Archivio di dicembre 2010

Però Tankadeddu 2008 – Panevino

Succo e polpa. Bevibilità incredibile. Il sapore dell’uva: sano, invitante, riconoscibile.
E’ una recensione breve del Però Tankadeddu 2008, prodotto base (si fa per dire) di Gianfranco Manca. Uno dei vignerons più geniali e puri che l’Italia abbia.
Andarlo a trovare è difficile, farlo parlare ancora di più. Nurri, nel cagliaritano. Azienda Panevino. Niente solfiti. Lieviti autoctoni. Pane a lievitazione naturale – fatto dalla moglie Elena Gallo – che potrete mangiare nel loro agriturismo.
Vigne incantate, terreni impervi. “Disordine creativo”, come lo chiama la guida Slow Wine.
Manca è un talento naturale e indomito, come Renato Mereu di Perda Rubia. Due piccole aziende sarde che tornano al cuore della vite, della vigna: della vita.
Il Però Tankadeddu 2008, bevuto ieri alla Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino, è un Igt Isola dei Nuraghi di Cannonau, Monica e Carignano. L’annata devi scovarla a lato nell’etichetta. Duemilacinquecento bottiglie, 20-22 euro in enoteca. Io l’ho bevuto a 25 al ristorante.
Fin dall’esame visivo ha quell’aspetto polposo. Profumi base, frutta e fiori. In bocca, la quintessenza della bevibilità. Un vino glou-glou di gradazione bassissima, 12 gradi.
Viticoltura biodinamica, rischi ingenti, la peronospora quest’anno ha quasi distrutto tutto. Eppure Manca resiste. E crea capolavori di semplicità apparente.
Vino da chiacchiere con amici veri, per far tardi la notte senza accorgersene. E risvegliarsi ancora più in forma.

Pinerolese Ramìe 2007 – Coutandin

Attenzione, prendete nota. Siamo di fronte a un vino adorabile. Costa attorno ai 15 euro e ha l’unico difetto di essere quasi introvabile. Vino Outtake in tutto e per tutto.
Me l’hanno regalato un mese fa i proprietari dello slowfood La Nicchia, Cavour, provincia di Torino. Ero là per la presentazione a Luserna San Giovanni. Gli avevo chiesto il vanto enologico locale, quindi un Pinerolese Ramìe. Vino rosso di montagna.
E’ fatto direttamente da tre produttori (Bronzat Franco, Coutandin Giuliano e Ribet Roberto). Altri due conferiscono le uve alla cantina sociale di Bricherasio. Qualcuno pare si stia aggiungendo. Dal 1996 è una Doc. I territori sono quelli di Pomaretto e Perosa Argentina.  La denominazione di origine “Pinerolese Ramìe” è riservata al vino rosso ottenuto dalle uve provenienti dai vigneti aventi la seguente composizione: Avanà 30 percento, Avarengo minimo 15 percento, Neretto minimo 20 percento. Possono concorrere alla produzione altri vitigni a bacca rossa non aromatici da soli o congiuntamente, per un massimo del 35 percento. Il Pinerolese Ramìe è cioè un blend di uve rosse autoctone, rarissime, del Pinerolese.
La Nicchia mi ha regalato il Coutandin Ramìe 2007, dicendomi che era di gran lunga il migliore.
L’ho aperto ieri sera, un po’ timoroso, perché l’altro vino che mi avevano consigliato, la Barbera Pinerolese Merenda con Corvi 2006, era risultata una delusione indiscutibile. Invece questo Coutandin è splendido. Nonostante la temperatura del vino fosse – per mia colpa – un po’ bassa, si è rivelato una piacevolissima sorpresa.
L’azienda è stata fondata nel 1997 da Giuliano e Laura Coutandin a Perosa Argentina, Borgata Ciabot. Dal 2008 è nelle mani del figlio Daniele. Strada facendo si è leggermente ampliata, recuperando vigneti abbandonati. L’obiettivo primo era valorizzare proprio il Ramìe, vino raro e misconosciuto ma amato, in passato, dal Cardinale Richelieu (sticazzi) e da Luigi Veronelli (già adesso ci siamo).
I vigneti, a Pomaretto e Perosa Argentina, sono sui 650-800 metri sul livello del mare. Viticoltura eroica in piena regola.
Il Ramìe 2007 di Coutandin è ottenuto da Avanà, Avarengo, Neretto (Chatus), Bequet e Barbera. Fa solo acciaio e viene imbottigliato dopo due anni, senza chiarifiche e filtrazioni. L’azienda ha optato per una viticoltura naturale.
E’ un rosso che spicca per la straordinaria bevibilità. Tannini gentili e affatto ingombranti. Struttura non importante, ma giusta. Bella freschezza. Profumi di frutti e fiori rossi, speziatura stimolante. Buon allungo, equilibrio non artificioso. Non ha stranezze o asperità dei vini naturali più estremi, risultando per questo adatto anche ai consumatori non particolarmente smaliziati. 
Purtroppo l’azienda produce sulle 2mila bottiglie annue (il dato è in leggero aumento). Si trova quindi con effettiva difficoltà. Ma va necessariamente provato. 

