Archive del 27 settembre 2010

Un bel weekend

Sono appena tornato da un weekend lungo, unica compagna (ufficiale) la mia labrador Tavi. E’ stata operata due settimane fa, ci siamo presi un bello spavento. Sta tornando lo splendore che era. L’unica femmina a cui posso essere fedele (frase di un maschilismo orribile, lo so, ma se non siamo sinceri tra noi, tanto vale guardare tutti Minzolini).
Insieme, ce la siamo goduta, tra vino e amici (anche se lei, per ora, non beve. La figlia, sì). Non ricordavo che la vita da single fosse così adorabilmente intrigante e malinconica. E’ incredibile quanto la gente si complichi la vita, sposandosi.
Comunque (cit).
Adesso sono qua, nel mio eremo cortonese, con accanto un Twix edizione limitata al cioccolato bianco. Ecco: il Twix Bianco e il Kit Kat Bianco sono due dimostrazioni, inequivocabili, dell’esistenza di Dio. Come le Pringles sale e pepe, il tacco 12 ed Edward Norton ne La 25a ora.
A parte questo, si rende urgente una seria ricostruzione dello scorso weekend. Se ne sia fatta (?) una giusta esegesi.
Giovedì. Al mattino ho l’elettrocardio di Tavi, in una clinica modenese (San Geminiano). Tutto bene. Mi rilasso. Poi sono ospite all’Aquamarine Wave, l’allevamento di labrador di due ottimi amici, Fabio e Cristina Mambelli. Abitano a San Possidonio, dove a parte loro (e i loro cani) non c’è niente. Hanno creato una struttura meravigliosa e, già che c’erano, si sono messi a coltivare pomodori ciliegina (ne hanno a quintali, praticamenti li spacciano) e a fare vino. Sangiovese. In terra di Lambrusco. Com’è? Migliorabile, ma buono. Se Fabio riuscirà a togliergli quel piccolo di sentore medicinale all’olfatto, avrà creato un vino da tutti i giorni pienamente onesto e gradevole (anche a basse temperature, come il Novello nebbiolato di Pio Cesare). Già così, comunque, si beve con agio. E non era cosa scontata. Ringrazio poi i coniugi Mambelli per avermi fatto scoprire la Luigina, un liquore dolciastro ottenuto da erbe della zona. Già che ci sono, li ringrazio per il sostegno psicologico durante la degenza di Tavi e per la cena offerta in un ristorante della zona (Tabernula). La cucina è buona (di pregio gli gnocchi di zucca con fonduta), la carta dei vini molto migliorabile. A tavola (e nell’allevamento) c’erano anche nonna di Tavira (16 anni), mamma di Tavira (11 anni), altra figlia di Tavi (due anni). Le prime due beige, la figlia nera come lei. Tutte belle. E tutte chiamate Malaga (viva l’originalità).
Della notte nel residence, ricordo solo che mi sentivo come Marco Pantani negli ultimi giorni della sua vita. Attorno a me c’era il nulla e l’arredamento degli appartamenti dell’hotel aveva l’allegrezza di una mazurca unplugged di Vecchioni. Avrei voluto un Ardbeg, se non altro per stordirmi, ma ho solo le crocchette di Tavi. Pazienza.
Venerdì. Mi avvicino verso le Langhe, luogo dell’anima, da santificare e benedire. Pranzo in uno slowfood di Belvedere Langhe, la Trattoria del Peso. Non andateci se volete un posto cool. Andateci se volete un posto genuino. Dieci euro pranzo completo, 12.50 se prendi anche la carne. Vino della casa, un Dolcetto della Cooperativa di Clavesana (non storcete il naso: per quella cifra lì, era quasi un Sassicaia). Gente che parla di Tarcisio Bertone, sacerdoti che pranzano da soli lamentando la scarsa affezione dei fedeli. Tome di Murrazzano che invitano ai cori celestiali. Pesche sciroppate. E prezzi davvero ridicoli. Ah, le Langhe. Che posti. In un’altra vita, vado ad abitarci. Magari anche prima.
