Archivio di marzo 2011

Cronaca di un incontro

La settimana di intense presentazioni è terminata. Compagnia del Taglio (Modena), Unisono (Feltre), Libreria Palazzo Roberti (Bassano del Grappa). Chilometri su chilometri. Incontri, degustazioni, scoperte. Riassumerle tutte sarebbe impossibile, nei prossimi giorni (che mi vedranno a Doha, Qatar, da giovedì) parlerò di alcune bottiglie che mi hanno colpito.
Affronterò poi due temi che mi premono: quello del viaggiare continuo (“C’è solo la strada”, cantava qualcuno) e quello del mio rapporto letterario futuro con il vino.
Intanto, pubblico il bell’articolo di Gianpaolo Giacobbo, storica firma di Porthos, sul portale Bassanonet. Era presente all’incontro di Bassano e lo ringrazio per le parole sincere.

P.S. Ho appena saputo che domenica 10 aprile presenterò Il Vino degli altri a Vinitaly, stand Emilia Romagna, all’interno della rassegna organizzata da Camera di Commercio e Casa Editrice Aliberti (in calendario ci sono anche Enrico Vaime e Luca Telese).

(di Gianpaolo Giacobbo) Presentato a Palazzo Roberti in collaborazione con la delegazione Ais di Vicenza, l’ultimo libro dell’eclettico giornalista scrittore Andrea Scanzi, una delle firme de “La Stampa”.
Introduce l’autore, il Sommelier Alessandro Scalabrin con Francesco Nicolli di Palazzo Roberti. Scanzi entra ed esce con disinvoltura tra il mondo della musica, dello sport, del cinema e dell’arte con fare disarmante. Il mio ricordo di Scanzi era legato al critico musicale su “Il Mucchio Selvaggio” una rivista che, a dispetto del nome, non si occupa di dubbie ammucchiate ma di critica musicale indipendente. Le schede di Rui Scanzi erano quelle con cui mi trovavo in maggior sintonia. E’ toccato anche al mondo del vino rimanere “vittima” delle sue passioni.
Si sa, questo mondo ha qualcosa di magico e basta poco per essere rapiti. Da questa attrazione fatale sono nati i suoi libri dedicati al vino. “L’elogio all’invecchiamento”, Mondadori Editore, è stato il suo primo lavoro, che lo vedeva impegnato tra le varie sfaccettature dell’enologia italiana con fare appassionato anche se tratti vacillante. C’erano però, in quel libro, alcuni spunti interessanti che facevano presagire uno sviluppo del pensiero più interessante. Così è stato.
Ne “Il vino degli altri”, Mondadori Editore, il giornalista toscano assume una maggiore consapevolezza e una maturità rasserenante esprimendo concetti importanti nel mondo della degustazione che riesce a comunicare con uno stile letterario fresco e leggibile e ironico. Un libro che lascia il segno, da consigliare a quanti, non esperti di vino, abbiano la voglia di saperne un po’ di più e di salvarsi prima di diventare troppo seri. In fondo è solo vino.
Scanzi vive i vari ambienti dello sport e della cultura ma sente una mancanza di personaggi veri come Mohammed Ali o Roberto Baggio di cui ha curato l’autobiografia. Nel vino invece ci sono persone e luoghi che meritano di essere raccontati e che si narrano da soli. Fa riferimento ad Angiolino Maule illuminato produttore di Gambellara nel vicentino, al friulano Josko Gravner, al piemontese Flavio Roddolo a tutti quei produttori che si sono messi in gioco fino in fondo rischiando che il proprio vino possa anche non piacere in nome del terroir.
Nel mondo del vino – ci racconta – esistono degli avamposti salvi, veri, luoghi intatti, incontaminati. Difficile non rimanere affascinati. Raccontarli è facile perché si trovano lì pronti, basta coglierli. Il mondo dello sport e anche della musica ha troppe maschere e troppe false facciate dovute ai grossi interessi economici che ruotano attorno ad essi.
Tornando a “Il vino degli altri” c’è proprio da divertirsi e da imparare. Si sta facendo strada una visione del mondo del vino più aperta, non posso fare a meno di pensare al mio maestro Sandro Sangiorgi, quando dieci anni fa sulla allora appena sorta rivista Porthos scriveva di questi vini e raccontava di queste persone. Il mondo del vino ci appellava a visionari ed esoterici. Oggi è realtà toccabile di cui si occupano anche le grandi case editrici.
La collana “strade blu” di Mondadori aveva già proposto un bel lavoro ricco di spunti “Mai fragole a dicembre” di Licia Granello ed ora con Andrea Scanzi ho la sensazione che abbia fatto ancora centro… Oggi è già domani.

