Archivio di ottobre 2010

Tre orange wines

Li chiamano orange wines. Sono i bianchi sottoposti a macerazione, più o meno lunga, sulle bucce. Vinificati, di fatto, in rosso.
Normali nei Cinquanta e Sessanta in Italia, non per moda ma perché al tempo non era così scontato per i contadini la differenza di lavorazione tra bianchi e rossi. Tornati in auge, partendo dal Friuli, per motivi in qualche modo “ideologici”. Su tutti il rimando alla tradizione eurasica georgiana. Quasi sempre legati ad aziende produttrici di vini naturali.
Il primo nome che viene in mente è quello di Josko Gravner, ma non è certo il solo. A volte capolavori, altre volte azzardi pleonastici. Vini non per tutti i gusti, che richiedono conoscenza e attenzione. Profumi da passito ma gusto secco, deciso. Colore tendente all’aranciato, da qui il nome con cui li si identifica.
La macerazione sulle fecce dà ai bianchi maggiore complessità olfattiva, più struttura (e tannini), spigoli. Nei casi migliori, grande longevità, carattere e persistenza. Il rischio dell’autogol, del famolostranismo, è sempre dietro l’angolo.
Ho ritenuto doveroso fare questa premessa perché, ultimamente, mi sono imbattuto in tre orange wines che ho apprezzato.
Il primo era il Dettori Bianco Romangia 2007. Vermentino sardo. Alessandro Dettori fa vini duri e crudi, grammaticalmente scorretti come ammoniscono le guide, ma spietatamente fedeli al territorio (Sennori, nel sassarese). Non piacciono a tutti, hanno personalità spiccata e alcolicità dirompente (15.5 gradi in questo caso). Bevuto al Pane e Vino di Cortona a 17 euro. Il calore dell’alcol era mitigato da splendide acidità e sapidità. Nulla a che vedere con certi (la maggioranza) Vermentino fighetti, barriquati e stancanti. Naso di frutta gialla matura, tropicale, con note erbacee e salmastre, balsamiche. Un vino di tre anni che cominciava ad essere pronto adesso. Bianco coi muscoli, ma non ingombranti. Promosso a pieni voti, anche se l’ultimo bicchiere, bevuto da solo e fuori dalla cena, ha dimostrato come sia più un vino da abbinamento che non da meditazione (e questo può stupire).
Il secondo orange wine è stato il Terra dei Preti di Collecapretta. Trebbiano spoletino in purezza, macerato una decina di giorni. Sui 10 euro in cantina. Lo conoscevo già e ne avevo parlato. Ho ribevuto, a casa dei produttori, le annate 2008 e 2009. Più grassa e “facile” la 2009, con note al naso da passito di pregio (miele, frutta candita), ma acidità splendida. Più dritto e nitido il 2008, che ha smaltito il gran frutto esibendo le note più minerali. Di Collecapretta, piccola azienda familiare umbra a Terzo La Pieve, preferisco il Trebbiano non macerato: il Vigna Vecchia, uno dei migliori bianchi d’Italia, confermo e rilancio. Il Terra dei Preti è però un orange wine pienamente riuscito. E dal prezzo giustissimo.
Il terzo bianco macerato, provato alla Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino, è stato un Triple A Velier. Sassocarlo Terre a Mano 2007, Fattoria di Bacchereto. Sui venti euro al ristorante. Trebbiano 80 percento e Malvasia 20. Carmignano, nel pratese. Un bianco da uve surmature, sottoposto a breve macerazione (evidente alla degustazione). Rispetto agli altri due, un orange wine più grasso e strutturato, impegnativo. Ha meno alcol di Dettori, ma si sente di più. Segno di un’acidità minore, ma comunque decisa (ancor più se considerato il territorio) e sufficiente a valorizzare il prodotto.
Nessuno di questi vini ha la macerazione infinita e “brutale” degli orange wine friulani e sloveni. Per questo li ritengo maggiormente adatti ai neofiti, o giù di lì, per avvicinarsi a una tipologia spinosa ma affascinante.