Dormo al Bricco, bell’agriturismo sopra Carrù. In serata, raggiungo Ezio Cerruti (il monumentale creatore del Passito Sol) a Castiglione Tinella e ci sbevacchiamo con agio una Vitovska di Vodopivec, bianco anforato che adoro. Così, tanto per cominciare. Poi, con la sua compagna Anna, ceniamo poco fuori Asti, al meraviglioso Ai Binari di Mara Bione. Sommelier competente e affascinante.
Ezio si porta dietro i vini della serata: una Ribolla 2001 di Gravner (parziale deliusione), il Barbaresco di Teobaldo Rivella (mio Barbaresco preferito) e alcuni suoi azzardi di cui sentirete parlare e che per deontologia amico-professionale non anticipo. Mara mette il carico da 11 e ci dona un Polisy 2002 di Beaufort, il mio champagnista-pugile del cuore (ma ne ho tanti). Vien da fare cortei, quando bevi ‘sti nettari.
I piatti, dalle acciughe al risotto, fino ai formaggi (io ed Ezio siamo vegetariani), sono grandiosi. Serata superior, che chiudiamo con un Barolo Chinato Cappellano a casa sua. In tutto questo, Tavi ha quasi sempre dormito. Che pace, i cani. L’avessi io.
Sabato. Mi trasferisco in un altro agriturismo, il Palazzetto di Clavesana. Molto bello. Al pomeriggio ho la presentazione del libro a Carrù, alle 18 c’è Travaglio e alle 20 io. Passo tutta la giornata a Carrù. Pranzo all’Osteria Il Borgo, altro slowfood. Carrù è il paese del bue grasso, e io non mangio carne. Quindi sono un eretico. Ma il vino è linguaggio universale e la Barbera di Renato Ratti vive e (tutto sommato) signoreggia.
La presentazione scivola via liscia. Marco, quando vede il mio giubbotto sbarbino dorato, scrolla la testa sconsolato. Non ci riesco proprio a fare l’intellettuale serioso e lui lo sa. Bello, dannato ma più che altro coglione. Il marchio della casa. 
Qualcuno mi regala vini (grazie), ritrovo vecchi amici (grazie). Ritrovo i coniugi Chionetti, artefici di quel Dolcetto Langhe Monregalesi Il Colombo che apprezzo assai (scusate, sto leggendo Tony Pagoda, che usa spesso “assai”). Ceniamo poi al Moderno, ancora a Carrù. Ci sono ancora Ezio e Anna. Ci sono sindaco e vicesindaco di Farigliano. C’è Christian Gerbaudo, uno degli organizzatori (obrigado, anche per la visita dal veterinario). E c’è Giacolino Gillardi, enologo di Ceretto e moderatore della serata, nonché importatore (tra gli altri) del carissimo e preziosissimo Salon. Beviamo Champagne Delamotte (un Salon in diminutio) e alcuni azzardi di Gillardi, su tutti il suo Syrah che lui ha chiamato Harys. Non male, e per me superiore al Merlot (ma io non amo il Merlot). Mi regala anche una Magnum della sua Grenache, che mi incuriosisce. Ci viene l’idea di una cena-trash da fare prossimamente, con alimenti scrausi da abbinare a vini pazzeschi. La faremo, magari dentro uno stand Ikea.
Quando arrivano i formaggi, ho finito le file (come Tavi, che ovviamente dorme il sonno dei giusti). Faccio in tempo a rimpiangere il Sol Botrytis 2005 di Cerruti, che con quegli erborinati sarebbe stato da Dio, e mi dirigo verso il Palazzetto. Si dorme. Felici.
Domenica. Una corsa e via, verso Imola, dove scrivo del trionfo di Max Biaggi in Superbike. Al ritorno, provo un Lambrusco di Vittorio Cottafavi (benino quello rifermentato in bottiglia, più debole l’altro) e un Barolo 2004 di Teobaldo Cappellano, fresco ed elegante, in punta di penna e ricco di anima.
Sipario. 
E adesso è ora di pranzo e forse addento il Twix bianco.