Archivio di novembre 2010

Locanda Manthonè

Mi preparo a un’altra settimana a tutta velocità. L’ultima del 2010. Poi, dal 6 dicembre, andrò in letargo un mese e ricaricherò le pile. Ho mantenuto ritmi devastanti.
Ovviamente, anche a dicembre, continuerò a scrivere nei tre blog.
Mercoledì sera parteciperò alla degustazione di 3 moscati (Ca’ d Gal, Cerruti, Saracco) alla Compagnia del Taglio di Modena.
Giovedì sarò l’ospite d’onore (?) alla cena Ais della delegazione di Lodi.
Venerdì presenterò alle 18 l’ultimo libro di Vauro, Farabutto, al Circolo dei Lettori di Torino (un incontro ad alto tasso di criminosità). Poi, a cena, farò una fuga in Langa, dove ci sarà una mattanza inusitata di formaggi e vino dall’amico Pistone, con i sodali Ezio Cerruti, Federico Ferrero e il re dei tajarin talebani Musso.
Infine, sabato presenterò il libro nell’enoeca centrale Tredicigradi di Luserna San Giovanni (ore 17.30).
Ricordàti – anzitutto a me stesso – i miei impegni, e aggiunto che a Lodi c’è il tutto esaurito da settimane mentre a Luserna San Giovanni c’è ancora posto, mi piace fare un accenno alla serata di venerdì scorso.
A Pescara, dove ho ritirato il Premio Abruzzo Wine, è stata una splendida serata. Mi sono presentato, in maniera inaccettabile, nel Palazzo Comunale con la mia Tavira. C’era un sacco di gente e il contesto non era adattissimo ai cani. Ma Tavira è brava, figa e meravigliosa. Infatti alla fine era assurta (?) a mascotte di tutti.
Tra i tanti produttori c’era anche Francesco Valentini. Mi ha stretto la mano, sorridendo. Entrambi un po’ imbarazzati. Credo che il “caso” nato dopo il libro sia stato uno dei più grandi nulla del mondo. Avendo di lui, e del suo lavoro, grande stima, sono felice che questo gigantesco malinteso – alimentato pateticamente da qualche trombone che non ha più nulla da dire, eppure continua a dirlo (e sempre male) – sia finito. Al prossimo brindisi, Francesco. E rileggiti, oggi serenamente, quel capitolo. E’ uno dei più belli del libro e non so se altri ti dedicheranno mai pagine così sinceramente vibranti. Lo riscriverei identico e lo sai.
La cena si è svolta alla Locanda Manthonè di Luca Panunzio, un pazzo scatenato che avevo conosciuto la settimana precedente per il convegno Qualità Abruzzo. La sua osteria è nella guida slowfood e comincio a conoscerne tante in Abruzzo: Villa Maiella (da poco stellata Michelin), Taverna de li Caldora, Beccaceci. Posti strepitosi. Locanda Manthonè non fa eccezione.
Della cena, protrattasi piacevolmente tra ospiti illustri, sorsi di Kurni Oasi degli Angeli, rossi come si deve di Torre dei Beati e una bella Ribolla Gialla di Venica & Venica, ricordo tutto. Anche il Trebbiano d’Abruzzo 2005 di Valentini, un bianco pazzesco da commuoversi. Da commuoversi (per me i Valentini sono anzitutto bianchisti, con buona pace di chi pensa il contrario).
Ma ricordo soprattutto un piatto perfetto. Era buono tutto, okay. E io, si sa, non mangio carne (e neanche dolci: che due palle, Scanzi). Era tutto buono, davvero. Ma quell’antipasto, cacigni con fagioli tondini del Tavo e peperoni dolci croccanti, era la Perfezione. Madre misericordiosa, che portento. Un piatto da gridare al miracolo. Un capolavoro incredibile. Così semplice, così territoriale. Così geniale. I cacigni, per la cronaca, sono un’erba spontanea che cresce nelle campagne abruzzesi. Il resto d’Italia la chiama tarassaco.
Se andate da Luca Panunzio (foto), provatelo. E’ un posto – e un pasto – che non tradisce. Mai.
Il mio amore per l’Abruzzo cresce sempre di più. Che terra intatta e dolorosa. Splendida. Come il pranzo, il giorno dopo, con la famiglia Graziani a Teramo. La Teramo di Ivan, il grande Ivan. Conoscerli è stato come chiudere un cerchio, aperto quando da piccolo ascoltavo Pigro sul vinile.
Tutto perfetto, come Tavira (“lei è la numero uno“, l’ha battezzata Panunzio a fine serata). Tutto giusto, a parte la locanda slowfood che avevo scelto. Villa del Pavone, a Pescara. Pulita, prezzi onesti, carina. Okay. Se però mi dici che accetti i cani, e poi smusi quando vedi il cane perché è troppo grande (troppo grande rispetto a chi? A un carlino lillipuziano?), allora mi piaci meno. Allora io mi inalbero. Non poteva fare i bisogni fuori (che avrei ripulito, ovviamente). Non poteva stare libera neanche cinque secondi. E la padrona di casa aveva un senso dell’ospitalità non esattamente pronunciato. Bocciati.
Pazienza. L’incanto della due giorni resta. Come la neve, poco distante, a far da vestito al Gran Sasso.