Rosso di Sofia – Vignai da Duline

Oggi sono tornato a Collecapretta, l’azienda di Terzo la Pieve (Spoleto) che ho recensito con affetto qualche settimana fa. Confermo tutto il bello che ho scritto, se possibile rilanciandolo. E lo confermano anche i due amici che erano con me, Marco Sensitivi della Bottega del Vino e Adriano Aiello.
Sabato sarò ancora a X Factor, mentre mercoledì prossimo (3 novembre) presenterò Il vino degli altri alla libreria Namastè di Tortona (ore 18).
Domenica scorsa ho avuto modo di bere una Magnum splendida. Era il Rosso di Sofia di Vignai da Duline. Annata 2005. Refosco del Peduncolo Rosso in purezza.
Me l’ha donata a Tolmezzo, sei giorni fa, il produttore Lorenzo Mocchiutti. Ho conosciuto lui e la moglie Federica tre anni fa, al Vinitaly. Ne ho parlato anche in Elogio dell’invecchiamento e sono felice di esserci arrivato un po’ prima degli altri.
Nell’ultima guida dell’Espresso, sono stati premiati soprattutto per il loro Chardonnay Ronco Pitotti. Il vino teoricamente più moderno. In realtà ogni bottiglia della piccola azienda di San Giovanni al Natisone (Udine) è un inno alla territorialità.
Questo Rosso di Sofia (il nome della figlia), non fa eccezione. Lorenzo mi ha detto che la 2005 è l’annata di cui più va orgoglioso. Lo capisco, dopo averla bevuta. Soltanto 230 magnum. Lieviti autoctoni, niente solforosa in vinificazione, 38 mesi di affinamento in bottiglia. Un vino dritto, elegante, di grande bevibilità. Bel frutto rosso, non surmaturo. Lieve nota erbacea. Acidità impeccabile, morbidezza misurata. Bella mineralità, buona lunghezza. Innegabile finezza.
Tutto come deve (doveva, dovrebbe) essere.

Stai col feeling (cit)

