Archivio di aprile 2011

Tenuta di Valgiano 2004

Non so quando ho acquistato questo vino. Credo tre anni fa, durante il tour di Elogio. E’ un periodo in cui, in cantina, trovo bottiglie lontane. Di cui poco o nulla mi ricordo.
Tenuta di Valgiano è il prodotto di punta dell’azienda omonima. Capannori, provincia di Lucca. Dal 2001 operano in biodinamica.
Valgiano è un’azienda che, salvo rari casi, unisce amanti del vino moderno e cultori del tradizionale. L’annata 2004 fu particolarmente lodata (Tre Bicchieri, tra gli altri) e sempre il Gambero Rosso ha premiato la cantina come una delle più encomiabili in Italia per rapporto tra vino e natura. Rispettando ambiente e tradizione.
Oggi l’ultima annata (2007) costa attorno alle 60 euro in enoteca. Una Doc Colline Lucchesi, ma di fatto un Supertuscan. Maggioranza Sangiovese (60 percento), 20 Syrah e 20 Merlot.
E’ il prodotto di punta della struttura di Moreno Petrini. Proviene dalle vigne più vecchie e dai vigneti migliori. Matura in barriques di rovere francese, non più di un quinto nuove per 15/18 mesi.
Non il mio vino, sulla carta. Non lo berrei, infatti, se fossi in cerca del vino della vita. Non lo consiglierei a tutti i vinoveristi (a molti sì). Ho senz’altro incontrato bottiglie con più anima.
Se però cercassi il vino in grado di mettere d’accordo tutti, felicemente perfetto, tecnicamente ineccepibile e al tempo stesso modaiolo, per giunta proveniente da un’azienda vicino ai temi “verdi”: be’, allora lo consiglierei.
Capisco perché sia uno dei rossi più lodati di Toscana, quindi d’Italia, quindi del mondo. Ha naso complesso, erbe aromatiche e cannella, pepe e frutta rossa matura. Allungo splendido, freschezza “furba” (ma precisa), morbidezza “furba” (ma vera). Equilibrato, di bevibilità splendida. Al massimo della forma, bevuto adesso, ma con ancora i suoi begli anni davanti. Ancor più in un’annata benedetta come la 2004.
Un gran vino, senza se e senza ma.

Langhe Forever (Oddero & Principiano)

In questi giorni sono tornato a bere rosso. Non che avessi smesso, ma continuo a preferire i bianchi.
Mi sono imbattuto in due bottiglie perfette. Le avevo in cantina da qualche anno. Erano entrambi Barolo, abbastanza invecchiati.
Stavolta non farò i soliti nomi: Citrico Rinaldi, Roddolo, Cappellano.
Il primo Barolo che mi ha esaltato, giorni fa, è stato il Vigna Rionda 2001 di Oddero. Vigna Rionda è uno dei cru più lodati di Langa, celebre soprattutto nella versione di Massolino.
Poderi e Cantine Oddero, separatasi da Oddero Luigi & Figli, è una delle cantine più antiche. La Morra, Frazione Santa Maria. La spartizione c’è stata nel 2006, all’interno di un percorso familiare cominciato addirittura nel 1878.
Di Oddero ho letto bene e un po’ meno bene. L’ultima annata (Barbaresco 2007 e Barolo 2006), secondo la Guida dell’Espresso, è stata un po’ deludente. Non saprei dire, non l’ho provata. Di sicuro quel Vigna Rionda 2001 era splendido per freschezza ed eleganza, profumi eterei e complessi, allungo e finezza.
Vino importante anche nel prezzo, attorno alle 60 euro in enoteca (l’ultima annata: molto di più, oggi, la 2001). Un Barolo come deve essere, ingentilito naturalmente da terreni che danno profili meno “virili” di Monforte d’Alba.
L’altro Barolo che mi ha colpito è il Boscareto 2003 di Ferdinando Principiano. Del giovane produttore di Monforte d’Alba si parla molto, anche per la sua storia: inizialmente Barolo Boy, fautore del vino “pronto subito” e a qualsiasi costo, convertitosi strada facendo al vino naturale (oggi fa parte dell’associazione VinNatur). In vigna pratica filosofie biodinamiche.
Non vedo personalmente Ferdinando da un po’, ma due anni fa passai da lui una splendida serata con amici. La sua crescita è costante e, ribevuto oggi, anche il Boscareto 2003, nonostante l’annata calda e particolare, ha esaltato – me e i commensali – per mineralità e note erbacee, complessità e capacità di intrigare, persistenza decisa e personalità invidiabile.
Non so il prezzo esatto del Boscareto, immagino tra le 50 e le 60 euro in enoteca, ma la sua capacità di migliorare nel tempo è il migliore – e inequivocabile – biglietto da visita.
Mi criticano, soprattutto in Toscana, di parlare con troppo trasporto dei piemontesi e poco entusiasticamente dei miei corregionali. Ma non è colpa mia se la Langa migliore – ho detto “migliore”, non “tutta la Langa” – è inarrivabile.
(Sarà per quello che, quest’anno, il compleanno lo festeggerò lì?).