La Barchetta & La Ghironda

Non sono bravo ad innamorarmi. Mi viene meglio affezionarmi. E col vino, coi ristoranti, capita spesso.
Nei miei continui viaggi a Milano, ho trovato due posti sicuri. Entrambi slowfood.
Il primo, La Barchetta, è appena fuori l’uscita di Campogalliano (Modena). L’avevo scoperto tre anni fa, scrivendo Elogio dell’invecchiamento. Non so dirvi perché, ma ci sto bene. Anche se i bagni sono alla turca e i primi 9 volte su 10 sono un po’ scotti (ma io mangio crudo, più che al dente). Però ci sto bene. Perchè è un posto tranquillo, perché ci sono i vini al bicchiere, perché i Lambrusco sono scelti con cura. E perché c’è uno degli antipasti più buoni del mondo. Il gelato al parmigiano reggiano con sopra una punta di aceto balsamico tradizionale modenese. E’ un incanto.
Giusto anche il prezzo. Mi è perfino capitato di riavere due euro. Il proprietario si era accorto che, la volta prima, mi aveva sbagliato il conto di quella cifra. Un posto onesto, in tutti i sensi.
L’altro locale che adoro è La Ghironda di Montecchio Emilia. Nel reggiano. Dovete uscire a Campegine. Un posto più elegante (ma non fastidiosamente chic). Prezzi medi. Il proprietario è un appassionato di vini e distillati. Mi ha fatto anche provare la grappa Storica Domenis, Bianca (da uve bianche) e Nera (da uve nere: ovviamente).
Io che però amo poco i distillati, se non i whisky torbati, sono rimasto colpito da altre cose. Dall’erbazzone, piatto reggiano che mi fa impazzire. Più ancora, da un piatto di lasagne bianche con ripieno di zucca che ho trovato eccellente. Bella la carta dei vini. Ho provato il Picol Ross di Rinaldini, un Lambrusco raro di quelle parti, e il proprietario mi ha poi regalato il Nero di Cio della Tenuta La Piccola. Un’azienda di Montecchio Emilia. Il Nero di Cio, 10 euro, è Lambrusco Salamino e Maestri, Malbo Gentile e Ancellotta. Funziona, l’ho bevuto qualche sera fa. Immaginate una mediazione tra Lambrusco Reggiano e Modenese. Colorato e vivo come il Reggiano, ma non concentrato e con una freschezza (quasi) come i migliori Sorbara. Bella bevibilità, prodotto riuscito.
Se passate da quelle parti, sono due approdi sicuri.

Premio Pescara Abruzzo Wine

Scrivo un nuovo messaggio per comunicare una bella notizia.
Venerdì prossimo, 26 novembre, riceverò il Premio Pescara Abruzzo Wine – Vino e Cultura come miglior giornalista dell’anno.
La manifestazione, giunta alla quinta edizione, è un evento Ais e della Regione Abruzzo.
La premiazione avrà luogo venerdì alle ore 17, presso la Sala Consiliare di Pescara, alla presenza del Sindaco e delle istituzioni (cit).
Verranno poi premiati i migliori vini abruzzesi dell’anno.
Una bella soddisfazione, di cui volevo rendervi partecipi.
Così come non credo ai “migliori vini”, non credo ai “migliori giornalisti”, non tramite un premio quantomeno: ma chi nega che ricevere riconoscimenti è assai gradevole, mente sapendo di mentire.
Grazie, quindi. 

