Archivio di giugno 2011

Ardbeg Uigeadail

Ho già scritto più volte di quanto detesti la boria con cui i whiskari asseriscano che il vero whisky non è mai torbato. E’ un assioma snob insopportabile.
Mi sono avvicinato alla torba banalmente, bevendo Lagavulin come Fabio Montale. Mi sembrava inarrivabile, il Lagavulin da supermercato.
Poi sono passato al Caol Ila, quindi all’Ardbeg. Acquistavo le bottiglie base. Neanche pensavo che esistessero edizioni limitate.
Ora è passato qualche anno e, come in tutte le cose, il gusto si è evoluto. Affinato. La torba deve avere un tocco particolare, non essere invasiva: impreziosire il tutto.
Quando sali di livello, e incontri capolavori incommensurabili come il Bunnahabhain 1997 Wilson & Morgan Heavy Peat, non torni più indietro.
L’altro giorno, alle Carovaniere di Arezzo, ho acquistato un nuovo whisky. Avevo la tentazione di provare il già provato, ho invece scelto qualcosa che non conoscevo. Edizioni deluxe di Ardbeg.
Il dubbio era tra il Corryvreckan, più morbido, e il Uigeadail. Ho optato per il secondo.
E’ un whisky non tagliato, la gradazione è importante, sopra i 54 gradi. Anche il prezzo è impegnativo, sui 55 euro. Una miscela di tipi diversi di Ardbeg, affinata nelle botti di Sherry. Il nome è quello del lago, “oscuro e misterioso”, da cui proviene l’acqua dell’Ardbeg. E’ stato premiato whisky dell’anno nel 2009.
E’ pieno, oleoso, decisamente affumicato. Chiari sentori di olio di noce, frutta secca. Qualcuno ci ha trovato anche le caramelle alla menta (io no).
Buono, buonissimo. Però, alla fine, la scintilla non è scattata. Mi sembra un Ardbeg pur sempre istituzionale, con pochi spigoli e non troppa anima. Un prodotto di livello assoluto, ma forse ho passato anche la Fase Ardbeg. E indietro non si torna.

Syrah 2008 – Stefano Amerighi

E’ innegabile che un vino ti piaccia non solo in virtù delle sue doti oggettive, ma anche tenendo conto del contesto. Durante una bella serata, o un pranzo piacevole, sarai più prodigo di complimenti: positivamente ricettivo.
Così, di fronte a questo Syrah 2008 biodinamico di Stefano Amerighi, enfant prodige cortonese di una zona notoriamente vocata per la vinificazione di questo vitigno, può essere che sia stato portato a una “sopravvalutazione” dettata dalla compagnia. Amici, amiche. E un bel pranzo alla Taverna Pane e Vino di Cortona, martedì scorso.
Al tempo stesso, avevo degustato anche le annate precedenti di Amerighi, che si è sempre ispirato – fin dai suoi raduni sovversivi alla Tana degli Orsi di Pratovecchio – a Damijen Podversic e a un’idea molto vera, e naturale, e schietta (talora quasi brutale) di vino. Lo cito anche ne Il vino degli altri.
Finora, per quanto apprezzabili, i Syrah di Amerighi mi sembravano veraci ma non bilanciatissimi. Un po’ troppo kurnati, nel senso di iper-concentrati (naturalmente, va da sé). Di beva non facile. Testimonianza di un apprendistato che, in parte, è ancora in atto. Da qualche parte avevo letto che i suoi vini erano dei “vorrei ma non posso”.
A inizio anno a Roma, al raduno dei vini naturali presso l’Hotel Columbus, avevo notato un miglioramento significativo.
Ora, di fronte a questa annata 2008, che al ristorante trovate attorno ai 25 euro, riscontro un vino molto vicino alle ambizioni migliori di Amerighi: rispettoso di terroir e vitigno (che di per sé è colorato, ha struttura e non potrò mai avere la “drittezza” di un Pinot Noir); beva gradevole, giusto corpo e carattere; equilibrato e accessibile anche per il consumatore occasionale, ma non per questo dozzinalmente facile.
Credo che, con le annate successive, Amerighi aggiusterà ulteriormente il tiro. Intanto, dei Syrah cortonesi base, è il migliore. Non solo: è uno dei Syrah più encomiabili d’Italia.

