Archivio di agosto 2011

Carat 2006 – Bressan

Una delle gemme del Friuli“. Così è spesso recensito il Carat, uvaggio bianco dell’azienda Bressan a Farra D’Isonzo.
L’ho bevuto sabato scorso, con il più bel 39 dell’universo.
Ero da Arnaldo Rossi, quindi alla ormai mitica Taverna Pane e Vino di Cortona. Ho mangiato in piazza, gremita. Sarà anche cartolinesca, ma Cortona – quando vuole – è bella come Michelle Pfeiffer ne L’età dell’innocenza (e tu, se hai fortuna, sei un po’ Daniel Day-Lewis).
Ma sto divagando. E un motivo c’è. Il Carat – annata 2006 – ha belle recensioni bipartisan (da vinoveristi e quasi-modernisti). Anche ad Arnaldo piace molto. Il prezzo è onesto, 18 in enoteca, sui 22-25 al ristorante.
In sintesi: mi è piaciuto, non mi ha fatto impazzire.
Prima di tutto non credo di essere più in grado di apprezzare sino in fondo i blend. Lo so, è un’affermazione sborona, ma ormai per me monovitigno o muerte (cioè astemia). Il blend, per quanto buono, mi pare sempre un vino costruito. Mai spontaneo.
Il Carat è un uvaggio di Tocai Friulano, Malvasia e Ribolla Gialla. Cinquemilacinquecento bottiglie prodotte. Un bianco macerato, anche se non lo definirei orange wine. La macerazione è leggera e si ferma ai 28 giorni. La percepisci, comunque: nel colore (un giallo paglierino che cinque anni dopo la vendemmia era più che altro dorato), nei profumi (con un che di leggermente ossidativo: e per me non è un pregio, che siano Jura o no) e nella complessità gustativa.
Bel vino, guai se mi fraintendete e andate a scrivere “Scanzi stronca il Carat“, come ormai si usa fare se osi sollevare qualche educata perplessità. Ha buon allungo, discreta beva, complessità e carattere sufficientemente delineato. Però qualcosa non mi ha preso. Non fino in fondo. Forse il mandorlato (quasi eccessivo) al naso, forse un’acidità leggermente aggressiva (e tendente all’amaricante). Mi è mancato un po’ di equilibrio e di finezza. E sarei tentato di dire che la barrique – nonostante anni, vinificazione e tipologia – tenda ancora creare una discrasia (eh?) tra acidità brutale e (improvvisa) morbidezza che qua e là ti solletica le papille gustative.
Fosse un voto, sarebbe un 6+. Fosse un vino, sarebbe discreto. Non indimenticabile.

P.S. Due anni dopo avere scritto questo post, ho scoperto che tal Fulvio Bressan (da me fortunatamente mai incontrato) è questo intellettuale qua. Mi guarderò bene dal ribere un suo vino.

Pico RuleZ (Maule e dintorni)

Angiolino Maule divide. Come sempre capita quando si parla di caratteri forti.
A lui ho dedicato uno dei capitoli – credo – più riusciti de Il vino degli altri. Quando uscì, Angiolino non sapeva se apprezzarlo o meno. Neanche lui era abituato a trovare riportato tutto quello che aveva detto. Quel che dovrebbe essere prassi, in Italia è anomalia.
Angiolino convocò d’urgenza la famiglia, fece leggere a tutti il capitolo. Si trattò di appurare se avevo scritto la verità (nel senso di “virgolettati reali”) oppure no. Così era avvenuto. Per questo venni esentato dagli strali, che invece altri mi riservarono (salvo poi pentirsene, chi più e chi meno).
Questa è però la sfera personale. E’ irrilevante che a me Angiolino piaccia, al di là della sua prodigiosa logorrea quando si tratta di parlare – otto ore almeno – di lieviti autoctoni e solforosa. E’ un pioniere narciso, ha tempra e talento, è tanto dotato quanto spigoloso. Non può non piacermi. Lo ritengo un amico, prezioso come tutti gli amici.
L’importante è però qui capire se siano meritevoli i vini della sua azienda di Gambellara (Vicenza), La Biancara. Dividono, anche loro. I rossi non li sento da un po’, il Recioto è ottimo ma non amo i vini dolci. Quindi parliamo di bianchi.
Ho sempre avuto un debole per il Pico, la sua Garganega macerata e deluxe. In particolare le versioni cru, quando cioè imbottiglia i vigneti separatamente e non tramite blend: Monte di Mezzo, Faldeo, Taibane.
Quando scrissi il libro, mi imbattei – mi pare – nell’annata 2007 (o 2006?). Il Faldeo era difettato, il Monte di Mezzo neutro, il Taibane prodigioso.
L’altro giorno mi sono fatto inviare dal figlio Francesco un po’ di Pico e Sassaia (la Garganega base). A proposito: devo ancora pagare il bonifico, la Maule family abbia la compiacenza di perdonare l’odioso ritardo.
In molti sostengono che il Sassaia sia oggi superiore al Pico. Pur costando la metà o giù di lì. Ancora più semplice, fresco, vero. Di sicuro sono vini che colpiscono per la genuinità, per la polpa, per non essere minimamente furbetti. Mai strani, però. Al contrario: essenziali. Il Sassaia 2010, non macerato, spicca per mineralità e bevibilità. Costa sui 5 euro ed è un vino decisamente adorabile.
Mi sono divertito poi a fare un raffronto sui tre Pico 2009. Gli ultimi arrivati. Stavolta non ho trovato cru difettati. Il Monte di Mezzo si conferma il più umile: piacevole, ma non ti stracci le vesti quando lo bevi. Il Taibane mi aveva convinto di più due anni fa, ma ribadisce una personalità eclettica che vira su frutta tropicale e sapidità pronunciata.
La sorpresa è stata il Faldeo, forse il migliore: per freschezza, allungo, naso, equilibrio, semplicità.
Ci sono vini che lascio per le grandi occasioni e altri che amo bere di continuo. Il Pico, come pure il Sassaia, nella mia cantina non possono mancare. Di loro apprezzo la bevibilità quotidiana: merce rara.

