Archivio di gennaio 2012

Barolo Sori Gabutti Riserva ’99 – Giovanni Sordo

Questa bottiglia è sopravvissuta ad almeno due traslochi. Insieme a molte altre.
Non so minimamente quando l’ho acquistata. Non ne conosco il prezzo, non ho mai bevuto altro dell’azienda.
Giovanni Sordo, Castiglione Falletto. Produce da oltre tre generazioni. Ora la segue il figlio di Giovanni, Giorgio.
Cinquantadue ettari, di cui 40 vitati, da Serralunga d’Alba a Monforte d’Alba, da Novello a La Morra. Bianchi, rossi, tutto.
Il vino che ho bevuto ieri sera è uno dei prodotti di punta. Sori Gabutti, Riserva, 1999.
Vigneti a Serralunga d’Alba. Invecchiamento minimo di 5 anni, di cui 3 in botti di rovere.
Temevo che avesse sofferto i viaggi, i cambiamenti climatici, il tempo.
Macché: era in forma smagliante.
L’annata era perfetta, gli anni passati lo avevano meravigliosamente reso maturo e armonico.
Equilibrato, persistente, complesso. Di acidità intatta, di struttura impeccabile.
Barolo splendido, senza se e senza ma.

Esempio di vino naturale (debole)

Ieri sera ho bevuto un vino francese, importato da Arkè, la distribuzione della famiglia Maule e di VinNatur. E’ il Cyril Le Moing, Grolleau Noir 2009. Costo di 16.40 Euro nel sito di Arkè.
Il Grolleau Noir è un vitigno della zona della Loira, autoctono, utilizzato soprattutto come rosato nel Rose d’Anjou. Ha una grande acidità e una bassa resa alcolica. Un vitigno francese rosso minore, che Cyril Le Moing lavora – Martigne’ Briand – in regime biologico e naturale, da vigneti di 60 anni di età. Pochi trattamenti, pochi interventi (non manca un 10% di tisana d’ortica). Niente chiarifica o filtrazione.
Il suolo è calcare (70 percento) e argilla (30). Il Vin de Table che ho bevuto è Grolleau Noir in purezza, chiamato nell’etichetta (senza annata, ma è la 2009: si capisce dalla sigla in alto a sinistra) “Grolle Noir”. Era un Triple A, adesso è passato ad Arkè.
Lo recensisco non perché mi abbia entusiasmato, ma perché è il classico vino naturale rosso “debole”. Non ha difetti, né al naso né in bocca. E questo non è poco. Ha il giusto prezzo. E’ il tentativo di nobilitare un vitigno minore(tra i produttori più noti si può citare l’Anjou Rosè di Mark Angeli).
Lo definisco vino naturale “classico” perché ha i canonici – canonizzati? – requisiti della naturalità: gran bella beva, digeribilità, acidità, una tendenza chiara a essere snello. Un vino che non vuole essere grasso: che non stanca, che mira alla piacevolezza quotidiana del bere. Oh yes.
Tutto bene, dunque? No, perché il Grolle Noir di Le Moing ha anche il difetto tipico di alcuni rossi naturali (mi viene in mente il “base” di Bellotti): è sì naturale, e snello, e bevibile. Ma non ha carattere. L’anelito lodevole alla “magrezza” è in parte vanificato da una sostanziale povertà di grinta, spigoli, emozioni. Il vino pecca in personalità. E’ neutro, scolastico: il classico 6 politico. A differenza di altri (non pochi) vini naturali rossi pienamente riusciti ed emozionanti.
La mineralità, decantata in alcune recensioni, c’è ma non quanto dicono. La bevibilità è innegabile, ma più che di drittezza è giusto parlare di esilità.
Pur ricordando la specificità di un vitigno che ha potenzialità limitate (un motivo ci sarà se quasi tutti lo vinificano come rosato), questi vini rossi naturali (ribadisco: scolastici) sono innegabilmente sani, ma peccano di carattere, profumi, progressione.
Mi ricordano un po’ un’acqua rossa, però con l’alcol. Lodevoli. Genuini. Ma l’emozione è un’altra cosa.

