

Ribolla 2005 – Gravner

Venerdì sera, a casa, ho bevuto un vino straordinario.
Era una Ribolla Anfora 2005 di Josko Gravner. Me l’aveva regalata lui, quando l’ho incontrato un mese fa a Oslavia.
In cantina si trova a 30 euro più Iva, in enoteca a 50, al ristorante di più.
L’ho bevuta, con Perfect39, nei bicchieri che consiglia Josko. Delle ciotolo di vetro, che si fa fare apposta, per dare la sensazione di toccare il vino.
Me li sono fatti spedire, insieme a 9 bianchi che ho fatto scegliere a Gravner.
La Ribolla, per quanto “giovane” secondo le idee di Gravner, era meravigliosa. E’ cambiata, di minuto in minuto. Persistente, armonica, emozionante. Un caleidoscopio di profumi e stupori.
Colore ambrato, invitante. Al naso erbe aromatiche, frutta e fiori gialli maturi.
Acidità e mineralità semplicemente meravigliose.
Struttura importante, perfetta corrispondenza gusto-olfattiva. Grande personalità.
Un vino vivo, vero. Indimenticabile. Tra i migliori da me bevuti.

Josko Gravner (Il Fatto Quotidiano)

“I miei vini capiscono benissimo chi hanno davanti. E si comportano di conseguenza. Se chi li beve è diffidente, si chiudono”. Josko Gravner è un filosofo applicato alla vite. Un contadino senza tivù, che legge molto e, quando va al ristorante, si porta il vino da casa. “Ormai è l’unico che bevo. Sono stato in California nell’87 e ho capito cosa non volevo fare nella vita. Ho sbagliato e sbagliato. Col tempo ho imparato a fare vino per me stesso. Mezzo chilo a vite, 25-30mila bottiglie l’anno quando potrebbero essere almeno il doppio. Io so che è buono: poi può piacere o no, ma riflette la mia vita”.
Oslavia, due passi dal confine sloveno. Terroir di vino e guerra, un ossario con 60mila morti e i vigneti che sputano ancora proiettili e granate dalla Grande Guerra. La casa di Josko, quasi invalicabile “perché spesso chi viene qui desidera solo vedere da vicino ‘il matto’”, è tra le poche rimaste in piedi dopo il primo conflitto mondiale. Fungeva da infermeria. Josko ha occhi timidi, sguardo vigile e modi antichi. Ha rivoluzionato il mondo del vino, attingendo da biologico e biodinamico senza legarsi a nessuno. Ha seminato come un eretico troppo avanti, persino per se stesso, e il cruccio è non avere eredi. In tanti lo imitano, in pochi gli somigliano, nessuno lo eguaglia. “Il contadino è solitario per vocazione. Individualista, come lo scalatore: qualsiasi compagno ti appesantisce se vuoi arrivare alla cima. Il vino è sacrificio. L’unica evoluzione è tornare indietro”. Ovvero lavorare a scomparsa, come lo scrittore che antepone al virtuosismo il minimalismo. I vigneti coi nidi di cinciallegre, i lieviti indigeni, di barrique neanche a parlarne. “Il vino buono è come l’acqua pulita, va cercato alla sorgente e non alla foce”. Unica deroga, lo zolfo: “L’uomo lo usa da 2000 anni. Ho provato, ma non ci si può rinunciare. Il naturale processo di evoluzione dell’uva non è il vino ma l’aceto: la solforosa, in piccole dosi, lo modifica”.
Il sancta sanctorum di Gravner, utopista radicale frainteso per burbero, è una cantina disadorna dove tutto ha la sua funzione (anche le ragnatele), che si sublima nella cripta delle anfore. Quaranta, di terracotta, interrate. Sembrano gli involucri di Cocoon: generatori di vita che – al contrario del film – incentivano l’invecchiamento. “Anatolia, Mesopotamia, Caucaso: il vino è nato lì. E nell’antichità si usavano le anfore. Il recipiente che permette di non perdere contatto con la terra. Le faccio costruire nel Caucaso dal 2001: le mie annate precedenti non mi somigliano”.
L’anfora è l’utero. “Dopo nove mesi, e adesso un anno, il vino deve nascere. Come un bambino. La botte grande rappresenta la successiva educazione”. I vini, che Josko si premura di far degustare in ciotole di vetro che esasperino la percezione tattile, non vanno sul mercato prima di 7 anni. “Un numero magico, il periodo lungo il quale l’uomo sostituisce tutte le proprie cellule”.
Più di qualsiasi altro esponente dei “vini veri” o “naturali”, Gravner insegue un’idea ancestrale di enologia. Produce vino come una opera d’arte spontanea che, suo malgrado, per reiterarsi ha bisogno dell’uomo. L’annata botritizzata 2008, impreziosita dalla muffa nobile, non verrà mai venduta. Riposa in una botte. “E’ l’ultima vendemmia fatta con mio figlio Miha”. Scomparso nel 2009 in un incidente. Josko ne parla con rispetto immacolato, come una guida immanente che veglia discreta sul viaggio a ritroso del padre.
La lunga macerazione a cui sono sottoposti i bianchi, inevitabilmente celebri, li rende antitetici al gusto omologato. A partire dalla Ribolla Gialla (30 euro più Iva in enoteca). Persistente, dotata di tannino e struttura. Stupefacente sin dal colore. L’anfora ne esaspera la “stranezza”. Può spiazzare. Eppure, in questo cavaliere solitario di un’Apocalisse morbida, che scorteccia credenze e finzioni, c’è un rigore che scuote. Un candore che ammalia. E una diversità così ostinatamente inseguita, da apparire miracolosamente salva.

(Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2012. Uno degli incontri più intensi e teneri del mio peregrinare. Avrei potuto scrivere molto di più, ma certe cose mi piace tenerle tutte per me)

Primosic (e altro)

Lo scorso weekend sono stato in Friuli Venezia Giulia. Venerdì avevo la data di Gaber se fosse Gaber a Spilimbergo, domenica a Gorizia.
E’ una regione che mi affascina molto. Mi ci sento a casa. Ho avuto modo di conoscere belle persone, ritrovare vecchi amici (i compagni di merende del Terrae Doc di Tolmezzo), di visitare i luoghi di Pier Paolo Pasolini e di incontrare alcuni produttori.
Il tempo era poco, ne avrei voluti salutare molti di più.
Sabato ho passato la giornata da Primosic, a Oslavia. Piacevolissimi. Sono perfino tornati a teatro, il giorno dopo, per vedermi a Gorizia.
Mi ha colpito la gentilezza di tutta la famiglia. L’educazione senza finzioni, la passione, la semplicità.
Ho provato molti bianchi (non rossi), avvertendo distintamente come negli ultimi anni ci sia stata una netta diminuzione (o abbandono) di barrique.  Buona longevità. Le ultime annate, dovendo smaltire meno legno, si riveleranno superiori alle precedenti.
Non amando granché lo Chardonnay, è ovvio che sia stato colpito da varietali diversi. A svettare  è stato – e non è per me un paradosso – uno dei vini meno cari, la Ribolla “Think Yellow” che fa solo acciaio. Il prodotto base dell’azienda, sulle 10 euro in enoteca. Un vino dritto, minerale, duttile nell’abbinamento e di grande bevibilità. Riuscita la Ribolla Gialla Riserva 2008.
Come tributo alla mia età, i Primosic hanno aperto perfino un Pinot Grigio del 1976 (la ’74 non c’era).
Vi segnalo il Ribolla Noir, uno spumante Charmat che unisce Ribilla e Pinot Noir: bollicina onesta, dal buon rapporto qualità/prezzo. Nell’ultima edizione si è provato a diminuire le atmosfere (tipo Saten), dalla prossima si tornerà a quelle consuete. Meno facili, ma più stimolanti.
Poi, andando in cantina, il proprietario ci ha fatto sentire quello che riteneva essere “il vino dei suoi sogni“. Non è ancora imbottigliato. Un uvaggio (Chardonnay, Sauvignon e Pinot Grigio, mi pare). Era davvero diverso dalle annate precedenti. Un surplus di mineralità, di carattere, di personalità, di progressione gusto-olfattiva. Era come se, in quel vino, ci fosse la quadratura del cerchio di 5 generazioni di Primosic che, ora affidandosi alla tradizione e ora sperimentando sodalizi con colossi industriali (Porsche), sanno valorizzare delle terre sature di potenzialità. Mistero. E sangue, perché teatro dei maggiori massacri durante la Prima Guerra Mondiale.
Ancora oggi i vigneti sputano pallottole e granate. L’ossario di Oslavia raccoglie 60mila vittime.
E’ un luogo di bellezza straziante, dove pullulano i produttori mitici (compreso Josko Gravner, che ho visitato la mattina successiva e di cui ho parlato stamani sul Fatto Quotidiano). Luogo di persone vere, di un livello medio altissimo (nei bianchi) e di paesaggi inesorabili.
Un luogo dove tornerò presto.

Vini che mi hanno colpito nel weekend: Ribolla Think Yellow Primosic, “Vino dei sogni” (ancora senza nome) Primosic, tutti i bianchi di Gravner, l’annata 2010 botritizzata di Gravner (il vino dolce “definitivo”), Pinot Nero 2008 Le Due Terre, Vitovska 2009 Zidarich, Ograde Skerk. Discreta, non indimenticabile, la Ribolla 2004 di Podversic.
Ristoranti provati: Agli amici, Istriago di Spilimbergo (buono, ma la carta dei vini è spaventosamente lacunosa), Lokanda Devetak a Savogna d’Isonzo (ottimo e carta dei vini mirabile).
Enoteche provate: La Torre Orientale a Spilimbergo, Il Giardino dei Vizi di Gorizia. Entrambe notevoli.