Archivio di febbraio 2012

Coulèe de Serrant 2005

Ecco un vino mitico, sacro, celebrato (e un po’ odiato). Uno dei bianchi più famosi del mondo. La Coulèe de Serrant di Nicolas Joly. Il guru della biodinamica. Il maestro, da qualcuno poi abbandonato, dei vinonaturalisti.
L’ho bevuto ieri sera con alcuni amici. Abbiamo mangiato una fonduta di formaggio, per l’esattezza una raclette.
Il primo vino è stato un Pas Dosè Cavalleri 2006, fresco e citrico, dritto e femmina. Bello.
L’annata della Coulèe de Serrant era la 2005. Ce l’avevo in cantina da tre anni. La Coulèe è il vino di punta di Joly, superiore al Les Vieux Clos (appellation Savennières) e al Clos de la Bergerie (appellation Savennières-Roche aux Moines).
La Coulèe de Serrant, anche appellation, è monopolio di Joly. Un vino che fa solo lui, da sette ettari e vigne di almeno 35-40 anni di età. Ventimila bottiglie circa l’anno, per un prodotto che su eBay si trova sulle 70 euro e al ristorante mai sotto le 90-100.
Gli altri vini di Joly, tutti da Chenin Blanc, si trovano sui 30-35 euro (Vieux Clos) e 50-60 euro (Bergerie). Sono meno ambiziosi, ma anche più facili da bere.
Recensire la Coulèe de Serrant è molto difficile. E’ un bianco che ha connotazioni proprie e assai diverse da altri Chenin Blanc che pure amo, come quelli di Vouvray (sempre Loira, ma molto più ad est di Savennières). Ho sempre pensato che fosse macerativo – l’ho anche scritto – e Joly dice di no. Non lo è. Quindi sbagliavo io (buuuuuu).
Il prezzo è impegnativo e non posso dirvi che li valga innegabilmente. Per me sì, ma è una bottiglia che va compresa e che occorre approcciare con umiltà e competenza.
E’ un vino che cambia, enormemente, con il passare dei minuti e delle ore. Se esiste un “vino da meditazione”, definizione che peraltro odio, questo lo è: andrebbe forse bevuto da solo, sorseggiato a lungo, quasi come un whisky.
L’annata 2005 si è presentata con un leggero effetto ossidativo, tipico anche della zona dei bianchi dello Jura. Ne avrei fatto a meno, non amando l’ossidazione (seppur tenue). Questo, unito alla forte gradazione alcolica (15 gradi), rende la Coulèe de Serrant un vino che non ammette vie di mezzo e che richiede impegno vero. Non è il mio vino della vita e non lo si beve tutti i giorni. Non solo per il prezzo.
Di Vouvray potrei nutrirmi diuturnamente, di Coulèe de Serrant no.
La bevibilità è comunque notevole, perché a fronte dell’alcolicità importante c’è un mix di freschezza e mineralità straordinario.
Le note olfattive cambiano di continuo, dal fruttato sciroppato iniziale – tipico di un vino dolce passito – alla speziatura, allo iodato, al mentolato, al tabacco, ai fiori gialli appassiti, al miele. E ancora, e ancora. Ogni minuto muta, varia, si evolve: esperienza emozionante.
Ha grande persistenza, equilibrio tutto suo, armonia eretica e complessità quasi commovente per un bianco.
Purtroppo era l’ultima bottiglia che avevo. Già mi manca.

Morgon Vieilles Vignes 2010 – Thévenet

Qualche settimana fa, dopo lo spettacolo Gaber se fosse Gaber a Breganze, una signora mi ha regalato una copia della prima antologia Rouge & Blanc in italiano.
Le Rouge&leBlanc è un trimestrale francese che, dal 1983, racconta le realtà vitivinicole francesi (e non solo francesi). Per molti aspetti è ciò a cui Porthos si è palesemente e meritoriamente ispirata.
L’antologia era il regalo di Gianpaolo Giacobbo, amico e collega proprio di Porthos. La signora era sua moglie. La versione italiana è curata da Samuel Cogliati, già autore di uno splendido libro sullo Champagne.
E’ una pubblicazione che vi consiglio.
Nell’antologia c’è anche un lungo speciale su Morgon. E’ la zona d’elezione del Gamay non facile, o quantomeno non necessariamente declinato a Beaujolais Nouveau (il “Novello francese”, per brutalizzare).
Il fascino del Gamay, anche fermo, è quello di essere bevibile: semplice, accessibile. Anche economicamente. Un vino da tutti i giorni, che però alcuni – su tutti Marcel Lapierre – hanno cercato di rendere più longevo e impegnato. Senza snaturarlo.
Proprio in quei giorni ho bevuto un Morgon. Il Vieilles Vignes 2010 di Jean Paul Thévenet. Il costo dei Morgon è onesto: i base attorno ai 7-10 euro, le versione deluxe sui 15.
Mi è parso un vino di meravigliosa piacevolezza. Non ha grande allungo, ma non deve averlo. Fresco, fruttato (in maniera sana), bella mineralità. Bevibilità splendoda. Eravamo in tre ed è finito in un attimo.
Ve lo consiglio. E ve lo dice uno che coi rossi non è tenero.

