Archivio di febbraio 2011

Gaber se fosse Gaber

Lo so, col vino non c’entra nulla. Ma ci tengo. Quindi lo scrivo anche qui. Non so se venerdì prossimo avete qualcosa da fare. Se siete liberi, potreste venire a trovarmi a Voghera. Venerdì 25 febbraio, ore 21, Teatro Arlecchino. Andrà in scena, per la prima volta, la lezione-spettacolo Gaber se fosse Gaber. Come lascia intuire il titolo, parlerà del Signor G.
Non sarà uno spettacolo, perché non so né cantare né recitare. Sarà piuttosto una lezione universitaria a teatro. Sul palco, lo stesso che tante volte ha calcato Giorgio, ripercorrerò in due ore il percorso di Gaber e Sandro Luporini.
Lo farò parlando (per sfortuna vostra) e mostrando video di Gaber (per fortuna vostra). Condensare in 120 minuti, anche meno, il corpus in oggetto è impossibile. Infatti sarà una ricognizione parziale. Spero però che sia gradevole, magari pure salvifica, tanto per chi ha visto Giorgio sul palco e chi no.
Canzoni, invettive, monologhi. Dalla fine degli anni Cinquanta al disco postumo di inizio 2003.
Non sarà un evento occasionale. Gaber se fosse Gaber è patrocinato dalla Fondazione Gaber e andrà nei teatri che vorranno ospitarci. Basta chiamarci, darci un teatro.
Perché io? Perché la Fondazione Gaber ha avuto cotanta bontà. Perché ho visto la prima volta Giorgio nel settembre ’91 a Fiesole, ed evidentemente 20 anni dopo c’era da chiudere il cerchio (oppure aprirlo di nuovo). Perché lo conoscevo. Perché mi ha autografato il vinile paterno di Io se fossi Dio, col coltello, nella parte non incisa, ed è uno dei ricordi – vecchio ormai 12 anni – più belli che ho. Perché abbiamo fatto la stessa cosa tre anni fa, alla Festa Nazionale dei Ds a Firenze, e c’erano mille persone.
Perché non lo dimentico. Perché ci manca, sempre, anche se a volte non ce ne rendiamo conto.
Vi aspetto, dunque, venerdì prossimo a Voghera. Ore 21. Teatro Arlecchino. Se poi siete di un’altra città e volete avere la lezione-spettacolo nella vostra città, usate i contatti a fondo pagina.
A venerdì. E grazie.

 Venerdì 25 febbraio 2011, ore 21
Teatro Arlecchino

Via 20 Settembre, 92
27058 Voghera (Pavia)
Telefono: 0383 638124

Per contatti sullo spettacolo:
Fondazione Gaber: 02 2940.4352
email: fondazione@giorgiogaber.it