Francesco Arrigoni

Questo blog ha avuto dei problemi tecnici. Il post di oggi l’ho scritto una settimana fa. Quando, con colpevole ritardo, ho scoperto due cose. Soltanto adesso posso pubblicarlo.
La prima è che Il Vino degli altri era nella sestina del Bancarella 2011 Vino. Non ha vinto: il premio è andato a Divinando di Andrea Gori e Giulia Graglia: due bravi e appassionati colleghi, se lo meritano.
La seconda notizia è terribile. Se n’è andato Francesco Arrigoni. Curava, tra le altre cose, le pagine web dedicate dal Corriere della Sera al vino.
Non lo conoscevo personalmente, giusto incrociato di sfuggita al Cervim 2009 e a Le Loro Maestà 2010 in Langa. Ci ho parlato veramente soltanto una volta. Accadde quando uscì Il vino degli altri, ad aprile di un anno fa. Franco Ziliani aveva rilanciato on-line la pagina del libro in cui Massimo D’Alessandro raccontava le sue perplessità su alcuni produttori toscani e alludeva a un’inchiesta che coinvolgeva nomi importanti. Ovviamente era tutto vero e altrettanto ovviamente nessuno ha mai smentito, ma in quei giorni i servi sciocchi e le cariatidi bollite si ersero a presidio del Potere.
Ricevetti minacce, scomuniche (e reazioni esilaranti, che fu divertente – e facilissimo – smontare).
Uno dei pochi colleghi che trattò la materia con attenzione e rispetto fu Arrigoni. Si informò, chiamò i diretti interessati, fornì una ricostruzione esatta e imparziale.
In quell’occasione mi chiamò – o lo chiamai io: non ricordo – e ci conoscemmo. Mi lasciò il suo numero di casa, che è ancora qui in rubrica e che mai ho usato.
In quella occasione, a proposito di un “premio” che alcuni colossi del vino dedicavano ai “critici” (a loro) più graditi, venne fuori che quel riconoscimento lo aveva vinto in passato anche lui. A sostenerlo fu una collega, chiaramente beneficiata da quel premio.
Francesco, su questo blog, riportò una replica memorabile, che riporto integralmente e con cui lo saluto. A conferma di un’onestà intellettuale rara, nel mondo del vino e non solo: “Il Comitato dei Grandi Cru d’Italia mi ha comunicato una nomination per il premio giornalistico indetto dal Comitato, invitandomi contestualmente alla cena di gala. Ma ho risposto con la seguente mail: ‘sabato 13/03/2010 19.19. Buona sera. Ringrazio i membri del comitato dei Grand Cru che hanno fatto il mio nome. Con la presente vi informo che non mi interessa alcuna nomination per il vostro premio nè tanto meno ricevere alcun premio. Vi invito cortesemente pertanto a rimuovere il mio nominativo dall’elenco delle nomination e da qualsiasi altra comunicazione da voi emessa. Non parteciperò alla cena di gala. Vi ringrazio per l’attenzione. Francesco Arrigoni”.

Alenta 2006 – Sarrapochiello

Di Nifo Sarrapochiello ho molta stima. I bianchi di questo giovane produttore campano sono tra i migliori d’Italia.
Ieri sera mi è capitato di ritrovare una sua bottiglia particolare. Alenta, Vendemmia Tardiva di Falanghina, Doc Sannio.
Produzione di 6mila bottiglie, 14 gradi, 14 euro.
Era nascosta in cantina, insieme a tante altre.
Non molti rischiano la vendemmia tardiva – senza resuduo zuccherino – per un vitigno ritenuto facile come la Falanghina. Ci sono molte incognite (ammuffimenti indesiderati etc) e la resa è bassa. Sarrapochiello, che ha sede a Ponte nel beneventano, ama le sfide.
I vigneti, nel comune di San Lupo, hanno 20-25 anni. Bene lo ricorda Alessandro Marra nella recensione del portale Vinix. I terreni sono argilloso-calcarei.
Bel giallo dorato, denso. Profumi speziati ed erbacei, con nuance (?) di liquirizia. Frutta e fiori gialli macerati. Morbido e caldo, con acidità percettibile – che un po’ fatica a camuffare la botta alcolica.
Elegante, felice progressione in bocca, persistenza pregio.
Non direi che è il vino che preferisco di Sarrapochiello, ma solo perché la sua produzione è davvero alta.
Da provare.