Archivio di maggio 2011

Franciacorta Arici – Dosaggio Zero

La Franciacorta è una delle zone meno amate dai vinoveristi. Non senza ragione: spesso è industriale, facilona e senz’anima.
Ci sono però, e ovviamente, delle eccezioni.
Tra le cose che salverei dall’Armageddon, c’è sicuramente la carta dei vini del Pane e Vino, l’osteria di Arnaldo Rossi a Cortona. Commovente.
Sabato scorso, avevo voglia di bollicine (o di perlage, se mi volete più cool).
La mia attenzione è stata attratta da un Franciacorta che fino a qualche mese fa non c’era – o comunque non avevo notato. Andrea Arici. Zona La Stella, Gussago, nel bresciano. Dosaggio zero e Rosato. Da buon radical chic, ho scelto il Dosaggio Zero base (esiste anche il Dosaggio Zero Millesimato, quello rappresentato nella foto).
Dell’azienda so poco. Se piace ad Arnaldo, intuisco sia rigorosa e faccia numeri bassi. Ultimamente, allo Chardonnay largamente maggioritario, nel dosaggio zero (non più di due grammi/litro) è stata aggiunta una piccola percentuale di Pinot Nero. Per dare corpo e complessità.
Da amante dei Blanc de Blancs (il Millesimato Arici lo è) non so se sono d’accordo, ma ho pochi strumenti per ipotizzare un confronto.
E’ un buon Franciacorta, lo trovate (poco) in carta sui 20 euro. Bollicine belle, non bellissime (ma qui la colpa è anche di Arnaldo, che si ostina a versare i Metodo Classico nel balloon). Naso abbastanza complesso, che tradisce la presenza di Pinot Nero con note boschive (?) che si uniscono alla crosta di pane e a una buona mineralità.
Bella freschezza, discreta morbidezza, allungo apprezzabile. Fine, beva sicura.
Lo metto dietro ai migliori Uberti (che però costano molto di più) e al Pas Dosè di Cavalleri. E continuo a preferirgli Faccoli, il mio preferito tra i Franciacorta di nicchia. Trovo però che il Dosaggio Zero di Arici sia apprezzabile, non modaiolo e con personalità. Da seguire.

Maria Pia Castelli

Piceni Invisibili. E’ il nome che un gruppo di viticoltori marchigiani, riunitisi attorno a Marco Casolanetti (Oasi degli Angeli), si è dato. Naturalisti, biologici, biodinamici – ma con un debole per legno nuovo e barrique: Kurni docet -, stanno provando a valorizzare le loro terre i loro vitigni: Sangiovese, Montepulciano, Pecorino, Passerina.
Maria Pia Castelli, a Monte Urano nel fermano, è una delle aziende più apprezzabili del gruppo. Nata nel 1999, otto ettari vitati. Lieviti naturali, lavorazioni manuali. Quattro vini: un bianco macerato, un rosato e due rossi. Produzione tra le 20 e le 25mila bottiglie.
Il vino più celebre è lo Stella Flora, bianco macerativo a base di Pecorino, Passerina, Trebbiano e Malvasia. Mesi fa ne avevo parlato, era l’annata 2007. Dopo aver letto quella recensione, l’azienda ha deciso di spedirmi i quattro vini per una valutazione. Li ringrazio. Stavolta lo Stella Flora, che trovate in enoteca attorno ai 20 euro, era l’annata 2008. Senz’altro giovane. Molto giovane. Meglio se bevuto a temperatura ambiente. E’ un macerativo non estremo, al naso ha arancia e mandarino, lunghezza non esagerata ma buona finezza e bella bevibilità. Meno ossidativo della 2007, di personalità pronunciata ma non spiccatissima.