email: rui@andreascanzi.it

Lispida & Monsupello

In questi giorni ho provato due bollicine particolari. H Brut Castello di Lispida 2004 e Brut Nature Monsupello. Colli Euganei e Oltrepo’ Pavese.
L’H Brut è uno degli azzardi di Alessandro Sgaravatti, membro dei Vini Veri e discepolo dell’agricoltura naturale del giapponese Masanobu Fukuoka. Ne ho parlato più di tre anni fa, nel blog di Elogio. L’H Brut è uno spumante a base Friulano. E’ un Triple A, non è un Metodo Classico. Procedimento particolare. Fermentazione in tini di legno aperto con lieviti naturali, rimontaggi giornalieri e nessun controllo della temperatura. Successiva macerazione per 3 settimane. Affinamento per 3 anni in botti di rovere da 30 ettolitri e poi spumantizzazione breve in autoclave. Uno Charmat sui generis. Nessuna filtrazione, né aggiunta di solforosa.
Costa attorno ai 25-30 euro. Ventiquattro, alla Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino. E’ un millesimato, annata 2004. Un po’ lontana e quindi un po’ rischiosa.
Che sia spiazzante e gravneriano al naso, è scontato. Qui però è tutto particolare anche all’esame visivo. Aranciato, quasi rosato. Bollicine un po’ stanche, numerose ma non persistenti. Naso di frutta candida, più che altro arancio. In bocca è nervoso, troppo nervoso. Parte forte, poi si sfilaccia, la progressione non è continua ma va a scatti. Pecca in eleganza, ha un’acidità quasi violenta. Se fosse un uomo, avrebbe un caratteraccio incredibile. Rispetto alla mia degustazione del 2008, mi ha convinto meno. Forse è arrivato stanco al secondo appuntamento o forse sono diventato più selettivo io.
Il Brut Nature Monsupello l’ho bevuto con Giulio Casale allo Stallo del Pomodoro. Sabato scorso, Modena. Pranzo. Lo Stallo del Pomodoro è uno slowfood (e non solo) plurititolato. Ha molta clientela, ma quel giorno alle 13 era praticamente vuoto. Cucina buona, carta dei vini notevole. Il proprietario tende a dominare sin troppo la scena. E proprio il proprietario (allitterazione voluta) ci ho di fatto imposto la scelta. Volevo prendere Il Pendio o Faccoli. Invece lui ha spinto verso Monsupello. Uno dei pochi Oltrepo’ Pavese che convincono quasi tutti, persino i Tre Bicchieri del Gambero Rosso. Persino nella declinazione Brut Nature, cioè Pas Dosè.
Stesso prezzo dell’H Brut, 24 euro al ristorante. Novanta percento Pinot Nero, che nell’Oltrepo’ Pavese troverebbe l’enclave italiana quanto a spumantizzazione, e 10 Chardonnay. Classico Metodo Classico dalla matrice boschiva, per dirla con l’amico Marco Pozzali. Affinamento sui lieviti di 42 mesi. Bello l’esame visivo, naso di lieviti e nocciola con qualcosa di frutta esotica.In bocca è anzitutto acido. Non elegantissimo. Deterge molto. Bevibilità discreta. Da provare per chi ritiene che le bollicine a maggioranza Chardonnay siano da fighetti, e per misurare la resa del Pinot Nero in Italia. Più educato – ovviamente – dell’H Brut, ma anche (un po’) meno personale.

Battaglio – Tenuta Petruno Perniola

Alle radici del Primitivo“. E’ questo lo slogan della Tenuta Patruno Perniola. Gioia del Colle, Bari. Piccola azienda, tre etichette in produzione. Il Marzagaglia, una Doc Gioia del Colle 100 percento Primitivo: il vino più impegnativo, che non ho bevuto. Il Chirintana, Igt con Primitivo in purezza sottoposto a parziale appassimento dell’uva. Ne ho una bottiglia a casa, la berrò.
Il terzo vino, forse il più tradizionale, è l’Igt Battaglio. Ancora Primitivo in purezza. Vigneti con almeno sei anni di vita.
Sono venuto a conoscenza dell’azienda grazie a Manila Benedetto, che – durante la presentazione a Polignano a mare – mi tirò le orecchie, non senza motivazioni, per avere parlato poco dei vini pugliesi nei due libri.
Ho bevuto il Battaglio 2007 ieri sera. Sul Primitivo ci sono scuole di pensiero opposte; chi lo ritiene un vitigno che può solo fare “massa”, chi punta invece a un lodevole incremento qualitativo. In una regione, peraltro, non ancora uscita interamente dal concetto di vino quantitativo e non qualitativo.
Non conosco il prezzo della bottiglia, ma il Battaglio è un bel vino. L’unico limite che posso trovargli è una sorta di eccessiva educazione. Non è né ruffiano né piacione. Né marmellatoso (nonostante i 14 gradi: ben gestiti) o concentrato. Avrei solo preferito qualche lieve spigolatura in più. Maggiore anima, forse.
E’ un vino pulito, preciso, che mira alla morbidezza ma non dimentica l’acidità. Profumi schietti di frutta e fiori rossi, buona bevibilità. Inizialmente si percepisce al naso un legno non ancora smaltito appieno (dopo un primo periodo in acciaio, il vino sosta 8 mesi in barrique lievemente tostate).
Detto che è un bel prodotto, immagino con un rapporto vantaggioso qualità/prezzo, un coraggio più deciso permetterebbe al vitigno di raccontare ancora di più la sua terra. E la sua storia. La strada pare quella giusta. Si tratta solo di togliere qualche freno inibitore.