Triple A Velier: un dibattito

Come era facilmente prevedibile, l’articolo su Triple A Live Velier, uscito mercoledì sul Fatto Quotidiano, ha suscitato reazioni. Talora stizzite.
Pubblico qui la lettera ricevuta dalla produttrice Arianna Occhipinti, presente alla manifestazione. Di seguito, la mia risposta.

“Ultimamente sempre meno rispondo o scrivo, alle tante cose che si dicono intorno al mondo del vino, di leggerle però quando ho tempo mi fa sempre piacere. E quindi Andrea grazie, perché mi hai dato uno spunto di riflessione. L’articolo mi è piaciuto!
Mi fa…ci fa piacere divorare critiche, osservazioni e complimenti, ci fa piacere pensare che intorno al nostro lavoro ci sia un gran da fare di scrittori e critici, della prima e dell’ultima ora, ci fa piacere e sorridiamo a tutto. E io non posso non sorridere di fronte ad alcune cose scritte, non posso non soffermarmi, anche se oggi tra sole e vento e qualche pioggia, i vigneti ci chiamano.
Triple A live, nasce da un desiderio di tutti, di Elena Pantaleoni, di Luca, di Paolo, di giocare e divertirci, di lavorare e assaggiare le cose insieme con i clienti, di confrontarci ed essere criticati ed ha subito avuto il consenso di tutti. Clienti, produttori, amici. Dopo anni, è vero! di manifestazioni, su manifestazioni, sul vino naturale o presunto abbiamo deciso di fare una festa e voi siete stati invitati. PUNTO
Le prime tre ore di degustazione prima delle 17, quando sono cominciati i momenti con i produttori, sono state utili per tutti, per conoscerci, assaggiare, discutere, barrique o non barrique, chi se ne frega! Non ci penso più a queste cose. PUNTO.
Dopo, Luca, che ti assicuro non fa retorica o setta, ma ha solo il pregio di saper parlare e lavorare divertendosi; (se così non fosse, non si troverebbe tra le mani un azienda bella come la Velier, che ha bisogno di una grande forza continua e di innovazione giornaliera per andare avanti. E chi nel mondo ha fatto retorica, ha sempre stufato velocemente, Luca no, è in piedi da 25 anni con l’azienda e non ha smesso di divertirsi) ecco mi sento solo di dire che è stato bravo a tenere alta la tensione, come in questi casi bisogna fare, per presentare tutti quanti i produttori. PUNTO. Per me era solo questo. Ricco o meno, chi se ne frega!
Le sette sono gruppi chiusi, nascosti nelle loro idee, noi le nostre, le portiamo avanti a testa alta, libere come il vento.
Felici di poter essere condivise da più gente possibile, felici di bere una bottiglia e un’altra ancora di buon vino, ovunque c’è voglia e desiderio, di fare buon vino, ovunque sia ha la forza di rispettare il nostro territorio.
Se dietro gli ultimi anni di “vino naturale” e dopo la fine degli anni novanta del “vino omologato”, (giusto per usare le ennesime parole trite e ritrite) vedete un’altra moda, del biologico, biodinamico, vuol dire che non ci avete visto bene e vi soffermate solo al superficiale. A noi, e lo dico una volta per tutti e per sempre, non interessa un bel nulla di codificarci, di tagliare fuori produttori, di metterci nel primo gradino della scala. Noi, non siamo “semidei”, non vogliamo esserlo, non lo saremo mai. NOI SIAMO AGRICOLTORI, FACCIAMO VINO. PUNTO.
Io in Sicilia, gli altri ovunque e bene, se c’è un territorio che può esprimersi dentro un bicchiere. Non vogliamo polemiche, non odiamo il Vinitaly, vorremmo essere tutti quanti insieme a tutti perché il confronto è quello che mi anima, è quello che ci anima, grandi piccoli, produttori e clienti.
Attenzione a non fare confusione, attenzione a non addossarci parole o concetti, che sono state create invece dall’idea degli altri si, attenzione a non scivolare nelle parole e rimanerne intrappolati. A me piacciono i fatti, se il vino è buono o no, e se lo è , voglio sapere come è fatto, dove, da chi, quando e perché. PUNTO.
Il resto è noia.
Gli ultimi sono andati via verso le 4 di notte, cantando le canzoni di Barotti , con lui e la sua chitarra. Non vi pare che il vino debba essere anche questo? Rocco, che sempre scodinzola, come tutti i cani felici e che stanno bene, l’ho visto prima di andare a letto, mi sembrava contento.. io lo ero pure…” (Arianna Occhipinti).