I rossi fanno uso dichiarato di legno nuovo e barrique. L’Orano è il meno impegnativo, Sangiovese in purezza (per Casolanetti, consulente dei proprietari Maria Pia Castelli ed Enrico Bartoletti, questo vitigno matura meglio nelle Marche che in Toscana). Costo sui 13 euro. Annata 2008. Punta tutto sulla bevibilità e raggiunge l’intento. L’acidità tipica del vitigno non è qui finissima. Corpo medio, quasi timido. Ne consiglio il confronto con un altro Sangiovese marchigiano (ma di altra zona), il Pongelli di Bucci.
Il vino più ambizioso è l’Erasmo Castelli, costo 25 euro. Montepulciano d’Abruzzo in purezza. 24 mesi in barriques rigorosamente nuove. In questo caso l’annata era la 2005. Aveva avuto il tempo di smaltire il legno e si presentava di gran struttura, polpa e buona morbidezza. Acidità rispettabile, alcolicità non esagerata e bell’equilibrio. Bevuto adesso mi è parso al massimo della forma, cosa che – immagino – non si sarebbe potuta dire due o tre anni fa. Mi ha ricordato, per “esigenza di attesa”, certi rossi della Rioja, che danno il meglio dopo anni – e decenni – anche in virtù della lunga permanenza in legno nuovo.
Sembrerà un paradosso, ma la sorpresa maggiore l’ho avuta dal Sant’Isidoro. Il rosato, ottenuto da salasso di Sangiovese e Montepulciano. Gran bel vino (neanche dieci euro in enoteca), con chiare note ematiche, animali e di sottobosco. Minerale, fresco, personale. Niente male.
Maria Pia Castelli è un’azienda da seguire, con potenzialità non ancora del tutto espresse ma con un percorso, e una gamma produttiva, meritorie e coraggiose.

Comunque Gino è un grande (cit)

(Avvertenza: questo post potrebbe offendere la sensibilità di astemi, dietisti, ufologi e paracadutisti. Dopo i fatti narrati, l’autore non ha mangiato per due giorni – letteralmente – e tornerà a farlo stasera, previa corsa sfiancante e punitiva tipo Gunny).
La mattanza ha inizio venerdì scorso, 6 maggio, giorno del mio compleanno. Partiamo attorno alle 14 con Bertozzi e Rambino.
C’è anche Tavira. Siede, satolla di ineleganza, sul sedile posteriore. Dietro di me; accanto a Rambino; davanti a Bertozzi.
Arriviamo poco dopo le 18. Alloggeremo al Gioco dell’Oca, Barolo. Due notti. Ci sono già stato. Ci sto bene. Ci starò bene.
C’è pure un cane, Chablis, una Bovaro del Bernese che abbaia senza convinzione a Tavira. La quale, come sempre, si fa allegramente i fatti suoi.
Alle 19, dopo un breve giro in paese, ci facciamo un aperitivo. Al bar ci sono gli alpini, già ubriachi fradici. Urlano. Cantano. Non si sa cosa. Non si sa mai, con gli alpini. Però cantano.
Bertozzi ordina una bottiglia di vino (io e lui eravamo digiuni dalla sera prima) e dice: “Ragazzi, vi saluto e ci vediamo domenica mattina”. E’ la sua maniera di sentenziare che, da quel momento, sarà devastazione.
Addio.
Beviamo:
Anas-Cetta 2010 – Elvio Cogno. Vitigno autoctono bianco, cresce solo a Novello o giù di lì. Lo fanno 3-4 produttori in tutto il mondo. Sui dieci euro. Gradevole, buona beva, fresco. Senza pretese, ben fatto. Finisce.
Arneis 2010 – Bric Cenciurlo. Vedi sopra, anche se ho preferito la Nascetta.
E’ tempo della cena. Ho prenotato nel tempio: Da Maurizio, Cravanzana. Alta Langa, alta scuola. Casa mia.
C’è anche Ezio Cerruti, amico di mille vite. Non conosce Bertozzi e Rambino, ma fanno amicizia in un attimo.
Tavira, la saggia, osserva dal basso tutto quella rara sintonia umana.