Elogio dell’invecchiamento (ristampato)

Qualche aggiornamento. Stasera, per la festa della donna, sarò all’Enoteca Compagnia del Taglio di Modena per una cena-degustazione con 5 talenti dell’enologia femminile: Giulia Cavalleri, Elisabetta Foradori, Elena Pantaleoni (La Stoppa), Ornella Correggia (Matteo Correggia) e Cinzia Merli (Le Macchiole).
Giovedì, alle 20, ci sarà la cena-presentazione a Feltre (Belluno) con Angiolino Maule e Franco Terpin. Il luogo è l’Unisono Jazz Club, Piazza Vittorio Emanuele 4.
Venerdì, alle 18, sarò alla libreria Palazzo Roberti di Bassano del Grappa (presentazione con aperitivo e formaggi).
Poi mi ricovereranno. Volendo, anche prima.
In questo post volevo però dare finalmente la buona novella. Elogio dell’invecchiamento è stato ristampato. Per la terza volta.
Per mesi è stato fuori catalogo, esaurito. In tanti mi avete chiesto come fosse possibile trovarlo: non era possibile, se non in formato ebook.
Adesso è possibile riacquistarlo.
La libreria di Bassano del Grappa mi ha detto che è già disponibile e venerdì ci sarà.
Per la cronaca, Elogio dell’invecchiamento è il libro enologico più venduto degli ultimi anni (decenni?), guide a parte.
Grazie a tutti voi.

Torre dei Beati

Di Abruzzo ho parlato spesso. E’ terra che sento vicina e che mi affascina, per mille motivi. Quando ho modo, ci vado con entusiasmo.
Nel libro ho dedicato un capitolo intero a Francesco Valentini. Un’azienda di cui molto si sa.
Si sa un po’ meno di Torre dei Beati. A cui devo delle scuse: mi hanno spedito la loro pattuglia di vini quasi tre mesi fa e ho avuto modo di provarli solo adesso.
E’ un’azienda emergente, con sede a Loreto Aprutino, lo stesso paese di Valentini. I proprietari sono Fausto Albanesi e Adriana Galasso. Li ho conosciuti quando ho ritirato il Premio Abruzzo Wine a Pescara. Coppia piacevolissima.
Fausto, poco dopo quella serata dicembrina, mi ha scritto una lettera molto bella. Si era appena operato di ernia e nonostante questo ha trovato il tempo di raccontarmi la sua storia. Ho pure rischiato di rovinargli la degenza post-operatoria. Aveva appena letto Il vino degli altri e alcune pagine lo avevano fatto ridere troppo, rischiando di spostare qualche costola e vertebra (sì, anche a me il capitolo sul concorso in Valle D’Aosta sembrava essere buffo). Lo ringrazio, tardivamente.
I loro vini li ho bevuti ora da solo e ora con amici. In un’occasione c’era Filippo Graziani, figlio di Ivan: è stato il mio tributo ulteriore all’Abruzzo, che ha dato i natali al grande cantautore e chitarrista teramano.
Torre dei Beati è un’azienda che lavora in biologico. Fa quasi soltanto rossi. L’unico bianco, da Pecorino in purezza, si chiamava Primo Bianco e adesso Giocheremo con i fiori. Apprezzabile, non ancora centrato.
Il Cerasuolo d’Abruzzo, tipologia molto importante da quelle parti, è il Rosa-ae e mi ha convinto grazie a un’acidità e una mineraltà spiccate. Forse solo l’Abruzzo sa emozionarmi coi rosati.
C’è poi la milizia dei tre Montepulciano d’Abruzzo: il base e poi i fuoriserie Cocciapazza e Mazzamurello. Rossi importanti, strutturati, impegnativi. Da una parte c’è l’ambizione a trarre dal vitigno un’eleganza non scontata. Dall’altra ho avvertito qua e là un eccesso di muscolo, staticità e (forse) legno. Mi fa piacere, e non è la prima volta, che mi sia trovato in sintonia con Giovanni Bietti, che ne parla a pagina 105 di Vini naturali d’Italia Volume 1.
Allo stato attuale, Torre dei Beati è un’azienda in ascesa, con un bel rapporto qualità/prezzo e un livello organolettico medio di tutto rispetto. Ho però la sensazione che, a partire già dalle nuove annate, si assisterà a un miglioramento ulteriore.
Anche per questo credo vada tenuta d’occhio.