“Noto che questo articolo ha intimamente infastidito qualche produttore. Come facilmente prevedibile.
Prima di tutto, vorrei ricordare a qualche vigneron caduto dal pero, oltre che dalla vigna, che di vino naturale parlo da almeno quattro anni. E non nelle riviste settoriali che vendono tre copie (e infatti chiudono), o nei blog del sottobosco e sottovigna, ma in contesti popolari: Mondadori, La Stampa, Il Fatto.
Credo di avere contribuito – e ne vado fiero – ad aver fatto conoscere il mondo del vino naturale, estremamente meritorio (come ribadito nell’articolo, se lo si sa leggere), a molti consumatori occasionali e non necessariamente esperti. Se l’obiettivo del vinoverista è quello di parlarsi addosso, cantarsela e suonarsela, va benissimo l’autoreferenzialità: credo, però, che questo mondo – e questi produttori – meritino di più.
Bevo, ormai e in gran parte, vino naturale. Non perché fa figo, ma perché è sano e spesso buono: “spesso”, non sempre. Se il vino vero è sano, ma non emoziona o è addirittura difettato, tanto vale bere l’acqua. Un vino vero deve essere sano e buono. Non solo sano o solo buono.
Esistono molti fans, e molti produttori, a cui bastano le stimmate della naturalità per gridare al miracolo. Non ne faccio parte: se non usi solforosa e barrique nuove, ma produci un vino sciapo o col naso delle Terme di Saturnia, lo bevi tu.
Sono stato a Cerea, a Villa Favorita, al Columbus di Roma; andrò a Fornovo e Terre di Vite. Conosco quasi tutti i produttori. Molti li ho intervistati. Ritengo alcuni di loro dei geni autentici. In nessun altro caso avevo riscontrato quello che potrei definire bonariamente, ancor più dopo aver degustato la sua missiva fieramente biliosa, “eccesso di fanatismo”.
La giornata di Triple A Live è stata bella, divertente, viva. Ad avercene. Infatti l’articolo è affettuoso, per quanto ironico. Il lavoro di Velier è stimabile, encomiabile, meritorio: per molti aspetti lungimirante. Non lo scrivo adesso, ma dai tempi di Elogio dell’invecchiamento. Non sono, però, né l’addetto stampa di Velier, né un feticista adoratore della nicchia. Scrivo quello che vedo, leggo e sento: fedelmente. Anche se poi, a qualche produttore, nel rileggere quanto hanno detto o fatto, montano imbarazzo e rabbia. Ed è a quel punto che, per ripicca, scrivono lettere che vorrebbero essere autoassolutorie ma hanno l’unico effetto autolesionistico di far venire quasi (quasi) voglia di bere solo Supertuscans.
I fatti riportati nell’articolo sono veri. Virgolettati compresi. Dal primo all’ultimo. E potevo metterne altri, ad esempio quando sul palco dopo cena è salita parte della nomenklatura (uh?) di Velier, alticcia come Bukowski e ormai incapace di reggersi in piedi – infatti cadeva. Non un gran momento. PUNTO (cit).
Non ho mai scritto che Velier è una setta. Ho scritto che, a volte, certi atteggiamenti e certi frasi la ricordavano. Vorrei ricordare ai produttori, e in particolare alla gentile Occhipinti, che esiste una differenza tra stima e piaggeria. Come ne esiste tra l’essere carismatici e l’essere a rischio ridicolo (lo stage diving lasciamolo a Bono Vox). PUNTO (cit).
Non ho mai scritto che siete semidei. Ho scritto che alcuni si rapportano a voi così. E, a giudicare da certe reazioni, un po’ vi sentite tali. Come il rocker che suona cover astruse nel garage e se la tira giù più di Frank Zappa. PUNTO (cit).
L’articolo, che riscriverei identico e che – se non mi sono distratto – è il primo o secondo caso di pagina intera dedicata al vino naturale in una pubblicazione che superi la tiratura di un ciclostile parrocchiale, non parlava solo di Triple A Live ma intendeva dare al lettore – che magari ignora l’esistenza di Bera, Radikon o Calabretta – un piccolo excursus di cosa sia e perché sia nato il vino naturale. Da qui alcuni accenni alla genesi del movimento. PUNTO (cit).
Un’ultima cosa. E qui mi rivolgo direttamente alla gentile Occhipinti (a cui l’articolo “è piaciuto”: menomale. In caso contrario, verrebbe quasi da pensare che per rappresaglia usava le mie labrador come compost). Se si partecipa a un evento, e si deve parlare al microfono, e si deve poi – perfino e financo – servire vino agli appassionati, occorre: a) ricordarsi che l’evento è pubblico, non una festa intima tra amici; b) fornire, oltre al vino, un po’ di educazione. Accogliere OGNI VOLTA (le maiuscole sono un tributo alla gentile Occhipinti) l’appassionato con un supponente stizzito “bianco o rosso?”, neanche fossimo alla mescita della Sagra della Nana di Montagnano, è dozzinale e svilente.
Tutto il resto è noia (cit).
Que Viva Rocco”. (Andrea Scanzi)