Maurizio ci vizia come sempre. Il carpaccio di carne cruda fa gridare al miracolo i due aretini (Ezio ed io siamo vegetariani). Idem il vitello tonnato. Rambino, rivolgendosi a Maurizio, chiede: “Massimiliano, te questo lo mangeresti coi grissini o col pane?”. La frase è straordinaria nella sua semplicità errata, perché l’oste non si chiama Massimiliano e perché nessuno al mondo si è mai posto il dubbio su quale pane abbinare al vitello tonnato.
Rambino regna.
Si susseguono antipasti, primi, secondi, carrello di formaggi e un tris di dolci alla nocciola (prelibatissima in Alta Langa) che fanno scattare la ola. Sul piatto, Maurizio ha fatto scrivere una dedica per il mio compleanno. Grazie.
La successione di bottiglie è lisergica.
Nello specifico:
Nebbiolo 2008 – Beppe Rinaldi. Semplicemente autentico, e splendido, come tutti i vini di Citrico.
Nebbiolo 2008 – Chionetti. Meno convincente, da uve del Roero. Chionetti dà il meglio, ed è maestro, sul Dolcetto.
Ovello 1990 – Produttori del Barbaresco. La sorpresa di Maurizio, già scaraffata e da indovinare (nessuno c’è riuscito). Un vino dal carattere e forma invidiabili, per avere 21 anni.
Sol 2003 – Ezio Cerruti. Degustato con i formaggi. Uno dei migliori Sol che ho bevuto di Ezio. E sì che li ho bevuti quasi tutti. Portentoso. Con gli erborinati era da tripudio.
Tokay 3 Puttonyous – Oremus. Tokay di pregio, dolcezza e morbidezza come si deve, acidità rispettabile. Con i dolci alla nocciola ha signoreggiato.
Visitiamo la cantina monumentale di Maurizio, foto di rito, è mezzanotte e ora di rientrare. Ci salutiamo.
Rambino, appena salito in auto, riferendosi ad Ezio dice: “Comunque Gino è un grande”. Gino? Gino? Gino chi?
Quando beve, diventa allegramente dislessico. Da quel momento, Ezio Cerruti diventa “Gino Il Grande da Tinella”.
E’ sabato (è sabato, cit).
A tarda mattinata andiamo ad Alba, dove ci aspetta Luca Lopardo. Si è sobbarcato il viaggio da Trieste e la mattina dopo riprenderà il treno per l’Ungheria. Un martire. Compiamo un pellegrinaggio alla Chiesa di San Domenico, dove i CSI riportarono in vita Beppe Fenoglio nel 1996. Salutiamo lo scrittore e partigiano, nel cimitero albese. Ne visitiamo la casa, in Via Manzoni.
Non pranziamo, limitandoci a due birre artigianali (cadauno) al Caffè Savona, altro luogo fenogliano. La birra è Sora’ Lama’. Dignitosa.
Alle 15.30, dopo una breve visita a Monforte, è tempo di Papa Roddolus. Bertozzi c’è già stato, Rambino e Il Lopa no. Ci rimaniamo fino alle 19, affascinati dai modi antichi, dai rituali, dai silenzi: dall’autenticità.
Tavira passeggia per le vigne del Bricco Appiani ed è l’istantanea del weekend. Libera.
Se la perfezione terrena esiste, e ne dubito, ci andiamo molto vicino.
Flavio Roddolo vive e senz’altro soverchia.
Beviamo tutto quello che c’è da bere, con tempi lenti, estasi sicura e la sorpresa finale di una toma spuntata dal nulla con un salame che esalta gagliardamente i carnivori.
Le bottiglie aperte da Flavio Roddolo sono:
Dolcetto d’Alba base 2009. Prezzo franco cantina 5 euro. Onesto, semplice.
Dolcetto Superiore d’Alba 2008. Nella mia decina della vita, ci starà sempre il Dolcetto Superiore di Flavio Roddolo. La perfezione di questo vitigno magico e sottovalutatissimo. L’annata è la migliore dai tempi del 2004 roddoliano. Prezzo f.c. 7 euro. Da berne un secchio.
