Archivio di dicembre 2011

San Fereolo (1920-2011)

Non ho passato un bel Natale. Febbre, nausea, digiuno. E il solito rompimento di palle che mi danno le feste. L’unica cosa bella è stato dire in tivù a Minzolini quello che quasi tutta l’Italia voleva e vorrebbe dirgli. Son soddisfazioni (cit).
Poi è arrivata la notizia della morte di Giorgio Bocca. Non ho fatto in tempo a dolermene che, sul web, è montata la rumenta degli insulti grevi e irricevibili. Uno dei momenti più bassi nella storia recente di questo paese.
Della vicenda ho già scritto, non voglio ripetermi e non amo le santificazioni. Soprattutto degli “antitaliani” che hanno provocato – costruttivamente – una vita intera. Non le hanno mai volute.
Da qui all’insulto, però, ce ne passa. E l’insulto, ancor più postumo, è imperdonabile.
Nicoletta Bocca è figlia di Giorgio. L’ho vista la prima volta all’Hotel Columbus, due anni fa, Roma, per il raduno dei vini naturali. L’ho rivista, e ci ho parlato un po’ più, neanche due mesi fa a Dogliani per la rassegna di vino e cortometraggi.
Immagino che non ne possa più di essere ritenuta la “figlia di”. Posso intuire che un padre così sia stato a volte difficile. E non so se nemmeno l’effetto che ha fatto, a Giorgio Bocca, vedere sua figlia protagonista di Senza trucco, il film di Giulia Graglia che vive di capitoli femminili – e il più vero è proprio quello che riguarda Nicoletta.
Non so nulla di tutto questo.
So però che, stasera, quando tornerò a bere vino, berrò San Fereolo. Perché ho sempre amato i suoi vini (più i bianchi dei rossi: un mio limite, ormai). Perché mi piacciono le persone libere.
E perché un partigiano – io credo – si saluta con un brindisi. Un brindisi fatto bene, in solitario. Con l’unico vino possibile.

Jonathan Nossiter ci scrive

Pubblico con grande piacere la risposta di Jonathan Nossiter al mio post sui vini naturali, che tanto dibattito ha generato (come speravo e credevo).
Lo condivido in larga parte e, quel che più conta, lo trovo particolarmente stimolante e prezioso. Risponderò ai vari punti non appena potrò. Non per controbattere, ma per continuare ed ampliare l’analisi.