Triple A Live (a Rivergaro)

Stamani ho raccontato, sulle pagine del Fatto Quotidiano, il raduno di Triple A Velier a Rivergaro. Ecco l’articolo.

Rocco è un molossoide. Si muove, scodinzolando allegro, tra i tavoli. E’ un Bovaro del Bernese ed è l’unico che non ha bevuto.
Triple A Live: l’evento si chiama così. Lunedì, ad Ancarano. Cioè Rivergaro, val Trebbia. Nel piacentino. Centinaia di persone accorse per il raduno (gratis) dei vinonaturalisti. Dalle ore 12 alle 5 e 36 del mattino successivo: “Al primo raggio di sole”, informa la brochure.
Il luogo, notevole, è la struttura dell’Azienda Agricola La Stoppa. A organizzare tutto è Velier, società ligure d’importazione che, sette anni fa, ha cominciato a puntare sui vini veri. Il proprietario, Luca Gargano, famiglia ricchissima e un’isola di proprietà in Polinesia, accoglie gli ospiti. Introduce i “suoi” produttori, chiama l’applauso, non ha timore d’essere retorico (gli capita spesso). Al microfono si alternano i viticoltori. “Io sono ascendente Gemelli, Luca ascendente Dio”, sintetizza un vigneron, e non è l’unica volta che Velier sembri quasi “La setta di Gargano”.
La pioggia, a inizio giornata, non ha interrotto la fiumana di appassionati. Pullman dall’Abruzzo, dalla Puglia. All’entrata, un cartello scritto a mano: “Noi restiamo fuori!”. Allude a quei prodotti che da decenni contaminano il vino: gelatina alimentare, acido tartarico, erbicidi, antiossidanti.
Se fosse politica, e un po’ lo è, questo consesso rappresenterebbe l’antipolitica e il popolo di Ancarano farebbe le veci dei “grillini”. Gli iconoclasti, i nuovi partigiani. E’ uguale perfino lo slogan: “Siamo la Woodstock del vino”. Secondo i tanti detrattori, i naturalisti sono manichei, integralisti, populisti, giustizialisti. Proprio come l’antipolitica.
Anche la genesi è simile. Alla moda imperante del vino tutto uguale, a inizio Anni Duemila è montata una reazione uguale e contraria. Che, alla globalizzazione, ha reagito con la codificazione esaltata del pauperismo. Qualcuno è biologico, altri biodinamici. Alcuni inseguono il vino strano perché fa figo, altri perché desiderano ricollegarsi ai nonni. Bianchi macerati sulle bucce, rosati torbidi, rossi che spiazzano. Ora strepitosi, ora palesemente deludenti: ma non si può dire, perché del vino naturale – più che il gusto – si divinizza l’ideologia. L’approccio. Il gusto per la nicchia. L’ammicco alla tradizione. L’eresia dei produttori. La direzione dichiaratamente ostinata e contraria. Più che un vino, è un credo esistenziale.
Il movimento naturalista, per quanto giovane, si è già diviso in mille rivoli (litigiosi). Non c’è solo Triple A, che decide sovrana quali siano le aziende meritevoli delle sacre stimmate puriste (le “A” stanno per “Agricoltori, Artigiani, Artisti”). Esiste anche Renaissance. E poi l’associazione Vini Veri, langarola. E poi VinNatur, veneta. Se De Gregori ha inciso più dischi live che concerti, i vinoveristi hanno più partiti che bottiglie. In confronto, la sinistra extraparlamentare è coesa.
