Archivio di settembre 2011

I cani lo sanno

Da oggi in libreria.

È tutta questione di sguardi. È sempre stato così.
Il nostro – quello degli umani – è proiettato in avanti, spesso miope, quasi sempre selettivo. Il loro – quello dei cani – è ancorato al suolo, grandangolare, spalancato su un mondo dove niente è mai di troppo. Ed è il loro punto di vista basso, umile, mai servile, stoicamente onnipresente che ci insegna a essere umani.

Andrea Scanzi racconta delle sue Labrador, Tavira e Zara: delle loro abitudini, delle loro peculiarità, delle avventure di cui sono protagoniste.
Ci sono categorizzazioni, e tipologizzazioni (cane bonsai, cane Springsteen, cane camionista), che finiscono per evocare quello che Shakespeare chiamava “il catalogo degli uomini”. Ribaltato, però. Ci sono il sesso, le malattie, l’intelligenza emotiva. Un mondo in cui si ride, molto, e ci si commuove, non di rado. In Tavira e Zara, e in tutti i cani che a loro si accompagnano, si riflette la comunità umana e lì si scopre fragile e potente, sconsiderata e ottusa. Forse anche felice.
Felicemente animale.

(Andrea Scanzi, I cani lo sanno, Feltrinelli, Euro 14 pp 160)

Pacina – Chianti Colli Senesi 2007

Qualche settimana fa mi sono fatto mandare una cassa di vini naturali da Arkè, l’associazione legata a VinNatur e quindi alla famiglia Maule.
Francesco, figlio di Angiolino, mi ha inviato 12 bottiglie. Tutte diverse. Prezzo forfettario, 10 euro l’una.
Ne prendo una per volta dalla cassa, senza guardare, così ho la sorpresa.
Due sere fa è toccato al Chianti Colli Senesi Docg 2007. Azienda Pacina. Una garanzia.
Sangiovese quasi in purezza, giusto un 3 percento di Ciliegiolo. Niente lieviti selezionati, macerazione sulle uve di 5 settimane in vasche di acciaio.
Se il Chianti deve essere anzitutto bevibile, e per questo nacque, il Pacina lo è.
Il suo pregio maggiore risiede nella semplice piacevolezza del bere, nel gusto contadino e mai fighetto.
E’ un vino che sta a metà strada tra quello da tutti i giorni e quello dichiaratamente ambizioso. Un vino da quotidianità di lusso, in un certo senso.
Mi sono piaciuti freschezza, genuinità, equilibrio. La complessità gustolfattiva non è spiccata. Si avverte, come primo attacco, un lieve sentore di feccino che sparisce subito – ma che, se non ci fosse affatto, sarebbe meglio.
Dei Chianti che conosco, e ne conosco, era e rimane uno dei miei preferiti. Pur non avendo tale tipologia nella mia top ten (e neanche top 20) del cuore.

Questo blog

Qualche giorno fa ho ricevuto un commento che faceva così: “Caro Andrea, per un attimo avevo paventato la chiusura di questo blog, un appuntamento rilassante (non sempre, e non per colpa tua, ma perchè, come sai, “le mamme dei cretini …”) ed imprescindibile di aggiornamento, flash che si accendono, angoli bui che si illuminano, orange wines e quant’altro. Ti dirò, mi capita spesso di consultare ancora quello di Elogio, perchè, in fondo, la tua duplice fatica libraria in campo enoico è stata un work in progress inscindibile dai post dei blog, che ne costituiscono un’appendice di indubbio arricchimento. Auspicando, come è ovvio, il terzo volume, attendo il 21 mattina per essere, come già accaduto, il primo acquirente della nuova “opera” (si presterà all’avvio di un blog? Chissà, lo scopriremo solo vivendo“.
L’autore è Luca Miraglia, habituè di questo blog.
Il suo scritto, decisamente affettuoso, mi dà la possibilità di fornire alcune risposte.
Questo blog non chiuderà. Dubito fortemente che scriverò un terzo libro enologico, ho già dato e non avrei altro da aggiungere, ma proprio per questo il blog diviene (diverrà) la mia maniera di continuare a frequentare questo mondo.
Come ho avuto modo di appurare venerdì scorso a Cavaso del Tomba, durante la (per me splendida) presentazione all’Asolo Golf Club organizzata dai Saggi Bevitori, i miei due libri hanno creato un sèguito sorprendente e radicato. Hanno generato aspettativa (appartenenza?), permesso di scoprire personaggi e mondi. Forse ho intuito (concretizzato?) una maniera diversa e “altra” di raccontare il mondo del vino.
Degli ambiti che frequento, per lavoro e no, quello enologico è il più leggero e maggiormente ricco di incontri stupefacenti. Lo attraverso con ironia e leggerezza: sarebbe da folli abbandonarlo. Non accadrà.
Il nuovo libro – di tutt’altro argomento e in uscita il 21 settembre per Feltrinelli – non coinciderà con un altro blog, bensì con un restyling del mio sito personale. E’ anzi probabile che presto i miei blog scenderanno da tre a due: questo e un altro (già esistente).
Vi ringrazio per tutto quello che mi avete dato in questi anni. Non perdiamoci di vista (cit).

