Archivio di ottobre 2011

Stasera a Modena (ore 18)

Stasera presenterò I cani lo sanno alla enoteca Compagnia del Taglio, l’enoteca in pieno centro a Modena.
La presentazione è alle 18, poi cena con vini di Angiolino Maule.
Vi aspetto.
Ecco la presentazione della serata, dal sito Vininaturali.it, a firma Francesco Maule (che mi intervisterà).

I cani lo sanno, elogio dello sguardo rasoterra”. Un libro divertente, condivisibile da ognuno abbia o abbia avuto un amico a quattro zampe, mostra tutti i pregi dei cani e i difetti di chi li accompagna durante la loro breve esistenza. Siamo lontani mille miglia da ogni tentativo di umanizzare il proprio cane e, ancor di più, il rapporto con il proprio cane.
È una questione di sguardi (lo recitava anche una canzone): il nostro è proiettato in avanti, spesso miope, quasi sempre selettivo. Quello dei cani è ancorato al suolo, quadrangolare, spalancato su un mondo dove dove niente è mai di troppo; ed è il loro punto di vista “basso”, umile, mai servile, stoicamente onnipresente che ci ri-insegna ad essere umani.
Andrea Scanzi ci racconta delle sue “donne”, di cui è follemente innamorato, delle loro gesta, i loro comportamenti, in un quadro a colori dove si puo’ trovare spazio per ridacchiare, condividere e pure far scivolare una lacrimuccia di commozione.
Mai banale nè scontato, di una genialità frizzante e scorrevole, è un libro da leggere e rileggere, da regalare, per tutti e con tutti.
Come per “Elogio dell’invecchiamento” e ancor di più per “Il vino degli altri“, sento un’affinità ed una condivisione con le tesi dell’autore, a volte mi sembra che a parlare sia la mia stessa persona. Sono testi veri, diretti, che vanno al nocciolo del concetto, che incuriosiscono.
Banalmente forse, ma una cosa, per me, li accomuna: metre li leggo e per giorni poi, finita la lettura, avevo voglia di bere i vini raccontati o di andare alla caccia di alcuni produttori che non conoscevo (Flavio Roddolo ad esempio, grazie Andrea!); oppure, in questo caso, di accarezzare e guardare di più i miei cani o pensare alla mia prima cagnolina che ormai da anni non c’è più.
Credo che questo possa essere uno dei frutti per uno scrittore di cui andar fiero, lasciare un ricordo vivo, ed emozionare. Come fa Scanzi ad entrare con questa semplicità, ma con profondità, nella testa degli altri?
“Mi dici una cosa molto bella. Ti ringrazio. In effetti capita spesso che i lettori si innamorino delle passioni di cui scrivo. Come se si creasse un innamoramento per osmosi. In tanti hanno visitato Flavio Roddolo dopo aver letto “Elogio dell’invecchiamento”, in tanti si (ri)avvicinano a Gaber dopo il mio spettacolo teatrale “Gaber se fosse Gaber”. E probabilmente chi legge “I cani lo sanno” ha – alla fine – una gran voglia di coccolarsi Tavira o Zara. E magari avverte il desiderio di farsi accompagnare da un cane, anche se fino a quel momento non l’ha mai avuto. Non so se questo significhi “entrare nella testa degli altri”. Di sicuro provo a mettere in ciò che scrivo la più assoluta passione e onestà. Se poi capita che la passione – o l’idiosincrasia – si trasmettono, be’, è un bell’effetto”.
Mi è particolarmente piaciuto l’accostamento degli addestratori di cani con i biodinamici. Quanto può nuocere la pedanteria?
“E figurati se non lo notavi. Guarda, a me i pedanti annoiano. Non posso girarci intorno. E’ proprio una cosa che mi ammazza. Quelli che vivono con troppi dogmi, troppe regole. I bacchettoni, i seriosi, i soloni, gli asettici. Gli “astemi dell’emotività”. Che palle. E’ una categoria che detesto, insieme ai pavidi. Ed è anche quello che (non) mi prefiggo quando scrivo un articolo o un libro: essere noiosi e senza coraggio. Se devo annoiarti o non raccontarti nulla, tanto vale non scrivere. Ti ho dato fastidio? Bene. Ti ho stupito? Meglio. Ma non è tollerabile essere noiosi, prevedibili, sciatti. Non è perdonabile. Che volgarità. I biodinamici non sono di per sé noiosi, per carità, ma lo diventano quando pretendono di farmi credere che basta qualche abracadabra e una lettura random di Rudolf Steiner per scoprire e svelare il Nirvana. Ci sono dei produttori, biodinamici e no, che in cantina farebbero dormire anche un esercito di insonni. Gli addestratori possono avere lo stesso approccio: regole, dogmi, regole, dogmi. Una preparazione di base è fondamentale, ma se non ci metti fantasia e genio sei solo un manovale pragmatico. E palloso” .
So che è improponibile, ma che c’azzeccano i cani con i vini (naturali)? Come ti ha convinto Marina a fare la serata di domani (ore 18)?
“Marina della “Compagnia del Taglio” di Modena potrebbe convincermi a fare qualsiasi cosa, e anzi spero che me lo chieda. La sua enoteca modenese è uno dei pochi luoghi magici d’Italia, e credimi, io viaggio molto: lo dico con cognizione di causa. Per la serata del 27 ottobre ha fatto tutto lei. Come sempre mi sono consegnato mani e piedi al suo volere. Una cosa, peraltro, che di solito con le donne mi piace molto (e poi è più comodo: ci si stanca di meno). A giugno 2010 presentò “Il vino degli altri” con un affetto – e una genialità – che mi hanno rapito. Non l’avevo mai vista prima: come facevo a non tornarci? Cani e vini non hanno molto in comune. E’ vero, esistono “vini da cani”, ma è una battuta così banale che la lascio ad altri. Preferisco dire che, come i cani, i migliori vini parlano al cuore. Anche se, sia chiaro, mai con l’intensità e la schiettezza di cui è capace un cane”.