Non tutte le presentazioni sono uguali. E non è solo questione di presenza di pubblico.
Spero di avere raggiunto un sufficiente quinto senso e mezzo per capire – subito – se una presentazione merita di essere fatta o meno. Quella di Tolmezzo meritava di essere fatta.
Nel post precedente avete letto il reportage di Francesco Brollo. Sapete già com’è andata.
Non sapete, invece, altre cose. Terrae.Doc, l’enoteca di Chiara Fasolino e Stefano Marchi, mi ha ricordato l’amatissima Tana degli Orsi di Pratovecchio: la stessa passione, la stessa attenzione per certi vini. La capacità di fare gruppo, i pellegrinaggi per cantine. Le nottate alcoliche, l’anarchia gustativo-esistenziale. Un bel gruppo, con cui era naturale tirare tardi. Fino alle quattro o giù di lì.
Prima di arrivare, per pranzo, mi sono fermato a uno slowfood di Montegrotto Terme, Da Mario. Ho bevuto un Prosecco Extra Dry di Bele Casel, la cosa migliore del pasto insieme alla burrata su letto di pomodori datterini. Deludente il baccalà alla vicentina, ancor più deludente la freddezza del posto. Di slowfood non ha nulla e temo dipenda dal fatto che il proprietario – Mario – se n’è andato qualche mese fa.
Di Tolmezzo, invece, mi è piaciuto tutto. Il clima, l’isolamento, l’affetto del paese. Che luogo misterioso, la Carnia. Terra di cibi poveri e unici, valorizzati da un cuoco storico, Gianni Cosetti, di cui tanto ha parlato Gianni Mura e su cui Annalisa Bonfiglioli ha scritto un bel libro che sto leggendo, edito dalla Comunità Montana della Carnia.
Terra dove ci sono più bar che persone, più band musicali che dischi venduti. Più misteri che certezze.
E’ stato bello. E mi ha fatto ridere – e pure un po’ impressione – percepire come io venga avvertuto da alcuni alla stregua di un “mostro sacro”. Non merito tal grazia, ammesso che grazia sia.
Non essendo riuscito a trovare difetti, men che meno nella cena di Giorgio Spagnolo alla Corte dei Sapori (sontuosa) o agli apporti unplugged dei pochissimo italiani Charlestons (brit pop acerbo ma con doti), mi trovo obbligato a dirvi cosa si è mangiato e bevuto. Non prima di aver citato due pazzi, Fabiano Boscolo e Luca Lopardo, che si sono sobbarcati ore d’auto per esserci. Chiamateli groupies-men. Lopardo, in particolare, è stato avvistato – con gentile compagna – sin dalle 15 in paese, manco fosse in procinto di assistere a un inderogabile reading di Vecchioni su Majakowskij.
E’ stato proprio Luca, sel finire della notte, a impossessarsi della chitarra e cantare – assai degnamente – qualche brano di Guccini (parentesi: le adunanze con chitarra al centro e canti stonati semi-ubriachi, tipo Non è Franceeeesca o marenero marenero marene sulla spiaggia, mi hanno sempre messo tristezza siderale. Quella sera, no).
La cena, rigorosamente vegetariana, ha visto inanellati Toc in braide, Cjarsons salati alle erbe, Polenta con frico, Biscottini di mais con crema zabaione. Dovrei spiegarveli, ma preferisco che cerchiate su Wikipedia. Merita.
Nel mezzo, prima e dopo, vini su vini. Un trionfo di gusti, azzardi e incasinamenti in perfetto stile Club Tenco e Sporterme, quando si mollano gli ormeggi e si beve di tutto. Con belle persone accanto. Ecco la lista. Sarete molto invidiosi, sappiatelo.
Metodo Classico 1648 – Tenute di Angoris. Pinot Nero 2006, sboccatura 2010, circa 2000 bottiglie prodotte in tutto. Il vino con cui sono stato accolto in enoteca, tra la tensione generale (neanche fossi Luca Maroni). Una bollicina friulana dignitosa. Non cambia la vita e non ha bollicine elegantissime (un po’ gassate e croccanti), ma è piacevole.
Prulke – Zidarich 2007. Vitovska, Malvasia, Sauvignon clone francese. Stimo molto Zidarich, autore di una delle migliori Vitovska del territorio. I blend li amo meno, ma in Friuli quelli bianchi hanno sempre hanno cose da raccontare. Bottiglia da berne un secchio, viva e sapida, dal gran carattere. La stavo sorseggiando mentre parlavo (l’acqua non è stata neanche sfiorata). Spero non mi abbia indotto in derive imperdonabili.
Schioppettino – Vignai da Duline 2008. Applausi per Fibra (forse), ma soprattutto per Vignai da Duline. Scoperti tre anni fa al Vinitaly. Mi ha fatto molto piacere che il proprietario, Lorenzo Mocchiutti, sia stato presente alla serata. Ho parlato della sua azienda in entrambi i libri e ieri sera ho bevuto con alcuni amici la Magnum di Rosso di Sofia 2005 (Refosco in purezza). Lo Schioppettino, scelto con la Toc in braide, è una garanzia. Dritto ed elegante, di frutto giusto, bevibilità suprema. Vamos.
Forment 2009 – Jacuss. Friulano non filtrato, prodotto con lieviti indigeni. La rivelazione della serata. Un Friulano (ex Tocai) di personalità incredibile, grande mineralità e spigoli invitanti. Purtroppo non esce tutti gli anni. Jacuss ci ha poi offerto, dopo cena, il suo Picolit. Acidità percettibile, ma un po’ di freschezza in più avrebbe reso il nettare più dinamico. Il Forment resta comunque da cortei. Bevuto coi Cjarsons, un primo mai uguale a se stesso che vi consiglio. 
Nota a margine: la cena è partita con un rosso, poi bianco, poi di nuovo rosso. A conferma che le leggi scritte dell’abbinamento non tengono.
Cjarandon – Ronco dei Tassi 2002. Uvaggio bordolese, Collio. Bevuto con la polenta. Aveva tutto a posto, ma a me i blend bordolesi non prendono. Li trovo quasi sempre seduti. Sbaglierà senz’altro io.
Verduzzo 2009 – Venchiarezza. Bevuto con i biscottini di mais e zabaione. Venchiarezza è l’azienda di Luca Caporale, 24enne integerrimo e naturalista. I proprietari di Terrae.Doc mi hanno parlato con entusiasmo del suo progetto, teso a valorizzare territorio e varietali, contro tutto e tutti. Well done. E il Verduzzo era ben fatto, per nulla ammiccante e di buona eleganza. Affatto stucchevole. Meno mi ha convinto il suo Refosco 2009, ma lo abbiamo bevuto alle 3 di notte dopo il Breg Anfora 2004 di Gravner, cioè nel momento peggiore. Seguirò Venchiarezza con interesse, ma in Luca Caporale – intervenuto durante il dibattito – ho avvertito troppa sicurezza di sé e quella idea – molto “alternativa” – di essere l’unico puro al mondo. Un consiglio: fly down. Senza credersi a prescindere er mejo figo del bigoncio (cit).
Ribolla Gialla spumantizzata 2006 – Collavini. Il primo a declinare la Ribolla Gialla in versione bollicine. Sembrava un azzardo e ora lo fanno in tanti. Bevuto dopo il Picolit di Jacuss, quindi in condizioni gustative inaccettabili, ma ne ho percepito carattere e coraggio. Intendo riberlo in circostanze più umane.
Bianco Breg Anfora 2004 – Josko Gravner. Sorseggiato verso le due, tornati in enoteca. Alcuni presenti (l’esecrabile Lopardo) non avevano mai bevuto Gravner e non sapevano che pensare. Chi diceva che al naso raccontava tutto e al gusto deludeva, chi l’esatto contrario. Benvenuti nel magico mondo di Josko, dove non esistono mezze misure. Il vino era ancora “giovane” e ricordo annate (lontane) più convincenti, ma era una bottiglia che richiedeva religiosa attenzione e grande attesa. Noi l’abbiamo bevuta come ennesimo vino della serata, a orario assurdo e con troppa fretta. Un piccolo delitto, ma con amore. Che non ha inficiato la grande qualità di una creatura pulsante, estrema nei pregi e nei difetti.
Poi c’è stato il rompete le righe, e dopo quindici ore X Factor.
Grazie ancora a tutti.