Enoteca La Botte (Caserta)

(Ecco il terzo post del giorno: ma non fateci l’abitudine).

La cosa più buffa, della presentazione all’Enoteca La Botte giovedì scorso a Caserta, è stata quando Marco Ricciardi, proprietario e Delegato Ais, mi ha detto a serata conclusa: “E’ la prima volta che i partecipanti bevono tutti i 4 vini e non lasciano nulla. Facciamo degustazioni di continuo, ma qualcosa avanza sempre. Li hai plagiati: erano così condizionati da quello che dicevi che avrebbero bevuto di tutto”.
Era una battuta, ovviamente, ma mi ha fatto – e fa – riflettere. Quando mi trovo davanti più di cinquanta persone, dal semplice lettore al grande produttore, disposti a spendere 40 euro per 4 vini e una presentazione (la mia), be’, qualche domanda te la fai. Evidentemente – inutile nascondersi – i due libri hanno germogliato e creato aspettative. Più ancora: appartenenza.
Mi fa paura e al tempo stesso piacere che molti di voi provino a scatola chiusa vini che mi hanno emozionato, che il capitolo sullo Champagne vi serva come guida, che anche per voi bere un vino sia scoprire il carattere della persona che lo ha fatto. Pretendete da me un ruolo più da amico consigliere che non da espertone tritauallera: ciò che voglio, ma mi costringete a non abbassare mai la presa. Ci proverò.
Tutto questo per ringraziare chi mi legge, chi mi ha dato (bontà vostra) questo status e chi, a Caserta, è stato per più di due ore ad ascoltarmi e bere con me. Un Verduno Pelaverga 2009 di Marina Burlotto, un Dolcetto d’Alba Superiore 2007 di Flavio Roddolo, un Barolo base di Elio Altare 2004 e un Barolo Ginestra Casa Matè 2006 di Elio Grasso.
E’ stato un bel momento, che spero non abbia deluso, in contesto “alto” (una splendida enoteca davvero) e con il servizio dei sommelier Ais che colpevolmente mi sono dimenticato di ringraziare: lo faccio adesso.
La serata è poi proseguita in un ristorante poco distante, La Locanda delle Trame a San Leucio (promossa a pieni voti), dove i presenti hanno aperto bottiglie antiche e impossibili. Qualche volta siamo inciampati nel tappo sbagliato, altre volte ci siamo stupiti di fronte a un Syrah francese come si deve. Un bel vivere, quando ci è concesso.
Grazie ancora. A tutti voi.

P.S. Marco e il suo amico Francesco De Paola – la cui cantina è un potente inno alla vita – mi hanno regalato un rosso che sta facendo gridare al miracolo. Un Nanni-Copè 2008 Sabbie di Sopra il Bosco. Igt Terre del Volturno. La cantina è a Vitulazio, nel casertano. Il proprietario, Giovanni Ascione, è alla sua prima annata dopo una carriera da degustatore e critico. Il Sabbie di Sopra il Bosco è già stato eletto Vino Slow dalla prima edizione della Guida Slow Wine (parentesi: bella guida, perfettibile ma bella). Uvaggio di pallagrello nero, Aglianico e Casavecchia. Poco interventismo, naso elegante e anzitutto fruttato, buona progressione e chiaro equilibrio. Decisamente giovane, andrà aspettato e riguardato tra qualche anno. La piccola percentuale di Casavecchia viene da ceppi di – addirittura – 130 anni. Ho avvertito ancora il legno dei tonneua nuovi, che per ora ne limitano la potenzialità acida e l’eleganza. Per ora è un vino da 6.5 (chi l’ha bevuto con me darebbe voti maggiori, sono il solito noioso). Se smaltisce la vaniglia e il lieve surplus di morbidezza può dare soddisfazioni maggiori. Anche se preferisco i vini monovitigno.