Barba Toni (Orio Canavese)

Ho appena terminato una settimana molto intensa, che mi ha visto globetrotterare tra San Giusto Canavese, Milano, Colleretto Giacosa, Roma e Parigi. In sei giorni. O comincio a drogarmi, e al momento non ho voglia, o rallento. Bah.
Non molto da dichiarare sul piano enogastronomico, al di là di un assai dignitoso Barolo Sarmassa 2007. L’ho bevuto a Milano, con Perfect39. Ve lo consiglio, ha stile e bevibilità, tutto al posto giusto senza compiacere o inseguire stranezze frivole. Nella mia top 3 dei Barolo non c’entra, nella top 10 sì.
Ora però voglio parlarvi di uno slowfood. Mercoledì scorso mi trovavo a San Giusto Canavese per un reportage su Centovetrine. Il Canavese è senz’altro luogo da scoprire, ma non ti travolge per allegria. Soprattutto di gennaio, con nebbia e freddo.
Dopo una giornata di viaggi e lavoro, digiuno e non poco stanco, ho consultato la guida Slow Food. Il luogo più vicino era Barba Toni, Orio Canavese (To), segnalato in particolare per i grandi formaggi (che non ho mangiato) e il vino (ho provato un Erbaluce di Caluso Fiordighiaccio 2010, poco più di 10 euro, senza infamia e senza lode).
Barba Toni è una cascina di fine Ottocentro, nel centro di Orio Canavese. Quando sono arrivato io, non c’era nessuno. Neanche dopo.
Ero così stanco che ho sbagliato la porta d’ingresso, tentando di entrare dalla cucina – e uscendo, non per colpa del (poco) bere, ho scambiato la porta d’uscita per quella del bagno. La mia imbranataggine tocca livelli siderali, ormai.
E’ un bel locale. La carta dei vini è buona, ma può migliorare. Mi ha ricordato quella di un appassionato che vorrebbe osare, ma se ne vergogna ancora un po’.
Il servizio è garbato, pure troppo: capisco che ero solo, ma non c’è bisogno di controllare sette volte al minuto se ho finito di mangiare (come faceva la signora Sara, credo moglie del cuoco Alain Zanolo e proprietaria).
Davvero di pregio la cucina, in particolare il risotto carnaroli bio con pistilli di zafferano e liquirizia.
Un vegetariano parte svantaggiato, perché è quasi tutto (troppo) carne, e nel Canavese hanno poi questa fissa – inaccettabile – per il coniglio. Ma le cose da provare c’erano, dal flan di asparagi con fonduta di toma al carrello dei formaggi (e il riso, ripeto, era davvero buono). Pane fatto in casa. Giusto il rapporto qualità/prezzo.
All’uscita, lo chef mi ha raccontato di come molti “magnati” vogliano portare il locale all’estero. In Svizzera, in particolare. Di sicuro il locale sarebbe sempre pieno, a Ginevra o Zurigo. C’era però in lui l’amore per il luogo e l’ostinazione appassionata di difendere e valorizzare un territorio che contempla vanti e perle.
Se vi capita, provatelo.