Vigna del Volta 2005 – La Stoppa

Domani è Natale, e a dirla tutta me ne frega un po’ meno di nulla. E’ però, e forse, una scusa per farsi gli auguri. Bevendo, magari, quello che solitamente non si beve.
Non amo i vini dolci, non li bevo mai e li ritengo quasi sempre dei prodotti ideali per chi muove i primi passi nel mondo di Enolandia. Per i non smaliziati. Vini Obladì Obladà, da Paul McCartney in salsa iper-pop (che due palle, il McCartney più paraculo).
So bene che è un ragionamento manicheo. E soprattutto sbagliato. Esistono vini dolci, passiti e no, splendidi.
Il mio amico Ezio Cerruti, artefice di uno dei pochi passiti che trovo adorabili, mi prende spesso in giro per questo. Nel farlo, prende in giro se stesso, visto che si autodefinisce “uno che voleva fare Barolo, solo che a Castiglione Tinella non si può, e così si è messo a fare il passito”.
Tutto questo per dire che, con il post di oggi, vi consiglio un vino dolce con cui farsi gli auguri. Non è un Picolit, di cui parlavo in Elogio. Non è un Tokaj e neanche uno Sciacchetrà, di cui parlo nel Vino degli altri. E’ una Malvasia Passito dei Colli Piacentini.
Mi ci sono imbattuto alla Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino. Martedì, con un amico.
E’ andata così. Beviamo un Metodo Classico Balter Brut, Doc Trento, e lo troviamo oltremodo deludente. Beviamo il Furore 2009 di Marisa Cuomo, ovviamente un gioiello. Poi il mio amico, fissato – lui – coi vini dolci, dice a Marco (il proprietario) di farci provare qualcosa. Lui ci porta due Triple A Velier (Marco è una sorta di abbonato a Velier, credo abbia tutto il catalogo). Il primo è il Passito 2003 di Cascina degli Ulivi, su cui puntava maggiormente. Ora, ragazzi, io non so se mi manchino i cromosomi necessari, ma i vini di Stefano Bellotti non mi prendono mai fino in fondo. Non mi aveva convinto il Bellotti Rosso, non mi convince questo Passito: stanco, senza allungo, per nulla dritto. Eleganza scarsa.
L’altro Triple A, invece, era delizioso. Vigna del Volta 2005, azienda La Stoppa. Rivergaro, Località Ancarano: Val Trebbiola, provincia di Piacenza. Era presente alla rassegna VinoVinoVino 2010 di Vini Veri a Cerea, come pure al Vinitaly quale vincitrice dei Tre Bicchieri Verdi. Il loro obiettivo è fare “vini moderni senza però tradire le memorie e le espressioni del territorio, che qui si manifestano con sfumature e caratteri unici e propri“. Non sono, quindi, né talebani né integralisti. Cercano una sorta di giusto mezzo.
Per quel che vale la degustazione di martedì, col Vigna del Volta 2005 l’hanno trovata. Malvasia 80 percento, Moscato 20 (ma la percentuale cambia sensibilmente di anno in anno). Vigne dagli 11 ai quasi 40 anni d’età. Appassimento al sole, su teli, di 10-15 giorni. Affinamento di dieci mesi in barrique di vario passaggio. Potenziale evolutivo alto. Potete aspettarlo ancora, è in piena rampa di lancio.
Vino da meditazione, per chi crede almeno alla definizione (io no). Più che altro, vino di pregio. Venti euro circa, bottiglia da mezzo litro. Lo consiglio, senz’altro. Per il naso di frutta candita, miele, spezie e tabacco dolce. Per quel sentore di confettura di pesca e albicocca, gradevole e non stuccante. Per il gusto, anzitutto fresco, non sciropposo, magari non drittissimo (il residuo zuccherino è importante) ma dritto sì: sufficientemente verticale, se mi passate l’immagine. Elegante, persistente, di grande beva.
Da non amante di vini dolci, ne avrei bevuto un secchio. Che per me è cosa molto rara. Mi dicono che anche l’Ageno, il loro orange wine, sia encomiabile. Approfondirò. Nel frattempo: bravi.

