Archive del 4 marzo 2011

Osteria da Gianni (Il Disastro)

Prendete nota: ho la risposta a una delle domande eterne. Qual è il peggior ristorante d’Italia? Io forse posso dirvelo. E il bello è che non ci ho neanche mangiato. Avrei voluto, ma non ho potuto.
Ieri ero a La Spezia. La presentazione a Porto Lotti è stata splendida. Una delle migliori.
A pranzo, volevo provare uno slowfood. Di solito sono piccoli garanzie. Di solito.
Opto per L’Osteria da Gianni, nel quartiere Umbertino. Lo scelgo anche perché, da vegetariano, ci sono molti piatti erbivori e di pesce: testaroli al pesto, torte di verdura. C’è scritto nella guida, non lo invento: pagina 350 dell’edizione 2011.
Prenoto, per puro scrupolo. Dico alle 13.15, arrivo alle 13.30. Entro. Il locale è povero e bruttino. Tavolini di marmo. La conduzione vede impegnati il titolare Gianni e la moglie Rosa Angela in cucina.
Dentro non c’è praticamente nessuno. La saletta iniziale è tipo alimentari, c’è un banco a sinistra con qualche piatto e, giusto dietro la porta, un avventore solitario. Giri a destra e c’è la sala vera e propria, comunque piccola, 30 coperti al massimo. L’arredamento è scarno, i prezzi bassi. Menu fisso a 11 euro, prezzo medio 10-15. Non si accettano carte di credito.
Ad accogliere (va be’) i clienti (va be’) c’è la figlia dei proprietari. Si chiama Elisa e credo fosse lei quella che ho visto. Ingrugnata, scazzata: allegra come Toni Capuozzo sotto un bombardamento.
Entro e chiedo scusa per il piccolo ritardo. Non mi fila e non mi parla. Cominciamo bene: daje.
Poi mi indica la sala. Che è vuota, a parte una coppia di stranieri che stanno finendo. Ci sono almeno 6 tavoli già apparecchiati, da 4 e da 6. Chiedo se posso andare in un tavolo appartato da 4, lontano dai due turisti. No, dice lei: “Non si può”. E mi indica, con la nettezza dei nazisti, il tavolino da due attaccato a quello dei turisti. Che non era neanche apparecchiato.
La ragazza denota l’elasticità dei Big Bubble arrostiti al sole. E poi è simpatica. Simpaticissima. Travolgente, la sua gradevolezza.
Vado in bagno a lavarmi le mani. Torno e non ha ancora apparecchiato. Non riesce a spostare le chiavi e il cellulare. Un’operazione improba, in effetti: mettere la tovaglina spostando le mie cose, è roba da laurea in filosofia teoretica. Come minimo.
La ragazza sta sbagliando tutto, ma non fa né pena né tenerezza: è semplicemente lo spot vivente dell’incapacità ospitale.
Mi chiede cosa voglio da bere, sempre con il garbo di una molotov. Dico acqua. Poi torna, dopo due minuti. Butta là l’acqua (bottiglietta da mezzo litro). E mi chiede stancamente cosa voglio. Domanda difficile, visto che il menu non c’è. A quel punto lei, infastidita, snocciola con entusiasmo obitoriale i piatti. Gli antipasti non ci sono. I primi sono tre: minestrone di verdure, che va benissimo da morti, penne all’arrabbiata e “ragù” (non si sa con quale pasta). Chiedo se c’è nulla senza carne. Lei: no. Come no? Puoi farmi qualcosa senza carne? No. Noooo? Neanche pasta al burro, all’olio e parmigiano? No. No.
La ragazza sta scrivendo un capolavoro indelebile nella storia della crassa insipienza. Andrebbe quasi applaudita.
Chiedo, stremato, cosa c’è di secondo. Anche solo un contorno. Anche solo una bietola lessa. No: due secondi di carne e verdure ripiene. Ripiene di che? Uffff (testuale), mortadella, altro. “Altro”.
Insisto: quindi non c’è nulla per chi non mangia carne? Lei: no. No? Be’, c’è il minestrone (e poi magari la mela cotta e una bella flebo).
Tento l’ultima mossa, indeciso se invadere la Polonia o tirare tre disinvolti inni al Signore: davvero non c’è proprio niente? Eh, no (detto con trasporto rutilante). Allora me ne vado? Silenzio annoiato. Okay, me ne vado.
E l’ho fatto. Mi sono alzato e me ne sono andato. Cinque minuti di vita vissuta pericolosamente.
Ora:  io so che esistono le giornate storte. So che lo stereotipo ligure non è esattamente quello del regionale ospitale. E so anche che, magari, la cucina di quel luogo è straordinaria e il rapporto qualità/prezzo incredibile. Tutto può essere.
Ma una simile incapacità, una simile maleducazione totale: be’, in uno slowfood non le avevo mai incontrate.
Disastro.

P.S. Alla fine, prima di fare una degustazione a Riomaggiore e poi la presentazione, ho pranzato velocemente in un locale segnalato su Slowfood: Basta Curve. Ho provato i testaroli (i panigacci li facevano solo a cena: che palle). Carino.