Archivio di novembre 2011

Ma quante te ne bevi? (Il Fatto)

“Parlare di musica è come ballare di architettura”, ammoniva Frank Zappa. O forse non era lui (mai capito bene). Il concetto base, però, resta: esistono branche dello scibile che mal si prestano alla narrazione. Come la racconti un’emozione, soprattutto se non ti chiami Mogol? Capita anche con il vino. Ieri sera, alla Libreria Margaroli di Verbania, è stata presentata la nuova edizione de L’enciclopedia del vino (Boroli). Un libro denso, utile, ben fatto. Parallelamente, ogni anno, si assiste all’invasione delle guide enologiche. Gambero Rosso, Espresso, Ais, Slow Wine. Internet le ha rese in parte superate e Gianni Mura suole ricordare come “guida”, non a caso, sia l’anagramma di “giuda”. La loro utilità, almeno a piccole dosi, è comunque innegabile. Gambero Rosso è quella più potente e aristocratica: versione italica degli sboroni Wine Advocate e Wine Spectator, venne crivellata da Report per implicazioni non limpidissime tra estensori e produttori. La Guida Espresso è la più scarna graficamente, quella dell’Associazione Italiana Sommeliers la più scolastica. Slow Wine si sofferma sui risvolti umani: in effetti, se sport e spettacolo danno sempre meno spunti, alcuni vignaioli assurgono naturalmente a personaggi letterari.
Se da una parte la ricchezza di pubblicazioni ha migliorato la conoscenza di un universo in cui l’Italia eccelle (seppur meno di quanto potrebbe), dall’altro la sovraesposizione mediatica ha portato a continui cortocircuiti semantici. Tutti si improvvisano sommeliers, col rischio di sembrare tanti Antonio Albanese col cucchiaione (tastevin) al collo, che guardano mezzora il calice per poi esalare un sofferto: “Sì, è rosso”.
Il Culto dell’Anice Stellato. Molti espertoni, soprattutto in tivù, si esprimono come neanche William Burroughs dopo un trip. Bizzarri figuri che passeggiano per vigne straparlando di “sentori di cherosene”, “chiusura di pietra focaia”, “polvere da sparo macerata nel rododendro all’alchermes” e “nuance eteree”. Nella maggioranza dei casi, cotanti soloni non hanno mai visto un ribes e non riconoscerebbero un cardamomo da uno spinterogeno.
La vendita dell’aria fritta. Alcuni vitigni hanno profumi precisi. Semplificando: il Cabernet Franc sa di peperone verde, il Sauvignon Blanc di pipì di gatto (uh), i vecchi Nebbiolo di goudron (eh?), i Riesling di idrocarburo (ah!). Chi afferma di riconoscerli nel bicchiere, in realtà ha letto l’etichetta. E sa che certi sentori “devono” esserci. Il riconoscimento gusto-olfattivo è scienza iper-soggettiva, figlia del gusto personale e di teorie farlocche (gli abbinamenti obbligatori). I trucchi sono infiniti. Se dite che un vino rosso ha note di lampone e rosa, nessuno potrà smentirvi. Idem per un bianco che vi ricorda la pesca o il gelsomino. Se volete dire “mela”, sparate una ulteriore specifica (esempio: “golden”) e gli astanti vi faranno la ola. Se state fronteggiando un’annata meno recente, aggiungete parole che facciano pensare allo scorrere del tempo (tipo “pesca macerata” o “viola appassita”). E se il vino è molto alcolico, spendete il sempiterno “frutti di bosco sotto spirito”. E’ come negli aforismi di Fernando Pessoa: “Il poeta è un fingitore”. E pure il sommelier.
L’elogio del famolostranismo. E’ ormai esplosa la moda dei vini veri. Prodotti che mirano alla salubrità e al terroir. Non mancano le guide apposite (Vini naturali d’Italia di Giovanni Bietti) e svariati docufim: Mondovino, Senza trucco, Langhe Doc. Tradizione o khomeinismo? Certi vini naturali sono straordinari, altri hanno puzzette che neanche le Terme di Saturnia.
Il Profeta della Fruttuosità. La guida si chiama Annuario dei migliori vini italiani ed è un ottimo modo per scoprire cosa (non) si deve bere. Lui, il Guru, è Luca Maroni. Esperto radiofonico di Decanter, cantore del vinone concentrato, versione dei mammasantissima Robert Parker e James Suckling. Maroni sta al vino come Alfonso Luigi Marra alla letteratura: con lui ci si consegna all’insondabile. Egli reinventa la lingua, la logica e il pensiero aristotelico. Egli è la Luce: non avrai altro vino se non quello opulento. Dal Vangelo secondo Maroni: “L’indice di Acquistabilità (ICQ) esprime la relazione tra Indice di Piacevolezza (IP), il prezzo di vendita riferito a una bottiglia da lt 0,75 (PV), e il numero di Bottiglie in cui il vino è prodotto”. Chiaro, no? Il Maronismo insegna che “la piacevolezza del sapore dei diversi vini è stata valutata applicando il metodo che discende dal logisma della fruttuosità del vino”. E cos’è un logisma? “Un principio-enunciato logicamente dedotto da una premessa assiomatica”. E cos’è la fruttuosità? Qualcosa di “direttamente proporzionale alla consistenza, all’equilibrio, all’integrità del suo gusto”. E cos’è forse Maroni? La maniera più involontariamente comica per avvicinarsi a un microcosmo affascinante. Se solo tutti, nessuno escluso, si prendessero meno sul serio. It’s only wine (but i like it).