Terra di Bargon, La Ghiaia eccetera

Devo tornare a parlare della serata di giovedì a Porto Lotti, La Spezia. Una delle presentazioni migliori, delle 100 (più o meno) fatte tra Elogio e Il vino degli altri. Con me c’erano Walter De Battè e Andrea Kihlgren di Santa Caterina. Del primo parlo nell’ultimo libro come vigneron eroico delle Cinque Terre, del secondo vi segnalo adesso la scheda nella guida ai vini naturali di Giovanni Bietti (che vi consiglio).
C’erano cento persone e le cinquanta copie non solo sono andate esaurite, ma neanche sono bastate.
I vini degustati sono stati due bianchi macerativi, il Pico 2009 di Angiolino Maule e l’Harmoge di Prime Terre (De Battè). Orange wines non estremi, ma caratteristici e particolari. Garganega il primo, blend Vermentino-Bosco-Albarola il secondo (lo stesso uvaggio dello Sciacchetrà). Vini con anima, che hanno prevedibilmente spiazzato qualche avventore. Cosa del tutto normale: il gusto si evolve, nulla è più soggettivo del vino e il macerativo è tipologia che va conosciuta. Del Pico 2009, giovanissimo e acerbo, ho apprezzato la mineralità e la bevibilità polposa. Un po’ meno il naso, inizialmente ridotto e con un accenno di volatile (non c’è solforosa). Del secondo mi hanno colpito struttura e persistenza, anche se ho trovato che il legno della barrique – che De Batté usa dichiaratamente – non fosse stato ancora smaltito.
Tra le molte chiacchiere, ho trovato perfetta la sintesi di Kihlgren, che ha sottolineato come il bianco macerativo insegua la longevità in maniera diametralmente opposta a quella dei Riesling renani: l’orange wine mira a struttura e tannino, il Riesling (o i pochi bianchi italiani non macerati che possono invecchiare) su Ph basso e altissima acidità.
Impeccabile De Battè, che più che alla macerazione crede  all’affinamento sur lie, quando ha ribadito che l’orange wine ha senso dove il territorio può dare qualcosa al vitigno. La macerazione fa sì che il dominio sia appannaggio della terra, non dal vitigno. E se la terra non è troppo caratterizzata, la macerazione diviene una stranezza poco rilevante. A suo avviso, i terreni veramente “marcanti” sono – in Italia – Valle d’Aosta, Cinque Terre, Valtellina, Etna e pochi altri (io ci aggiungerei il Carso, come minimo).
E’ stata una serata densa e divertente. Ribadisco il “divertente” perché una presentazione, se pallosa, non è tollerabile. Proprio come un libro. Ancor più di vino. La delegazione Ais di La Spezia, in ogni suo componente, dal delegato Marco Rezzano alla consigliera Yvonne, mi è parsa una delle più vive, dinamiche e libere mai incontrate. Non posso che ringraziarli.
Grazie a loro ho anche avuto modo di visitare un viticoltore eroico a Riomaggiore. I suoi vigneti terrazzati sulle Cinque Terre sono straordinari. Giovedì, poi c’erano pioggia battente e vento: il quadro d’insieme era ancora più d’effetto. L’azienda si chiama Terra di Bargon e fa solo Sciacchetrà. Il produttore è uomo di cultura, che ama raccontare e ascoltare. Stimolante, come i suoi vini. Soprattutto gli Sciacchetrà Riserva 2002 e 2003, per nulla stucchevoli e dotati di sapidità, acidità ed eleganza. La produzione, ovviamente, è esigua. Merita una visita.
Come merita un pellegrinaggio Tenuta La Ghiaia, a Falcinello, appena fuori Sarzana. Io ho dormito lì. Struttura ricca e lussuosa. Che non sempre è un bene, quando si parla di vino. La cantina è seguita proprio da De Battè. I mezzi economici sono tanti, le potenzialità enologiche di vitigni e terreni tellurici paiono innegabili. L’azienda è nata da poco e sta cercando la sua strada. In cantina ci sono anche due giganteschi recipienti a forma di uovo, in cemento, che De Battè sta usando per l’affinamento sur lie del Vermentino. Ne ho bevuto un assaggio, ieri mattina, spillato direttamente dall’uovo: il vino era davvero vivo e intrigante.
Della produzione, più che il rosso Undicinodi o le etichette base (Almagesto Bianco e Rosso), consiglio l’Atys, che dal 2010 sarà Vermentino Doc Colli di Luni senza macerazione, e il più ambizioso Ithaa. Ancora Vermentino, stavolta macerato una settimana e poi affinato per sei mesi sur lie. Dalla prossima annata, la 2009, si cercherà di unire il Vermentino della barrique con quello affinato sull’uovo. I vigneti hanno 40 anni. L’annata 2008 era promettente ma un po’ seduta, sempre per quel piccolo abuso di legno che ho riscontrato nell’Harmoge. Parliamo, comunque, di vini che vanno attesi. E che abbiamo invece bevuto molto giovani.
Colgo l’occasione, già che ci sono, per ringraziare i visitatori di questo blog. Il post di ieri, quello sull’osteria spezzina Da Gianni, è stato il più letto e linkato da quando esiste questo blog. Un boom di accessi quasi spaventoso. Non so se sia un bene, e mi verrebbe da chiosare che mi leggete soprattutto quando racconto mie sfighe e mi atteggio a Fantozzi, ma gli attestati di vicinanza fanno sempre bene.
Un brindisi, dunque. E grazie.

Osteria da Gianni (Il Disastro)