P.S. Ho bevuto il Morgon la stessa sera delle Trame 2004 di Giovanna Morganti. Al Pane e Vino di Cortona. Vini non paragonabili, diversissimi. Siamo d’accordo ed è giusto ribadirlo. Senz’altro più ambizioso, e complesso, il Le Trame. Ma – lo confesso – se adesso mi chiedete cosa mi andrebbe di bere, e ribere, rispondo Morgon.

Le Trame 2004 – Podere Le Boncie

Non ho mai amato particolarmente i vini di Giovanna Morganti. E non certo per partito preso: tutte – e sottolineo tutte – le volte che ho bevuto Le Trame, mi sono imbattuto in sentori inaccettabili (difetti, non “caratteristiche”).
Il suo Podere Le Boncie, oasi salva in mezzo a ettari di Toscana troppo moderna, è stato divinizzato da quasi tutti i vinonaturalisti.
E’ una delle donne “mitiche” del vino, celebrata da Sandro Sangiorgi come da Jonathan Nossiter. Quando provavi a sostenere che sì, la storia dell’azienda era affascinante, ma i vini – per quanto sani – avevano pecche innegabili, i più minimizzavano. Aggiungendo che “Il Sangiovese deve essere così“.
Ma anche no.
Ovvio che la Morganti non abbia mai gradito certe mie recensioni. A volte è pure intervenuta nei commenti di questo blog, mettendo in dubbio (legittimamente, sia chiaro) la mia competenza enologica.
Torno a parlarne perché ieri sera ho bevuto un Chianti Classico – Le Trame 2004.
Arnaldo Rossi, della Taverna Pane e Vino, qualche settimana fa ha organizzato una degustazione con i vini di Morganti. Hanno ricevuto, tra i presenti. un successone. Io non c’ero. Con garbo e discrezione, Arnaldo – una delle persone più oggettive che conosca nel mondo del vino – mi ha suggerito di riprovarli. “Prima avevano dei difetti, ma credimi, adesso no. Straordinari“.
Così ho bevuto Le Trame 2004, secondo lui l’annata migliore – o più in forma – di quella degustazione.
Il costo della bottiglia è di 27 euro al ristorante, 22 in enoteca, un po’ meno di 20 franco cantina (mi dice Arnaldo). Sangiovese e qualcosa di Foglia Tonda e Canaiolo. Il Chianti vero.
Arnaldo aveva ragione. Nessun difetto, nessuna sbavatura inaccettabile. Un vino ben fatto (benché ovviamente, e fortunatamente, non facilone).
Mi è piaciuto e sono felice di essermi in qualche modo pacificato con questa azienda. Un Chianti di buona sapidità, profumi giusti, freschezza apprezzabile.  Non lunghissimo ma equilibrato, vivo. Discreta beva. Vale il prezzo che ha.
Con me c’erano due amici.  Uno è rimasto convinto, l’altro meno.
C’è poi il piano soggettivo. E sarei disonesto se lo nascondessi. Per quanto mi sia piaciuto, non potrei mai dargli – per giocare coi voti – più di un 6.5.
Credo dipenda da me. Ormai non riesco quasi mai ad appassionarmi ai rossi e, per quanto toscano, non sono mai impazzito granché per i Chianti. Se proprio devo bere un Sangiovese, assai lontano dal podio dei miei vitigni del cuore, continuo a preferire Montevertine. E gli unici rossi che amo davvero sono i Barolo (Rinaldi style) o i Pinot Nero più ispirati.
Proprio ieri, prima de Le Trame 2004, ho bevuto un Vouvray Sec 2007 di Clos Naudin – Philippe Foreau: mi ha emozionato, e coinvolto, molto di più. Che Dio benedica lo Chenin Blanc.
Non posso farci nulla: sono sempre più “spiaggiato” sulla terra dei bianchi, fermi o mossi non importa. Rossi, assai pochi: Langa, Borgogna e poi boh.
Questo però è solo il mio gusto. Il piano soggettivo. Che non inficia il giudizio, positivo, sulle Trame 2004.