Metti una sera a Tolmezzo

Sono appena rientrato da un lungo weekend. Più di 1500 chilometri in due giorni, Cortona-Tolmezzo-Milano-Cortona con varie scampagnate nel mezzo.
Domani o martedì racconterò la presentazione di Tolmezzo e i vini che abbiamo bevuto (tanti).
Oggi riporto l’ottimo – e sin troppo lusinghiero – reportage di Francesco Brollo, uno degli organizzatori e relatori della serata.
L’articolo è pubblicato sul sito Carnia.La.

 “Massì, nonostante due microfoni imbolsiti, le campane del vicino campanile imbizzarrite e le sgomitate di un inverno impaziente di prendersi la scena, la prima volta tolmezzina di Scanzi è stata un successo.
A rivederlo oggi su Rai2 dentro la tv a X Factor, una quindicina di ore dopo esserci salutati, io che sono un catodico non praticante, ne ho apprezzato anzitutto il fisico (no, non cerco fraintendimenti filo gay “gendericamente” corretti per piacere), dico il genere di fisico che qua in Carnia siamo soliti apprezzare: quello di chi sa stare con la schiena dritta al risveglio da eroiche maratone enoiche. Di chi sa stare col feeling, come dice il mio amico Stefano.
Chiariamo: non ci siamo etilicamente compromessi venerdì notte, ma tirare tardi col-bacco in testa è pratica che richiede un certo allenamento. Essere lucidi e ludici il giorno dopo, ancor di più. E Andrea lo ha fatto, dispensando anche in tv lampi di critica disincantata tra i più vivacemente efficaci della puntata.
In vino meritas come avevo ribattezzato questo incontro ha regalato, spero, al pubblico presente motivi di riflessione seri ma non seriosi sul vino.
Annalisa Bonfiglioli ha letto e introdotto con efficacia e professionalità Il vino degli altri, il libro scritto da Andrea, che poi ha risposto con la riconosciuta effervescenza alle domande che gli ho posto. Chiara e Stefano hanno aperto porte e cuori con la consueta e schietta accoglienza. Mattia e Gian Marco dei Charlestones ci hanno scaldato con lampi di brit pop e Giorgio ha cucinato bene piatti di Carnia che hanno conquistato. I vini di Terrae.Doc hanno fatto il resto.
Resto non in spiccioli, neanche in caramelle sciolte, come cantava Vasco, ma tutto ciò che resta di tanto di buono nelle papille al termine di una serata magica. Nelle pupille resta il sorriso di Andrea, scopertosi contento di fare da compagno di viaggio di un gruppo di amici. Quello che ha fornito con le sue parole a chi c’era è una cartografia buona per orientarsi nel mondo del vino. Ma anche nel mondo e basta.
Se Gianni Mura, che al pari di Veronelli qui ha lasciato un pezzo di cuore, ha cantato le lodi di Scanzi, il cerchio si chiude; o si riapre per rinnovarsi e allargarsi. E chi si chiede attorno a cosa, si può rispondere: attorno all’autenticità, termine spesso stiracchiato da stanchi operatori turistici in cerca di vena.
Scanzi ha dimostrato perché lo si possa oggi definire una delle penne più brillanti d’Italia, eclettico senza essere odiosamente tuttologo, ha parlato da sommelier sicuramente non ortodosso, ovvero capace di emanciparsi  ed emancipare il lettore dalla schiavitù di certi clichè che di questi tempi paiono obbligati per chi voglia parlare di vino, come l’ostentazione di esotici paragoni olfattivi e gustativi. Ci ha portato nel backstage del mondo del vino, senza cadere nel complottismo da retrobottega o in dietrologie da retrobottiglia.
Chiudo con due frasi prese dal suo libro che brillano come stelle e aiutano a orientarsi. Invito a seguirlo, leggerlo, ascoltarlo, sia nelle sue ficcanti incursioni nella politica nazionale su Micromega, che nella musica, costume e sport sulla Stampa, e poi nei suoi libri sul vino, sullo sport, su Beppe Grillo. Tanta roba. E allora un buon punto di partenza che sia il suo sito www.andreascanzi.it
Nessuno nel mondo del vino, ha ragione. Si tratta solo di scegliere l’idea più vicina alla propria sensibilità.
Fate i vostri passi, le vostre scelte le vostre sniffate, senza mai inciampare nel peggiore degli errori: imporvi il gusto, d’elite, degli altri”. (Francesco Brollo).