Prendete nota: ho la risposta a una delle domande eterne. Qual è il peggior ristorante d’Italia? Io forse posso dirvelo. E il bello è che non ci ho neanche mangiato. Avrei voluto, ma non ho potuto.
Ieri ero a La Spezia. La presentazione a Porto Lotti è stata splendida. Una delle migliori.
A pranzo, volevo provare uno slowfood. Di solito sono piccoli garanzie. Di solito.
Opto per L’Osteria da Gianni, nel quartiere Umbertino. Lo scelgo anche perché, da vegetariano, ci sono molti piatti erbivori e di pesce: testaroli al pesto, torte di verdura. C’è scritto nella guida, non lo invento: pagina 350 dell’edizione 2011.
Prenoto, per puro scrupolo. Dico alle 13.15, arrivo alle 13.30. Entro. Il locale è povero e bruttino. Tavolini di marmo. La conduzione vede impegnati il titolare Gianni e la moglie Rosa Angela in cucina.
Dentro non c’è praticamente nessuno. La saletta iniziale è tipo alimentari, c’è un banco a sinistra con qualche piatto e, giusto dietro la porta, un avventore solitario. Giri a destra e c’è la sala vera e propria, comunque piccola, 30 coperti al massimo. L’arredamento è scarno, i prezzi bassi. Menu fisso a 11 euro, prezzo medio 10-15. Non si accettano carte di credito.
Ad accogliere (va be’) i clienti (va be’) c’è la figlia dei proprietari. Si chiama Elisa e credo fosse lei quella che ho visto. Ingrugnata, scazzata: allegra come Toni Capuozzo sotto un bombardamento.
Entro e chiedo scusa per il piccolo ritardo. Non mi fila e non mi parla. Cominciamo bene: daje.
Poi mi indica la sala. Che è vuota, a parte una coppia di stranieri che stanno finendo. Ci sono almeno 6 tavoli già apparecchiati, da 4 e da 6. Chiedo se posso andare in un tavolo appartato da 4, lontano dai due turisti. No, dice lei: “Non si può”. E mi indica, con la nettezza dei nazisti, il tavolino da due attaccato a quello dei turisti. Che non era neanche apparecchiato.
La ragazza denota l’elasticità dei Big Bubble arrostiti al sole. E poi è simpatica. Simpaticissima. Travolgente, la sua gradevolezza.
Vado in bagno a lavarmi le mani. Torno e non ha ancora apparecchiato. Non riesce a spostare le chiavi e il cellulare. Un’operazione improba, in effetti: mettere la tovaglina spostando le mie cose, è roba da laurea in filosofia teoretica. Come minimo.
La ragazza sta sbagliando tutto, ma non fa né pena né tenerezza: è semplicemente lo spot vivente dell’incapacità ospitale.
Mi chiede cosa voglio da bere, sempre con il garbo di una molotov. Dico acqua. Poi torna, dopo due minuti. Butta là l’acqua (bottiglietta da mezzo litro). E mi chiede stancamente cosa voglio. Domanda difficile, visto che il menu non c’è. A quel punto lei, infastidita, snocciola con entusiasmo obitoriale i piatti. Gli antipasti non ci sono. I primi sono tre: minestrone di verdure, che va benissimo da morti, penne all’arrabbiata e “ragù” (non si sa con quale pasta). Chiedo se c’è nulla senza carne. Lei: no. Come no? Puoi farmi qualcosa senza carne? No. Noooo? Neanche pasta al burro, all’olio e parmigiano? No. No.
La ragazza sta scrivendo un capolavoro indelebile nella storia della crassa insipienza. Andrebbe quasi applaudita.
Chiedo, stremato, cosa c’è di secondo. Anche solo un contorno. Anche solo una bietola lessa. No: due secondi di carne e verdure ripiene. Ripiene di che? Uffff (testuale), mortadella, altro. “Altro”.
Insisto: quindi non c’è nulla per chi non mangia carne? Lei: no. No? Be’, c’è il minestrone (e poi magari la mela cotta e una bella flebo).
Tento l’ultima mossa, indeciso se invadere la Polonia o tirare tre disinvolti inni al Signore: davvero non c’è proprio niente? Eh, no (detto con trasporto rutilante). Allora me ne vado? Silenzio annoiato. Okay, me ne vado.
E l’ho fatto. Mi sono alzato e me ne sono andato. Cinque minuti di vita vissuta pericolosamente.
Ora:  io so che esistono le giornate storte. So che lo stereotipo ligure non è esattamente quello del regionale ospitale. E so anche che, magari, la cucina di quel luogo è straordinaria e il rapporto qualità/prezzo incredibile. Tutto può essere.
Ma una simile incapacità, una simile maleducazione totale: be’, in uno slowfood non le avevo mai incontrate.
Disastro.