Ristorante Bandini (Portacomaro, Asti)

Uh-oh. Attenzione: ho appena mangiato in uno dei dieci migliori slowfood italiani (l’ho sparata grossa, lo so: ma so cosa scrivo). Mi ci ha portato Ezio Cerruti, il produttore del Sol passito, a cui devo ormai troppi favori e ancor più debiti. Con noi doveva esserci Federico Ferrero, ma nuovamente si è fatto sconfiggere dalla pigrizia. Preferendo una telecronaca qualsiasi su Eurosport alla grandeur delle libagioni – ovviamente sto scherzando: avesse potuto, ci sarebbe stato anche lui. Anteponendo il buon cibo all’insipienza tecnica della miserrima tennista Petkovic.
Il ristorante in questione è Bandini, nome letterario assai. Cinque minuti da Uscita Asti Est. Portacomaro, frazione Cornapò. Da fuori non gli daresti niente. Dentro migliora. Musica jazz, Moto Guzzi d’epoca in bella mostra. Carta dei vini notevole, molto vicina ai vini veri. E’ slowfood dal 2002: e con merito. Il miglior ristorante dell’astigiano con Ai Binari di Mara Bione, dove sarò venerdì per la cena dei rossi scapigliati piemontesi.
La cucina è encomiabile, i prezzi dei piatti onesti, i ricarichi sulle bottiglie non bassissimi ma neanche scriteriati. Ezio ed io siamo vegetariani, quindi della carne (bleah) non so dirvi. Però, però. La mousse di robiola – l’aperitivo – mi ha commosso. Il tortino di sedano con fonduta era monumentale. I cardi con bagna cauda e uovo da antologia. L’Enkir (pare il cereale più antico del mondo: tipo farro, ma meglio) da strapparsi le vesti. I secondi e i dolci non lo so, non mi interessano. Sono piatti irrilevanti per chi scrive.
Vini. Partenza con un Domaine Laureau 1999 Cuvèe de Genets, Doc Savennieres. Loira, zona Nicolas Joly (che non vinifica solo Savennières: lo so, non fate i sangiorgiani). Venticinque euro alla carta. Lo importa Caves De Pyrene. Strepitoso, a dodici anni di vita esprime il meglio: acido, sapito, al naso zafferano, persistenza e bevibilità. Allez.
Poi una piccola chicca langarola: Azienda Agricola Accomasso, Barbera d’Alba 2006 Pochi Filagn. Storico produttore de L’Annunziata, frazione de La Morra. E’ finita da sola, nonostante i 14 gradi e mezzo. Pulita, bel corpo, discreta acidità. Fronzoli zero. Un vigneron d’altri tempi, Accomasso, da scoprire e riscoprire (del suo Barolo mi hanno parlato benissimo, oltretutto).
Il Ristorante Bandini non ha difetti. Solo pregi. Va vissuto. Come le pagine di John Fante.