Pinot Nero 2009 – Panizzi

Domani, alle ore 18, presenterò I cani lo sanno presso la mitica Compagnia del Taglio di Modena. Poi ci sarà una degustazione di vini di Angiolino Maule. Qui trovate una piccola intervista fattami da Francesco Maule, che introdurrà la serata.
In questo post voglio parlarvi di un vino che ho bevuto qualche settimana fa alla Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino.
Non l’ho scelto io e sulla carta non gli avrei dato un euro. Non per sfiducia nei confronti dell’azienda, che non conoscevo, ma perché si trattava di un Pinot Nero toscano: una stranezza, a volergli bene.
Il prezzo al ristorante è attorno ai 15 euro, forse poco più. Annata 2009.
L’azienda è Panizzi, ha sede a San Gimignano, per l’esattezza Santa Margherita. I vigneti si trovano a 500-600 metri sul livello del mare. Non è un vino naturale, non credo usi lieviti autoctoni e affina in piccole botti di rovere.
Non aveva davvero nulla per convincermi, all’apparenza. Oltretutto, come sa bene chi mi legge con regolarità, bevo sempre meno vini rossi – essere vegetariani comporta effetti collaterali a cascata e l’affinamento del gusto è inarrestabile – e sto dando sempre più importanza al concetto di bevibilità. I rossi, quasi tutti, mi stancano subito.
Ecco: questo Pinot Nero 2009, un Igt Rosso Toscana, si beve benissimo. Non ha ovviamente l’eleganza suprema dei migliori Pinot Noir di Borgogna e Alto Adige, ma si difende eccome. Struttura giusta, colore scarico, profumi facili ma puliti, equilibrio, allungo discreto. Vino giovane, che andava aspettato, ma che già si presenta onesto e e appagante. Eclettico nell’abbinamento.
Provatelo.