P.P.S. Qui trovate una una bella recensione. E’ tratta dal blog di Luciano Pignataro. Se solo la collega Tonia Credendino, peraltro brava e gentile, mi chiamasse “Scanzi” e non “Scansi”, sarebbe quasi perfetta.

Ristorante Veritas (Napoli)

I due libri sul vino hanno aperto varchi spazio-temporali di cui continuo a stupirmi. Uno di questi si chiama Flavio Roddolo. In tanti sono andati in pellegrinaggio da lui, a Monforte d’Alba, dopo aver letto Elogio dell’invecchiamento. In tanti.
Tra questi, i proprietari del ristorante Veritas a Napoli. E’ andata così: una coppia fa qualche giorno di vacanza, passa per le Langhe, si ricorda del mio libro e decide di provare finalmente “questo famoso Roddolo”. Va da lui e lo trova (bontà loro) come lo avevo descritto. Da Flavio c’erano anche i coniugi Garanzini.
Nasce un’amicizia, anche grazie al mio primo libro enologico. I due ristoratori di Napoli vanno a pranzo dai Garanzini, pochi mesi dopo Gigi e Maria fanno una degustazione dei loro vini al Veritas di Napoli. Il feeling cresce e, poco dopo, anche Gianni Mura visita il locale. Due volte. Con il vecchio chef e con quello nuovo (presente da settembre di quest’anno, quindi non considerate le recensioni antecedenti a questa data che trovate sul web). Gianni rimane colpito dalla cucina, dal locale e dai prezzi. Ne scrive sul Venerdì di Repubblica.
Stefano, il proprietario, chiede il mio numero telefonico. Vuole ospitarmi. Troviamo un giorno buono, mercoledì scorso, a metà tra le mie apparizioni a Pescara e Caserta. Mi ospitano al Grand Hotel Parker’s, un cinque stelle bellissime in Corso Vittorio Emanuele. Il traffico è devastante, piove da giorni e sapete quanto efficace sia stato il governo Berlusconi a risolvere il problema dei rifiuti. In più vengo da Pacentro (vedi post precedente), sono un po’ stanco e mangiato più di quanto solitamente mangi a pranzo (quasi nulla).
Potrebbe andare male, va benissimo. Arrivo al Veritas, adiacente al Grand Hotel Parker’s (Corso Vittorio Emanuele 141), poco dopo le 21. Mi attendono Stefano e la sua compagna.
La cena, dall’antipasto al dolce, è impeccabile. Non mangiando carne, si gioca su pesce e verdure. Tutto al punto giusto, porzioni né lillipuziane né abbondanti, stile ricercato ma non troppo. Carta dei vini sontuosa, qualche birra artigianale, arredamento di chi sta emancipandosi (giustamente) dal concetto di winebar only.
Poiché non sono un critico gastronomico, ma un cazzaro a forte grado alcolico, non parlerò qui delle varie pietanze (alcune buone, altre impeccabili) ma dei vini. Non li ho scelti io, me li sono fatti scegliere dal maitre. Lo rifarei, perché la lettura della carta dei vini mi era bastata per capire che dietro alla scelta c’erano amore per le persone, rispetto della natura e ricerca garbata per la particolarità.
Il primo vino bevuto è stata una Falanghina Gallicius 2009 di Tenuta Spada. Classica Falanghina dalla schiena dritta, verticale, da aperitivo. Bella sapidità, ottimo prezzo, vino “basico” da tutti i giorni che d’estate ne berresti a secchi. Da provare.
Ho poi intuito che il maitre aveva un debole per una cantina beneventana, I Pentri. Mi ha fatto provare due vini aziendali, il Gran Momento di Flora 2002 e l‘Iss 2007. Il primo è una Falanghina botritizzata, ma vinificata secca. Quando me l’ha descritta, ho temuto quei bianchi un po’ grassi. L’ho trovata, a dire il vero, proprio così. I bianchi secchi da uve botritizzate non mi convincono quasi mai, non capisco perché a un bianco si debba dare un surplus di opulenza. Ancor più se il vitigno ha di per sé morbidezze spiccate (la Falanghina non è lo Chardonnay, ma neanche un Riesling della Mosella). Sarebbe come regalare una meringa a un obeso: che bisogno c’è? Mica ne ha bisogno. Sta già messo bene di suo. Per questo l’ho trovato un po’ stancante e in debito di eleganza e acidità. Anche l’Iss, vino da dessert a base di Fiano e Malvasia di Candia, non mi ha esaltato, soprattutto per un sentore finale di caramello bruciato che proprio non doveva esserci. Oltretutto io amo un vino dolce su cento, quindi non partivo entusiasta.
Il vino che invece mi ha convinto è l’Adam 2005 di Cantina Giardino. Un Greco macerato 4 giorni sulle bucce (lo so, ragazzi, lo so: state pensando che con questi orange wines ho un po’ rotto le palle. Non avete torto). Mi è parso un bianco di spessore e struttura, con morbidezza decisa, magari appena meno snello di quanto avrei voluto, ma riuscito e originale.
La serata è andata avanti fino a mezzanotte. Nel frattempo, ci avevano raggiunto Luca Miraglia, lettore casentinese-campano che da queste parti passa spesso, e sua moglie.
Una bella cena, un bel locale. Non posso che confermare quanto detto e scritto dai Garanzini e dai Mura, e non è una novità.