Rosso Più 2007 – Le Coste

Martedì scorso, Pane e Vino a Cortona. Stiamo decidendo il nettare berlusconiano per la degustazione Vino e politica di due giorni dopo (un successo, peraltro). C’è Arnaldo Rossi, proprietario dell’osteria e instancabile scopritore di nuovi nomi.
Beviamo cose orrende, moderniste e inaccettabili. Ci immoliamo al culto della barrique cromata. Poi, stremati, cerchiamo qualcosa che ci tiri su.
Arnaldo dice che ha trovato uno che fa vini laziali buoni: non impossibile, ma abbastanza raro sì. Arnaldo dice sempre cose di questo tipo.
Torna con due rossi, un Aleatico di Gradoli secco e un Greghetto Rosso, ovvero il Sangiovese laziale (più o meno).
L’azienda è Le Coste, a Gradoli. Il proprietario è il giovane Gianmarco Antonuzi. Non lo conosco, Arnaldo c’è andato invece qualche settimana prima. Ha lavorato per anni in aziende vinicole francesi (tra cui Philippe Pacalet), poi è tornato nel paese dei nonni. Con lui c’è la compagna Clementine Bouveron. Hanno cominciato a lavorare le vigne nel 2004.
L’azienda è biodinamica e fa parte dei Vini Veri. Il prodotto più celebre è il Litrozzo, un beverone bianco/rosato/rosso in bottiglie da litro e tappo a vite. Ha i suoi estimatori. Riporto dal blog Il Campo Vinato di Eugenio Bucci, secondo cui il Litrozzo era il prodotto migliore dell’ultima rassegna ViniVeri a Cerea. “Vino torbido e coloratissimo, è frutto di un progetto quasi di preservazione del territorio. Gianmarco Antonuzi, il vulcanico titolare, prende le uve di vecchi vigneti coltivate dai contadini della zona (vigneti nei quali non c’è alcun intervento ma che vengono lasciati produrre naturalmente in una sorta di auto-controllo naturale dato solo dall’età della vigna) e le vinifica. E’ un vino anti-intellettuale, per dirla con le sue parole, un dialogo diretto con la storia del suo territorio e con quelle viti che, grazie all’età e solo a quella, sono arrivate a produrre in equilibrio. Un progetto che riporta all’idea di vino contadino dove questo sta a significare bevibilità quotidiana e digeribilità (ancora) e un rapporto con la terra. Un’idea per la quale vale la pena di spendere la parola veronelliana. E tutto questo non basterebbe ancora se, in effetti, il vino non fosse così buono. Il concetto olfattivo è spremuta d’uva: sensazioni dolci, buccia di pera, fiori d’acacia, quello che volete, tutto disteso ma non ruffiano, ruvido il giusto, e con naturalezza porto al naso. La bocca è tonda, un cerchio perfetto d’equilibrio acido-tannico-dolce. Consistenza non spaventosa ma, davvero, qui non importa. Qui si torna ai primordi del bere, quando il bere era nutrimento e il nutrimento era piacere puro, sano e quotidiano. Si, quotidiano. Allora datemi 100, 1000 Litrozzi e lasciatemi godere di quello che la terra in sinergia con l’uomo può dare. Rispetto”.
Non l’ho ancora mai provato. Voi?  
Con Arnaldo beviamo l’Aleatico secco, che non ci convince: alcolico, sbilanciato, eleganza zero. Se lo vinificano dolce da secoli, un motivo ci sarà. Poi attacchiamo il Rosso Più, annata 2007. E’ ottenuto con le uve selezionate di solo Greghetto rosso, scelte sulle piante più equilibrate nelle vecchie vigne. L’uva non diraspata ha fermentato in un tino troncoconico di legno per quaranta giorni; il vino è stato poi affinato venti mesi in barrique di rovere francese di più passaggi. Lo beviamo, e ribeviamo, e ribeviamo. La bottiglia finisce senza quasi accorgersene. Bel segno: i vini della vita sono altri, e inizialmente c’è pure quel lievissimo sentore di feccino tipico di molti biodinamici, ma a un prezzo attorno ai 15-20 euro (il Litrozzo ne costa 7) hai il massimo quanto a bevibilità, naturalità e digeribilità.
Antonuzi si riconosce nel Litrozzo, ritenendo la sua gamma più ambiziosa una sorta di “sega intellettuale” (per citarlo). E’ lecito non essere d’accordo. Il Rosso Più è un vino contadino in tutto e per tutto. Nel senso migliore: veronelliano. 