Venerdì prossimo a Tolmezzo

Venerdì prossimo, 22 ottobre, alle 19, presenterò il libro a Tolmezzo. In un primo momento, come data, era stata deciso il sabato. Pubblico di seguito il comunicato stampa dell’evento, con tutti i riferimenti.

Anticipata a venerdì 22 ottobre la presentazione a Tolmezzo del libro di Andrea Scanzi Il vino degli altri

Il rinnovo della collaborazione tra la Rai e il giornalista Andrea Scanzi, chiamato a sedere al tavolo degli esperti della trasmissione X Factor sabato 23 ottobre, ha imposto il cambio di data: si terrà venerdì 22 ottobre, alle 19 a Tolmezzo, la presentazione del libro “Il vino degli altri” che prevede una conversazione con l’autore (originariamente fissata per il 23 ottobre).
Venerdì 22 ottobre 2010, a Tolmezzo (UD), Terrae.Doc organizza: In vino meritas – conversazione con il giornalista Andrea Scanzi e presentazione del suo ultimo libro “Il vino degli altri” (Mondadori) alle 19.00 presso la bottiglieria Terrae.Doc, in Via Cavour 10/a, all’interno della Corte Cussigh.
Parteciperanno all’incontro attorno al mondo del vino i padroni di casa Chiara Fasolino, Stefano Marchi e la storica Annalisa Bonfiglioli. Condurrà Francesco Brollo, giornalista di Carnia.La.
Interventi musicali unplugged di Mattia Bonanni, voce e chitarrista dei The Charlestones.
La serata proseguirà con una cena con l’autore, presso l’attiguo ristorante La corte dei sapori, che abbinerà ai vini scelti da Terrae.Doc i piatti della tradizione carnica preparati dallo chef Giorgio Spagnolo (i posti sono limitati, per prenotazioni contattare il ristorante allo 0433 481020 o via e-mail: info@cortedeisapori.com).
Durante l’evento sarà possibile a acquistare il libro “Il vino degli altri”.
Per ulteriori informazioni contattare: Terrae.Doc allo 0433 44224 o all’indirizzo e-mail: terraedoc@alice.it