(Il Fatto Quotidiano, 27 novembre 2011)

Silvio Pistone Forever

L’Evento ha luogo a Borgomale (Cn), attorno alle 19.30, o a quell’ora dovrebbe cominciare.
Arrivo lungo alla rotonda di Manera, tra Alba e Borgomale, partendo dal Relais Montemarino. Era difficile sbagliare, c’era solo una strada e neanche un chilometro da fare, ma ci riesco.
Lì mi aspetta (aspetterebbe) Ezio Cerruti. Torno indietro, sacramentando, e andiamo da Silvio Pistone, nel regno delle tome – e derivati – di pecora.
Attorno alle 20 inoltrate arriva Beppe Citrico Rinaldi. Poco dopo, anzi a dire il vero quasi alle 21, giunge Mauro Musso.
Verso le 23, quando abbiamo già mangiato antipasti e primi, spunta la sorpresa: Maurizio Robaldo, dello slowfood Da Maurizio a Cravanzana.
Riassumendo. La cena vede protagonisti: 1) Il genio dei formaggi eternato in Langhe Doc (ma che conoscevo prima di Langhe Doc); 2) L’artefice sommo e imbattibile del Barolo; 3) Il pazzo scriteriato che ha declinato il Moscato a passito indimenticabile; 4) il folle che ha rischiato tutto per mettersi a fare i tajarin a modo suo (pure lui in Langhe Doc) ; 5) il proprietario del migliore slowfood di Langa.
Il Gotha dell’enogastronomia. L’intruso sono io.
La cena è surreale, in un contesto illuminato solo da candele, con pane fatto in casa e stufa a legna. Altri tempi.
Attenzione a una scena: quando arriva Rinaldi, abbiamo già sdraiato un Moscato secco vinificato – per ora in privato – da Ezio. Rinaldi fa finta di non essere interessato alla degustazione del vino, che in realtà lo intriga moltissimo (è stato lui a esortare Ezio a provare altri vini oltre al rinomato Sol). Comincia quindi una mezzora in cui Rinaldi va giù di aneddoti. Pensi (se non lo conosci): “Se ne frega di quel vino”. Au contraire: sta aspettando di recensirlo con poche e giuste parole.
La meraviglia dell’essere umano risiede spesso nella via – traversa – che imbocca per raggiungere un obiettivo. Beppe “Citrico” Rinaldi – semper fidelis, ora pro nobis – parte dall’aneddoto dialettale, e dalla digressione colloquiale, per arrivare all’obiettivo. Che, nello specifico, è un apprezzamento critico ma convinto di quel vino.
Citrico è uno di quelli che finge perennemente distacco e cazzeggio, ma non smette mai di essere lucidamente immerso nel suo tempo.
La progressione dei cibi vede uno sfoggio di formaggi encomiabile. Anzi: commovente. Verrà la Langa e avrà le tome di Pistone. Preparatevi. Egli è il nostro Guri (vostro non so, mio credo di sì. Anche se dovrebbe smettere di cucinare carne e fare a tempo perso il macellaio. Basta con ‘sto carnivorismo, cazzo).
I vini sono, ovviamente, di pregio. Il Moscato secco di Ezio mi ricorda certi Zibibbo egualmente secchi bevuti di recente: l’aromaticità che esplode, e rende difficile l’abbinamento, ma bella beva e grande personalità.
Delude il Verdicchio, piace l’Ar.Pe.Pe Vendemmia Tardiva Sassella 2004 (ma il vendemmia non tardiva è molto più emozionante).
Deciso cambio passo con il Barolo Rinaldi 2004 (senza etichetta).
Maurizio ha portato una magnum di Bricco Appiani Roddolo 2003. Annata calda, vitigno che nulla c’entra con le Langhe, qualcuno è scettico, ma la bottiglia finisce.
Il Sol 2007 (botritizzato e no) emoziona. I formaggi esondano. Spunta la mitica torta di nocciole di Maurizio (standing ovation, e io odio i dolci).
Beppe mi racconta aneddoti su Sandro Luporini: chiedere di più dalla vita, sesso a parte, è difficile.
Si parla, ci si confida, si beve, si mangia. Si tira tardi, si oltrepassa l’una.
Mauro Musso, nel frattempo, si addormenta su se stesso e crolla. Istantanea indelebile (ha tutte le ragioni per essere stanco, è sempre in giro e non dorme mai, ma tutto questo non lo esenterà dal perculeggiamento eterno).
La serata volge al termine.
Mi sento come un intruso in un quadro di Monet (o di Luporini).
Me ne vado. Ma torno, presto. Torno. E so già quando.
Io da queste parti devo comprare casa.