P.S. Alla fine, prima di fare una degustazione a Riomaggiore e poi la presentazione, ho pranzato velocemente in un locale segnalato su Slowfood: Basta Curve. Ho provato i testaroli (i panigacci li facevano solo a cena: che palle). Carino.

Intervista – Vininaturali.it

Domani, 3 marzo, sarò a La Spezia (Porto Lotti, ore 21) per una presentazione. Giovedì prossimo sarò a Feltre (Belluno) e il giorno dopo a Bassano del Grappa.
A Feltre ci saranno anche Angiolino Maule e Franco Terpin. Per l’occasione ho ricevuto una intervista da Vininaturali.it, il portale curato da Francesco Maule. La pubblico anche qui.

(Vininaturali.it) Per me IL libro sul vino è il sempre attuale “Vino al vino” di Mario Soldati. Dopo di lui Luigi Veronelli ha creato il giornalismo enoico, ma solo lui e Sandro Sangiorgi si sono un po’ discostati dalla media, intenta a far più che altro marketing (anche se a mio avviso non hanno creato una scuola o una corrente di pensiero forte).
Non vedevo l’ora che un non addetto riuscisse a parlare senza peli sulla lingua di ciò a cui lui piace in maniera sobria e divertente, ma allo stesso tempo pregna di significati. Come spesso accade, però, chi dice la verità rischia di esser additato come cialtrone, millantatore o imbroglione.
Così come è capitato a due non specialisti che han detto la verità nuda e cruda: Report con la puntata “In Vino Veritas” e Jonathan Nossiter con “Mondovino”. Per me altri due capisaldi.
1.    Tu hai avuto di questi problemi? Che tipo di critiche hai ricevuto e come le hai prese?
“Ho ricevuto molti più elogi che critiche. Certo, c’è stato chi si è sentito franare la terra sotto i piedi e, di conseguenza, mi ha attaccato sotto la cintura. Tutto altamente prevedibile: c’è sempre chi difende il proprio orticello e scomunica il novizio. Ancor più se il novizio ha cose da dire, sa dirle, ha una sua notorietà e non si pubblica i libri da solo. I miei volumi sul vino sono usciti per Mondadori. Hanno avuto successo (Elogio dell’invecchiamento è stato appena ristampato una terza volta). Sono scritti (spero) bene, in maniera nuova e originale. Contengono prese di posizione schiette e controcorrente. Non potevano passare inosservati. Soprattutto il secondo, Il vino degli altri. Al pubblico sono piaciuti, ad alcuni colleghi no. Non potendo attaccare forma e contenuto, qualche residuato bellico ha provato a sostenere che mi ero inventato alcune interviste. Salvo poi ricevere smentite plateali, coprendosi di ridicolo.
Il mio intento era scrivere libri piacevoli, divertenti, liberi, passionali e utili. Raccontando storie meritevoli di essere eternate narrativamente. A giudicare dal responso dei lettori, e dagli incontri che faccio in giro per l’Italia, credo di esserci riuscito. La rabbia del baronato polveroso è irrilevante: gente sconfitta dalla storia, senza coraggio, connivente e misera. Io mi diverto quando si arrabbiano, vuol dire che la strada è quella giusta. Il rock’n’roll e la beat generation sono deflagrati comunque, nonostante le censure e le difese arroccate dei vecchi tromboni stonati. Ormai è più rilevante la recensione di un blog che il solito Tre Bicchieri scontatissimo. Se ne facciano una ragione: il tempo non è più dalla loro parte, per parafrasare gli Stones.