Osteria Ardenga & L’Officina

Sabato e domenica ho provato due nuovi ristoranti.
Andando a Milano, sabato mi sono fermato a pranzo in uno slowfood nel parmense. Si chiama Osteria Ardenga ed è a Diolo, vicino Soragna, uscita autostradale Fidenza.
Non faccio quasi mai pranzo, quindi mi sono forzato (e poi ho saltato cena, puntuale). E’ un locale che mi è piaciuto. Non ho avuto fortuna nella cameriera, poco “empatica”, e ho preso solo due piatti. Antipasto e primo.
Ho cominciato con un trionfo di funghi, serviti in ogni maniera, come bruschetta e come barchetta, come sformatino e quant’altro. Insieme, un po’ di verdure sott’olio dell’orto di Mamma Maria (giardiniera e cipolline). Piatto impeccabile, che basta e avanza per sfamarsi. Chi poi è carnivoro, lì giunto potrà sfamarsi pantagruelicamente con salumi sontuosi (siamo a due passi da Zibello) e secondi di vario tipo.
Il primo, un tortello alle erbette burro e salvia, era troppo cotto per i miei gusti e un po’ scolastico. Non ho scelto il piatto migliore dalla carta, temo. Per vino, un semplice Lambrusco della casa, fatto dai proprietari. Un Lambrusco parmense senza infamia e senza lode. Ho saltato il dolce, anche se il cacio alla bavarese pareva monumentale. Chiusura con caffè e nocino.
Bello il clima all’interno della sala, anche se la presenza di un onorevole – non so chi e sto bene così – ha forse dirottato troppe attenzioni sul tavolo illustre (si fa per dire).
L’osteria è a fianco del museo dedicato a Giovanni Guareschi e merita una visita.
Ieri, dopo la bella presentazione a Eurochocolate, Matteo Grandi (relatore e direttore di Piacere Magazine) mi ha portato all’Officina, Ristorante Culturale di Perugia. Un ristorante recensito (bene) da Gianni e Paola Mura su Venerdì di Repubblica. Lo abbiamo scelto per la splendida carta dei vini, molto attenta ai vini naturali.
Con me e Matteo c’erano il fido Alberto Rambino Fucci, due colleghe perugine – Chiara e Giorgia – e un giovane produttore che di notte fa i Baci alla Perugina (non è una battuta) e quasi per passatempo ha messo su una piccola etichetta vinicola. Lui si chiama Carlo Tabarrini (nessuna parentela con il Tabarrini che fa il bianco Ad Armando) e l’azienda Cantina Margò. Mi ha dato alcuni suoi vini, alcuni dei quali sperimentali e naturali. Li degusterò, vi racconterò.
La serata è stata gradevole e stupefacente, merito dell’alchimia – invero delirante – creatasi tra i commensali. Dieci e lode a chi c’era, fantasmi e odori elettrici (cit) compresi.
Riguardo al ristorante in sé, non mi ha cambiato la vita. Servizio molto lento, piatti ben fatti ma troppo estetizzanti. Il proprietario non mi è sembrato un mostro di simpatia e quando come primo vino mi consigli un Gewurztraminer (con la scusa che ben si abbina al foie gras – ordinato dagli altri: lo specifico per Luc Marsel), non guadagni punti. Ha poi dirottato per un Soave 2007 di Pra’, ma ho bevuto di meglio. Tipo il Galantuomo 2007 di Collecapretta, con cui abbiamo chiuso la serata.
Di foie gras, agnelli e angus non posso dire. Garantisco sulla bontà degli spaghetti di carrube (Rambino dixit) e sull’antipasto con vari tipi di patate e topinambour (grande invenzione, il topinambour).
Notevole i ravioletti al nero di seppia con vongole e pomodorini. Onesti i ricarichi. Buono il prezzo.
Più pregi che difetti, ma anche più prosa che poesia (cit).

P.S. Confermo che la presentazione a Tolmezzo avrà luogo venerdì prossimo, 22 ottobre, alle ore 19. Poi cena (bisogna prenotare). Domani pubblicherò il comunicato stampa. Aggiungo che il 16 novembre sarò a Pescara con Gianni Mura per un convegno sui prodotti tipici abruzzesi. Si presenterà (informalmente) anche il mio ultimo libro.

Oggi a Perugia, Eurochocolate (ore 18)

Oggi presenterò Il Vino degli altri ad Perugia, all’interno di Eurochocolate.
Il luogo esatto è la Rocca Paolina di Perugia, alle ore 18 esatte.
La Rocca Paolina è una fortezza ipogea che si trova “sotto” il centro storico di Perugia, raggiungibile direttamente dalla centralissima Piazza Italia oppure con le scale mobili dal parcheggio di Piazza Partigiani, la soluzione più comoda per chi arriva in auto a Perugia.
Vi aggiungo anche che, a causa della collaborazione con la Rai per X Factor, la presentazione a Tolmezzo prevista per sabato prossimo è stata spostata.
Ho chiesto agli organizzatori di farla questo venerdì, oppure a dicembre quando X Factor sarà concluso.
Mi faranno sapere e vi comunicherò quanto prima la nuova data.
Vi aspetto.