Igt Cignale 1995 – Castello di Querceto

Sono affascinato dalla mia demenza. La porto sempre con me, come un bagaglio che non prende troppo posto.
Oggi ho fatto il pranzo di Pasqua. Io detesto i pranzi e non ho cose particolari da festeggiare a Pasqua. Ma ero con gente bella, quindi ne valeva la pena.
C’era anche mio nonno. Scegliamo un posto adatto alle famiglie, che da solo non avrei mai scelto. Non dico il luogo, ma nel suo genere non era male. Quantità tanta, qualità buona. Prezzi vantaggiosi. Carta dei vini: da pizzeria.
Nel menù fisso era previsto il vino della casa, un bianco inaccettabile e dichiaratamente empio. Ho cercato di salvare il salvabile. Un bianco e un rosso.
Il bianco era una banale Falanghina 2009 di Feudi San Gregorio, che non bevevo dalla comunione (di meglio non c’era).
Mio nonno però preferiva un rosso. Così mi guardo in giro, cerco un toscano tollerabile (ossimoro, quasi sempre). Mi lascio incuriosire – eccola, la demenza – da un vino che mi fa ridere per il nome dialettale, Cignale. Lo conoscevo poco e solo per sentito dire. “Cignale” sta per cinghiale. Azienda Castello di Querceto, zona Greve in Chianti.
Lo indico. Vedo il cameriere – sommelier è una parola fuoriluogo – che trasecola, tipo: “Cavolo, son 15 anni che non riesco a venderlo”. Temo di avere scelto un vino carissimo. Mi prefiguro catastrofi.
Il cameriere lo porta a tavola come una reliquia, il sangue di San Gennaro che ha fatto il miracolo. Annusa il tappo e dice: “Eh, si sente che è un vino invecchiato”. Una frase per tutte le stagioni.
Leggendo l’annata, mi era parsa una 2005. Neanche troppo vecchio.
Poi guardo meglio: è 1995. Decisamente vecchio.
Ho scelto un vino di sedici anni. E non pagherò il conto. Mi immagino la mia famiglia sul lastrico per colpa mia.
Bevo il vino, temendo che abbia preso un po’ d’aceto. Chissà come l’avranno conservato. Per fortuna, no. Ha perso un po’ di acidità e c’è una leggera ossidazione. Nella scheda “Ais” sarebbe stato un vino “maturo”, che se aspetti qualche settimana diventa “vecchio”. Ha dato il massimo uno-due anni fa, ma va detto che se la cava. Chiara botta alcolica, per via dell’acidità un po’ scemata, ma profumi complessi, bella morbidezza (non stucchevole). Elegante, strutturato, persistenza decisa. Daje, o quasi.
Appena uscito, verosimilmente, non sarei riuscito a berlo: eravamo in piena parkerizzazione, sbornia da barrique, gusto omologato. Persino più di adesso. Oggi, 16 anni dopo, è dignitoso. Anzi, no: è buono. Un po’ anzianotto, ma buono. Uh.
Lo finiamo – io, più che altro.
Poi penso a quanto potrà costare. Ipotizzo cifre da ipotecare la casa. Mi sento in colpa.
Il conto dice che il Cignale costa 40 euro. E ci sta. Il proprietario, quasi scusandosi, dice anche: “Sa, è Brunello”. E ci sta molto meno. Perché non è un Brunello, ma il classico Supertuscan a maggioranza Cabernet Sauvignon e qualcosa di Merlot (e Petit Verdot e/o Cabernet Franc in alcune annate).
La mia famiglia accetta e non mi disereda. E’ andata bene.
Controllando in rete, ho notato che ci sono siti che vendono il Cignale 1995 a più di 100 euro.
Abbiamo quasi fatto un affare. Ma io resto demente.