Barbera d’Alba 2005. Prezzo f.c. 9.50 euro. Dei vini che fa Flavio, è quello che mi prende di meno.
Nebbiolo d’Alba 2006. Prezzo f.c. 12 euro. L’altra grande sorpresa (si fa per dire: sorpresa una ceppa) delle nuove (si fa per dire: Flavio aspetta sempre il triplo degli altri) annate. Un Nebbiolo commovente.
Barolo Ravera 2005. Prezzo f.c. 30 euro. Promettente, ma giovane. Giovanissimo.
Bricco Appiani 2005. Prezzo f.c. 22 euro. Infante anche lui, ma già in forma invidiabile. Di Cabernet Sauvignon in purezza (effettiva) così, in Italia non ne ho mai bevuti.
Bricco Appiani 1996. Il regalo che Roddolo apre per noi, con toma e salame. La prima annata di Bricco Appiani nella sua storia. Da strapparsi le vesti e picchiare Ghedini dalla gioia.
Ce ne andiamo attorno alle 19. Siamo così contenti che ci dimentichiamo di prendere una delle 3 casse pagate. Coglioni.
Penso: Flavio Roddolo è lo stargate su un passato che non evapora.
A volte i pensieri mi vengono bene.
A cena siamo alla Trattoria del Campo a Mango. Altro luogo fenogliano. E’ il Circolo Sportivo, da fuori non gli daresti nulla. I vini li portiamo noi. Siamo noi 4, Ezio Cerruti e compagna Anna. Beppe Citrico Rinaldi e moglie. Silvio Pistone – il formaggiaio eternato in Langhe Doc - e moglie. E quattro amici tennistofili da Torino. Quattordici, in tutto.
La cena sarà pantagruelica. I vini aperti troneggeranno leggendari.
Nello specifico:
Pico 2009 – La Biancara. Portato da me. Aperitivo in piedi. Fa il suo sporco dovere e con leggerezza.
Pas Dosè 2006 – Cavalleri 2006. Portato da me. Non tradisce.
Grand Cru Cramant Blanc des Blancs – Voirin-Jumel. Portato dai tennistofili di Torino. Un po’ appesantito da sciroppo di dosaggio e legno, si apre lento.
Carte d’Or Bouzy – Camille Saves. Champagne di pregio, portato ancora dai torinesi. Sia lode.
Lis Neris – Pinot Gris 2008. Portato da Luca Lopardo, che si era fidato dei Tre Bicchieri. Così facendo, rischia la mattanza e lo zimbello della tavolata, decisamente naturalista, ma il vino c’è.
Invece non c’è Lopardo. Disabituato a questi ritmi da trattori della vigna, Il Lopa crolla esanime a metà cena. Fa la spola tavola/bagno e tavola/esterno, vivendo un’oretta di Golgota straziante. Sembra Pescosolido a Maceiò.
Accanto a me, Pistone sentenzia: “In Langa succede, vedrai che sta un po’ fuori e gli passa”. Incredilmente, dopo un po’ gli passa davvero. Neanche Baggio (Roberto) aveva recuperi così rapidi. Anche se nel frattempo i rossi erano già finiti tutti. Ovvero:
Montestefano Barbaresco 2004 – Teobaldo Rivella. Portato da Cerruti. Il miglior Barbaresco possibile. Convince tutti.
Brunello di Montalcino 2004 – Fonterenza. Magnum portata da Cerruti. Non convince, l’azienda è lodevole ma si sta ancora facendo le ossa.
La Querciola 2007 – Massavecchia. Portata da Cerruti (che è vinoverista di nome e di fatto). Divide. Ad alcuni piace per la sua rusticità, a me sembra irrisolto.