Lugana Centofilari – Gerardo Cesari

Ieri sera ho degustato un vino che l’azienda Gerardo Cesari mi ha spedito come assaggio, il Lugana Centofilari 2009.
Ultimamente mi è capitato spesso di bere Lugana, soprattutto quelli (qui recensiti) di Ca’ Lojera.
E’ una Doc in crescita, un po’ schifata da chi non la conosce bene perché si tende a ritenerla frutto di uno dei tanti Trebbiano minori. Nella realtà è un’uva che si distanzia dal Trebbiano classico, chiamata Turbiana e tipica di queste zone nel veronese. Di fatto autoctona.
Quella di Gerardo Cesari è un’azienda ambiziosa, che sta puntando anche su una capillare opera di promozione e pubblicità per farsi notare. Produce molte tipologie di bottiglie, Amarone compreso.
Il Centofilari è una Lugana dignitosa.
Vigneti tra Pozzolengo e Peschiera. 95 percento Turbiana e 5 Chardonnay, che si nota (e ne avrei forse fatto a meno) nella morbidezza finale. Una morbidezza che non è però ingombrante e invasiva, ma discreta.
Buone le note fruttate e soprattutto floreali al naso.
Discrete acidità e mineralità.
Persistenza apprezzabile, considerata la tipologia.
Bevibilità superiore a quanto mi aspettassi.
Nell’insieme: un vino moderno, ma ben fatto e non odiosamente furbo.

Collecapretta

Ieri mi sono imbattuto in una piccola azienda meravigliosa. Merito di Arnaldo Rossi, proprietario della Taverna Pane e Vino di Cortona, che me ne ha parlato e mi ci ha portato.
Non la trovate facilmente, non è quasi mai nelle guide e la zona è davvero poco turistica. Umbria, Terzo la Pieve, Monti Martani, spoletino.
Si chiama Collecapretta ed è il progetto di Vittorio e Anna Mattioli. Produzione risicata, 5-6mila bottiglie, tramandate da tre generazioni con approccio contadino e naturale. Niente proclami (l’azienda non appartiene a nessuna associazione di vini veri), niente barrique, niente lieviti selezionati. Tutto in acciaio, vetroresina e tini a cielo aperto. Vins de garage, letteralmente.
E’ un’azienda autosufficiente, che completa da sola tutto il ciclo agricolo produttivo: non solo vino, ma anche bestiame, grano, formaggio, uova.
Non fa ristorazione, ma ne avrebbe la possibilità. Anna, chef garbata e provetta, ci ha viziato con un pranzo informale che non facevo dal secolo scorso. Focacce (lì dette “pizze”), salumi, olive sotto cenere e calce, strangozzi alla spoletina, pancetta alla brace, pecorino, sformati.
E’ un posto meraviglioso. Lo avessi trovato prima, sarebbe finito sicuramente in uno dei miei due libri sul vino.
Non c’è sito, non c’è tecnologia. In rete trovate qualcosa su di loro a firma Jacopo Cossater, che giustamente adora vini e semplicità di questa coppia miracolosamente intatta. Come le terre in cui vivono.
Vittorio fa scrivere, sulle etichette minimali (ma belle), “agricoltore e poi vignaiolo in Terzo la Pieve“. Rende bene l’idea di come il vino non sia arrivato subito, ma faccia parte di una Filosofia Condivisa.
Ho avuto modo di degustare gran parte dei loro vini. Per provarli dovete andare a Terzo la Pieve (gran bella esperienza), oppure avere la fortuna di beccare una carta dei vini illuminata come quella di Arnaldo. Il rapporto qualità/prezzo è commovente, franco cantina sta tutto tra i 10 e i 14 euro. Vini outtake, come li chiamo io: e da cortei.
I vigneti sono tutti tra i 400 e i 550 metri sul livello del mare. La superficie coltivata è di 5 ettari. Terreno in larga parte argilloso. Presto verranno introdotti nuovi vini, ad esempio una Malvasia bianca in purezza e un Rosato da Ciliegiolo.
Per ora il plotone di bottiglie comprende tre bianchi e quattro rossi. Il Pigro delle Sorbe è un Greco (Greco: non Grechetto, è proprio l’uva campana, piantata lì dal nonno di Vittorio). Il bianco meno impegnativo, ma gradevole e di bella sapidità. 
Il Terra dei Preti è un Trebbiano Spoletino macerato due settimane sulle bucce, non per moda gravneriana ma perché i contadini un tempo facevano così, vinificando i bianchi come i rossi. La 2008 è portentosa per complessità, trama e frutto. 
Un vino con un grande futuro davanti, a dispetto del prezzo, come il Vegna Vecchia. Non esito a definirlo uno dei bianchi più sorprendenti d’Italia. Il miglior Trebbiano Spoletino (stavolta non macerato) in purezza che possiate trovare, a mio avviso superiore anche all’Arboreus di Giampiero Bea (che comunque andrebbe paragonato al Terra dei Preti). La 2009, per quanto giovanissima, ha già un che di certi Riesling della Mosella. E la 2006 sembra un Trebbiano di Valentini. Solo che costa molto meno: 7 euro e 50 in cantina. E’ un bianco originale, di carattere, che cambia ora dopo ora: eppure semplicissimo. Un vino che sa di uva e vino. Un vino primigenio e non ancora deturpato dall’uomo.
Anche i rossi sono meritevoli. Non ho degustato il Burbero, blend di Sangiovese, Merlot e Ciliegiolo, e neanche il Merlo Nero, Merlot in purezza (mi dicono) affatto furbo. Posso invece garantire per Le Cese e Il Galantuomo. Il primo è un Sangiovese in purezza, premiato da Paolo Massobrio e Marco Gatti qualche anno fa ai Top Hundred di Golosaria, impeccabile per territorialità, bevibilità e frutto.
Inspiegabile è poi Il Galantuomo: una Barbera in purezza, piantata lì 60 anni prima o giù di lì dal nonno di Vittorio perché aveva fatto il militare in Piemonte e si era innamorato di quell’uva. Una Barbera che quasi tartufeggia, neanche fosse un Nebbiolo, e che un’ora dopo si presentava del tutto diversa al naso: forte nota ematica e trama fitta, grande progressione e ancor più grande persistenza. Con una sapidità che pare venire da vignetti coltivati a un passo dal mare.
Danilo, il venditore dell’azienda presente al pranzo con un amico (Marco), ci ha raccontato che i coniugi Mattioli all’inizio non si rendevano conto della qualità del loro materiale. Per loro era normale fare vino così: era naturale. Una naturalezza che hanno perso in tanti. Loro, no.