Bianco Fiero 2008/09 – Cantina Margò

Alt, fermi un attimo. Qua c’è un vino semplice fatto con tutti i crismi. Un vino da neanche dieci euro che sa emozionare.
Di Cantina Margò avevo parlato due mesi fa. E’ una piccola azienda a Sant’Enea, provincia di Perugia. Terra di Doc Colli Perugini, anche se qui si fanno solo Igt.
Il proprietario, Carlo Tabarrini, nella vita di tutti i giorni fa l’operaio alla Perugina (segue la facitura dei Baci) e quando ha tempo si diverte a proseguire la tradizione enologica familiare. Ha una linea “moderna”, che non ama troppo e con cui si guadagna la possibilità di sperimentare altrove. E poi c’è la linea del cuore, che da quest’anno si chiama Fiero: Bianco e Rosso, Vendemmia Tardiva e no.
Nel mio precedente post, avevo degustato l’annata 2008. Buono il bianco (nonostante un tappo non impeccabile), indecifrabile il rosso. Stavolta ho degustato la 2009 e ridegustato una 2008 (stavolta senza difetto alcuno).
Non le ho bevute solo io: dopo una degustazione al Pane e Vino di Cortona, giovedì scorso, Carlo Tabarrini – presente alla serata – si è fatto convincere e ha aperto due sue bottiglie Fiere. Bianco e Rosso. Ora: alle degustazioni del Pane e Vino, c’è un nugolo di talebani integralisti tanto competenti quanto spietati. Se sbagli bottiglia, sono i primi a fartelo notare. Con toni non amichevoli. Il Bianco Fiero 2009 di Cantina Margò ha furoreggiato. E’ finito in un amen (cit). E non costa neanche 6 euro in cantina. E non ne fa che 200 bottiglie.
Parlo di bianchi, perché sul Rosso ho ancora riserve. Per ora convince più quello “moderno” che non quello Fiero. E so che per Tabarrini non è un complimento. Avrà modo di migliorarsi, o forse il suo è un terreno da bianchi.
Il Bianco Fiero, annata 2008 e 2009, è un gran vino. Giovedì abbiamo bevuto la 2009, 70 percento Grechetto e 30 Trebbiano. Applausi. Due sere fa mi sono sdraiato, con agio fin troppo esplicito, la 2008. Grechetto in purezza, macerazione di 5 giorni, fermentazione a tino aperto, lieviti ed enzimi autoctoni. Polpa gialla all’inizio, poi freschezza e mineralità, polvere da sparo. Bevibilità suprema, eleganza innegabile. Un piccolo gioiello a un prezzo irrisorio.
Tabarrini, nei suoi esperimenti, sta provando anche Metodo Classico, vendemmie anticipate, vendemmie tardive. Fa bene a divertirsi. E fa bene a insistere sul Rosso (magari, cercando di capire se le vigne che si è trovato sono di Sangiovese, Montepulciano d’Abruzzo o altro ancora). Per il momento, io punterei però sul Bianco Fiero: gli farei un’etichetta definitiva, gli darei un minimo di continuità e lo metterei in commercio. Pubblicizzandolo anzitutto tra gli appassionati di vini naturali. Magari spedendolo a Maule, Sangiorgi e la guida Slow Wine.
Merita, ragazzi. Merita davvero.