Caro Andrea, Grazie di avermi spedito la tua riflessione sul vino naturale. Ti rispondo così:
1.) Difendere un movimento (qualsiasi) nel suo insieme non vuole dire mai difendere ogni espressione.
Che ci siano vignaioli, nel caso del movimento dei vini naturali, che non ti piacciono o che non mi piacciono, sicuro.
Che ci siano anche quelli che molti (alcuni) trovano senza talento o buona fede, sicuro. Non ho ancora visto nessuno difendere a 100% ogni viticoltore che si dice naturale.
Ma ad ogni modo, l’esistenza dei meno bravi o  dei furbetti non toglie niente, come dice uno dei tuoi lettori, al fatto che il movimento riesce a mettere insieme tra i viticoltori quelli più ammirevoli, progressisti e eccitanti al mondo…per me e per altri. Ci sono viticoltori senza talento o furbetti sia all’interno del movimento che altrove. E la loro esistenza non toglie niente a chi il proprio lavoro lo fa bene e in buona fede.
2.) Detto ciò, difendere il diritto al difetto – anzi, trovare nobiltà nel difetto, che sia in Pasolini, Fassbinder, Cimabue, Malaparte, Jackson Pollock o in un vino rosso, mi sembra essenziale in un mondo che richiede classifiche, giudizi assoluti, un idea anti intellettuale e anti-umanista della perfezione e un modello industriale della consistenza. Un cosidetto difetto, diciamo “tecnico”, secondo le regole di ogni mestiere, può essere nient’altro che uno sbaglio…o banale o poetico o distruttivo. Ma non è così semplice insistere su un vino “fatto bene”. Cosa vuol dire? Che non sia arancia, che non abbia traccia di Brett, che non abbia acidità volatile? Anche i più reazionari degustatori dei grandi Bordeaux, impazziscono per il Cheval Blanc 1947…che ha dei livelli di acidità volatile tra i più alti mai notati nella storia dei bordolesi. Solo suggerisco che dobbiamo andare tutti piano prima di dichiarare che qualcosa sia rovinato per sempre….o che un difetto è determinante su un insieme complesso di reazioni.
Come in ogni mestiere…nel vino naturale ci sono vini non buoni (secondo i miei criteri…e altri ovviamente non buoni secondo i tuoi)…ma è pericoloso parlare del vino naturale come se fosse una casa che accogliesse più i difettosi che gli altri. E dopo, cosa dire del vino tossico (perché basta una gocciolina di chimica per rendere un vino tossico)? O del vino industriale? Hanno meno bottiglie difettose rispetto ai vini naturali? Lo so che non lo stai dicendo Andrea, ma uno potrebbe anche intuire una logica che mi sembra non sia tua.
3.) Che ci siano dei furbetti e delle persone che seguono ciecamente e per motivi di moda il vino naturale, si. E allora? Il problema è il loro e non il nostro. Se ammiriamo qualcosa in buona fede o no, solo noi stessi, dentro di noi, possiamo giudicare. C’è un critico di cinema che era molto potente al festival di Cannes per trent’ anni, uno snob intellettuale parigino esagerato anche per loro. Un giorno degli amici americani in un festival mi hanno regalato una t-shirt con una foto (buffa) sua stampata insieme a una delle sue citazione. Dichiarava (e c’era scritto): “Non basta amare un grande film. Bisogna amarlo per i motivi giusti!” Senti, se riescono a sopravvivere i gran film e i vini naturali, beati noi. Non preoccupiamoci troppo delle motivazioni degli altri.
E nel vino naturale, le qualità e le caratteristiche sono molto ampie. Va da un classico, dritto Meursault o Macon biodinamico di Dominique Lafon all’estremo del più “normale” fino a uno spumante Vej antico “270”(giorni sulle bucce) del Emiliano Podere Pradarolo tra i più radicali. Capisco bene e accetto se il gusto di uno va verso Lafon e un altro più verso Pradarolo, anche se io ho piacere e imparo con entrambi.
4.) Forse dobbiamo tutti fare più attenzione a dare un giudizio su un vino aperto solo una volta ( non conosco per niente il vino “Borgatta” che ti è tanto dispiaciuto, dunque non è una difesa di loro ma da un principio). Un vino è fatto per farci piacere si…ma il piacere che abbiamo non è solo gustativo (come suggerisce un altro lettore). Se no, andremmo a bere un prodotto industriale e prevedibile. Ma sopratutto, immagini che qualcuno legge uno tuo articolo Andrea, diciamo uno dei meno riusciti e dice “Scanzi è un pessimo scrittore”.  Che peccato visto le tante cose belle che fai. O qualcuno che vede solo un film mio e dice “Nossiter, senza talento” (ma in questo caso, può essere anche vero). Perché non diciamo che si dovrebbe almeno vedere tre film miei o leggere tre articoli tuoi più un libro, prima di pronunciarsi sul nostro lavoro. Così, ti suggerisco che manteniamo più umiltà davanti ai giudizi scritti e pubblicati. Magari, dovremmo dirci che se non beviamo tre bottiglie dello stesso vino della stessa annata in tre occasioni diversi, meglio aspettare un pronunciamento pubblico. Che ne dici?
5.) Pensando a un altro lettore tuo, mi dispiace per chi vuole sempre poter stappare il tappo e essere sicuro del suo piacere. Io credo piuttosto nel vino come nel teatro. Ci sono giorni e momenti quando anche i più bravi attori durante la migliore performance non riescono a cogliere le energie giuste per dare vita e piacere agli altri.  E il vino vivo, vero è così reattivo. Cosa che mi incanta.
6.) Sicuramente non sono d’accordo col tuo giudizio sui vini di Emidio Pepe, Camillo Donati, Giovanna Morgante o  Stefano Bellotti di Cascina degli ulivi. Pepe e Donati ne ho potuto apprezzare e amare profondamente centinaia di bottiglie per molti anni. Nella mia esperienza non fanno più che altri bottiglie con difetti tecnici che distruggono la personalità e la vitalità (neppure del tuo concetto di “digeribilità”…quello di “bevibilità” non riesco a capire). Anzi, per me, essendo dei vini più vivi (e allora reattivi) mi mettono nella posizione di anticipare un’esperienza nuova ogni volta. Perciò ho avuto meno delusioni con loro che con la maggioranza.  Morgante e Bellotti li bevo solo da poco tempo ma la vitalità e per me i piaceri complessi che i loro vini mi portano, mi sembrano un ottimo “anti-ossidante” alla noia del prevedibile. Anche quel 2006 Barbera Cascina degli Ulivi che abbiamo bevuto insieme…quanto cambiava durante due ore…aprendo spazi belli di percezione diversi (non tutti facilmente piacevoli ma alla fine, per me, molto più gioiosi che altro e dunque una bottiglia che ha più che compiuto la sua promessa!)
7.) Al di là del fatto che la maggioranza dei viticoltori naturali non mi deludono, c’è da non scordare che sono attori dentro un dramma che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi. Non vuole dire che dobbiamo accettare tutto per carità e non rimanere svegli e scettici! Ma è utile ritenere che le ricerche, per esempio, di ridurre o eliminare solfiti, rame e zolfo, di accompagnare con la massima attenzione le esperienze spontanee di una pianta dentro un territorio sono gesti radicali -avanguardisti- per il nostro piacere e benessere e per il benessere del pianeta. Ci fanno riflettere e rimettono in discussione molti a priori. Per chi non ha la voglia di accompagnare questo e richiede la garanzia della prevedibilità, capisco che può essere troppo rischioso.  Ma io sono felice – anzi mi sento fortunato – di accompagnare questo movimento…ma solo se non pago un prezzo troppo alto. Perché per me i vini naturali (come qualsiasi vino, con pochi eccezioni) dove il viticoltore chiede 40, 50 euro la bottiglia sono scandolosi;  l’etica del vino naturale è un’etica non solo in relazione all’ambiente ma anche davanti alla disuguaglianza economica.
Un bravissimo critico di cinema francese, Olivier Beuvelet, mi ha scritto ieri, dicendo che tramite l’internet “dobbiamo moltiplicare i discorsi di analisi di cinema  per lasciare, come nel Talmud, delle feconde contraddizioni di interpretazione.” Vero anche per il vino ovviamente. Ma andrei anche più lontano:il mio piacere risiede nel cercare le contraddizioni e i paradossi fecondi anche dentro la bottiglia stessa del vino.
Avanti allora con il tuo bel impegno, il tuo scetticismo e il ruolo di contestazione verso – sopratutto – le cose che ami e che amiamo.
Un abbraccio
Jonathan