Mi si dice: “Io capisco di vino più di te”. Può essere: ma se non sai comunicare il tuo sapere, peraltro interessato e poco sganciato da interessi mercantili, sei un giornalista che ha fallito. Ed io, i falliti, li ho sempre indisposti. Con mio sommo gaudio. Non sono un espertone: sono un innamorato del vino bene informato. Detesto essere barboso o cattedratico. Dei molti ambiti di cui scrivo, quello del vino è il mondo che più prendo alla leggera. Rispettosamente alla leggera, sia chiaro: il vino è festa, è convivialità, è piacere. Basta con questi sciroccati che straparlano di sentori olfattivi e usano parole paradossali.
Agli addetti ai lavori, le polemiche attorno al Vino degli altri sono sembrate guerre puniche, proprio perché abituati a un linguaggio autoreferenziale e ad una calma piattissima. Per me erano e restano facezie. Se qualche produttore si è pentito di avere svelato a un giornalista verità scomode, è un problema suo: problema di coerenza e di coraggio. La norma è riportare fedelmente le interviste, non censurarle o edulcorarle. Mica sono andato dentro le cantine minacciando i produttori col kalashinkov: sono loro che si sono raccontati. Liberamente. Ed io ho riportato, fedelmente, quanto ho ascoltato. Questa storia del dire una cosa e scriverne un’altra non è giornalismo rispettoso: è paraculaggine interessata.
Poi, che devo dirti: io non sarò mai un ultrà della specializzazione. Gli specialisti monomaniaci sono quasi tutti dei personaggi di una noia catacombale. A me il vino piace, ma se dovessi scrivere sempre e solo di quello mi darei fuoco. Sai che palle. Diversificarsi è fondamentale, aiuta a rimanere vivi (e a scrivere libri diversi). Invece gli enocentrici stanno lì, immobili. Diffidano dell’eclettico. Se la cantano e se la suonano. Si addormentano e fanno addormentare. Se proprio voglio dormire, mi guardo Seppi o ascolto un disco di Vecchioni.
Tu prima facevi i nomi di Soldati e Nossiter. Appunto: uomini che non parla(va)no solo di vino ma anche di vino: differenza decisiva. Se ho dato uno scossa alla calma piatta di Enolandia, ne sono felice”.
2.    Perchè i giornalisti italiani (del vino e non) non hanno le palle?
“E’ una generalizzazione sbagliata, come tutte le generalizzazioni. Esistono giornalisti italiani liberi e giornalisti che non lo sono. Più in generale, esistono persone libere e persone non libere. Le secondo sono maggioritarie, non solo nel giornalismo. Per essere libero devi avere coraggio e accettare di schierarti, metterti in gioco, rischiare. Io non saprei fare diversamente e i pavidi sono la categoria che meno sento vicina. Preferisco un antipatico coraggioso a un vigliacco furbino. Il mondo del vino è compromesso ed equivoco, ma ha non poche isole salve. Sia come produttori, sia come giornalisti (blogger compresi, alcuni davvero bravi)”.
3.    Come vedi il mondo dei naturalisti? Hanno modo di uscire dalla solita cerchia di amatori o rimarranno relegati nel limbo tra “contadini” e “mistici”?