Rosso delle Donne 2005 – Conti

Mica è una brutta vita, quando si scrivono due libri sul vino che hanno successo. Capita che fai amicizie e persone fidate ti propongano bottiglie di pregio. Rare e stimolanti.
Ho parlato giorni fa di Barbara Brandoli, artefice di Divino Scrivere e Terre di vite. Devo a lei la scoperta del portentoso ‘A Vita di Francesco Maria De Franco, Cirò impeccabile, e di questo Rosso delle Donne. L’azienda è Conti – Cantine del Castello. Tre sorelle, che dopo esperienze diverse si sono fatte carico della tradizione familiare.
Siamo a Maggiora, nel Novarese. Terra di Nebbiolo difficile, nei corsi Ais ci insegnano a dire “ferrosi”, per questo ingentiliti con piccoli tagli di Vespolina e Bonarda Novarese (o Uva Rara).
La Docg di Novara è il Ghemme. Conti produce invece il Boca, una Doc non famosissima – ma di grande tradizione – dei comuni di Maggiora (appunto), Cavallirio, Prato Sesia e Grignasco.
Il Rosso delle Donne, con etichetta di Oreste Sabadin, è una Doc Boca. L’etichetta, nel ’96, ha sancito il passaggio dell’azienda alle tre sorelle. Il vino ha partecipato a Terre Di Vite, da qui la segnalazione (leggi: il regalo di una bottiglia) di Barbara Brandoli.
Ho bevuto quel vino la stessa sera del Cirò Calabrese di De Franco. Entrambi convinsero appieno i presenti e molti di loro hanno preferito proprio il Rosso delle Donne.
Si tratta ovviamente di tipologie molto diverse, sia per annata (2005 e 2008) che soprattutto per vitigno e propulsione evolutiva. Non è però un caso che il Rosso delle Donne abbia colpito maggiormente i palati meno smaliziati.  Il complimento migliore che gli si possa fare, ed è questo il caso, è quello di rappresentare al meglio il terreno da cui proviene. Un Nebbiolo novarese, da una zona non certo al primo posto nella playlist degli appassionati, che sa testimoniare il riuscito connubio tra uomo e natura.
Vino di bel corpo, profumi complessi che spaziano dalla frutta rossa matura (ma non passita) a speziature e sentori erbacei, con un piccolo ritorno di sottobosco (come parlo? Come parlo???? Devo smetterla di leggere Luca Maroni).
Al gusto ha struttura importante e buon allungo. Per i miei canoni, sempre più pauperisti, l’ho trovato – un po’ – in debito di freschezza ed eleganza. L’alcolicità si avverte decisamente. Ciò può inficiare, alla lunga, la piacevolezza della beva. Aggiungo che la bottiglia, annata 2005, andava attesa ulteriormente, sempre di Nebbiolo si tratta e non vanno aspettati soltanto i Barolo di Monforte.
Non conosco il prezzo del prodotto, ma sarei curioso del vostro punto di vista, perché si parla di un vino salvato quasi dalla dimenticanza e pienamente tipico. Non approcciatevi ad esso (?) con l’idea di paragonarlo a un Rinaldi o un Cappellano: è un’altra cosa. Un’altra storia.
In boc(c)a al lupo alle tre produttrici. Mi piacciono le persone che sanno sfidare e sfidarsi.