Mersault Les Durots 2004 – Pierre Morey. Pinot Noir di Borgogna, Triple A portato da me. Non brilla in complessità ed eleganza, buono ma non incendia. Considerando che al ristorante potreste trovarlo a 80-100 euro, lecito attendersi di più.
Grand Cru 2002 – Mugnier Musigny. Altro Pinot Noir portato da Rinaldi. Uno dei migliori rossi della serata. Costerebbe un mutuo, ma è davvero notevole.
Valtellina Superiore Grumello 2001 Riserva Buon Consiglio – Ar.Pe.Pe. Portato da Cerruti. Qui deve essere successo qualcosa. Adoro l’azienda e il vino è piaciuto a quasi tutti. Il mio bicchiere però ha restituito un vino incerto e deludente. Ma forse l’incerto ero io (e non solo io).
Barolo Brunate Le Coste 1998 – Giuseppe Rinaldi. IL Barolo. Null’altro da aggiungere.
Barolo Brunate Le Coste 2005 – Giuseppe Rinaldi. IL Barolo. Anche se davvero bambino.
Sol 2005 Botrytis – Ezio Cerruti. Solita garanzia, anche se darà il meglio tra un po’.
La mattanza termina, tra formaggi di Pistone, strafalcioni sinceramente retorici di Rambino, strali anti-seppici e altri incanti. Compresa una torta di compleanno gaberiana.
Arriva la domenica e siamo comprensibilmente piegati.
Il Lopa ha russato come una mietibatti in salita e non ho dormito quasi nulla. Dannazione.
Ci rechiamo ad Alba, La Brasileira, per un non-pranzo. Poi li porto alla stazione di Asti, dove ripartiranno, Il Lopa in Ungheria (eh?) e gli altri ad Arezzo.
Io, con Tavira, che il giorno prima si era seduta tranquillamente sul sedile posteriore tra Rambino e Il Lopa durante i viaggi, dormo a Milano in un agriturismo deludente a San Giuliano Milanese (quanto è brutta, San Giuliano Milanese. Misericordia). C’è una Bovaro del Bernese anche lì, Charlie, ma l’incanto è svanito e sono stanco morto.
Con le ultime forze, provo uno slowfood a Trucazzano. Le due colonne. Niente male, meriterà tornarci. Gli antipasti vegetariani provocano media gioia. Irroro il tutto con una Birra Bionda La Prima, azienda De Tacchi (daje). E’ fatta con Riso Vialone Nano di 22 mesi fermentato. Buona.
Rientriamo in agriturismo.
Sveniamo in agriturismo.
Lunedì io e Tavira siamo a Milano. Andiamo in Casa Editrice (ultima foto). Tavira conquista tutti, io mi sento nel luogo dove ho sognato di stare per 37 anni. Passano le ore e sono le 15. Si va a pranzo. Tavira aspira lo smog. Sniffa. Non le piace.
Saluto la Casa Editrice. A settembre il neonato nascerà. Parrebbe forte, dalle ecografie.
Mi avvicino al parcheggio, in Piazza Meda.
Tavira vuole vedere il Duomo. Ce la porto. Non ne è entusiasta.
Rientriamo a Cortona. Prima, sosta rapida e cena dai miei.
Riprendo Zara, che ha fatto danni assortiti a tutta la famiglia, in mia assenza.
Apriamo qualche bottiglia “avanzata” a Mango.
E quindi:
Perda Rubia 1992. Can(n)onau sontuoso, anche se il viaggio e il sole lo avevano un po’ cotto. Colpa mia.
Vouvray 2005 Demi Sec – Clos Naudin Foreau. Lo Chenin Blanc di cui parlo nel libro, anche se lo preferisco senza residuo zuccherino.
Dolcetto d’Alba Superiore 2008 – Flavio Roddolo. Piace a tutti. Come non capirli.
Rientriamo nella tana.
Sveniamo.
C’mon.

Cabo da Roca, Fenoglio e i 37

L’Oceano, visto dalla costa di Lisboa, parla.  Cabo da Roca racconta malinconie, solitudini, incognite. Le conosco bene, le ho visto spesso. Anche lo scorso weekend. Mi hanno visto nascere e morire, chissà quante volte.