Il mondo è piccolo

Ieri pomeriggio mi arriva un sms. E’ di Arnaldo Rossi, il proprietario della Taverna Pane e Vino di Cortona.
Mi scrive: “Ciao Andrea. Sono in Borgogna a cercare nuovi vini. Mi fermo lungo la strada dei Gran Cru di Borgogna. Domando una informazione ad un agricoltore. Mi risponde in italiano. E parlando mi dice: ‘Io ti conosco perché ho letto il libro di Andrea’. Il mondo è piccolo“.
E’ davvero piccolo. In Borgogna sono stato una volta e ignoro totalmente chi sia questo agricoltore. Così come ignoro, probabilmente, quanto i miei due libri sul vino abbiano germogliato e circolato.
Una bella cosa.
Grazie.

Casa del Parmigiano (Marostica)

Martedì ho portato il mio spettacolo, Gaber se fosse Gaber, a Breganze. La patria del Torcolato.
C’erano più di 400 persone e ho provato l’ebbrezza – che prima o poi a qualsiasi teatrante capita – del microfono che non funziona. Poi, per fortuna, tutto è andato liscio.
La data di Breganze è stata fortemente voluta da Erasmo Gastaldello. Lo avevo visto, per la prima e fin lì unica volta, più o meno un anno fa. Avevo presentato Il vino degli altri alla Libreria Palazzo Roberti di Bassano del Grappa. Si era unito alla cena. Dialogando, mi aveva chiesto cosa stessi facendo di nuovo. Gli avevo così parlato di Gaber se fosse Gaber, che aveva esordito pochi giorni prima a Voghera (e doveva rimanere una data unica).
Erasmo si era messo in testa di portare lo spettacolo dalle sue parti. Così, di punto in bianco. Mi capita spesso che me lo promettano, poi però la cosa finisce lì. Anche perché organizzare uno spettacolo teatrale non è facile.
Erasmo lo ha fatto davvero. Combattendo per quasi un anno. Ci ha creduto e ha messo in piedi un piccolo evento. Una serata splendida.
Vi scrivo tutto questo, fin qui poco enogastronomico, perché Erasmo Gastaldello è il proprietario della Casa del Parmigiano di Marostica. Un luogo che ho virtualmente scoperto per caso, tre anni fa, cercando luoghi dove fosse possibile acquistare ottimi Champagne per la stesura de Il vino degli altri.
Mi ha incuriosito tutto, di quel luogo poi citato nel libro. Un posto che si chiama Casa del Parmigiano, in un luogo che poco c’entra col parmigiano, specializzato in formaggi ma anche in grado di mettere a disposizione vini incredibili (e scelti con gusto “naturale”). Che razza di luogo poteva mai essere? Chi lo aveva concepito?
Ho avuto modo di conoscere Erasmo Gastaldello, degno figlio del fondatore del negozio. L’ho conosciuto poco, perché due incontri reali sono pochi. Ma sufficiente per scorgere in lui le stimmate, e l’utopia sottesa, dell’eterno sognatore. Dell’appassionato che sceglie i formaggi visitandone i luoghi, e apprezzandone le persone che lo creano. Del commerciante folle che si incaponisce per avere solo quel riso, e quel burro, e quel formai de mut – e che insegue a tutti i costi “il black butter” perché una volta l’ha sentito e gli è piaciuto.
Se c’è una cosa che mi è piaciuta, e piace, del mio attraversare il mondo enogastronomico con spirito corsaro, è il conocere queste persone libere e vere. Credo fermamente che l’Italia migliore, per parafrasare quel ministro tascabile uscito da una canzone di Fabrizio De André, sia proprio quella degli Gastaldello e dei Roddolo, dei Maule e dei Cerruti. Di chi sogna, di chi ci crede: di chi non dimentica l’intenzione del volo.
A ben guardarla, l’Italia è a volte – e perfino – un bel luogo.