Archive del 24 aprile 2011

Igt Cignale 1995 – Castello di Querceto

Sono affascinato dalla mia demenza. La porto sempre con me, come un bagaglio che non prende troppo posto.
Oggi ho fatto il pranzo di Pasqua. Io detesto i pranzi e non ho cose particolari da festeggiare a Pasqua. Ma ero con gente bella, quindi ne valeva la pena.
C’era anche mio nonno. Scegliamo un posto adatto alle famiglie, che da solo non avrei mai scelto. Non dico il luogo, ma nel suo genere non era male. Quantità tanta, qualità buona. Prezzi vantaggiosi. Carta dei vini: da pizzeria.
Nel menù fisso era previsto il vino della casa, un bianco inaccettabile e dichiaratamente empio. Ho cercato di salvare il salvabile. Un bianco e un rosso.
Il bianco era una banale Falanghina 2009 di Feudi San Gregorio, che non bevevo dalla comunione (di meglio non c’era).
Mio nonno però preferiva un rosso. Così mi guardo in giro, cerco un toscano tollerabile (ossimoro, quasi sempre). Mi lascio incuriosire – eccola, la demenza – da un vino che mi fa ridere per il nome dialettale, Cignale. Lo conoscevo poco e solo per sentito dire. “Cignale” sta per cinghiale. Azienda Castello di Querceto, zona Greve in Chianti.
Lo indico. Vedo il cameriere – sommelier è una parola fuoriluogo – che trasecola, tipo: “Cavolo, son 15 anni che non riesco a venderlo”. Temo di avere scelto un vino carissimo. Mi prefiguro catastrofi.
Il cameriere lo porta a tavola come una reliquia, il sangue di San Gennaro che ha fatto il miracolo. Annusa il tappo e dice: “Eh, si sente che è un vino invecchiato”. Una frase per tutte le stagioni.
Leggendo l’annata, mi era parsa una 2005. Neanche troppo vecchio.
Poi guardo meglio: è 1995. Decisamente vecchio.
Ho scelto un vino di sedici anni. E non pagherò il conto. Mi immagino la mia famiglia sul lastrico per colpa mia.
Bevo il vino, temendo che abbia preso un po’ d’aceto. Chissà come l’avranno conservato. Per fortuna, no. Ha perso un po’ di acidità e c’è una leggera ossidazione. Nella scheda “Ais” sarebbe stato un vino “maturo”, che se aspetti qualche settimana diventa “vecchio”. Ha dato il massimo uno-due anni fa, ma va detto che se la cava. Chiara botta alcolica, per via dell’acidità un po’ scemata, ma profumi complessi, bella morbidezza (non stucchevole). Elegante, strutturato, persistenza decisa. Daje, o quasi.
Appena uscito, verosimilmente, non sarei riuscito a berlo: eravamo in piena parkerizzazione, sbornia da barrique, gusto omologato. Persino più di adesso. Oggi, 16 anni dopo, è dignitoso. Anzi, no: è buono. Un po’ anzianotto, ma buono. Uh.
Lo finiamo – io, più che altro.
Poi penso a quanto potrà costare. Ipotizzo cifre da ipotecare la casa. Mi sento in colpa.
Il conto dice che il Cignale costa 40 euro. E ci sta. Il proprietario, quasi scusandosi, dice anche: “Sa, è Brunello”. E ci sta molto meno. Perché non è un Brunello, ma il classico Supertuscan a maggioranza Cabernet Sauvignon e qualcosa di Merlot (e Petit Verdot e/o Cabernet Franc in alcune annate).
La mia famiglia accetta e non mi disereda. E’ andata bene.
Controllando in rete, ho notato che ci sono siti che vendono il Cignale 1995 a più di 100 euro.
Abbiamo quasi fatto un affare. Ma io resto demente.