P.S. A cena, con alcuni amici, ho poi bevuto un Vigna Vecchia 2009 e un Le Cese 2007. Anche gli amici sono rimasti entusiasti. Già che c’eravamo, per concludere, abbiamo bevuto il Rosso de Veo 2005, il Sagrantino di Montefalco (secco) da vigne giovani di Giampiero Bea. L’Umbria che piace.

Bellotti Rosso – Cascina degli Ulivi

Ieri sera sono tornato, dopo mesi, alla Bottega del Vino di Castiglion Fiorentino. Con me c’era Tavira, stanca come solo lei può esserlo dopo un giorno a bighellonare con me. Ha dormito tutto il tempo. Ha dormito il sonno dei giusti. Io no. E’ dura, se dormi, mangiare. E poi io mica sono giusto come lei.
Mi sono fatto aprire una bottiglia che non conoscevo. L’etichetta la vedete qui a sinistra. Già da sola racconta un’azienda particolarmente fiera della sua semplicità e della sua filosofia biodinamica.
Bellotti Rosso, Triple A. “Semplicemente vino”, cioè Dolcetto e Barbera, cioè Cascina degli Ulivi da Nove Ligure nell’alessandrino. Una delle aziende che più ha vivacizzato il mondo dei vini naturali, contribuendo da una parte alla loro conoscenza e dall’altra partecipando alla ridda di litigi tra vignerons “veri”.
Il Bellotti Rosso è un vino da tavola. Per questo non trovate nella etichetta l’annata o l’uvaggio (e a me questo rompe molto). E’ il prodotto base dell’azienda, più nota per altri vini. Si rifà alla tradizione locale. Un vino da tutti i giorni. Io l’ho trovato a 13 euro al ristorante e La Bottega del Vino ha ricarichi onesistissimi. L’ho scelto perché ai proprietari era piaciuto molto il bianco (da uve Cortese). Il rosso non l’avevano ancora degustato. Lo si è fatto insieme.
Com’è? Risposta complicata. Non vuole essere un vino indimenticabile e di sicuro non lo è. Vale il prezzo che ha, ma a quella cifra se ne trovano di migliori (ad esempio quasi tutti i Dolcetto di Alba, Diano d’Alba, Dogliani e Langhe Monregalesi). E’ senz’altro un vino contadino, scuro e oltremodo vinoso, col frutto polposo del vino giovane e ruspante. Profumi semplici, puzzetta da biodinamico che non è dominante ma c’è (e se non c’era si stava meglio). Progressione assente, persistenza timida. Statico, personalità deludente. Bevibilità media. Sufficiente versatilità nella prova abbinamento (l’ho bevuto con antipasto di formaggi e verdure e pici con pomodori di Pachino).
I lieviti sono indigeni. La solforosa non c’è. La filtrazione è minima. Il risultato è filosoficamente lodevole, ma gustativamente non travolgente.