Asolo, stasera

Stasera, alle ore 21, presenterò Il vino degli altri al Golf Club di Asolo.
Credo sarà l’ultima presentazione di questo libro. O una delle ultime.
Questo blog continuerà comunque ad andare avanti.
Tra neanche due settimane, il 21 settembre, uscirà il mio nuovo libro. Per Feltrinelli. Presto ne saprete di più.
Sancirà comunque la mia prima prova nei meandri del (quasi) romanzo. Non senza riflessi autobiografici.
Sono giorni intensi e decisivi, per questo non sto scrivendo molto.
Il luogo esatto per l’incontro di stasera è Cavaso del Tomba, nel trevigiano. Via dei Borghi 1.
Padrone di casa sarà Gianpaolo Giacobbo, firma di Porthos e appassionato infaticabile del mondo (bello) di Enolandia.
Stay tuned (cit).

Erbaluce Le Chiusure 2010 – Favaro

Dal 21 al 23 ottobre, nel Castello di Masino a Caravino (Ivrea), avrà luogo Erbaluce. La favola di un vino. La maniera migliore per conoscere una tipologia – in tutte le sue declinazioni: fermo, spumante, passito – divenuta Docg nell’ottobre scorso.
Durante i corsi Ais, l’Erbaluce era uno dei vitigni su cui più i relatori si soffermavano: perché autoctono, dal grande potenziale evolutivo, dalla marcata cifra territoriale e dallo spiccato eclettismo.
Giusto qualche sera fa ho bevuto con attenzione uno degli Erbaluce più pregiati d’Italia. Le Chiusure, annata 2010, di Camillo Favaro – l’azienda è a nome Benito Favaro.
Camillo è un grande conoscitore della zona borgognona (a cui ha dedicato libri). Cura la veste grafica di molte etichette (Le Macchiole, tra le tante). E organizza, tramite Artevino, manifestazioni enologiche a cui mi è capitato di partecipare (Le loro maestà, focalizzata sui punti di contatto tra Nebbiolo e Pinot Noir, è una di quelle a cui è più legato).
Di lui ho stima: è un appassionato vero, coraggioso, coerente.
Il luogo esatto dell’azienda è Piverone, provincia di Torino. Come vigneron, Favaro è celebre principalmente per l’Erbaluce, ma non è l’unico vitigno che vinifica: due etichette, il Rosa che rosa non sei (rosato che prende il nome da Rosa Rosae di Francesco De Gregori)  e il Rosso Meraviglia (Syrah), sono dediche alla moglie.
Trovo però che la sua bottiglia più riuscita, e tipica, sia proprio l’Erbaluce. Le Chiusure 2010, bevuto adesso, è da infanticidio (perdonatemi). Eppure percepisci, chiaro, il suo potenziale.  Spiccano i toni verdi, al naso e in bocca, che ne danno una connotazione da Sauvignon giovane (ma un Sauvignon elegante).
Notevole la sapidità, frutto (anche) dei suoli morenici. Bella beva, acidità che ovviamente domina sulle morbidezze. Le caratteristiche del vitigno – non facile – ci sono tutte. La progressione è buona e migliorerà col tempo.
Alla fine rimane un appagante mix di erbe e sale. Bel mix.