Perda Rubia: un vino vero

Non ringrazierò mai abbastanza Marco Pozzali. E’ una delle firme che più stimo di Enolandia. Non ho mai capito perché inizialmente se l’è (un po’) presa per qualche battuta innocua del libro, considerando che lo celebro quasi in ogni pagina e ne consiglio gli ottimi due libri scritti con Federico Graziani, ma è irrilevante. Da permaloso, conosco quanto questo difetto sia imprevedibile e in buona sostanza stupido. E tra amici, succede.
Devo a Marco la scoperta della meravigliosa Perda Ruba. Una piccola, ma storica, azienda nell’Ogliastra. Progenitrice dell’ultimo dei Can(n)onau. Se n’era innamorato già Mario Soldati 34 anni fa, ne parla nel terzo viaggio di Vino al Vino. Chi vuole saperne di più, può visitare il sito dell’azienda o leggere il mio ultimo libro. Quello che dà il titolo a questo blog. Quello in cui parlo di Perda Ruba, e Renato Mereu, con palese trasporto.
Chi era ieri sera alla Vineria di Treviso, ospite di una degustazione organizzata dalla Slow Food cittadina, ha avuto modo di degustare il Perda Rubia. C’era Renato Mereu, persona di grande eleganza e spessore culturale (come i suoi vini). Colui che crea questi vini, seguendo le orme del padre Mario. E c’ero io, bischero ormai noto ma (se non altro) onesto nei miei affetti. Ancor più se enologici.
C’era anche Tavira, che non ha bevuto (è l’unica astemia di famiglia, sua figlia Zara ha un debole per il Porto) ma ha apprezzato i grissini dello chef.
Mereu ha fatto degustare al pubblico il Mirei 2009, il suo Canonau (così si dovrebbe scrivere) fresco d’annata, e poi 4 Perda Rubia: 2005, 2002, 1994 e 1992. Il Mirei costa 6 euro, il Perda Rubia 15.50 (anche le annate più vecchie). Un prezzo che definisco una volta di più ridicolo, considerata l’incredibile qualità. E’ un delitto (non casuale) che quest’azienda non compaia in nessuna guida, e spero che nella prossima edizione Slow Wine si renda conto della manchevolezza. E’ di gran lunga la guida migliore del lotto e Mereu non può mancare. Anzi, accanto ci andrà pure messa la chiocciolina. Oltretutto, è stata la prima (nel 1949) a puntare sul Canonau in purezza, quando gli espertoni ritenevano che fosse un’uva da taglio, buona solo per aumentare l’alcolicità di vini deboli.
La degustazione di ieri sera ha dimostrato quanto il vino (vero) sia materia dinamica. Un vino che non fa legno piccolo, che viene da agricoltura biologica, che utilizza lieviti autoctoni e non fa chiarifiche. Nessun trucco, nessuno stratagemma. E viti a piede franco, a ribadire l’idea di un Canonau d’altri tempi, antico. Sintetizzando al massimo: il vino contadino per eccellenza, da osteria di fuori porta. Nella sua accezione migliore.
Un unico difetto: la produzione è esigua e si trova a fatica nel “Continente”. Il mio consiglio è acquistarlo da loro, tramite il sito dell’azienda. Io faccio così.
Mereu non ama le degustazioni scolastiche e barbose. Inutile star lì a far la lista della spesa coi profumi e gli archetti nel bicchiere. Ha ragione, l’ho scritto anch’io tante volte. Lui si limita a dire che il Canonau vero – che per Mereu nulla c’entra con Grenache o Tocai Rosso – ha un “frutto speciale”, specifico. Apparentemente non vuol dire nulla, in realtà vuol dire tutto. Se credete di conoscere il Can(n)onau perché l’avete acquistato al supermercato, vi sbagliate.
Volendo essere più specifici, e didascalici, il Mirei 2009 spiccava per frutto rosso giovane e beva piacevole, ideale come vino da tutti i giorni. Col Perda Rubia si sale nettamente. Quasi tutti i produttori di Cannonau non credono alle potenzialità evolutive di questo vitigno. Dicono che non sa invecchiare. Provate a bere oggi, a distanza di 16 e 18 anni, le 1992 e 1994 Perda Rubia (ne sono rimasti meno di 10 cartoni in azienda, ma qualcosa c’è ancora). Poi me lo raccontate.
Un che di leggera ossidazione nella ’92, come certi Sherry da botti scolme o certi Savagnin del Jura, e grande acidità. Eleganza spiccata, via via che ha modo di aprirsi nel bicchiere. Vivo oltremodo il ’94, con un effetto carnoso ed ematico che mi ha ricordato certi aromi di bocca (o retrolfazioni) dei Montepulciano d’Abruzzo di Valentini più sanguigni (quelli che in qualche guida dicono essere caratterizzati da “sentori di omogeneizzato”  – non è una battuta). Ogni bicchiere, degustato mezz’ora dopo, era completamente diverso. Mutava, cambiava, si evolveva: a conferma di quanto il vino sia (debba essere, possa essere) vivo. Ogni annata aveva la sua storia: i suoi rimandi. Meno elegante la 2002, più precisa (ma paradossalmente giovane) la 2005, con quel chiodo di garofano netto e preciso: una delle speziature “speciali” del Canonau da viti a piede franco.
Ringrazio ancora una volta Renato Mereu e la sua famiglia, dalla moglie ai figli Mario e Valeria. Per quello che fa, per come lo fa. Per l’onestà (anche economica), per la competenza. Per il coraggio. E per quel suo lessico dotto e distinto, da uomo d’altri tempi, indomito e intatto. Come i suoi vini.

Io e Perda Rubia a Treviso

Stasera ci sarà la mia ultima presentazione del Vino degli altri nel 2010. Per gennaio ho già Frosinone e Venezia.
Un appuntanento atipico, perché il vero protagonista sarà Renato Mereu, grande vigneron di Perda Rubia. Il Can(n)onau di cui parlo in uno degli ultimi capitoli del libro, la “pietra rossa rotolante” che affonda le sue radici (a piede franco) nei meandri del tempo.
La serata avrà luogo alla Vineria, ristorante di Treviso, in Via Castellana 4 alle 20.30.
Sarà presente Renato Mereu, che per l’occasione farà degustare il Mirei 2009 e il Perda Rubia annate 2005, 2002, 1994 e 1992, all’interno di una cena a lui dedicata.
Non ho potuto avvertire prima, perché la mia presenza (e di Tavira) è stata in forse fino all’ultimo.
Domani sera avrà poi luogo una degustazione giocosa al Pane e Vino di Cortona. Dopo la cena, faremo provare al pubblico (c’è ancora posto) 8 vini alla cieca, da abbinare ad 8 partiti, movimenti e personaggi politici. Null’altro che un gioco. Ma con qualche fondamento di verità. Del resto, è un argomento che ho toccato anche nei due libri.
Per partecipare, potete telefonare ai due ristoranti.

