Archivio di gennaio 2011

Stella Flora 2005 – Castelli

Ancora orange wine, stavolta marchigiano. Contrada Isidoro, verso Monte Urano. Provincia di Fermo, zona vitivinicola del Piceno. L’azienda, nata nel 1999, è quella di Maria Pia Castelli.
Dal mio amico Arnaldo Rossi, al Pane e Vino di Cortona, sabato scorso ho bevuto lo Stella Flora 2005. Un prodotto che ben racconta la filosofia aziendale. Pecorino 50 percento, Passerina 30, più lievi aggiunte di Malvasia di Candia e Trebbiano (dieci più dieci). La macerazione è importante, attorno ai 25 giorni. Il vino, mi dicono, è seguito con particolare attenzione da Marco Casolanetti, artefice del Kurni, il vino vero più concentrato e discusso del panorama italico (chi lo ama e chi lo odia: a me piace l’idea ma non il prezzo e l’effetto sciropposo che ne derivano). 
Giallo dorato, non torbido. Bella impressione visiva. Al naso, anzitutto note agrumate. Scorza di arancia amara, come ha scritto Roberto Giuliani nel suo Lavinium. Bella mineralità, erbe aromatiche, frutte tropicali essiccate e un che di mandorla. Al gusto, piace il basso tasso alcolico (12 gradi). La struttura è buona, non trascendentale per essere un bianco macerativo. Nulla da dire su freschezza e sapidità. L’equilibrio è maggiormente apprezzabile alle alte temperature. Uso sapiente della barrique (della serie: il male non è il mezzo, ma l’uso che ne fai). La nota ossidativa è evidente, come certi bianchi dello Jura: anche in questo caso, c’è chi li adora e chi no. Personalmente non amo l’effetto ossidativo, quindi ne avrei fatto a meno. L’unica perplessità – ma siamo sul personale – di un bianco che si lascia apprezzare per carattere e bevibilità. Prezzo al ristorante di 25 euro.

Presentazioni: nuove date

Nelle prossime settimane presenterò Il Vino degli altri in alcuni luoghi.
Ecco le prossime date.

Venerdì 28 gennaio, Frosinone, Caffè Letterario Ithaca. Ore 21.30  Dopocena con interventi musicali del grande Sergio Marazzi.
Venerdì 11 febbraio, Marano di Mira (Venezia). Ristorante slowfood Da Conte. Ore 18. Aperitivo-degustazione e poi cena con l’autore.
Venerdì 18 febbraio. Asti, frazione Mombarone. Ristorante slowfood Ai Binari di Mara Bione. Cena “Rossi piemontesi scapigliati”. Ore 20.30. All’interno della cena, mini-presentazione con produttori d’eccezione (saranno presenti, fisicamente e coi loro vini: Flavio Roddolo, Beppe Rinaldi, Piero Busso, Fabrizio Iuli, Ezio Cerruti). Finale a sorpresa. Costo 35 euro.
Giovedì 3 marzo, Sala congressi di Porto Lotti, viale San Bartolomeo a La Spezia, Ore 20.45. Presentazione-dibattito, organizzato dall’Ais. Sarà presente il produttore Walter De Batté e avrà luogo una piccola degustazione con i suoi vini e quelli di Angiolino Maule.
Da definire: Bassano del Grappa.

Prulke 2007 – Zidarich

Anno nuovo, vizi vecchi. Laddove i vizi vecchi risiedono negli orange wine o, come li chiama il mio amico Arnaldo Rossi, i vini macerativi.
Qualche sera ho cenato allo slowfood Grappolo D’Oro Zampanò. Un buon posto a Campo de’ Fiori, quindi una rarità nell’assai deludente contesto enogastronomico romano. Ancor più in centro.
La carta dei vini, buona ma un po’ acerba, lascia intendere che i proprietari vorrebbero osare ma hanno paura di non ricevere il plauso della clientela.
Ho scelto un Prulke 2007 di Zidarich. Uno dei migliori vini del Carso (non fate battute grevi: non è il blog di Martufello). Beniamino Zidarich è tra i maggiori interpreti della Vitovska. E non solo. Ne ho parlato più volte, nell’ultimo libro e in questo blog.
Il Prulke è un blend di 60 percento Sauvignon, 20 Vitovska e 20 Malvasia. Tutte le uve vengono dallo stesso vigneto. Lieviti autoctoni, pietra e vento come scenario carsico. Malolattica in grandi botti di rovere, affinamento in botti medie e grande di Slavonia (tostatura naturale). Non so il tempo esatto della macerazione, comunque non breve.
Niente filtrazione, niente stabilizzazione.
E’ un orange wine di grande carattere e altrettanta bevibilità. Giallo dorato, lievemente torbido. Al naso frutta gialla, anche mandarino. Speziatura evidente.
Freschezza notevole, sapidità da gridare al miracolo. Buona morbidezza. Non stanca minimamente e migliora con l’aumento della temperatura (qui il cestello del ghiaccio non serve). Lungo, complesso, fine.
L’ho preso a ventotto euro. Lo riprenderei subito.