Le Tastè Vin (Asti)

Quando mangio ad Asti, i miei punti di riferimento strasicuri sono Ai binari, da Mara Bione, e Bandini a Portacomaro.
Da ieri sera ho un altro approdo certo. Le Tastè Vin, in via Vassallo, una traversa introvabile della centralissima Corso Alfieri.
Ero reduce dalle due date, Scarperia e Novara, dello spettacolo Gaber se fosse Gaber. Avendo domani Gallarate, ho deciso di sfruttare la pausa per due notti in Langa.
Ho scelto come alloggio lo splendido resort Montemarino, tra Alba e Borgomale, e stasera sarò a cena dal formaggiaio Silvio Pistone, star di Langhe Doc (il film di Paolo Casalis).
Ieri, per cena, mi sono aggregato a Ezio Cerruti. Aveva appena esposto a Vinissage, in centro ad Asti, rassegna che purtroppo non ho fatto in tempo a vedere. Credevo di trovare “solo” lui e la sua compagna Anna.
Appena arrivato, ho invece constatato che la tavolata comprendeva anche Mara Bione, Marina della Compagnia del Taglio di Modena, i produttori Fabrizio Iuli e Carolina Luna Gatti, il giornalista Marco Arturi ed altri. Bella compagnia.
Il locale, uno slowfood, ha una carta dei vini biologica e vinoverista. Dai Binari ha decisamente imparato molto.
Si è bevuto un Pietracupa (non mi ha esaltato) e un Fiano d’Avellino base 2009 di Ciro Picariello (grande produttore, ma quella bottiglia era un po’ debole).
A convincermi maggiormente sono stati i bianchi de I Clivi, il Franciacorta di Arici e un Barbaresco 2007 onestissimo di Paolo Veglio.
Di pregio la cucina, soprattutto gli antipasti, dal tortino di porri a quello di topinambour con fonduta. Il risotto al Castelmagno e tartufo nero era discreto. I dolci non li prendo mai. Il locale ha un buon clima, la gestione è giovanile e garbata, i prezzi ci stanno.
Ci tornerò.