Vini naturali (riflessione breve)

Mi capita spesso di parlare di vini naturali (non solo di berli) e di confrontarmi con altri sul loro ruolo. Chi li ritiene la Salvezza, chi il Nirvana, chi una Moda, chi una Stranezza. E chi una Ciofeca.
E’ vero che nel vino naturale è spesso affascinante anche l’errore piccolo. L’imperfezione, che magari dà spessore all’insieme. Donando personalità e passione. Se uno cercasse vini perfetti, avrebbe (purtroppo?) l’imbarazzo della scelta.
Nosssiter ama ripetere che, se avessimo inseguito la purezza formale da Pasolini, non avremmo avuto i suoi film. Verissimo. Il punto, però, è che a volte l’imperfezione non è minima o piccola. Bensì marchiana e manifesta. E a quel punto, quando vedo i naturalisti arrampicarsi sugli specchi e dire che quel vino “deve” essere così, mi vengono in mente i camionisti caricaturali – quelli con l’ascella pezzata e la canotta da Fantozzi che chiosano: “Eh, ma l’omo ha da puzza’“. Ma anche no.
Tutto questo per dire che a me il vino naturale piace, e molto, e lo prediligo, ma solo se è fatto bene. Non ho detto: se è perfetto. Ho scritto: se è fatto bene. Cioè se è digeribile e bevibile, okay, ma pure emozionante e senza sbavature inaccettabili: se voglio una bevanda che sia solo digeribile, prendo direttamente l’acqua.
Faccio un piccolo esempio. Qualche sera fa ho bevuto con amici una bottiglia di Dolcetto Superiore d’Alba 2008 di Flavio Roddolo. Una bottiglia naturale, ma non iscritta ad associazioni vere o naturali o tripliste. Applausi, come sempre. Poi, per cambiare, abbiamo aperto una bottiglia acquistata da Arkè, il meritorio circuito di vini naturali gestito dalla famiglia Maule.
La bottiglia (“vino biologico”) era un Dolcetto di Ovada, tipologia di per sé difficile e spinosa (oltre che rara). Trovarne di convincenti è assai raro. “Borgatta 2007″, Cascina Borgatta, Tagliolo Monferrato (Alessandria). Ora: io non so quanto costi, immagino sotto i 10 euro. Non ne nego l’onestà e la passione. Forse era una bottiglia sfortunata. E auguro ogni fortuna all’azienda. Ma era un vino davvero deludente. Omogeneizzato Plasmon al naso, succo polposo d’uva al gusto. Scombinato, sbilenco, inelegante. E un finale strampalato tra l’amaricante e l’amarognolo. L’ho riprovato dopo qualche minuto: più che aperto, si era ulteriormente perso.
Ciò che mi è capitato con Borgatta, è (a volte) accaduto anche con bottiglie naturali più blasonate e per taluni “intoccabili”, nel senso di non criticabili. Qualche nome? I rossi di Emidio Pepe (annata 2004), qualche frizzante di Camillo Donati, qualche biodinamico di Stefano Bellotti o il Sangiovese di Giovanna Morganti. Aziende e vignerons meritorie, sia chiaro. E spesso emozionanti. Ma potrei andare avanti.
Capisco i vini naturali, ragazzi, ed è innegabile che il “movimento” sia migliorato e stia migliorando. In certi casi, però, mi tornano in mente quei dischi di “rock alternativo” che dovevano piacerti per forza. Altrimenti non eri un musicofilo figo. Ecco: se bere tali vini è chic, o cool, io sono mainstream. E sì che non credevo di esserlo.