Brunello di Montalcino 2004 – Colleoni

Vedo che da più parti si parla ancora dell’articolo di Jonathan Nossiter su Gq. Anche su questo blog, l’articolo in cui lo “difendevo” (semplifico) ha registrato il nuovo record di accessi. Grazie.
Nossiter- al netto del suo approccio manicheo e integralista – ha scritto cose quasi banali, nella sua conclamata evidenza. Ancora una volta, per disinnescarlo, si sta cercando di focalizzare l’attenzione non sul messaggio, bensì sulla parola forse eccessiva (in questo caso “tossico”). Una vecchia tecnica, adottata dai detentori del potere – o dai servi sciocchi, magari ignari di esserlo – che, consapevoli di avere torto, cercano il pelo nell’uovo e spostano l’attenzione sulla virgola sbagliata (e c’è sempre chi ci casca: sempre).
Che palle. Che due p-a-l-l-e. E che pochezza di argomenti.
Mi è stato anche chiesto di tornare sull’argomento, ma detesto annoiarmi. Non posso permettermelo.
Quindi parliamo d’altro.
Qualche giorno fa ho bevuto uno dei rossi acquistati mesi fa da Arkè, la distribuzione di vini naturali curata dalla famiglia Maule. Era un Brunello di Montalcino 2004, Podere Sante Marie. L’azienda di Marino e Luisa Colleoni. Prezzo sui 25-30 euro.
Sapete che non mangio carne e ho diminuito non poco con i vini rossi. E’ raro che mi colpiscano. Quella sera ho cenato con pici al pesto e un po’ di formaggio (do zero importanza all’abbinamento, ve l’ho scritto solo per la precisione). Con me c’era Perfect39. Ho aperto quella bottiglia, con curiosità e senza sapere cosa aspettarmi. Neanche ho mai amato il Brunello di Montalcino, non particolarmente almeno.
Be’, era una bottiglia meravigliosa. Fresca, emozionante, elegante. Tutto al posto giusto. Grande bevibilità. Bella persistenza. Invidiabile equilibrio. E i 7 anni e più se li portava benissimo.
Ve la consiglio, con grande convinzione.

Le carte dei vini (Nossiter e GQ)