“Dipende da loro. Rispetto a dieci anni fa sono molto più noti, e già ci sono i cultori della nicchia che si lamentano del troppo successo, un po’ come capita al musicista clandestino che entra in classifica. Sono fiero di essere stato il primo, tramite una casa editrice mainstream e non attraverso le solite pubblicazioni criptiche per iniziati, a raccontare al pubblico che esiste un vino diverso. Chiamalo vero, chiamalo naturale: o più semplicemente, sano. E’ un tipo di vino che rimarrà minoritario, proprio perché fatto – spesso, non sempre – da persone libere e coraggiose. Anch’esse minoritarie. Ma può crescere ulteriormente, a patto che non smarrisca la retta via e che la naturalità non sia solo una moda effimera (come sta accadendo per i bianchi macerativi: mi piacciono, ma non è che adesso tutti devono fare gli orange wines).
Trovo poi tafazziana questa iperframmentazione tra i naturalisti: già sono pochi, in più si sono scissi in correnti, partitini e sottogruppi. Neanche la sinistra extraparlamentare una roba così. Occorre poi che il vino naturale la smetta di giustificare i difetti con la scusa che “è sano”. Se un vino puzza, è inaccettabile. Qualcuno obietterà: sì, ma almeno non fa male. E ci mancherebbe solo che facesse male. Il vino che puzza se lo beve il produttore o la produttrice, oltretutto a quei prezzi esosi lì. A me Emidio Pepe piace come azienda, ma alcuni suoi Montepulciano d’Abruzzo parevano solfatare (a differenza dei Trebbiano d’Abruzzo, puntualmente sontuosi). Idem per la stimabile Podere Le Boncie: Giovanna Morganti e i suoi fans possono dire quanto vogliono che il Chianti Classico Le Trame “deve” avere quella puzzetta, aggiungendo magari che il vero Sangiovese è sempre “terragno” (termine imbarazzante, peraltro), ma non pretendano che io sia così allocco da crederci. Il vino deve essere sano e buono, non soltanto sano o soltanto buono. Non basta essere belle persone per fare bei vini (anche se aiuta). L’enologia naturale deve emanciparsi dall’immagine di prodotto bizzarro e sfigato. Per farlo, sarebbe auspicabile che la smettesse pure di farsi raccontare da giornalisti – non di rado – bizzarri e sfigati. Oltre che – talora – sgradevolissimi”.
4.    Cosa ne pensi di quelle aziende che per puro marketing iniziano a tenere una parte dell’azienda in biologico o in biodinamico?
“Mah. Se quella parte di azienda è veramente biologica o biodinamica, o comunque rispettosa della natura, è buona cosa. Un passo in avanti. Poi però c’è l’aspetto della fascinazione per il vigneron, per la sfida, per la somiglianza tra vino e viticoltore. Qualcosa a cui guardo molto e che cerco di raccontare nei libri e nel blog. E’ una tendenza che numericamente fa bene, ma che personalmente non sento vicina alle mie corde. A me piace l’eretico, l’eremita, l’iconoclasta. Il sognatore. Il romantico. Non il produttore seriale”.
5.    Come mai un vino naturale/artigiano, se ben fatto, è da preferirsi ad uno convenzionale/industriale?
“Perché, se ben fatto, ha più cuore. E’ più sano. E’ più personale. Ed ha tante cose da raccontare”.

