Archivio di luglio 2011

Schiopetto – Collio Tocai Friulano 2003

Non so se è capitato anche a voi, ma i primi bianchi “d’autore” a cui mi sono avvicinato sono stati quelli friulani. i Tre Bicchieri fissi. Jermann, Livio Felluga, Mario Schiopetto, Vie di Romans.
Parlo ormai di quindici anni fa.
L’altra sera, alla Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino, mi sono imbattuto in una bottiglia del passato. Mio e suo. Un Collio Tocai Friulano (ancora si poteva chiamare così) del 2003. Uno dei migliori Friulano in commercio. Marco, il proprietario, me l’ha praticamente offerta.
Di quei bianchi, all’inizio, come bevitore poco smaliziato, mi piaceva la loro elegante facilità: fruttati, morbidi, piacioni, ben fatti. Poi sono cambiato io (loro no). Si sa, l’evoluzione del gusto.
Quel 2003 era ancora così. Nulla era mutato rispetto alla memoria che avevo di quei bianchi ben vestiti e premiatissimi.
Da un lato c’erano un bel giallo dorato vivo e un’acidità che aveva tenuto per otto anni. Non è poco e non molti bianchi italiani possono permettersi tale longevità. Oltretutto la 2003 è stata molto calda anche in Friuli.
Dall’altro, nonostante l’età, il legno si sentiva ancora. L’alcolicità era temperata dalla freschezza, ma si sentiva. La morbidezza, per i miei gusti, era ancora un po’ ingombrante. Nocciola, mandorla tostata e un finale dolciastro e non troppo lineare.
Mi chiedo: è davvero necessario che la tecnica, anche nelle cantine migliori, sia così ingombrante (per quanto bene usata)? Domanda retorica, temo. Figlia di un approccio ormai geneticamente e antropologicamente mutato – il mio – negli anni. Pardon, decenni.

Where is Salcheto?

Lo so, è da un po’ che non passavo di qua. Ma funziona così. Ho finito il nuovo libro, portato in giro lo spettacolo su Gaber, scritto pagine esecrabili sul potere precostituito.
Insomma, la solita vita.
In questo post vi parlerò di quanto sono grullo. Un tema appassionante, ne converrete.
Un passo indietro (cit).
Il 14 giugno ricevo un invito dall’azienda Salcheto di Montepulciano. La conosco di nome, ma non ho mai bevuto i suoi prodotti. Intendono organizzare un dibattito sui vini naturali (e biologici, biodinamici, etc). Sono la prima cantina carbon-free, che nessuno ha mai capito cosa voglia dire, e il proprietario Michele Manelli – al telefono – mi pare convincente.
Accetto.
Nei giorni successivi la Signora Addetta Stampa (d’ora in poi denominata “Sas”) mi richiama per la conferma. Ci saranno, tra gli altri, Angiolino Maule e Giulia Graglia. Bene.
Il giorno prefissato è il 29 giugno alle diciotto. Do per scontato che il luogo dell’evento sia la cantina Salcheto, visto che non avevo ricevuto notizie diverse (scoprirò poi che, nella seconda pagina dell’invito pdf, c’era un vago indirizzo diverso: “Sala delle Feste della Contrada di Gracciano, Piazza Pasquino da Montepulciano, Centro Storico di Montepulciano”).
Nel pomeriggio devo terminare un articolo e faccio un po’ tardi. Abitando relativamente vicino, non chiedo agli organizzatori il pernotto a Montepulciano. Non ne ho bisogno. Da Roma mi raggiungerà un’amica. Calcolo di essere lì per le 18.30. Informo con un sms la signora Sas, che mi aveva garantito di essere sempre (s-e-m-p-r-e) reperibile. Non mi risponde. Vamos.
Quando esco dal cancello, anzi prima di uscire dal cancello, un fulmine – giuro – cade a pochi metri da casa mia. Preciso come uno smash sbagliato di Seppi. Va via la luce. Il cancello è elettrico. Non ci sono chiavi che possano aprirlo. Quindi non ho modo di uscire. Ne deriva una quantità modica, ma precisa, di improperi. Sport in cui son solito eccellere.
Sto facendo tardi e nel frattempo piove a dirotto. Dopo mezzora riesco a ripristinare la corrente elettrica ed esco dalla mia reggia tascabile radical chic. Ho dovuto anche cambiarmi, perché ero zuppo. E’ un gran giorno.
Arrivo a Montepulciano attorno alle diciannove. Telefono alla Signora Sas – quella che “sarò sempre reperibile, stia tranquillo” – ed è spento. Daje. Giungerò (uso questa parola per non reiterare il verbo “arrivare”) un po’ tardi, ma per cena e io e la mia amica ci saremo: meglio di niente.
La cantina di Salcheto è in Via di Villa Bianca 15. “Via” per modo di dire. Non a Montepulciano, ma sopra Montepulciano. Molto sopra. Il navigatore, un Garmin riottoso e vile, mi conduce verso una strada cattiva a sterro. Lì le indicazioni finiscono, o quantomeno sono odiosamente frammentarie. Prendo un sentiero e mi trovo in un agriturismo. Ne prendo un altro ed entro in casa di un tizio che non sa se accoltellarmi oppure offrirmi da bere. Nel dubbio, scappo.
Soltanto alle 19.20, stremato, arrivo alla cantina di Salcheto, dopo tornanti polverosi strazianti. Lì, chi trovo? Nessuno. Non c’è niente, se non una coppietta di signori che candidamente mi dice: “Cercava qualcuno? Sa, è tutti chiuso”. A quel punto telefono alla Signora Sas (“Sarò sempre reperibile, stia tranquillo”). Non c’è campo. Telefono a Maule. Non c’è campo. Telefono a Graglia. Non c’è campo. Riprovo, riprovo. Non c’è campo. Non c’è campo. C’mon.
Riprendo la via per Montepulciano, ma nel frattempo prima di me è partito un mega-tir dalla cantina, che si intraversa – giuro – lungo i tornanti polverosi. Perdo altri venti minuti. E’ il Golgota, sto scontando la pena: così imparo a non santificare il Rosso della gentile Occhipinti.
Ho sbagliato data? Ho varcato una sliding door spazio temporale? E’ uno scherzo? Non si sa.
Si sa che mi riavvicino a Montepulciano, sperando che prima o poi qualcuno riaccenda il cellulare e mi richiami – dove diavolo era ‘sto convegno, in una catacomba? Raggiungo la mia amica nel centro di Montepulciano e sono le 20 passate. Nessuno ci richiama. Neanche Jennifer Connelly quando ci provai, mi aveva snobbato così.
Ci dirottiamo così nell’unico slowfood dell’allegro paesello e – a dirla tutta – non è che si sia rivelata idea peregrina.
Per la cronaca, non ho più saputo nulla di quella serata. Giulia Graglia mi ha mandato un sms di dispiacere per non esserci beccati. Angiolino Maule mi ha redarguito (pure) per averlo lasciato solo. E la Signora Sas mi ha mandato un sms di circostanza (visto al mattino dopo).
Dai vaghi reperti Youtube, intuisco che la serata c’è stata ed è andata bene. Data per assodata (amo le allitterazioni) la mia sbadataggine, lasciare un cellulare acceso o prevedere un numero attivo durante l’incontro non sarebbe stato sgarbato.
Comunque vada, sarà un insuccesso.