Archive del 15 dicembre 2011

Vini naturali (riflessione breve)

Mi capita spesso di parlare di vini naturali (non solo di berli) e di confrontarmi con altri sul loro ruolo. Chi li ritiene la Salvezza, chi il Nirvana, chi una Moda, chi una Stranezza. E chi una Ciofeca.
E’ vero che nel vino naturale è spesso affascinante anche l’errore piccolo. L’imperfezione, che magari dà spessore all’insieme. Donando personalità e passione. Se uno cercasse vini perfetti, avrebbe (purtroppo?) l’imbarazzo della scelta.
Nosssiter ama ripetere che, se avessimo inseguito la purezza formale da Pasolini, non avremmo avuto i suoi film. Verissimo. Il punto, però, è che a volte l’imperfezione non è minima o piccola. Bensì marchiana e manifesta. E a quel punto, quando vedo i naturalisti arrampicarsi sugli specchi e dire che quel vino “deve” essere così, mi vengono in mente i camionisti caricaturali – quelli con l’ascella pezzata e la canotta da Fantozzi che chiosano: “Eh, ma l’omo ha da puzza’“. Ma anche no.
Tutto questo per dire che a me il vino naturale piace, e molto, e lo prediligo, ma solo se è fatto bene. Non ho detto: se è perfetto. Ho scritto: se è fatto bene. Cioè se è digeribile e bevibile, okay, ma pure emozionante e senza sbavature inaccettabili: se voglio una bevanda che sia solo digeribile, prendo direttamente l’acqua.
Faccio un piccolo esempio. Qualche sera fa ho bevuto con amici una bottiglia di Dolcetto Superiore d’Alba 2008 di Flavio Roddolo. Una bottiglia naturale, ma non iscritta ad associazioni vere o naturali o tripliste. Applausi, come sempre. Poi, per cambiare, abbiamo aperto una bottiglia acquistata da Arkè, il meritorio circuito di vini naturali gestito dalla famiglia Maule.
La bottiglia (“vino biologico”) era un Dolcetto di Ovada, tipologia di per sé difficile e spinosa (oltre che rara). Trovarne di convincenti è assai raro. “Borgatta 2007″, Cascina Borgatta, Tagliolo Monferrato (Alessandria). Ora: io non so quanto costi, immagino sotto i 10 euro. Non ne nego l’onestà e la passione. Forse era una bottiglia sfortunata. E auguro ogni fortuna all’azienda. Ma era un vino davvero deludente. Omogeneizzato Plasmon al naso, succo polposo d’uva al gusto. Scombinato, sbilenco, inelegante. E un finale strampalato tra l’amaricante e l’amarognolo. L’ho riprovato dopo qualche minuto: più che aperto, si era ulteriormente perso.
Ciò che mi è capitato con Borgatta, è (a volte) accaduto anche con bottiglie naturali più blasonate e per taluni “intoccabili”, nel senso di non criticabili. Qualche nome? I rossi di Emidio Pepe (annata 2004), qualche frizzante di Camillo Donati, qualche biodinamico di Stefano Bellotti o il Sangiovese di Giovanna Morganti. Aziende e vignerons meritorie, sia chiaro. E spesso emozionanti. Ma potrei andare avanti.
Capisco i vini naturali, ragazzi, ed è innegabile che il “movimento” sia migliorato e stia migliorando. In certi casi, però, mi tornano in mente quei dischi di “rock alternativo” che dovevano piacerti per forza. Altrimenti non eri un musicofilo figo. Ecco: se bere tali vini è chic, o cool, io sono mainstream. E sì che non credevo di esserlo.