Dogliani Corti e Garantiti

Andrea Scanzi è un gran figaccione ma non è questa l’elemento primario: sa parlare di parecchie cose (sport, politica, musica, vino), fa pure il moderatore quando capita, non si distrae mai e quando inizia una frase la finisce, sempre. E sta pure dimagrendo, mortacci suoi“. Finalmente. Finalmente una recensione obiettiva, calzante e inattaccabile su di me. Basta con le mezze misure, i dibattiti, le critiche. Si dia inizio al culto dei Carmelitani Scanzi e si predichi il Sacro Verbo di Papa Roddolo, del Tacco 12 obbligatorio (con plateau, preferibilmente) e di Clint Eastwood insegnato nelle scuole.
Scherzi a parte, ringrazio Alessandro Morichetti per le parole scritte sul meritorio Intravino. Parlava della rassegna Dogliani Corti e Garantiti, che ho moderato venerdì e sabato scorso. Il primo festival italiano capace di abbinare vino e cinema di argomento enogastronomico.
Non c’era molta gente, e questo è l’unico dato negativo. Peccato: l’organizzazione Artevino è stata brava. E’ un’idea, a mio avviso, da ripetere.
Rivedendo alcuni film, come Senza trucco di Giulia Graglia e Langhe Doc di Paolo Casalis, mi sono piaciuti molto più della prima volta. Il festival è stato per me anche il modo di conoscere, di persona, Jonathan Nossiter e Paula Prandini. Persone meravigliose. Non mi stancherò mai di constatare come il mondo del vino abbia ancora degli “avamposti salvi” che quasi commuovono.
Mi rendo conto di non riuscire a essere granché critico con la Langa, ma è davvero il mio mondo. Ormai ci vado di continuo. Devo prenderci casa. Persino domenica e lunedì prossimi, tra una data e l’altra del mio spettacolo Gaber se fosse Gaber, dormirò là: ne ho bisogno. Ho troppi amici e coperte di Linus, da quelle parti.
Sabato, andando a trovare Flavio Roddolo, e scoprendo una volta di più come ogni weekend – da quattro anni – dei pellegrini vadano a visitarlo per “colpa” mia, ho avvertito una pace per me rarissima nel percorso che da Dogliani conduce a Monforte d’Alba.
La stessa cosa è capitata domenica mattina, prima di ripartire. Ho dormito nell’agriturismo della Cantina Pecchenino e lo scenario era incredibile.
Se qualcuno mi chiede poi i Dolcetto che ho preferito, premettendo che a Dogliani hanno la tendenza a privilegiare il Dolcetto in chiave baroleggiante (e non sempre è il caso), faccio i nomi di sempre: Anna Maria Abbona, San Fereolo, Chionetti, Pecchenino. Non è inusuale che preferisca le linee base a quelle più ambiziose (e/o legnose). Il livello generale resta comunque alto, ancor più in relazione al rapporto qualità/prezzo. Non ho incontrato nessuna delusione cocente.
Ringrazio tutti i presenti per l’affetto, la passione e il coraggio. Tra una Nicoletta Bocca e un Camillo Favaro, consentitemi di ringraziare quella gran rompipalle di Francesca Ciancio. Una delle molte pasionarie dell’enogastronomia 2.0. Un anno e più fa intervenne su questo blog per tirarmi le orecchie, criticandomi à la Susan Sontag per la separazione e la conseguente freddezza. La ritenne indelicata, da buona romantica inconsapevole, e tecnicamente aveva ragione. Ma era una lotta inutile e soprattutto persa. Sono fatto così: mi sento veramente coinvolto solo dalla morte, l’amicizia, la bellezza e le volèe di Seppi. Le lagne d’amore mi sfrangiano. Du’ palle.
Lei intervenne a piedi uniti, io risposi da carognetta. Ne nacque un siparietto involontariamente divertente ma scarsamente edificante.
A Dogliani c’era anche Francesca. Ha un caratteraccio, è spigolosa e lunatica. Ha – quindi – un sacco di pregi. E la mia stima. Incontrarla è stato un ulteriore aspetto che ha reso la due giorni doglianese preziosa.
Va be’, ora basta coi salamelecchi. Che poi scrivono che mi sto intenerendo. Urge subito una frase cattiva, per ribadire il clichè scanziano. Eccola: “Luca Maroni“.
Vi aspetto venerdì 18 a Scarperia, sabato 19 a Novara, martedì 22 a Gallarate e giovedì 24 a Rivoli (Torino), per il mio spettacolo teatrale. Che sta vivendo la sua bella e sorprendente vita, grazie a voi.
Stay tuned (cit).