Sta facendo molto discutere – si dice sempre così – l’articolo di Jonathan Nossiter sull’ultimo numero di GQ. In Rete non c’è, dovete comprare l’edizione cartacea (come dovreste fare sempre, altrimenti i giornali chiudono).
Il regista americano si è occupato della pochezza e della disonestà (morale/commerciale) delle carte dei vini nei ristoranti. Romani in particolare, ma non solo.
Qualche  considerazione.
Cito spesso Nossiter, lo facevo già in Elogio e figurarsi adesso che lo frequento. In linea di massima sono d’accordo 8 volte su 10 con lui.
Chi legge questo blog, e ha letto i miei libri, sa che le differenze risiedono soprattutto nell’approccio relativo ai vini naturali: entrambi li amiamo, ma lui in maniera più incondizionata di me. Se volessi usare una parola di moda, direi che lui è più “manicheo” di me sui vini naturali. Tollerandone non dico le imprecisioni, ma spesso gli errori veri e propri. Ora dicendo che “anche Pasolini sbagliava“, ora ricordando che “non si può criticare un’azienda dopo averne bevuto soltanto una bottiglia“.
Nel primo caso, rispondo affettuosamente a Jonathan che certi vini naturali sbagliati mi ricordano Bombolo, più che il neorealismo o Pasolini; quanto al secondo appunto, replico che la teoria della “bottiglia sbagliata” non mi ha mai convinto granché: è quasi sempre l’alibi più facile sfoggiato dal vigneron che ha fallito. E in ogni caso, anche se fosse solo “quella” bottiglia, vallo a spiegare al consumatore occasionale che l’ha pagato 20 o 30 euro. O addirittura di più.
Sto però parlando dei pochi aspetti che differenziano me e Jonathan. Nella maggioranza dei casi, oltre a essergli riconoscente (Mondovino andrebbe insegnato nelle scuole), lo ammiro per approccio, entusiasmo, iconoclastia e onestà intellettuale. Anche per questo trovo che la polemica, alimentata qua e là sul web, sia un po’ fine a se stessa. Per un motivo molto semplice: Nossiter scrive cose inattaccabili e perfino ovvie.
Ho letto che “Nossiter è un personaggio che divide, o si ama o si odia“, e anche questa è una frase fatta. In Italia, ormai, per dividere ed essere amato/odiato basta avere il coraggio delle proprie idee. In epoca paracula, e in paese pavido, chi prende posizione passa automaticamente per eretico. Che palle.
Nossiter non ha scritto un articolo da “o con me o contro di me“. Ha semplicemente fotografato lo stato delle cose. Frasi come “, segno evidente del rispetto – o del disprezzo – che un oste nutre per i suoi ospiti“, oppure “lasciare che a scegliere i vini sia un’enoteca con le sue ‘considerazioni commerciali’ è come delegare a uno sconosciuto la scelta delle proprie pratiche sessuali“, sono (felicemente) banali nel loro essere inoppugnabili.
Qualcuno non avrà gradito l’ennesima tirata sui vini naturali, o si divertirà capziosamente a soffermarsi sulla parola (eccessiva) “tossico“, ma le 5 pagine di GQ (di cui due occupate da foto) non possono non essere condivise da chi ha anche solo un minimo di buon senso. E magari (magari, eh) non è in malafede.
Nello specifico:
– I ricarichi dei vini al ristorante sono, quasi sempre, inaccettabili. In Elogio pubblicavo la “griglia” che di solito viene seguita dai ristoratori. Andatela a ripescare. Non c’è nessuna giustificazione per ricaricare un vino del 150 percento (e potrei dire anche 100). Figurarsi del 200, o 500, 0 700 percento (come racconta Nossiter). Il ricarico deve esserci, ma minimo. Cosa dovrei pagare? Lo sforzo del polso per aprire il vino? L'”affitto” delle bottiglie in cantina? L’usura del cavatappi? La bella faccia (quasi mai tale) del sommelier che mi straparla di sentori di glicine e pan briosciato? Ma via, su. Chi opera in tal senso, dovrebbe vergognarsi.
– Esistono realtà più vocate alla enoristorazione e altre meno. Jonathan vive a Roma, io ci passo due giorni a settimana di media. E’ un posto con molti ristoranti, raramente però convincenti. Meno ancora sulle carte dei vini, troppo spesso sciatte e disoneste. Spiace dirlo, ma è così. Io non arrivo a 2/3 trattorie romane “del cuore”. Anche sulle enoteche: una volta che hai citato la “solita” Bulzoni, quanti altri nomi si possono fare? Pochi, pochissimi.
- Nossiter cita un sommelier – Francesco Romanozzi, proprio dell’Enoteca Bulzoni – per fargli dire che “Casal del Giglio è (…) come votare Pdl. E’ un tradimento. Un vino palesemente industriale, tecnico e ruffiano, fatto nel posto meno vocato al mondo“. Al di là dell’esempio laziale, si potrebbe legittimamente asserire lo stesso di tanti altri colossi (Nossiter nomina Zonin e Antinori). Qualche trombone potrà poi arrabbiarsi, come accadde dopo aver letto (male) alcune pagine de Il vino degli altri, ma è una piccosità che mette tenerezza. Di solito le aziende interessate ti scrivono (o ti fanno scrivere dai loro giornalisti “amici”). Usano puntualmente le stesse parole, un mix di mirror climbing e minacce a caso. E alla fine nulla cambia. I loro vini – opinione personale – rimangono quel che sono.
– L’attenzione dei ristoratori per i vini naturali rimane largamente minoritaria.
La carta dei vini non è un aspetto marginale di un ristorante. L’oste che, un po’ inalberato, ti risponde dicendo “i vini li so io a memoria“, e poi ti porta una Barbera imbarazzante spacciandola per “gran vino a buon prezzo“, ha sbagliato tutto. Non sei simpatico o “contadino” se non hai la carta dei vini: sei incapace. E pigro (tranne rarissimi casi, lo so). Una carta dei vini va scritta, stampata, ordinata con gusto e personalità, ben presentata. Forma e sostanza. Altrimenti fammi un regalo: cambia mestiere.
– Dalla scelta dei vini scritti sulla carta, si capisce perfettamente l’impronta ideologica (sì, ideologica) dell’osteria. Un po’ come le playlist musicali di Nick Hornby: se mi scegli una canzone dei Queen Anni Ottanta, tra i 31 brani della vita, ho già capito quasi tutto. E temo che tu sia il classico tipo da Merlot ciccione e tronfio. Aiutoooooo.
Potrei andare avanti, ma ha già scritto tutto Nossiter. Le polemiche che sono nate, denotano da un lato la calma piattissima del mondo del vino (un pregio e un difetto); dall’altro, quanta gente esista con la coda di paglia.