P.S. Non pago della sua gentilezza rara, Stefano mi ha portato il giorno dopo a pranzo al Timpani e Tempura, bottega-slow food nel cuore del centro storico di Napoli. Del pranzo ricordo la torta rustica napoletana, con pasta sfoglia (dolce) e ripieno di scarola, pinoli e uvetta. B-u-o-n-i-s-s-i-m-a. E ricordo ancor di più il monumentale Poliphemo di Luigi Tecce. Un Taurasi, annata 2006, naturale e spietato. Vinificato con tutti i crismi. Lieviti autoctoni, sfecciatura in acciaio, no filtrazione. Giovanissimo, ma con un talento che ne bastava la metà per fare cortei. Speziatura sottile, rabarbaro a seguire il giusto fiore e frutto rosso. Di equilibrio e miracolosa beva. Gran persistenza. Uno dei migliori rossi del sud Italia, e lo dico anche pensando al prezzo – sui 35 euro al ristorante – e consapevole che mi sono reso vittima di infanticidio, bevendo una bottiglia bambina.

Que viva Abruzzo

Ho scoperto tardi l’Abruzzo e me ne sono innamorato. Ho un debole per le terre povere e selvagge, che nascondono perle intatte. E’ qualcosa che mi scatta quando sono in Carnia e, per motivazioni non poi così distante, proprio in Abruzzo.
Martedì scorso, con Gianni Mura e altri amici, ho partecipato a Pescara al convegno – dedicato alla convivialità – con cui è stata inaugurata l’associazione Qualità Abruzzo. Una maniera attraverso la quale ristoratori e pasticceri si sono riuniti per salvaguardare e valorizzare il territorio.
E’ stata una giornata molto piacevole e non posso che ringraziare chi mi ha invitato, a partire da Andrea Beccaceci e Luca Panunzio.
Dopo il convegno, si è svolta la cena a Villa Maiella. Un celebre slowfood a Guardiagrele, nel chietino. La cucina abruzzese è molto carnivora, c’è tanto agnello (che mi vanto di non avere mai mangiato) e quindi potevo essere fuori contesto. Tutt’altro. Splendide le pallotte cacio e uova al sugo di pomodoro (provate durante l’aperitivo), i formaggi, i ravioli con burrata e tartufo bianco, le uova strapazzate (pure quelle con tartufo bianco). Un posto da provare subito, anche in virtù della bella veduta e della gentilezza del patron Peppino Tinari e di sua moglie Angela.
I vini, in qualche “imposti” dal Consorzio delle Colline Teramane, non ci hanno cambiato la vita (non erano esattamente le etichette più ispirate), ma il finale per pochi intimi col Villa Gemma 2001 (mi pare) di Masciarelli e soprattutto col Montepulciano d’Abruzzo Valentini 2000 (ancora giovanissimo) è stato prodigioso. Segnalo anche la presenza di una sala sigari, perfetta per i radical chic come me che ogni tanto si tolgono quello sfizio.