Il bianco più tannico del mondo

Se volete provare il bianco più tannico del mondo, o giù di lì, virate sul Clos des Amandiers 2007. Un bianco georgiano, in quota Triple A. Vitigno Rkatziteli. E’ un orange wine. Molto orange. Il naso comunica anzitutto l’ossidazione, che ricorda certi Savagnin del (dello? della?) Jura. La macerazione è lunga, l’affinamento in anfore. Come da tradizione persiana.
Parlare di bianchi tannici suona come un ossimoro, se ci si basa unicamente su quanto studiato ai corsi Ais. Ovviamente, nei casi di bianchi macerativi, con la fermentazione a contatto (ancor più se duraturo) con le bucce, cambia tutto. E’ il caso di questo Clos des Amandiers, che non c’entra niente né con il vino di Pomerol né con l’hotel a Calvi (questo vi apparirà se ricercherete le parole su Google).
Il prezzo è di poco più di 20 euro, che sale a 30 nei ristoranti non troppo onesti. Io l’ho trovato ieri a 21 euro presso la Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino.
Oltre al giallo scuro, quasi aranciato, e alla ossidazione – inizialmente non gradevolissima – che poi scema un po’, l’aspetto più marcato di questo bianco georgiano è la tannicità. Affetta letteralmente il palato, allappa come un esercito di carciofi incazzosi e non è minimamente equilibrato. Dipende dalla macerazione spinta, dalle anfore e dal vitigno. Il Rkaziteli ricorda certi vitigni bianchi della Borgogna, anche se rispetto alla Chardonnay è decisamente più verde e speziato. La nota “verde” è davvero evidente, molto più di un Sauvignon Blanc o, nei rossi, di un Cabernet Franc.
Quindi fa schifo? No, ma non bevetelo da solo. Non ce la fareste. Miracolosamente, a contatto col cibo (provatelo possibilmente con piatti succulenti che diano salivazione), si esalta. L’alcolicità è contenuta: 12 gradi. La tannicità è mitigata da acidità e sapidità, entrambe notevoli. La persistenza è più che apprezzabile. Bevibilità non suprema, ma buona sì.
Un vino da provare, perché tipico e territoriale. Anche negli spigoli.  

Presentazioni (aggiornamento)

Venerdì prossimo, 11 febbraio, sarò a Marano di Mira (Venezia) per la ripresa del tour.
Oltre a tutto questo, venerdì 25 febbraio porterò in scena la lezione-spettacolo Gaber se fosse Gaber, al Teatro Arlecchino di Voghera, ore 21. Un piccolo evento patrocinato dalla Fondazione Gaber.
Vi aspetto. Ecco le date.

Venerdì 11 febbraio, Marano di Mira (Venezia). Ristorante slowfood Da Conte. Ore 18. Aperitivo-degustazione e poi cena con l’autore.
Venerdì 18 febbraio. Asti, frazione Mombarone. Ristorante slowfood Ai Binari di Mara Bione. Cena “Rossi piemontesi scapigliati”. Ore 20.30. All’interno della cena, mini-presentazione con produttori d’eccezione (saranno presenti, fisicamente e coi loro vini: Flavio Roddolo, Beppe Rinaldi, Piero Busso, Fabrizio Iuli, Ezio Cerruti). Finale a sorpresa. Costo 35 euro.
Giovedì 3 marzo, Sala congressi di Porto Lotti, viale San Bartolomeo a La Spezia, Ore 20.45. Presentazione-dibattito, organizzato dall’Ais. Sarà presente il produttore Walter De Batté e avrà luogo una piccola degustazione con i suoi vini e quelli di Angiolino Maule.
Giovedì 10 marzo, Feltre (Belluno), Unisono Jazz Club, Piazza Vittorio Emanuele 4, Ore 20-23, cena-presentazione. Saranno presenti Angiolino Maule e Franco Terpin.
Venerdì 11 marzo, Bassano del Grappa (Vicenza), Libreria Palazzo Roberti, Via J. Da Ponte 34, ore 18. Aperitivo-presentazione con degustazione.
L’8 marzo parteciperò alla Serata 5 Donne/Storie/Aziende presso (?) La Compagnia del Taglio di Modena: ci saranno Giulia Cavalleri, Elisabetta Foradori, Elena Pantaleoni (La Stoppa), Ornella Correggia (Matteo Correggia) e Cinzia Merli (Le Macchiole).
Sarò quindi, in veste privata, a Cerea e Villa Favorita per le manifestazioni ViniVeri e VinNatur, credo sabato e domenica (9-10 aprile).