Districarsi nel mondo degli alternativi di Enolandia non è facile. Non esistono regole condivise, ognuno ha il suo mantra. Le direttive base sono: vino sano, abiura di agenti chimici, lieviti autoctoni, fermentazioni non controllate, no a filtrazioni e chiarifiche, uso nullo di barrique nuove, interventi minimi in cantina. Vini nudi e crudi (“che hanno ancora i peli sotto le ascelle”), bevibili e personali. Ai Tre Bicchieri premiati, preferiscono i Tre Bicchieri scolati. Di sicuro hanno una digeribilità encomiabile. Altrettanto sicuramente, spiazzano il consumatore occasionale non meno di un appassionato di musica che per decenni ha ascoltato Biagio Antonacci (va be’) e di colpo affronta le Variazioni Goldberg.
Gli amanti del genere hanno comportamenti simili. Si avvicinano rapiti al produttore, usano parole lisergiche, esalano domande astruse (“Fa uso di legno piccolo?”, “La temperatura fermentativa è controllata?”, “Ha spina dorsale acida?”). I produttori, assurti a semidei, rispondono con toni gravi, alludendo pensosamente a mineralità e suoli morenici. La dialettica assume connotati messianici.
Il Verbo si diffonde, contro la diffidenza degli addetti ai lavori istituzionali: guide di settore, Associazione Sommelier, sepolcri imbiancati a libro paga. Come per i grillini, il nemico è la casta: la partitocrazia del vino.
L’antipolitica enologica si ritrova ciclicamente in manifestazioni ostili al Vinitaly. Ha blog, siti, libri, documentari di culto (Mondovino, Langhe Doc, Senza trucco) e riviste settoriali, su tutte la colta e autoreferenziale Porthos, sorta di MicroMega del vino incorrotto.
Ad Ancarano, intanto, si è fatto buio. Non piove più. Prosegue lo speaker’s corner dei viticoltori, anche se questo non è Hyde Park e come reading era più coinvolgente Allen Ginsberg. Parte il concerto, accanto c’è un barbecue monumentale (ma la carne finisce subito). Al pomeriggio, gli adepti si erano avventati sulle svariate leccornie bio: capperi selvatici dei Monti Iblei, lieviti madre secolari, farina Gambo di Ferro biodinamica (eh?). C’era perfino la Grappa Punto G, che evidentemente nei distillati esiste. L’alba è lontana e il primo raggio di sole va atteso, sperando di non sbagliare orizzonte come in Ecce Bombo.
Luca Gargano sale sul palco, è su di giri e si butta sulla folla tipo Bono Vox. C’è fango, come a Woodstock. “Chi rimane incinta stanotte, avrà 24 bottiglie l’anno in regalo da Velier”. Boom. Nonostante i propositi, prima delle 5.36 sono andati via quasi tutti. Rocco, invece, c’è ancora. Dorme il sonno dei giusti. Un sonno astemio, senza afflati etilici.

(Il Fatto Quotidiano, 8 giugno 2011)