Mi piace la gentilezza senza fronzoli che trovi in questi posti, l’orgoglio di chi in Abruzzo c’è nato. E mi piace andare per luoghi sconosciuti. Il presidente regionale di Slow Food mi ha consigliato, per il pranzo del giorno dopo, una visita a Pacentro. Uno dei borghi più belli d’Italia, quasi inaccessibile. La strada era pure interrotta. Otto chilometri dopo Sulmona, affacciato sulla Valle Peligna, ai piedi del Morrone. Per la cronaca gossippara, era da Pacentro che veniva anche il padre di Madonna (intesa come cantante).
Qui troverete la Taverna De Li Caldora, posto incantevole. Peccato non sia entrato nell’associazione Qualità Abruzzo (ho intuito che tra qualche ristoratore c’era – e rimane – della ruggine). Bella carta dei vini, menu a voce raccontato dal proprietario Carmine Cercone. Dopo di lui, mi ha detto, il ristorante chiuderà perché i figli hanno altri interessi: quanto patrimonio perderemo, quante storie simili ho incontrato e incontro. Quanto la mia generazione (e successive) non sembra all’altezza delle precedenti.
Il prezzo finale, 25 euro, è stato ridicolo e forse è dipeso da un favore personale verso il giornalista “celebre”. Non credo, il rapporto qualità/prezzo mi era sembrato invidiabile a prescindere. Come la cucina. Inderogabili gli antipasti, che da soli saziano, dall’insalata di baccalà e prezzemolo al fritto di fiori di zucca. Anche qui ho provato l’uovo in camicia con tartufo bianco e, per una volta, mi sono fatto imporre il dolce (il Pan dell’Orso). Da bere, un tranquillo Montepulciano d’Abruzzo Marina Cvetic 2007 di Masciarelli – a margine: sta crescendo la mia stima per l’azienda Torre dei Beati).
Sarò felice di tornare in Abruzzo, ancora a Pescara, già venerdì.  A breve dirò perché. Nel frattempo, grazie ancora a chi mi ha invitato.

Domani in Abruzzo (con Gianni Mura)

Domani comincerà la mia tre giorni al sud.
Mercoledì sarò al ristorante Veritas di Napoli, non per presentare il libro ma perché ospite di un luogo di cui tanto bene mi parlano.
Giovedì ci sarà  la grande presentazione – con ampia degustazione – de Il Vino degli altri all‘Enoteca La Botte di Caserta.
Domani sarò invece ospite del convegno “A tavola, insieme. Convivialità: passato, presente e prospettive“. Accanto vedete la locandina, se cliccate si allarga (figo, eh?).
Con me – anzi, io con loro – ci saranno Antonio De Giudice, Antonio Santini, Andrea Beccaceci e Gianni Mura.
L’incontro avrà luogo alle 17 a Pescara, presso il Museo delle Genti d’Abruzzo.
Sarà possibile acquistare copie dei libri di Gianni e miei.
Si parlerà di convivialità, ieri e oggi, con particolare attenzione ai prodotti tipici, ai vanti enogastronomici e alle molte perle di una ragione estrema e splendida.
Alla fine ci sarà una grande cena, credo a inviti, di cui temo (piacevolmente) la sicura mattanza alcolica e calorica. Infatti sono digiuno da oggi.
Stay tuned (cit).