Bunnahabhain – 1997 Wilson & Morgan

Heavy Peat“. Quando lo trovate scritto, vuol dire che quel whisky sa particolarmente di torba. I tromboni del whisky dicono che la troppa torba è inaccettabile. Un po’ come la troppa barrique. E’ vero. Ma il loro concetto di “troppo” è paragonabile a un deputato piddino quando parla di “troppo” antiberlusconismo.
Quindi non ascoltateli.
Le distillerie stanno diventando tutte uguali. Per trovare delle differenze, bisogna cercare annate vecchie e maestri dello spirito particolari. Uno è Silvano Samaroli, di cui ho parlato nel post precedente. Un altro è Fabio Rossi, quello – con Luca Chichizola – di Wilson & Morgan.
Selezioni speciali di botti speciali di whisky speciale (la ripetizione è voluta).
Bunnahabhain, nome impronunciabile, è la distilleria di Islay meno torbata. Per uno come me, che amava i migliori Lagavulin, Laphroaig, Caol Ila e Ardbeg, un approdo non proprio del cuore. Di solito, almeno.
Ma esistono le eccezioni.
Qualche giorno fa, Francesco Mattonetti, proprietario de Le Carovaniere di Arezzo, mi parla con insistenza di una partita particolare 1997. Heavy Peat. Un’anomalia riuscita all’interno di Bunnahabhain. Torbata, torbata bene bene.
Lo acquisto, a 44 euro. Molte di più, in qualsiasi enoteca.
L’ho aperto stasera con alcuni amici. Quarantasei gradi.
Fumavo la pipa. Una pipa molto figa, in radica. Un tributo a Pertini, Giorgio Gaber e Vittorio Arrigoni.
La musica del mio nowhere cortonese dava Paris, Texas. La colonna sonora di Ry Cooder. Non so da quanto non la ascoltate, o se l’abbiate mai ascoltata, ma sono note che ammaliano e straziano. Roba da fine del mondo, però felici. She’s Leaving The Bank: è la traccia 7. Ascoltatela e poi piangete. Funziona così. Whisky For The Holy Ghost, cantava Mark Lanegan.
Così uno somma un po’ di cose. La pipa, Brookefield Tobacco. Il bottleneck di Ry Cooder (è erotico che devasta, lo slide di Ry Cooder). Il vino bevuto poco prima. E il whisky. Questo whisky. Questa benedizione torbata e miracolosamente bilanciata di Bunnahabhain 1997 Wilson & Morgan Barrel Selection Heavy Peat.
Somma tutte queste cose. E pensa che, a volte, vivere non è neanche così male.

