Archive del 18 ottobre 2010

Osteria Ardenga & L’Officina

Sabato e domenica ho provato due nuovi ristoranti.
Andando a Milano, sabato mi sono fermato a pranzo in uno slowfood nel parmense. Si chiama Osteria Ardenga ed è a Diolo, vicino Soragna, uscita autostradale Fidenza.
Non faccio quasi mai pranzo, quindi mi sono forzato (e poi ho saltato cena, puntuale). E’ un locale che mi è piaciuto. Non ho avuto fortuna nella cameriera, poco “empatica”, e ho preso solo due piatti. Antipasto e primo.
Ho cominciato con un trionfo di funghi, serviti in ogni maniera, come bruschetta e come barchetta, come sformatino e quant’altro. Insieme, un po’ di verdure sott’olio dell’orto di Mamma Maria (giardiniera e cipolline). Piatto impeccabile, che basta e avanza per sfamarsi. Chi poi è carnivoro, lì giunto potrà sfamarsi pantagruelicamente con salumi sontuosi (siamo a due passi da Zibello) e secondi di vario tipo.
Il primo, un tortello alle erbette burro e salvia, era troppo cotto per i miei gusti e un po’ scolastico. Non ho scelto il piatto migliore dalla carta, temo. Per vino, un semplice Lambrusco della casa, fatto dai proprietari. Un Lambrusco parmense senza infamia e senza lode. Ho saltato il dolce, anche se il cacio alla bavarese pareva monumentale. Chiusura con caffè e nocino.
Bello il clima all’interno della sala, anche se la presenza di un onorevole – non so chi e sto bene così – ha forse dirottato troppe attenzioni sul tavolo illustre (si fa per dire).
L’osteria è a fianco del museo dedicato a Giovanni Guareschi e merita una visita.
Ieri, dopo la bella presentazione a Eurochocolate, Matteo Grandi (relatore e direttore di Piacere Magazine) mi ha portato all’Officina, Ristorante Culturale di Perugia. Un ristorante recensito (bene) da Gianni e Paola Mura su Venerdì di Repubblica. Lo abbiamo scelto per la splendida carta dei vini, molto attenta ai vini naturali.
Con me e Matteo c’erano il fido Alberto Rambino Fucci, due colleghe perugine – Chiara e Giorgia – e un giovane produttore che di notte fa i Baci alla Perugina (non è una battuta) e quasi per passatempo ha messo su una piccola etichetta vinicola. Lui si chiama Carlo Tabarrini (nessuna parentela con il Tabarrini che fa il bianco Ad Armando) e l’azienda Cantina Margò. Mi ha dato alcuni suoi vini, alcuni dei quali sperimentali e naturali. Li degusterò, vi racconterò.
La serata è stata gradevole e stupefacente, merito dell’alchimia – invero delirante – creatasi tra i commensali. Dieci e lode a chi c’era, fantasmi e odori elettrici (cit) compresi.
Riguardo al ristorante in sé, non mi ha cambiato la vita. Servizio molto lento, piatti ben fatti ma troppo estetizzanti. Il proprietario non mi è sembrato un mostro di simpatia e quando come primo vino mi consigli un Gewurztraminer (con la scusa che ben si abbina al foie gras – ordinato dagli altri: lo specifico per Luc Marsel), non guadagni punti. Ha poi dirottato per un Soave 2007 di Pra’, ma ho bevuto di meglio. Tipo il Galantuomo 2007 di Collecapretta, con cui abbiamo chiuso la serata.
Di foie gras, agnelli e angus non posso dire. Garantisco sulla bontà degli spaghetti di carrube (Rambino dixit) e sull’antipasto con vari tipi di patate e topinambour (grande invenzione, il topinambour).
Notevole i ravioletti al nero di seppia con vongole e pomodorini. Onesti i ricarichi. Buono il prezzo.
Più pregi che difetti, ma anche più prosa che poesia (cit).

P.S. Confermo che la presentazione a Tolmezzo avrà luogo venerdì prossimo, 22 ottobre, alle ore 19. Poi cena (bisogna prenotare). Domani pubblicherò il comunicato stampa. Aggiungo che il 16 novembre sarò a Pescara con Gianni Mura per un convegno sui prodotti tipici abruzzesi. Si presenterà (informalmente) anche il mio ultimo libro.