Cirò ‘A Vita 2008 – Vigna De Franco

Quante volte avete sentito dire che i vini calabresi sono quasi tutti deludenti, quantità tanta e qualità poca? Spesso. E l’affermazione ha un certo fondamento.
Per la fortuna di molti, c’è chi prova a restituire splendore a una terra ricca di storia. E, quindi, di potenzialità.
Giusto pochi giorni fa alludevo al bianco calabfrese Mantonicoz della neonata Tenuta L’Acino. Oggi parlo di uno dei migliori Cirò che abbia mai bevuto. Si chiama ‘A Vita e devo la sua (tardiva) scoperta a Barbara Brandoli, instancabile appassionata che ha fondato il portale Divino Scrivere e che ha organizzato recentemente Terre di Vite. E’ stata lei a donarmene una bottiglia, durante la serata dedicata ai Moscato alla Compagnia del Taglio di Modena.
‘A Vita è un Cirò Rosso Classico Superiore, annata 2008, che ha appunto partecipato a Terre di Vite. ‘A Vita è anche il nome della cantina, sebbene guide e consumatori lo confondano ormai con la proprietà (Vigna De Franco). Il luogo è Cirò Marina, il proprietario (ed enologo) Francesco Maria De Franco. Un ex architetto che ha deciso di dedicarsi alle vigne di famiglia.
Il 2008 era la sua prima annata e dicono che la 2009 sia superiore. La assaggerò. Nel frattempo, non posso che plaudire a questo Gaglioppo splendido, vivo e naturale.
Sono solo l’ultimo di molti estimatori di De Franco, giustamente celebrato da molti blogger e critici enologici, ad esempio Franco Ziliani. Dieci euro (in enoteca) per un rosso di straordinaria bevibilità e gran piacevolezza. Diecimila bottiglie prodotte, affinate solo in acciaio. Macerazione breve, colore abbastanza scarico.
Uno di quei rossi che amo tanto, perché snelli e dritti, che bevi quasi senza accorgertene (è un complimento, in certi casi). Frutta rossa croccante, un che di terra, bel ritorno balsamico. Decisamente fresco e minerale, allungo onesto.
Vino da tutti i giorni, nella sua migliore accezione. Complimenti.