Ho appena compiuto 37 anni. E ho pensato che l’unica maniera di festeggiarli fosse tornare nella Terra Madre.
Ne conosco tre. La prima sono io. E’ terra friabile, anche se non sembra. La seconda è Lusitania. E’ terra che i capelli son sempre spettinati. La terza è Langhe. E’ terra che resiste.
Stasera saremo da Maurizio a Cravanzana. L’osteria dell’anima. Sabato saremo a Mango. Il luogo in cui Beppe non è mai morto.
Ci saranno amici, non tutti, sarebbe impossibile. Mancheranno uomini che non possono esserci. Mancheranno maestri che ho perso. Mancherà Eddy, mancherà Massimo, mancherà José. Mancheranno chi voglio che manchi. E son tanti.
Ci saranno barolisti, fratelli, eretici. Ci saranno vini, bottiglie, Bellezza. Sempre troppi e troppe, perché è l’unica maniera che conosco di essere vivo.
Ci sarà chi conosco da sempre. Ci sarà Tavira, la Sorella. Non ci sarà Zara, ma sarà come vederne il profilo a sbalzo.
Ci sarà mio padre, invincibile. Ci saranno i passeri sul ramo, sempre ultimi. I lavori che verranno. Gli incontri che scalderanno.
Il compleanno non può che essere là dove Johnny è vissuto e Milton non più. Per questo, lì, brinderemo.
Saranno Metodo Classico, Champagne, Loira, Borgogna, Barolo, Pinot Noir.
Saranno piatti verdi, perché ho smesso di uccidere.
E poi sarà il libro che ho sempre sognato, in cui mi vedrete specchiato a settembre.
E brinderemo ancora, forse con ciò che bevo adesso, Calvados Pays d’Auge Les Vergers De La Morinière 1998. Bello come Noodles che piange. Oscenamente sensuale come Rosario Dawson ne La 25a ora. Definitivo come la donna che si alzò con un gesto – non meno finale – in un’imprecisata canzone di Guccini.
Oggi compio 37 anni e le Langhe sono ancora nostre. I ventitré giorni della città di Alba non sono stati vani. Nel nostro mondo non si contemplano fascisti e nessun polacco rifarà il trucco alle troie di regime.
Oggi compio 37 anni e con voi è stato tutto molto più bello. Mi avete portato sin qui, che neanche so cosa sia e dove si collochi, ma ha bouquet complesso e buon sapore. Persistenza, coscienza, armonia.
Sarà un weekend di mattanza. Ve lo racconterò, il raccontabile almeno. Incontrerò peccatori e guitti, prestigiatori e anime salve. Ascolteremo insieme Hard Sun cantata da Eddie Vedder e non ci vergogneremo di piangere. Willy De Ville suonerà Bamboo Road. Perfino Giovanni Lindo Ferretti smetterà di blaterare su Papa Ratzinger, di nuovo cantando Irata nella Chiesa di San Domenico di Alba. Tornando a essere Gorgo, come chiunque abbia letto Fenoglio e mai ne sia uscito.
Saremo liberi e, quando le pantere ci morderanno ancora il sedere, gli diremo che i poteri buoni non sono mai esistiti.
Incontreremo i Roddolo, i Beaufort, i Perda Rubia. Walt Kowalski avrà al suo fianco la sua Daisy.
E berremo, ancora, buon vino. Facendo nostri gli scritti di Christopher McCandless, sperando che nessuno ci avveleni, in Alaska come qui. Anzitutto l’anima. Leggeremo: “C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà, non esiste niente di più devastante che un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura”. E ci sentiremo quasi pronti per un’idea qualsiasi di volo.
Auguri, grazie, a domani.

(De André, Fenoglio, Fossati, etc. Prima o poi smetterò di citarvi. Prima o poi. Poi).