Archive del 11 dicembre 2010

Prosecco Colfóndo #1

Poveri organizzatori, chissà che figuraccia ho fatto. Mettono su una manifestazione encomiabile, Prosecco Colfóndo #1, il 30 ottobre. Non ci vado, perché nel frattempo sono entrato a far parte di X Factor e quel sabato andavamo in onda. Così uno dei fautori, Luca Ferraro di Bele Casel, mi fa avere tutte le bottiglie  a casa. Però le manda all’indirizzo di mio padre, perché io abito in un eremo dove i postini hanno paura a venire, e tra una cosa e l’altra mio padre non mi consegna mai i vini. Decido quindi di degustarli via via, insieme, in cene con 6, 8 o 10 persone. Per avere più pareri su una tipologia particolare e non da tutti conosciuta. Infatti qualcuno, quando li vede sul bicchiere, mi chiede: Scanzi, che è ‘sta roba? Che amici e familiari empi che tengo, mamma mia.
Son passati quasi due mesi e nel frattempo ho parlato di tutto, perfino di Kit Kat e Luca Maroni, ma non di Prosecco Colfóndo. Ora posso parlarne.
Cos’è il Prosecco Colfóndo? Il Prosecco tradizionale, delle campagne, che non segue il classico Metodo Martinotti-Charmat (fermentazione in autoclave) ma la rifermentazione in bottiglia. Quasi come uno Champagne o un Metodo Classico. La parola “colfondo”, scritta spesso tutta attaccata, è il corrispettivo italiano del francese “sur lie“, sui lieviti. In via teorica, questo tipo di Prosecco non è solo da aperitivo ma vanta vita maggiore. C’è chi ha bevuto Prosecchi Colfóndo vecchi di quasi trent’anni e ha gridato al miracolo.
Trovare Prosecchi “canonici” convincenti non è facile. Direi Frozza, Bele Casel e Coste Piane, che però – appunto – non sono canonici ma rifermentano in bottiglia. Quindi torniamo al punto di partenza.
I Prosecco Colfóndo qui degustati hanno come comune denominatore un aspetto iniziale non proprio invitante. Sono torbidi, un po’ sfigati all’esame visivo. La bollicina è ondivaga (?), il naso è gradevole ma non ricchissimo. Il gusto a volte convince e a volte no. E il tappo è spesso da bottiglia d’acqua o birra. In linea di massima, sono Prosecchi che piacciono come approccio ideologico e territoriale, ma non sempre convincono appieno. Hanno anche il problema di una difficile presa sul mercato, proprio perché bruttini e per nulla simili (per fortuna) al Prosecco stitico genere Paris Hilton. Il mio voto di massima è un 9 al progetto e 6+ (di media) alla resa, fermo restando che come bevibilità, rapporto qualità/prezzo e digeribilità (aspetti non proprio marginali) siamo su livelli alti.
Le aziende coinvolte erano Frozza, Casa Coste Piane, Zanotto, Costadilà, Bele Casel, Biondo Jeo, Lorenzo Gatti e Maurizio Donadi (Azienda La Basseta). I Colfóndo provenivano da zone diverse: Valdobbiadene, Conegliano, Asolo, e piana della Marca Trevigiana. All’interno di una delle bottiglie c’era un pezzo di guarnizione bianco, una cosa metallica tonda. Era sicuramente un campione tra Gatti, La Basseta e Zanotto, ma ho perso l’appunto (La Basseta). E’ davvero antiestetico, ma serve per mantenere i microrganismi fermentativi, tipo lattina di Guinness.
Ecco le mie valutazioni.
Casa Belfi – Azienda La Basseta. San Polo di Piave (Treviso), 10 gradi e mezzo. Vino Frizzante Bianco a fermentazione naturale. Poca bollicina, debole l’allungo, rimane più che altro un sentore limonato tanto al naso quanto al gusto. Si beve, ma senza grandi pretese. Qualcuno lo ha definito a tavola “una limonata un po’ alcolica”. La ceramica lisergica, stile Guinness, è spiegata dal produttore Maurizio Donadi in uno dei commenti a questo post.
Zanotto Colfóndo – Azienda San Rocco. Meno torbido di altri, non brilla in personalità. Corto anche lui. Gusto un po’ abboccato che può rendere (ad alcuni) più gradita la beva.
Bottiglia non etichettata – Vorrei sapere di chi fosse, perché era riuscito. Uno dei migliori. Secco, bella freschezza, pulito. (ho poi scoperto che era Frozza).
Bele Casel – Asolo Prosecco Colfóndo. C’è anche qui un effetto dolcino (tipo Champagne Brut con troppo dosaggio) che avrei evitato, ma queste bottiglie hanno spesso vita autonoma. Meno convincente (ma anche meno facile) del più noto Asolo Prosecco Superiore Extra Dry dell’azienda. Costo 8 euro, come quasi tutti i prodotti qui recensiti. Velato, si salva in corner con una buona sapidità.
Prosecco Lorenzo Gatti. Ponte di Piave (Treviso). Meno velato e più gradevole all’esame visivo, ma come impatto gusto-olfattivo delude un po’, per il solito fiato corto di questa tipologia e un naso che non va molto oltre il lime e la pera Williams. Nulla da dire sulla bevibilità, che non manca a nessun vino tra quelli qui recensiti. Si ha però spesso la sensazione di bere una bevanda così naturale e beverina da non sembrare (quasi) neanche vino. E non è detto che sia un problema dei produttori, casomai del mercato che ci ha abituato ad altro.
Prosecco Az. Agr. Costadilà Bianco dei Colli Trevigiani. Un triple A Velier. La macerazione di 15 giorni sulle bucce dona un colore aranciato. Finale amarognolo, buona mineralità. Bevibilità impeccabile. Un Prosecco Colfóndo più ambizioso di altri, che alla degustazione collettiva ha diviso. Come era naturale che fosse.
Prosecco Surlì Biondo Jeo. Montello e Colli Asolani. Fermo restando che rimane l’aspetto torbido, la bollicina esile e il fiato corto, mi è parso uno dei Prosecchi Colfóndo più ispirati, per via di acidità, sapidità e onesto equilibrio.
Casa Coste Piane – Valdobbiane Frizzante Naturale. Il migliore del lotto, e scopro l’acqua calda visto che l’artefice è il plurilodato Loris Follador. Il punto di riferimento dei Prosecco Colfóndo Naturali. Compaiono fiori, frutto più nitido e una bollicina meno timida. Prezzo 10 euro. Ci siamo.
Silvano Follador – Prosecco Metodo Classico 2008 Dosaggio Zero. L’extended play della degustazione. Ieri era un nome che faceva (anche) massa, oggi è un biodinamico coraggioso. Un Pas Dosè ardito, senza paracadute, che racconta benissimo cos’è il Prosecco senza interpolazioni o finzioni. Non per tutti i gusti, ma senz’altro vero.
Mi pare manchi all’appello Frozza. Quest’ultimo è uno dei miei preferiti, avendolo incontrato ben prima di questa degustazione, e dubito che mi deluderà. (infatti non mi aveva deluso. Era la bottiglia non etichettata. Di Frozza conoscevo il Col dell’Orso, un Extra Dry regolarmente etichettato e recensito a maggio).