D0M – Dosaggio Zero Mirabella

Ben ritrovati. Lo spettacolo a Voghera, Gaber se fosse Gaber, è andato molto bene.
Faremo altre date, di sicuro a Prato il 20 luglio. Per le altre vi informerò.
Due venerdì fa, alla Cena dei Piemontesi Rossi Scapigliati Ai Binari di Settime (Asti), un lettore mi ha regalato una bottiglia di Franciacorta. Il lettore si chiama Gennaro (obrigado), la bottiglia D0M Mirabella.
E’ un dosaggio zero. 60 percento Chardonnay, 20 Pinot Bianco e 20 Pinot Nero. Lieviti selezionati, 30 percento in barrique e 70 in acciaio. Affinamento sui lieviti per almeno 60 mesi.
La piccola azienda si trova a Rodengo Saiano, nel bresciano.
E’ un Dosaggio Zero onesto e puntuale. Al naso – leggo dal sito – dovrebbe avere note di “lisato”, parola che francamente nel mio abbecedario non era compresa. Più che altro ci ho sentito crosta di pane e lime. Bollicine fini di buona persistenza. Struttura snella, morbidezza (anche troppa per essere un Dosaggio Zero) data da barrique e maggioranza Chardonnay. Acidità discreta, buon equilibrio. Bevibilità apprezzabile. Un po’ corto.
La parola che mi viene da usare è “scolastico”. Un Franciacorta onesto, che già non è poco, ma con una personalità non esattamente pronunciatissima.
Non ne conosco il prezzo e non lo metto accanto a Faccoli o Cavalleri (o certe cose di Barone Pizzini e Uberti). Sta dietro. Ma sta davanti a molti produttori ben più blasonati. E immagino più cari.