Metodo Classico 2007 – Frassineto

Qualche anno fa, non distante dalla mia vecchia casa, ho visto nascere un’azienda vinicola. In una zona poco nota per il vino: nella bassa Valdichiana.
Ora quel luogo, da fuori quasi chic, si chiama Tenuta di Frassineto. Non l’ho mai visitata, né ho mai bevuto i loro vini. Non so proprio come siano.
Qualche giorno fa, nella mia panetteria-pasticceria di fiducia, ho visto un Metodo Classico Millesimato 2007. Costava 15 euro. Chardonnay in purezza. Lo produceva proprio Tenuta di Frassineto.
Nella Valdichiana, il Metodo Classico è un azzardo. Ci prova giusto Il Falconiere, addirittura (anche) con il Sangiovese, ma lui è già in Toscana e ha un mercato (soprattutto americano) consolidato.
Mi sono incuriosito e l’ho comprato. L’ho bevuto giovedì scorso, con Il Bertozzi e Perfect39.
Colore: giallo quasi dorato, un po’ troppo scuro.
Naso: frutta gialla e poco più, giusto un po’ di crosta di pane (NON dite “panbriosciato”) e lieviti.
Gusto: la parola giusta, all’inizio, è “sciapo”. Cioè bevibile, ma corto e con una carbonica (eh?) debole. Al secondo bicchiere migliora. Non è il caso di stroncarlo, come saremmo forse portati a fare tenendo conto del luogo non proprio vocato. Esistono Franciacorta inferiori a questo. Ma non è neanche – ed è ovvio – il Metodo Classico della vita. Dovrebbe costare attorno 10 euro. Brutalizzando, potete immaginarlo come un Prosecco industriale ben fatto, da happy hour. Aciità contenuta, ammiccante ma non troppo. Si beve: senza infamia e senza lode.
Nel retroetichetta c’è scritto che i francesi venivano a prendere le uve bianche della Valdichiana in tempo di fillossera (in Toscana arrivò qualche anno dopo). Per farci lo Champagne. Ecco: questo Millesimato 2007, pur avendo la sua dignità, è oggettivamente – e inevitabilmente – molto distante dallo Champagne.

Pinot Nero – Gottardi

Qualche sera sono stato a cena con Jonathan Nossiter e Paula Prandini. Ci siamo conosciuti, di persona intendo, qualche settimana fa a Dogliani.
Mi piace quello che hanno fatto – e stanno facendo – per il vino naturale e, in genere, per il loro contributo all’etica applicata al mondo del vino. A volte sono più entusiasti di me nei confronti di aziende che non sempre mi convincono (Donati, Le Coste, Occhipinti, Bellotti) ma è un dettaglio. Ne ho molta stima, umana e professionale. E – tra le mille cose – li ringrazio per avermi fatto scoprire un Alvarinho naturale portoghese (Quinta Do Dorado): bevibilità meravigliosa.
A un certo punto, durante la serata, abbiamo provato un Pinot Nero di Gottardi. Annata 2004. Il vino – uno dei 10 – che avevo scelto per Elogio dell’invecchiamento. Mi piaceva tanto, cinque anni fa. Di recente, ho bevuto due volte la 2008. Giovane, giovanissima. Da aspettare. Ma ne ho apprezzato l’eleganza, la piacevolezza, la digeribilità. E’ un vino che sta in enoteca sui 20 euro e al ristorante (onesto) sui 25-30. Prezzi buoni.
L’annata 2004 ci ha un po’ deluso. Mi aspettavo di più. Era sbilanciato, slegato. Si sentiva troppo l’alcol, e pure il legno. Non aveva una particolare “drittezza” e nella progressione olfatto-gustativa era scombinato: al naso prometteva, in bocca non manteneva. E il vitigno si riconosceva poco.
Non so se ho tenuto male la bottiglia – tra un trasloco e l’altro – e quindi il Pinot Nero si è cotto un po’. Oppure era un’annata già stanca. Oppure ho cambiato il gusto.
Gottardi mi piace ancora. E’ una delle migliori aziende italiane di Pinot Nero. Lo conferma la pur imberbe annata 2008. Ma è innegabile che ormai beva solo bianchi, fermi e spumanti (secchi). E quando mi trovo un rosso, o è davvero elegante e verticale, e al tempo stesso vero e passionale, o mi stanca subito. Ne consegue che soddisfarmi con un rosso è diventato davvero difficile.