P.S. Ai fanboy(s) dei Queen: evitate di scrivermi che “in realtà erano bravi, soprattutto quelli dei Settanta”. I Queen stanno alla musica come i Supertuscans al vino.

Casa Caterina (e altro)

Mi è stato chiesto cosa ho bevuto per Capodanno. Nessun segreto: una Magnum di Pas Dosè Cavalleri 2006 e una Magnum di Barolo (Citrico) Rinaldi 2007. Eravamo in sei. Gran bere.
In questi giorni ho letto che, su Intravino, alcuni mi hanno candidato come presentatore di un talk show sul vino. Pare che abbia le credenziali e gli occhi azzurri giusti. Vi ringrazio, e sull’occhio azzurro sento di condividerbi, ma posso accettare solo se c’è obbligo di tacco 15 per le belle donne e se il valletto muto lo fa Luca Maroni. Se possibile, poi, la madrina fetish la scelgo io.
Scherzi a parte (ammesso che stia scherzando), ringrazio del pensiero. E penso anch’io, a prescindere dal presentatore, che un talk show enologico sarebbe ottima idea. Non so, però, quanto appetibile per il mercato. Si vedrà.
Qualche segnalazione ancora.
Ieri ho bevuto un Barolo Villero 2006 di Giacomo Fenocchio: con me c’era chi mangiava carne e la bottiglia ha avuto vita breve. Sempre un buon segno. E’ un Barolo senz’altro dignitoso, nobile, elegante, giovane (come lo era il Rinaldi 2007) ma con tannini comunque “accessibili” e non esageratamente astringenti.
Da provare, come l’altro vino provato ieri, Gattinara Il Chiosso 2007. Di solito, quando ordino Gattinara, mi affido a Travaglini. Non conoscevo Il Chiosso, è stato un regalo degli organizzatori del mio spettacolo Gaber se fosse Gaber a Novara a novembre, e devo dire che interpreta fedelmente la sua tipologia. Nebbiolo ferroso, non facile, ma ben fatto, schietto e non ammiccante. Non ne conosco i prezzi, ma sono due bottiglie che vi consiglio.
Ho qualche remora in più per Casa Caterina. Monticelli Brusati, Franciacorta. Me ne hanno parlato bene (non tutti) e mi è capitato di bere due bottiglie. Una con amici, l’altra con Jonathan Nossiter a Dogliani. Entrambe non mi hanno convinto. Non ricordo la tipologia esatta degustata a Dogliani (credo un Pas Dosè, che non sembrava molto Pas Dosè). Di sicuro la prima bottiglia, donatami da alcuni lettori in occasione di una serata alla Compagnia del Taglio di Modena, era la Cuvèe 60 Nature Brut.  Blanc des blancs 2004, sboccata il 7 gennaio 2011. Bottiglia numero 6576 di 8000.  Chardonnay in purezza.
E’ un’azienda biodinamica, mi si dice rigorosa, sicuramente non economica. Mi aspettavo un vino dritto, femminile, suadente. L’ho trovato un po’ piacione, seduto, in buona sostanza un po’ deludente.
Gusto mio, quindi fallibilissimo, ma se bevo Franciacorta vado su Cavalleri o Faccoli, per dirne due. E ne potrei dire almeno altri quattro o cinque (Il Pendio, Arici, etc). Tra questi, per ora, non Casa Caterina.
Lieto di ricredermi in futuro.