Vini Naturali a Roma 2011

Bella rassegna, quella dei Vini Naturali all’Hotel Columbus di Roma. La organizza Tiziana Gallo ed è la seconda volta che la visito. Ha avuto luogo lo scorso weekend, ci sono stato sabato. Era la terza edizione. Figurano sia aziende di Vini Veri, sia di VinNatur: il compromesso storico è possibile.
Rispetto a un anno fa, clima molto più gradevole e cordiale. Nessuna rissa, nessuno sclero, nessuno strale volgare. Sembrava tutto bello e sereno. Sembrava quasi che si stesse parlando “soltanto” di vino. Che tutti fossero lì per godersi una bella giornata e prodotti quasi sempre di pregio. Bel clima davvero (no, Sandro Sangiorgi non c’era).
Gran parte delle aziende presenti le ho citate nei libri e in questo blog. Se c’è un vanto che mi terrò sempre stretto, è quello di avere portato per primo – grazie a tanti bravi maestri – una galassia meritoria di prodotti eretici in un contesto “mainstream” come Mondadori. Sono aziende che dovrebbero uscire dalla nicchia o quantomeno dalla schiera ristretta delle pubblicazioni (a volte) barbose per iniziati o (talora) depressi frustrati.
Fare una recensione di tutta la milizia biologica/biodinamica/etc. sarebbe impossibile, anche perché al mio fegato tengo (più di Piero Ciampi, quantomeno) e ho dovuto fare le mie scelte. Mi limito così, ricordando che almeno l’80 percento dei partecipanti ha la mia stima umana e qualitativa, a segnalare i prodotti da me maggiormente apprezzati.
Bollicine. Non ce n’erano molte, a meno che non si faccia rientrare nella categoria anche le birre artigianali (Clan!Destino, Cittavecchia, 32 Via dei Birrai). Dico così – soltanto – Camillo Donati e Casa Coste Piane.
Bianchi. Macerati, soprattutto ma non soltanto. Castellada (Ribolla e Friulano in particolare), Zidarich (Vitovska e Prulke), Ciro Picariello, La Biancara di Angiolino Maule, Emidio Pepe, il Verdicchio de La Distesa, la Vitovska di Vodopivec.
Rosati. Massavecchia (sorprendente).
Rossi. La pattuglia dei Barolo deluxe (Giuseppe Rinaldi e poi Cappellano, Cavallotto, Principiano). Il Barbaresco di Teobaldo Rivella. Il Cesanese de La Visciola, il Dolcetto di San Fereolo, il Syrah 2008 di Stefano Amerighi (il ragazzo sta crescendo). La Barbera di Ezio Trinchero, A’ Vita di Vigna de Franco, Ar.Pe.Pe. (semper fidelis).
Vini dolci. Ezio Cerruti.
La lista è imparziale e qui mi fermo. Ma è stato, è e sarà un bel bere.

Langhe Doc: The Movie

Pubblico anche qui l’articolo che ho scritto stamani su La Stampa. Un film da vedere. Che ci riguarda.