Stasera, con Nossiter (e non solo)

Oggi e domani avrò il piacere di essere a Dogliani. Parteciperò, come moderatore, al primo festival internazionale di vino e cinema.
La rassegna si chiama Dogliani Dolcetto Corti e Garantiti (DOCG). Va in scena da oggi al 13 novembre.
Mi trovate stasera e domani, alle 18.40, per i due dibattiti centrali. Stasera dialogherò con Paula Prandini e Jonathan Nossiter (l’autore di Mondovino). Domani con Nereo Pederzolli, Giulia Graglia e Paolo Casalis.
Per l’occasione, potrò allentare la dieta ferrea che, in questi due mesi, mi ha fatto perdere 6 chili. E farmi un rifornimento di Dolcetto Superiore di Flavio Roddolo. Vamos.

Il comunicato stampa: “Grazie all’evento DOCG si potranno “gustare” le tante proiezioni in programma ed alcuni imperdibili incontri con i nomi noti presenti alla rassegna. Si inizierà venerdì 11 novembre, alle 18.50 al Cinema Multilanghe (Piazza Gorizia, 9) con Paula Prandini e Jonathan Nossiter, regista di Mondovino, film “cult” per gli amanti del bere bene. Sempre al Cinema Multilianghe, sabato 12 novembre alle 18.40 si potrà assistere al dibattito con i registi Paolo Casalis, Giulia Graglia e Nereo Pederzolli. Moderatore di entrambi gli incontri sarà il giornalista Andrea Scanzi.
A Docg saranno presenti anche molti lavori di registi molto conosciuti al grande pubblico, come Martin Scorsese, autore dello spot The key to reserva (2007, SPAGNA – 9′) ed Ermanno Olmi, regista de Le Rupi del Vino , dedicato alla viticoltura eroica della Valtellina (2009, ITALIA – 54′). E dai grandi nomi del cinema si passerà a quelli del vino: a Dogliani si potrà assistere anche alla proiezione di Quatre saisons de la Romanée-Conti di Thomas Maza, film dedicato all’azienda mito del vino.
L’evento Docg porterà dunque a Dogliani pellicole provenienti da ogni parte del mondo, dagli Stati Uniti al Brasile, dalla Georgia alla Nuova Zelanda e, naturalmente, da Italia e Francia, i grandi paesi del vino.
La Rassegna Docg è l’ideale proseguimento del nuovo progetto di comunicazione della Bottega del Vino di Dogliani, avviato l’anno scorso con la realizzazione del filmato “Dogliani, Dolcetto e Sogni” di Francesca Ciancio. Un video realizzato ad hoc per comunicare attraverso internet, dove il territorio di Dogliani viene raccontato per immagini mediante il vino e suoi protagonisti, con un linguaggio “2.0”.
Le proiezioni in programma durante la rassegna Docg inizieranno il pomeriggio di Venerdì 11 per concludersi domenica 13 novembre, ed avranno luogo al Cinema Multilanghe (Piazza Gorizia, 9) e al Teatro Sacra Famiglia (Piazza Belvedere, 9). Ma molte altre sono le sorprese in programma, grazie ad un palinsesto ricco di filmati internazionali e numerosi appuntamenti nel quale non mancheranno le pause per scoprire l’enogastronomia del territorio. L’evento sarà infatti l’occasione per creare curiosità verso un territorio ed un prodotto unico e di grande qualità: il Dolcetto di Dogliani. Per tre giorni il pubblico di cineamatori e appassionati di vino potrà così compiere un vero “giro del mondo”, stando comodamente seduto al cinema o assaggiando un buon calice di Dogliani docg.
Dogliani Dolcetto e Corti (Garantiti) è un evento voluto dalla Bottega del Vino di Dogliani con il sostegno della Regione Piemonte e del Comune di Dogliani e realizzato grazie all’importante collaborazione dell’associazione Forum Enologie (France). Il Best-of Oenovideo®, Festival internazionale dei films sulla vigna e il vino organizzato dall’associazione Forum Oenologie (France), è partner della manifestazione 2011 “Dogliani Dolcetto e Corti (Garantiti)” organizzata dall’associazione “Bottega del vino di Dogliani” e presenta la selezione dei films stranieri. www.oenovideo.oeno.tm.fr.
Per la visione dei film è necessario registrarsi sul sito www.doglianicorti.it. L’ingresso all’evento è gratuito.
I film sono in lingua originale. I sottotitoli, qualora presenti, saranno in lingua inglese o francese”.