Prosecco Colfóndo #1

Poveri organizzatori, chissà che figuraccia ho fatto. Mettono su una manifestazione encomiabile, Prosecco Colfóndo #1, il 30 ottobre. Non ci vado, perché nel frattempo sono entrato a far parte di X Factor e quel sabato andavamo in onda. Così uno dei fautori, Luca Ferraro di Bele Casel, mi fa avere tutte le bottiglie  a casa. Però le manda all’indirizzo di mio padre, perché io abito in un eremo dove i postini hanno paura a venire, e tra una cosa e l’altra mio padre non mi consegna mai i vini. Decido quindi di degustarli via via, insieme, in cene con 6, 8 o 10 persone. Per avere più pareri su una tipologia particolare e non da tutti conosciuta. Infatti qualcuno, quando li vede sul bicchiere, mi chiede: Scanzi, che è ‘sta roba? Che amici e familiari empi che tengo, mamma mia.
Son passati quasi due mesi e nel frattempo ho parlato di tutto, perfino di Kit Kat e Luca Maroni, ma non di Prosecco Colfóndo. Ora posso parlarne.
Cos’è il Prosecco Colfóndo? Il Prosecco tradizionale, delle campagne, che non segue il classico Metodo Martinotti-Charmat (fermentazione in autoclave) ma la rifermentazione in bottiglia. Quasi come uno Champagne o un Metodo Classico. La parola “colfondo”, scritta spesso tutta attaccata, è il corrispettivo italiano del francese “sur lie“, sui lieviti. In via teorica, questo tipo di Prosecco non è solo da aperitivo ma vanta vita maggiore. C’è chi ha bevuto Prosecchi Colfóndo vecchi di quasi trent’anni e ha gridato al miracolo.
Trovare Prosecchi “canonici” convincenti non è facile. Direi Frozza, Bele Casel e Coste Piane, che però – appunto – non sono canonici ma rifermentano in bottiglia. Quindi torniamo al punto di partenza.
I Prosecco Colfóndo qui degustati hanno come comune denominatore un aspetto iniziale non proprio invitante. Sono torbidi, un po’ sfigati all’esame visivo. La bollicina è ondivaga (?), il naso è gradevole ma non ricchissimo. Il gusto a volte convince e a volte no. E il tappo è spesso da bottiglia d’acqua o birra. In linea di massima, sono Prosecchi che piacciono come approccio ideologico e territoriale, ma non sempre convincono appieno. Hanno anche il problema di una difficile presa sul mercato, proprio perché bruttini e per nulla simili (per fortuna) al Prosecco stitico genere Paris Hilton. Il mio voto di massima è un 9 al progetto e 6+ (di media) alla resa, fermo restando che come bevibilità, rapporto qualità/prezzo e digeribilità (aspetti non proprio marginali) siamo su livelli alti.
Le aziende coinvolte erano Frozza, Casa Coste Piane, Zanotto, Costadilà, Bele Casel, Biondo Jeo, Lorenzo Gatti e Maurizio Donadi (Azienda La Basseta). I Colfóndo provenivano da zone diverse: Valdobbiadene, Conegliano, Asolo, e piana della Marca Trevigiana. All’interno di una delle bottiglie c’era un pezzo di guarnizione bianco, una cosa metallica tonda. Era sicuramente un campione tra Gatti, La Basseta e Zanotto, ma ho perso l’appunto (La Basseta). E’ davvero antiestetico, ma serve per mantenere i microrganismi fermentativi, tipo lattina di Guinness.
Ecco le mie valutazioni.
Casa Belfi – Azienda La Basseta. San Polo di Piave (Treviso), 10 gradi e mezzo. Vino Frizzante Bianco a fermentazione naturale. Poca bollicina, debole l’allungo, rimane più che altro un sentore limonato tanto al naso quanto al gusto. Si beve, ma senza grandi pretese. Qualcuno lo ha definito a tavola “una limonata un po’ alcolica”. La ceramica lisergica, stile Guinness, è spiegata dal produttore Maurizio Donadi in uno dei commenti a questo post.
Zanotto Colfóndo – Azienda San Rocco. Meno torbido di altri, non brilla in personalità. Corto anche lui. Gusto un po’ abboccato che può rendere (ad alcuni) più gradita la beva.
Bottiglia non etichettata – Vorrei sapere di chi fosse, perché era riuscito. Uno dei migliori. Secco, bella freschezza, pulito. (ho poi scoperto che era Frozza).
Bele Casel – Asolo Prosecco Colfóndo. C’è anche qui un effetto dolcino (tipo Champagne Brut con troppo dosaggio) che avrei evitato, ma queste bottiglie hanno spesso vita autonoma. Meno convincente (ma anche meno facile) del più noto Asolo Prosecco Superiore Extra Dry dell’azienda. Costo 8 euro, come quasi tutti i prodotti qui recensiti. Velato, si salva in corner con una buona sapidità.
Prosecco Lorenzo Gatti. Ponte di Piave (Treviso). Meno velato e più gradevole all’esame visivo, ma come impatto gusto-olfattivo delude un po’, per il solito fiato corto di questa tipologia e un naso che non va molto oltre il lime e la pera Williams. Nulla da dire sulla bevibilità, che non manca a nessun vino tra quelli qui recensiti. Si ha però spesso la sensazione di bere una bevanda così naturale e beverina da non sembrare (quasi) neanche vino. E non è detto che sia un problema dei produttori, casomai del mercato che ci ha abituato ad altro.
Prosecco Az. Agr. Costadilà Bianco dei Colli Trevigiani. Un triple A Velier. La macerazione di 15 giorni sulle bucce dona un colore aranciato. Finale amarognolo, buona mineralità. Bevibilità impeccabile. Un Prosecco Colfóndo più ambizioso di altri, che alla degustazione collettiva ha diviso. Come era naturale che fosse.
Prosecco Surlì Biondo Jeo. Montello e Colli Asolani. Fermo restando che rimane l’aspetto torbido, la bollicina esile e il fiato corto, mi è parso uno dei Prosecchi Colfóndo più ispirati, per via di acidità, sapidità e onesto equilibrio.
Casa Coste Piane – Valdobbiane Frizzante Naturale. Il migliore del lotto, e scopro l’acqua calda visto che l’artefice è il plurilodato Loris Follador. Il punto di riferimento dei Prosecco Colfóndo Naturali. Compaiono fiori, frutto più nitido e una bollicina meno timida. Prezzo 10 euro. Ci siamo.
Silvano Follador – Prosecco Metodo Classico 2008 Dosaggio Zero. L’extended play della degustazione. Ieri era un nome che faceva (anche) massa, oggi è un biodinamico coraggioso. Un Pas Dosè ardito, senza paracadute, che racconta benissimo cos’è il Prosecco senza interpolazioni o finzioni. Non per tutti i gusti, ma senz’altro vero.
Mi pare manchi all’appello Frozza. Quest’ultimo è uno dei miei preferiti, avendolo incontrato ben prima di questa degustazione, e dubito che mi deluderà. (infatti non mi aveva deluso. Era la bottiglia non etichettata. Di Frozza conoscevo il Col dell’Orso, un Extra Dry regolarmente etichettato e recensito a maggio).