Si scrive Langhe Doc, si legge Mondovino all’italiana. Tanto il documentario di Jonathan Nossiter fu un grido di dolore per il mondo del vino svenduto al mito modaiolo americanizzato, quanto questo lavoro di Paolo Casalis – di prossima uscita – è un atto d’amore per la Langa che fu. E forse non è (quasi) più.
Racconta molto il sottotitolo, Storie di eretici nell’Italia dei capannoni. Casalis, con l’aiuto del giornalista Federico Ferrero, ha raccolto le testimonianze di chi non si è arreso al gusto globalizzato. Tenendo a mente la lezione, e la tradizione, degli antenati. Ultimi passeri sul ramo, come avrebbe nuovamente scritto Beppe Fenoglio, che fino a prova contraria la Langa e i langaroli li conosceva bene.
Una produttrice di vino, uno di formaggi, uno di pasta artigianale: i protagonisti di Langhe Doc sono loro. Maria Teresa Mascarello, figlia di Bartolo, patriarca del Barolo austero e di un’etichetta irriverente – “No barrique no Berlusconi” – che finì sotto sequestro per desiderio di un politico locale di centrodestra. Silvio Pistone, produttore di tome a Borgomale nell’Alta Langa, che un bel giorno ha abbandonato il suo lavoro (piastrellista) per inseguire un sogno: cinquanta pecore, un casale disastrato e l’utopia sfrontata di bastare a se stesso. E Mauro Musso, talebano integralista della pasta, ex commesso al supermercato e oggi artefice di “tagliolini inusuali (la parola “tajarin” non può usarla) ad Alba. Realizza la sua pasta con le varietà di grano più astruse, dal farro dicocco alla semola dura “Russello”. Beve solo vino naturale, è convinto che il 99 percento del cibo industriale sia veleno ed è partito da un unico credo: “Avendo conosciuto da vicino la grande distribuzione, ho deciso di fare pasta in maniera diametralmente opposta”.
Uomini e donne in direzione ostinata e contraria, come le vignerons di Senza trucco, altro documentario (di Giulia Graglia) che mostra la parte più spontanea del mondo enogastronomico italiano. Testimonianze ulteriori di un sottobosco quasi-rivoluzionario, talora riunitosi in associazioni (Vini Veri, VinNatur, Triple A Velier), che mira alla salute del consumatore e al recupero del tempo che fu. Quello dove non c’erano i guru americani a dettare la linea per un vino facile, opulento e piacione, perfettino e senz’anima.
Langhe Doc è un piccolo esempio – 52 minuti – di arte della sopravvivenza eretica. Maria Teresa Mascarello racconta di non voler essere soltanto la copia del padre, cosa che infatti non è, poi però parla come lui. Le stesse frasi, la stessa filosofia. Quella che, nei terribili anni Novanta, quando i cosiddetti Barolo Boys si convinsero che era possibile fare grandi rossi abusando di barrique e altri demoni, avevano colpevolmente relegato Bartolo Mascarello al ruolo di fossile. Residuato bellico di un mondo poco redditizio e superato. Il tempo era dalla sua parte, come nelle canzoni lontante di Bob Dylan, ma nel frattempo Bartolo non c’è più e la dialettica manichea tra tradizionalisti e modernisti resta stringente.
Casalis, come Nossiter, tifa per gli indiani e non certo per la grinta posticcia degli epigoni di John Wayne. Gli indiani nativi d’America vivono in riserva. Gli indiani nativi di Langa non paiono meno all’angolo, poco battuti dal turismo e svantaggiati da produzioni esigue, ma resistono. Alla loro maniera: quella dei padri, quella dei nonni. Quella di Giorgio Bocca, che in Langhe Doc compare in un cameo. Le sue parole hanno valore profetico e testamentario: “Nel breve spazio della mia lunga vita, l’Italia è cambiata in maniera spaventosa. Non si è badato a nessun risparmio, si è costruito in grande come se fosse un paese enorme con spazi disponibili per tutti. E invece non ci sono, questi spazi. E’ tutta una lotta contro il tempo. Bisogna riuscire a diventare civili prima che il disastro sia completo. Bisogna vedere se arriviamo ancora in tempo a salvare questo paesaggio. Per me in gran parte l’abbiamo già distrutto”.