Cantina Margò

Sono tornato da poco da Valencia. Domani sarò di nuovo a X Factor. I molti spostamenti mi hanno impedito di aggiornare anche questo blog (dico “anche” perché, di blog, ne avrei 3. Ho più blog io che canzoni belle Vecchioni).
La prossima settimana sarò in tour martedì a Pescara (con Gianni Mura), mercoledì a Napoli (ristorante Veritas) e giovedì a Caserta (Enoteca La Botte). Per l’esattezza, la prima sarà una giornata sui prodotti tipici abruzzesi (con Mura e me come testimonial), la seconda un invito personale dei gestori al sottoscritto (mi fa molto piacere, considerato che Mura e i coniugi Garanzini me ne hanno parlato con grande trasporto) e la terza una presentazione vera e propria, in pompa magna, con apertura di vini importanti.
Vi racconterò.
Sabato scorso ho provato uno slowfood piacevole, L’Osteria Sant’Ambrogio a Mostiola, tra Casalpusterlengo e Lodi. Un luogo perfetto per chi ama le grigliate, di carne (io no), pesce (a volte) e formaggi (well done). Si sta bene.
In questo post voglio però parlare di una neonata cantina umbra, Cantina Margò. E’ la piccola creatura di Carlo Tabarrini. Ha letto i miei libri, mi ha conosciuto alla presentazione di Eurochocalate e, dopo una splendida cena con varie presenze amene, mi ha donato tre suoi prodotti.
Carlo è giovane, si sta facendo le ossa ed è vicino alla filosofia dei vini naturali.
Il suo primo vino che ho provato è il Margò Rosso 2009. Frutto di un’annata un po’ magra, si è fatto convincere dall’enologo (che non credo durerà molto) ad arricchire il suo Sangiovese con un (piccolo) ripasso su bucce di Merlot. Lui ne avrebbe fatto a meno e per questo lo ritiene il suo vino “commerciale” (a prezzo ottimo, si trova sui 5 euro). Niente muscoli, niente barrique, 3 mesi in tonneaux assai usate. E’ un rosso piacevole, di ottima beva, che mi ha ricordato il Pongelli di Ampelio Bucci (che Tabarrini non ama, e sbaglia). Per la cronaca, il Pongelli è un Sangiovese marchigiano senza pretese, il vino meno lodato di Bucci, ma dotato di una bevibilità adorabile. Il Margò Rosso gli sta appena sotto, ma è il classico vino che berresti ogni sera senza pretese. Con gusto.
Carlo ha poi molto a cuore un altro rosso, per ora senza nome e fuori commercio, di cui ho bevuto l’annata 2008. Nell’etichetta ufficiosa e provvisoria c’è scritto “Sangiovese”, ma Tabarrini stesso – che ha ereditato il vigneto – non è convinto che sia davvero Sangiovese. E la degustazione lo conferma (al colore, al naso, al gusto). Lui stesso ammette di non avere sfruttato fino in fondo le potenzialità del vigneto nel 2008, e in effetti la degustazione non mi ha esaltato. Premetto che, l’altra sera, due miei amici sono stati meno critici di me, ma il vino mi è parso confuso, con un finale dolciastro da gomma arabica (che so non esserci: eppure l’effetto è quello). Il giorno dopo, l’effetto dolciastro era svanito, ma il vino appariva comunque sgraziato, sbilenco. Poca eleganza, c’è da lavorare.
Il vino che più mi ha colpito è il Margò Bianco 2008 (non si chiama così, è un’altra primizia fuori commercio). Carlo ne parla così: “Vinificato a tino aperto, sulle bucce per diversi giorni (il 2010 per tutta la fermentazione), ha fragranze di miele e fiori d’acacia nei primi giorni, banana poi, pipì di gatto in seguito, ma comunque imbevibile per i primi 6 mesi, le fecce del grechetto sono terribili, poi l’autolisi dei lieviti, che vanno in bottiglia, lasciano sempre belle sorprese. Grechetto g5 e tracce di trebbiano, forse”.
La presentazione fa venire voglia di non berlo. E ammetto che, aperto con il mio amico Marco Sensitivi della Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino, all’inizio sapeva (un po’) di tappo. Poi però, quasi miracolosamente, si è liberato. Ha vissuto una bella evoluzione. Rivelandosi un orange wine rustico, ma dal bel potenziale. L’abbiamo bevuto, e ribevuto, con grande piacere. Bella eleganza, gran personalità, struttura giusta e persistenza invidiabile. Uno di quei vini che denotano un talento, per ora sfuocato, ma chiaramente percettibile.