Luteraia & Roccapesta

Non c’è presentazione in cui non ricordi quanto siano pochi i vini toscani che sappiano raccontare il loro territorio. Accade ovunque, ma in Toscana di più. Si aggiunga il gusto personale, che mi spinge a preferire al Sangiovese non pochi vitigni rossi (Nebbiolo, Pinot Nero, Nerello Mascalese), e la fascinazione per Beppe Fenoglio: ecco perché sono un toscano apolide.
Apolide: non scemo. Un Pergole Torte è per sempre (cit). E non solo quello. Non generalizziamo.
Ultimamente ho trovato due vini toscani discreti. Il primo, il Morellino di Scansano Roccapesta 2007, mi era stato donato mesi fa da Marina della Compagnia del Taglio (Modena). Non amo il Morellino, che reputo uno dei più facili “vini da donna”, morbidi e piacioni: perfetti per piacere a chi non ama troppo il vino. Un po’ è per come cresce lì il Sangiovese (che chiamano Morellino), meno acido e più rotondo. Un po’ – soprattutto – è per come lo vinificano. Il Roccapesta è un Morellino che si difende. Novantasei percento Sangiovese e quattro Ciliegiolo. Metà produzione fa legno piccolo per un anno. Quattordici gradi e mezzo, 40mila bottiglie annue. Non conosco il prezzo (immagino sui 15-20 euro in enoteca).
L’azienda è del giovane Alberto Tanzini, un 39enne bresciano che ha cambiato lavoro innamorandosi della Maremma. Il suo è un Morellino dal buon nerbo speziato, morbido ma con discreta acidità e buona bevibilità. Non va giù da solo, ma neanche stanca. Che è già un bel risultato. Nella sua tipologia si difende. Ho successivamente appreso che il Roccapesta è uno dei vini preferiti da Marcello Dell’Utri: vada la mia solidarietà al produttore.
L’altro vino, che mi ha convinto maggiormente, è il Luteraia dell’azienda omonima. A sud di Acquaviva di Montepulciano, nel cuore della Valdichiana (sì, le mie terre). Anche questa zona è sfigata il giusto, di vini veri neanche l’ombra o quasi (il quasi è Poderi Sanguineto I & II, che comunque non mi fa stracciare le vesti). Si produce anche un Nobile di Montepulciano. Del Luteraia ho bevuto la 2007. Ventidue euro, ieri alla Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino. Purtroppo non è facilmente reperibile.
Bella evoluzione nel bicchiere. Un Igt: Sangiovese, Sangiovese Grosso (Prugnolo Gentile), Canaiolo, Mammolo e Malvasia Aromatica. Quasi un “Chianti di Montepulciano”, almeno come uvaggio. Fiori e frutti rossi (susina, se volete fare i fighi). Pepe nero – come il Roccapesta, peraltro. Finale lievemente acido e tannico, dato da un Sangiovese irruento ma tutto sommato calibrato. Buona bevibilità. Ideale per chi vuole bere toscano contadino. E senza svenarsi.

P.S. Lunedì posterò le date delle prossime presentazioni: Frosinone, Marano di Mira (Venezia), Cinque Terre Liguri, Bassano del Grappa.

Collezione Grandi Cru 2005 – Cavalleri

Negli ultimi tempi mi è capitato di organizzare cene-concerto. Qualche amico viene da me, mia zia cucina, amici e famiglia fanno da commensali prima e pubblico poi. A novembre è toccato a Luigi Mariano, ieri a Sergio Marazzi. Due artisti che stimo molto.
Il vino che ci ha fatto compagnia ieri, come apripista (e che apripista), è stato il Blanc des Blancs Collezione Grandi Cru Brut 2005. Un Franciacorta deluxe. Azienda Cavalleri, di cui tanto ho parlato, nel libro e in questo blog.
Giulia Cavalleri mi ha mandato una Magnum per Natale. Regalo importante (non ne esistono più di 500), che meritava un’occasione altrettanto importante.
Quarantotto mesi – come minimo – sui lieviti, per amplificare l’effetto plenitude e arricchire struttura e (soprattutto) bouquet organolettico. Prodotto solo nelle grandi annate. Due degorgement, in primavera e in autunno. Chardonnay in purezza. Il 20 percento della base affina in barriques.
E’ un Blanc des Blancs di strepitosa eleganza. Dritto, lungo, fine. Profilo olfattivo che gioca sui lieviti, fiori e frutti bianchi. Sciroppo di dosaggio percettibile ma non invasivo. Equilibrio innegabile, bevibilità pazzesca (volevo scrivere “suprema”, ma poi sembro troppo Luca Maroni: ho già usato “bouquet”, “plenitude” e “degorgement”). Bollicine numerose, fini e persistenti – l’unico aspetto su cui alcuni Cavalleri base possono qua e là zoppicare.
Senza dubbio uno dei migliori Metodo Classico italiani, a un prezzo onestissimo (30 euro in enoteca la bottiglia da 0.75, il doppio o giù di lì la Magnum).
Se la gioca tranquillamente con i migliori Champagne della Costa dei Bianchi. Lo vedrei bene, ad esempio, in una sfida con Larmandier Bernier e Bonnet-Gilmert. Ci sarebbe da divertirsi.