Langhe, ora e sempre

Sabato e domenica sono tornato in Langa. L’aggancio è stato presentare I cani lo sanno alla Libreria Mondadori di Alba.
Con me c’erano alcuni amici e Perfect39.
E’ terra sacra e non può tradire. Soprattutto se hai accumulato un minimo di esperienza negli anni (decenni).
A pranzo, sabato, abbiamo provato lo slowfood Risorgimento di Treiso. Era ben messo nella guida. E’ discreto, non epocale. Un luogo da 6+, con la carta dei vini deficitaria e un oste che si vanta di essere antipatico per darsi un tono. Ma puoi permetterti l’antipatia solo se mi consigli vini sontuosi, e invece Dolcetto e Barbera erano davvero miseri. Bocciato (lui: il posto si può frequentare).
A cena eravamo a casa di Ezio Cerruti. E con Ezio non si sbaglia. Mai. Il livello di cibo e vino era incredibile. Limitatamente al vino, e quindi evitando di menzionare la superbia di caponata, insalate russe e tajarin ai funghi, segnalo come vini deluxe: la magnum di Champagne Milleèsime 2002 Sourdet Diot, due bianchi francesi pazzeschi (il Vins des Fossiles Chardonnay “En Saute Lièvre”, pura pietra focaia, e una Grenache bianca di Provenza, Milouise di Domaine Padie) e il plotone di Sol Cerruti. In particolare, la Magnum 2004 e l’eccellenza del Botrytis 2007. I rossi – Barbera di fabrizio Iuli, Corvina di Walter Massa e Barolo di Cappellano 2006 e Principiano 2005 – erano ovviamente degni, ma mi hanno colpito di meno. Livelli alti. Molto alti. Non solo enogastronomici. Uno spettacolo dell’anima e del cuore.
A pranzo, la domenica, ho portato la ghenga (?) al ristorante Bandini. Slowfood sacro e pressoché inarrivabile (nel senso di qualità elevata) a Cornapò, Portacomaro, nell’astigiano. Commovente la mousse di Robiola di Roccaverano, perfetti i primi e ogni cosa incontrata. Il prezzo, 30 euro cadauno, rimane inspiegabile, considerato che abbiamo bevuto un Crèmant Vouvray di Clos Naudin Foreau della Loira e due orange wines, l’A-iuto 2008 di Trincero e il georgiano Triple A Rkatsiteli 2007.
Una due giorni perfetta, come sempre capita in Langa.

P.S. Ancora Langa: l’11 e 12 novembre, venerdì e sabato, sarò il moderatore dei dibattiti all’interno di Docg: Dolcetto Dogliani e Corti (Garantiti), Primo Festival Internazionale di cortometraggi e film dedicati al vino.

4 elementi bianco 2010 – Masari

Prima di tutto, un’informazione di servizio. Stasera, alle ore 18, sarò alla Libreria Mondadori di Alba per presentare I Cani lo sanno.
Spero di trovarvi numerosi. Ogni volta che si va in Langa, si sa, è festa.
In questo post voglio però parlarvi di un orange wine che Alberto Lorenzi, tra i proprietari de La Taste di Seregno, mi ha fatto provare sabato scorso. Ci teneva, essendo un vino (poco noto) delle sue zone. La Valle dell’Agno, nel vicentino.
Il vino si chiama 4 elementi, l’azienda Masari. Esiste in versione rosso e bianco, è un Igt Veneto. Io ho provato il bianco (ovviamente: non riesco più a bere rossi che non siano Barolo o Pinot Nero. Aiuto).
Mi ha convinto. E lo stesso è accaduto a chi l’ha bevuto con me, a mezzanotte inoltrata, dopo lo spettacolo.
E’ una garganega in purezza. Evidentemente ho un debole per la Garganega, ancor più se macerata, a giudicare da quanto trovi vicini al mio gusto anche i bianchi di Angiolino Maule.
La fermentazione è mediamente prolungata. Niente chiarifiche, lieviti indigeni. Non contiene solfiti aggiunti. Vino vero, o naturale, o così saremmo portati a chiamarlo.
L’annata era la 2010, quindi l’ho bevuto giovanissimo. Mea culpa. Non so il prezzo, mi è stato offerto. L’ho riprovato anche a casa mia la sera successiva: ha confermato le sue doti.
La giovane età lo rendeva spostato sul frutto maturo tropicale, che ben si sposava con l’invitante giallo dorato (non torbido) dell’esame visivo. Bella freschezza, buona morbidezza, complessità olfattiva invidiabile considerata l’età imberbe.
Vorrei bere la stessa annata tra qualche anno, per valutare la portata evolutiva (ma come parlo????), ma è senz’altro un vino outtake da scoprire.