Cesanese del Piglio

Venerdì scorso ho presentato Il vino degli altri a Frosinone, presso il Caffè Ithaca. Con me c’era il musicista Sergio Marazzi. Una bella serata, cominciata con una cena all’ottima Enoteca Celani.
In rete c’è qualche resoconto dell’evento, che ha raccolto molte persone. Era la mia prima presentazione post-cena. A giudicare dall’esito finale, andrà senz’altro rifatta.
E’ stata anche l’occasione per visitare una zona, la Ciociaria, che non conosco bene. Alcuni luoghi, come Fumone, mi hanno colpito molto.
Da un punto di vista enologico, è la zona dell’unica Docg laziale, nata nel 2008, quella del Cesanese del Piglio. Un po’ durante la cena e un po’ a casa, grazie ai campioni che mi sono stati spediti dalla Strada del Cesanese, ho avuto modo di conoscere meglio una tipologia di cui nel libro parlo appena (riuscendo peraltro a mettere un refuso nell’unico Cesanese citato: bravo Scanzi).
Il Cesanese d’Affile dà vita alla Doc ominima, al Cesanese d’Olevano Romano (per alcuni il più rustico, per altri il più vero) e alla Docg Cesanese del Piglio.
Il livello medio è buono. E’ un vino che per troppi anni è stato vittima di una concezione massale e quantitativa (leggi: vino sfuso). Ancora oggi trovo che alcune aziende gestiscano male il legno piccolo e, in generale, mi pare che l’alcolicità sia alta. Il pur buono Hernicus 2008 di Coletti Conti, per dire, va sui 16 gradi. Troppo caldo? Uve surmature? Tendenza al vino iper-concentrato? Boh.
Il Cesanese d’Affile, più nobile del Cesanese comune (il famoso e famigerato rosso dei Castelli Romani), può vantare almeno una decina di aziende quotate. La Docg fissa una presenza del vitigno in almeno il 90 percento. Il rapporto qualità/prezzo è molto buono. Due esempi. Il Velobra 2008 di Giovanni Terenzi, nella Guida Espresso, ha preso 17/20 e non costa più di 8/9 euro. Meglio ancora il Tenuta della Ioria 2008, 18/20 e stesso prezzo in enoteca. Anche per questo è una Docg da seguire con attenzione.
Il vitigno ha tannini importanti, anche per questo ha (tuttora?) la nomea di rosso poco elegante. In realtà dipende molto da come lo si traduce dalla vigna in cantina. Alcuni produttori vorrebbero vederci punti di contatto con il Pinot Nero, a me pare che invece certi Cesanese tendano più a rodaneggiare che a borgogneggiare.
L’acidità, quando non sepolta dal rovere, è apprezzabile e mitiga l’alcolicità troppo spesso esuberante. Canonizzare il profumo del vitigno è discutibile oltre che difficile, tuttavia si nota spesso una speziatura dolce, frutto rosso maturo, finale amaricante (tipo cacao amaro) e una evidente natura ematica e ferrosa.
In base ai vini da me provati, il Cesanese del Piglio “classico” più riuscito è il già citato Tenuta della Ioria di Casale della Ioria. Tipico vino da Tre Bicchieri, ma in senso buono. Non ho provato il Romanico di Coletti Conti, mentre il base Hernicus è pregevole nonostante i 16 gradi dell’annata 2008.
Su ottimi livelli Velobra e Colle Forma di Giovanni Terenzi, i Cesanesi più animali ed ematici: sembra davvero di avere a che fare con emoglobina e fegato (descritti così sembrano vini terrificanti, me ne rendo conto, ma l’intento è opposto). Significativa anche la sapidità.
Bene, seppure appena dietro le tre aziende sin qui citate, il Casal San Marco di Mario Terenzi (il Cesanese citato nel libro tra i vini outtake), l‘Agape di Petrucca & Vela, il Terre del Cesanese Colli Vignali (niente male davvero) e il Vigne Nuove di Massimo Berucci. In quest’ultima bottiglia e nel Santa Felicita di Cantina Martini, entrambe Superiori 2008, l’alcol è però davvero eccessivo (rispettivamente 16.5 e 16.2). A conferma di una tipologia che non deve cedere alle lusinghe del marmellatone, o dell’Amarone alla Laziale.
La bottiglia di Seronero Rapillo era difettosa. Non ho ancora avuto modo di provare altre aziende importanti come Colletonno, Manfredi Opificio e Giuliani.
Se poi cercate un Cesanese del Piglio meno educato e convenzionale, la bottiglia più invitante è la Priore de La Visciola, un’azienda neonata che lavora in biodinamica. Il Cesanese con più personalità, anche se non per tutti i gusti (la solita storia, sì). De La Visciola ho apprezzato anche il Donna Rosa, una Passerina del Frusinate di carattere. Venti euro il rosso, un po’ meno di 15 il bianco. Da provare.