Calvados Lecompte

L’ho già raccontato più volte, ma appartengo alla nutrita schiera di bevitori che si lasciano condizionare dai libri. Ad esempio, ho cominciato a bere Lagavulin perché lo beveva Fabio Montale, il protagonista della immortale trilogia marsigliese di Jean-Claude Izzo.
Il Calvados, distillato di sidro di mele della Normandia, l’ho invece mutuato dall’Alligatore, contrastato e contraddittorio personaggio di molti libri di Massimo Carlotto. Insieme al Whisky Single Malt, e molto prima di Rum e Grappa, è il superalcolico che più apprezzo (anche se non sono un intenditore).
Ad Arezzo, nel centro storico, non sono molti i luoghi enogastronomici indimenticabili. Nella provincia potete trovare avamposti incantevoli, nel centro molto meno. Potrei citare – come faccio nei libri – La formaggeria, oppure il bar Coffee O’ Clock. Un altro luogo che stimo molto è Le Carovaniere. Essendo un posto coraggioso, a suo modo eroico e non alla moda, fatica a vivere. O comunque potrebbe avere più spazio. Lo meriterebbe.
Le Carovaniere è un piccolo negozio specializzato proprio – ma non solo – in superalcolci. Il proprietario è Francesco Mattonetti, che stasera riuscirà a portare ad Arezzo (Ristorante Tastevin ore 21.30) Silvano Samaroli, uno dei più grandi esperti di distillati del mondo, detto anche “Mago degli spiriti” (la definizione è di un mio amico di vecchia data, Daniele Cernilli).
Parteciperò alla serata, per ascoltare Samaroli – più che per partecipare alla degustazione in sé.
Il post di oggi però lo dedico proprio a un Calvados Pays d’Auge, derivante dalla zona più vocata di Normandia. Me l’ha regalato ieri un amico, Gianluca Gori, acquistandolo proprio alle Carovaniere. Il produttore è molto piccolo, Lecompte. Distillatore in proprio, con due alambicchi da 25 ettolitri e botti di quercia da 200-400 litri.
Le mele, colte, vengono spremute. Il succo, fermentando, diviene sidro. Il sidro, distillato, diviene Calvados.L’invecchiamento deve essere di almeno due anni, ma sotto i 5 è un mezzo delitto berlo. Più è invecchiato, più migliora (e costa). I più pregiati vanno dai 20 anni in su e non sono mai a buon mercato.
Il Calvados che ho bevuto ieri era un “semplice” 5 anni. L’ho trovato delizioso, con quei sapori di mela (ovvio) che virano verso il tabacco, il caffè tostato e le note piacevolmente eteree e mai aggressive. In Italia viene distribuito dalla torinese Sagna.
Essendo un regalo, non ne conosco il prezzo. Posso però dire che è decisamente un ottimo Calvados.

L’acino (Calabria)

Di questa piccola azienda, L’acino, a San Marco Argentano nel cosentino, avevo già parlato qualche mese fa a proposito del loro bianco.
Tre fratelli, voglia di far scoprire la Calabria enologica quasi scomparsa ma che esisteva (eccome, se esisteva). Aderiscono ai Vini Veri. Li ho scoperti grazie ad da Ezio Cerruti, sempre prodigo di dritte preziose.
In questi giorni, nella nuova casa, ho avuto modo di ribere il Mantonicoz 2008, autoctono bianco, e di provare il Toccomagliocco 2008, autoctono rosso.
Riguardo al Mantonicoz, ribadisco la mia impressione positiva. Forse ha un colore un po’ troppo dorato e intenso, come ha scritto Tigulliovino, ma mi piacciono bevibilità, mineralità, freschezza. Sentori vegetali e fruttati. Il vitigno è il Mantonico Pinto, il finale lievemente amarognolo e appena tannico. Prezzo in cantina sui 9 euro, in enoteca sui 15.
Si sale ancora di più con il Toccomagliocco, da uve Magliocco. Il prezzo è più o meno analogo al Mantonicoz. Produzione esigua, ne deriva anche una Grappa da vinacce Magliocco che non ho provato. Bella bevibilità, vino di carattere, frutta rossa e un che di cannella. Legno ben dosato (barrique di secondo e terzo passaggio dopo i primi tre mesi in acciaio). Ferroso, in bocca spicca per freschezza e corrispondenza con le impressioni olfattive. Non impegnativo ma di encomiabile dinamicità e persistenza
Mi ha convinto meno il Cabernet Sauvignon 2007, succoso e fruttatone genere lucamaroni (anche se per fortuna non c’è l’effetto-Pinocchio). Resta il plauso sincero per un’azienda giovane e già eroica.

Mai più vino?