La Taste (Seregno)

La scorsa settimana è stata molto densa. Presentazioni del nuovo libro, I cani lo sanno, a Roma e Firenze. Articoli, tivù, interviste (fatte e ricevute). E poi le due rappresentazioni teatrali del mio spettacolo, Gaber se fosse Gaber, in luoghi che videro Giorgio cominciare 41 anni fa con il Signor G: Collerezzo e Seregno, in Brianza.
A Seregno, sabato sera al Teatro San Rocco, c’erano 700 persone. E’ stato molto bello.
Qualche giorno prima avevo ricevuto una mail da Alberto Lorenzi. Diceva di essere un mio lettore e mi parlava di un locale che aveva aperto proprio a Seregno, assieme a 4 amici. Gli avevo risposto, ma non lo avevo più sentito.
Poi, sabato pomeriggio, mi ha chiamato Carlo Tabarrini. Un amico e vigneron umbro, di cui qui ho parlato (la sua azienda si chiama Cantina Margò). Mi ribadiva che il locale di Alberto, chiamato La Taste, era meritorio. Alla fine sono riuscito ad accordarmi e, a mezzanotte, dopo lo spettacolo, ho cenato lì con alcuni amici della Fondazione Gaber e Perfect39.
Posso confermare: La Taste è uno dei luoghi più originali che abbia incontrato negli ultimi anni. Un’oasi nella Brianza. Non è solo ristorante – e bistrot al pomeriggio. E’ anche “supermercato” deluxe, con un ventaglio di proposte enogastronomiche straordinario. Grande attenzione a cibi biologici, vini naturali e prodotti del territorio (vini, affettati, pane, formaggi).
L’arredamento è sontuoso, i prezzi non troppo economici ma visto il posto non potrebbe essere diversamente. Non ho provato molti piatti cucinati, ma l’erbazzone era dignitoso e il tagliere di formaggi e salumi impeccabile. Bene i vari tipi di pane fatto in casa (da applausi quello alla zucca gialla), nulla da dire – ovviamente – sulla carta dei vini (e delle birre artigianali). Bel finale con l’Highland Park 18 anni.
Nel prossimo post vi parlerò di un orange wine che mi ha colpito, provato proprio sabato sera – e riprovato la sera dopo con amici.
Intanto, qui, ci tengo a ribadire che La Taste di Seregno è un luogo sicuro e prezioso.

Barone Riccati – Langhe Monregalesi

La settimana scorsa ho presentato un bel Festival, Uvalibre. A Carrù. C’erano Don Gallo, Gianni Barbacetto, Giuliana Sgrena, Giuseppe Catozzella, Antonella Beccaria, Luca Telese e tanti altri.
Lì ho incontrato anche Bruno Chionetti. E’ lui a curare i vini dell’azienda Il Colombo. Siamo nelle Langhe Monregalesi, zona meno nota – ma bellissima – di Langa. Lì nasce(va) il Dolcetto meno noto. Ma non meno apprezzabile.
Dalla prossima stagione la Doc Langhe Monregalesi confluirà nella Docg Dogliani.
L’azienda Il Colombo coincide con un edificio settecentesco a dieci chilometri da Mondovì. Non troppo distante c’è Mombarcaro, teatro di una delle battaglie più cruente della Resistenza – e di alcune delle pagine più belle di Beppe Fenoglio.
La proprietà, dal 2006, è dei coniugi norvegesi Holm. Nelle etichette leggete “Barone Riccati”.
I vini più apprezzati, accanto a un Barolo Sarmassa di fresca uscita, sono i Dolcetto. Il base Chiesetta, degustato nell’annata 2010, e il Superiore Il Colombo (annata 2009). I vignetti sono a un’altezza massima di 550 metri.
Produzione piccola: sulle 8mila la Chiesetta, sulle 5mila Il Colombo.
Lieviti indigeni, niente controllo di temperatura in fermentazione.
Chi mi segue da un po’ conosce il mio affetto per il Dolcetto. Il Colombo mi ha sempre incuriosito, perché tra le poche aziende a valorizzare la Doc Langhe Monregalesi. Di lei ho letto ottime recensioni, soprattutto dalla Guida de L’Espresso.
Ora che ho (ri)bevuto i due Dolcetti, posso confermare tutto il bene che ricordavo e conoscevo. Sono Dolcetto veri, di giusta polpa, bella beva e schietta fragranza. Il Colombo è una garanzia, per questo la semplicità del Chiesetta stupisce quasi di più. Entrambi espressioni oneste e sincere di un vitigno autoctono tanto sottovalutato quanto adorabile.
Capisco che l’entrata nella celebrata Dogliani aiuterà questi vini, ma nel mio piccolo mi dispiaccio assai che la dicitura “Langhe Monregalesi”, che a me ricordava il partigiano Johnny e il ristorante Monsupino di Briaglia, scomparirà.