Recensione: L’acquaBuona

La cosa più bella delle presentazioni non è vendere libri, ma conoscere nuove persone. Che ti leggono, che (forse) ti stimano, che (soprattutto) hanno in comune con te ideali, passioni, aspetattive.
La serata di ieri a Tortona, non ha fatto eccezione. Tanti produttori – Walter Massa, Ezio Cerruti, Elisa Semino -, un’apparizione fugace del professor Attilio Scienza, la relatrice Marina della Compagnia del Taglio che sfoggia il tacco 12 come concessione all’autore (e gia che c’è mi regala il cioccolato bianco e – ahhhhhh – un cd di Vecchioni), una bella libreria (Namastè), la Vineria storica di Tortona come luogo per cena. Le chiacchiere, i vini aperti uno dopo l’altro, Tavira che sopporta stoicamente anche questa trasferta.
Di questo si vive, e di tanto altro ancora (cit). Grazie. 
E si vive anche di recensioni. Questa è del blog AcquaBuona.
La pubblico, insieme ad alcune foto della serata di ieri.

“Una delle letture più piacevoli dell’ultima estate è stata il Il vino degli altri, nuova pubblicazione del poliedrico giornalista/scrittore de La Stampa Andrea Scanzi, che dopo il successo di Elogio dell’invecchiamento, pubblicato sempre da Mondadori nel 2007, torna a cimentarsi con il vino e i suoi protagonisti.  E lo fa a modo suo, con ironia e leggerezza, con passione e competenza,  con una scrittura fluida e mai noiosa.
Il libro è un viaggio tra vignaioli, vitigni e territori guidato dalla ricerca di un possibile accostamento tra i più noti e apprezzati vini stranieri (Champagne, Borgogna, Riesling, Rioja, Tokaj, Rodano nord, Loira, Bordeaux) e alcuni grandi corrispettivi del nostro paese (Franciacorta, Etna, Bolgheri, Sagrantino, Garganega, Montalcino, Schiacchetrà  delle Cinque Terre,Trebbiano d’Abruzzo di Valentini). E così, attraverso i vini di casa nostra, alla fine si finisce per saperne di più anche sui “vini degli altri”, rifuggendo improbabili confronti qualitativi, ma riflettendo su affinità e caratteristiche peculiari che li rendono assai più vicini di quanto si possa immaginare.
Nei trenta capitoli del libro Scanzi parla dei suoi viaggi, delle visite in cantina, degli assaggi intimi e “di gruppo”, dei personaggi che lo hanno emozionato, di quelli che lo hanno lasciato indifferente, e lo fa sempre con un giusto compromesso  tra rigore tecnico e un’innata vocazione al “cazzeggio”. E proprio qui sta, a mio avviso , il punto di forza del libro: è un testo per tutti. Per addetti ai lavori, che potrebbero rendersi conto che si può parlare di vino anche in maniera meno seriosa e paludata di quanto regolarmente accade, e per neofiti appassionati, che troveranno nelle 330 pagine di Scanzi tante informazioni utili, aneddoti e “dritte” con cui avvicinarsi a questo fantastico mondo.
Non mancano gli spunti polemici e le battute al vetriolo che rendono ancor più intrigante la lettura. Passaggi “scomodi” che hanno attirato sull’autore le critiche negative di diversi rappresentanti dell’establishment enologico (ai quali ha saputo rispondere per le rime), magari infastiditi dall’inaspettato successo di questo giovane e sfrontato giornalista, che non ha le pretese di insegnare niente a nessuno (effettivamente anche lui qualche “toppa” la prende nel libro!), ma almeno ha il coraggio di schierarsi e di raccontare come stanno veramente le cose.
E alla fine le chiacchiere stanno a zero! Scanzi è bravo e Il vino degli altri è la più frizzante novità editoriale del settore” (Franco Santini).

Domani a Tortona (ore 18)

Il Vino degli altri Neverending Tour prosegue.
Domani, ore 18, sarò alla libreria Namastè di Tortona. Nell’alessandrino. La patria del Timorasso, vitigno autoctono bianco che adoro sempre più.
Con me ci saranno Marina, della Compagnia del Taglio di Modena, ed Elisa Semino, produttrice dell’azienda La Colombera.
La libreria è in pieno centro, in via Emilia.
Parteciperanno anche alcuni produttori.
Al termine della presentazione, offriremo a tutti gazzosa scipita e il cd unplugged di Luigi Amicone (Non è tempo per noi, Live in Radicofani Station).
Ci sarà poi un reading in aramaico di Roberto Vecchioni, intervellato da assoli di ukulele di Ruby Rubacuori e Lele Mora.
Se siete in zona, a me fa piacere.