P.S. La vigilia di Natale 2012 ho bevuto una Magnum di Collezione Grandi Cru 2007. Ribadisco e rinnovo tutto il mio apprezzamento.

Monleale 1995 – Walter Massa

Dovevo fare la pace con i vini dei Colli Tortonesi.
E’ una zona che amo, che ho visitato e di cui parlo anche nel Vino degli altri, ma ultimamente avevo avuto qualche (piccola) delusione.
Il Timorasso è uno dei vitigni bianchi autoctoni più meritevoli, dal potenziale non ancora pienamente espresso e non da tutti conosciuto a dovere, ma ultimamente mi ero imbattuto in bianchi sin troppo precisini. Quasi asettici. Di più produttori.
Quasi come smacco del destino, una Magnum di Timorasso aperta alla vigilia di Natale sapeva di tappo. E l’altra era abbastanza deludente. Cosa stava succedendo?
Ieri sera ho aperto, con mio padre e i miei amici, una Monleale Colli Tortonesi 1995. Barbera in purezza. Una magnum di quindici anni regalatami da Walter Massa, dopo la mia presentazione a Tortona lo scorso 5 novembre. Un vino vecchio di 15 anni, di cui esistono solo 400 esemplari (e 4mila bottiglie canoniche da 75 cl).
Massa è  il grande valorizzatore dei Colli Tortonesi. A differenza di molti pionieri, non ha fatto terra bruciata attorno a sé ma ha permesso che il movimento della sua terra crescesse attorno a lui. Ha Apripista e maestro. Quest’anno è stato premiato come vigneron dell’anno dal Gambero Rosso.
L’ho visto molte volte. Chiacchierone, vulcanico, narciso. I suoi bianchi mi piacciono molto (non tutte le annate), rossi e Moscato meno. Di solito funziona così.
Ieri invece la sua Barbera Monleale 1995 ha fuoreggiato. Forma smagliante. Naso ricco, complesso: ematico, etereo, speziato. Note animali, anche. Frutto e fiori secchi rossi. Sottobosco. In bocca, acidità sorprendente. La morbidezza (finalmente) non era stancante. Idem per la struttura. Una Barbera che andava su verticale, dinamica ed elegante. Lunga e vibrante.
E’ stato un gran regalo.

Fortana Surliè 2009 – Azienda Mariotti

Vini delle sabbie e Uve d’Oro. Questo è il vitigno Fortana, che trova massima espressione a Ferrara e in particolare nella Doc Bosco Eliceo.
Spumantizzato secco e dolce, quasi sempre frizzante, ai corsi Ais se ne parlava più che altro perché, venendo da viti sulla sabbia, la fillossera non ce l’ha fatta ad attaccarle. Per questo sono spesso viti a piede franco.
Un tempo la Fortana si chiamava Uva d’Oro. Forse perché veniva dalla Cote d’Or francese e forse perché produceva così tanto che per gli agricoltori equivaleva all’oro. Anche la parola Fortana rimanda a un “portare tanto frutto”.
Ieri ne ho bevuto un esempio splendido nella sua piacevolezza. Il Surliè dell’Azienda Mirco Mariotti ad Argenta, Ferrara. Una Fortana Igt dell’Emilia.
Era l’intrusa della degustazione Prosecco Colfondo, quella di cui ho parlato con affetto anche se qualche produttore se l’è presa (parentesi: di recente ho ribevuto la Naturalmente Frizzante di Loris Follador Coste Piane: spettacolo).
Mariotti è celebre per la Fortana Bosco Eliceo Doc Duna della Puia, che ha in Jacopo Cossater un grande estimatore. Non l’ho mai bevuta.
La Surliè 2009 ha spuma invitante e vivace. Alcolicità non sostenuta, 11.5 gradi. A qualcuno ricorderà certi Lambrusco Reggiani e Mantovani (sì e no). Altri penseranno ai frizzanti naturali di Camillo Donati (a cui Mariotti si ispira). Bel frutto, bel fiore. Fresco, leggero, bevibile. Leggerissimo sentore di feccino, che fortunatamente va via subito. Semplice come te l’aspetti, ma con un surplus di emozioni dato dalla rifermentazione in bottiglia, che regala sentori di lieviti e crosta di pane.
L’abbinamento consigliato è con anguilla alla brace (per l’amor di Dio) o salumi ferraresi. La vedo bene anche con formaggi freschi, pizza e primi a base di verdure. Non conosco il prezzo.
L’etichetta provvisoria e la correzione a penna dell’annata (2009 invece di 2006) dicono che questa Surliè per ora rappresenta un esperimento. Io sarei per ufficializzarla.

(pochi giorni dopo questo post, Mirco Mariotti ne ha ufficializzato la produzione).