Il Contestatore – Il Pendio

Ieri, in quella che una giornalista ha affettuosamente definito “la mia affollatissima pagina Facebook”, un lettore e appassionato di vino, Francesco Guerisoli, mi ha consigliato di bere una bollicina: Il Contestatore, da vigneti a Monticelli Brusati in Franciacorta. Azienda Il Pendio, fondata nel 1988 da Gigi Balestra, membro – mi pare – di VinNatur.
La cosa buffa – ma sintomatica – è che avevo bevuto quella bottiglia giusto due sere prima alla Taverna Pane e Vino di Cortona.
A parlarmi de Il Pendio è stato, tanto per cambiare, Arnaldo Rossi. Sarà stato due anni fa (infatti ne Il vino degli altri è citata). Arnaldo, proprietario del Pane e vino, ne aveva letto su Porthos.
Avevo provato il base e – al di là  dell’etichetta tamarra – mi era piaciuto.
Il Contestatore, prodotto in pochissime bottiglie con un prezzo di poco più di 20 euro al ristorante, è un Pas Dosè.
Secondo Guerisoli, che sa essere molto critico e per questo amo leggerlo, è un Metodo Classico che può rivaleggiare con gli Champagne più eleganti.
Non so dire se posso spingermi a tanto, perché anche nella migliore bollicina italiana riscontro un deficit di eleganza, ancor più se Blanc des Blancs, ma so dirvi che il Contestatore è senz’altro da provare. Perchè ha un ottimo rapporto qualità/prezzo (che gli Champagne raramente hanno), perché ha carattere, perché è ben fatto e perché ha ben poco di industriale. Anzi nulla.

Due orange wines

Devo delle scuse a chi, giovedì scorso, è venuto ad ascoltarmi alla Compagnia del Taglio di Modena. Doveva esserci la presentazione de I cani lo sanno alle 18, ma non ce l’ho fatta. Una serie prodigiosa di eventi sfigati, a partire da due ore e mezzo di fila a Firenze Nord, ha fatto sì che arrivassi alle 20.40 in enoteca. Giusto per la cena con i vini di Angiolino Maule. Non mi era mai capitato di dover annullare in corso d’opera una mia presentazione. E non è bello che accada.
Non ho colpe, ma chiedo comunque scusa. Non sono arrivato in tempo e, quando mi sono presentato, decisamente non ero al top della forma. Oltretutto era il giorno dei funerali di Marco Simoncelli. Ho vissuto momenti migliori.
Sono comunque rimasto a Modena tutto il weekend e, sia venerdì che sabato, ho mangiato e bevuto alla Compagnia del Taglio.
Venerdì ho bevuto un Kaplja di Podversic. Annata 2001. Maggioranza Chardonnay più blend di Malvasia Bianca e Friulano. In questo blog avevo recensito con poca convinzione l’annata 2005, che – nonostante stimi Podversic – mi aveva un po’ deluso. La 2001, al contrario, era splendida. Uno dei migliori orange wine su cui mi sia imbattuto. A un prezzo che, di solito, si aggira attorno alle 30 euro.
La sera successiva ho provato un altro bianco macerativo. Un Serragghia 2009 Igt siciliano. Zibibbo in purezza. Credo sia un Triple A Velier. Vino oltremodo aromatico, difficilissimo da abbinare e con un naso pulito – nel senso di non difettato – ma incredibilmente prevaricante. Mai sentito un vino capace di “stancarti” così tanto con i profumi. Uno Zibibbo secco e macerato, ben fatto, estremo come non può non essere. Dovrebbe costare sui 20-25 euro. Bevuto da solo è faticoso (per il naso, non per il gusto). Se abbinato con cose impegnative, tipo foie gras (mi dicono) o acciughe, se la cava.