Stavo leggendo, giusto adesso, l’intervista che mi ha fatto Ludovica Schiaroli per la rivista In Fly. Una bella intervista. Una delle molte. Neanche se me la fossi organizzata da solo, avrei potuto orchestrare una simile accoglienza (critiche e invidie comprese) per i miei due libri sul vino.
Chiedo scusa per il silenzio di queste settimane. Sono stato inaccettabile. Le motivazioni sono puramente logistiche. Prima di tutto ho traslocato, attività esaltante come Chiara Gamberale a Radio2. Poi ho deciso di rendere il blog di MicroMega più attivo, e questo ha rubato altro tempo. E’ ricominciato il Motomondiale (che per me vuol dire viaggiare di continuo) e soprattutto sto ultimando il mio nuovo libro. A cui tengo moltissimo e che uscirà a settembre.
L’impegno è tale, e il tempo così misero, da impedirmi di andare questo weekend a Vinitaly e manifestazioni affini – che mi interessano molto più di Vinitaly. Peccato.
Il post di oggi ha il titolo che ha per un motivo molto semplice. Mi è capitato, sempre più spesso negli ultimi tempi, di ricevere la fatidica domanda: “E’ vero che non scriverai mai più di vino?”. Alcune volte la frase si tingeva di un velo quasi livoroso: “Ho sentito dire (da chi?) che hai affermato di esserti annoiato del mondo del vino, e quindi scriverai di altro“.
Urgono delle contestualizzazioni. Prima di tutto, io ho sempre scritto di altro e mai solo di vino. A chi mi chiede di specializzarmi, cioè parlare solo di vino, rispondo che non capisco la vostra cattiveria sadica nell’immaginarmi come un Luca Maroni qualsiasi. Se fossi uno specialista, non scriverei i libri che ho scritto. Se fossi uno specialista, non scriverei come scrivo (nel bene e nel male).
C’è poi un aspetto fondamentale, e cioè che non ho mai affermato di essermi “annoiato” del vino. Mai. A chi mi ha chiesto “Quale sarà il mio ruolo futuro nell’universo enologico“, rispondo che non lo so. Non mi interessano né i ruoli, né le etichette.
La realtà è molto semplice e sta così. Il mio prossimo libro non parlerà di vino. E neanche quello successivo. Forse non scriverò mai più libri sul vino. Non perchè mi sia annoiato, ma perché al momento ho già scritto tutto quello che dovevo/potevo e reiterarsi stancamente non è cosa che fa per me. Si deve sempre “lasciare” quando si è all’apice. Elogio è stato un libro nel suo piccolo epocale, come fenomeno di vendita e di rottura. Il vino degli altri è stato – spero – un degno non-seguito. Un terzo libro non avrebbe senso, non venderebbe quanto i precedenti. Non mi stimola e non ho urgenze enologiche da raccontare in un libro Volume 3.
La mia prossima pubblicazione avrà tutt’altro argomento e sarà mediamente vicina all’idea di romanzo. Continuerò però a scrivere di vino, perché mi piace, mi diverte e mi stimola. Perché mi piace raccontarmi e ascoltarvi, perché amo i vignerons e il semplice gusto del bere (bene). Lo farò tramite questo blog, che cercherò di aggiornare con una media di tre volte a settimana (a volte più, a volte meno). Un racconto delle bottiglie che mi hanno colpito, dei ristoranti che mi hanno stupito, delle persone che meritavano quantomeno un post.
Diraderò anche le presentazioni, sia perché ormai i libri sono “vecchi” di quattro e un anno, sia perché da settembre porterò in giro un’altra opera. E poi ci sono il teatro con Gaber, le mie sorelle labrador, il privato. La vita da inviato, gli amici, le serie tivù. Il 50 pollici HD 3D (sì, sboroneggio), l’iPod che suona, l’umano anelito al riposo. Come dire: ogni tanto, ho bisogno anch’io di tempo per vivere le mie otto vite da bipolare sciroccato.
Al prossimo post, dunque. Brindando con una Vitovska di Zidarich, bevuta giusto ieri, per annaffiare la nuova casa.