Archivio di settembre 2010

Un bel weekend

Sono appena tornato da un weekend lungo, unica compagna (ufficiale) la mia labrador Tavi. E’ stata operata due settimane fa, ci siamo presi un bello spavento. Sta tornando lo splendore che era. L’unica femmina a cui posso essere fedele (frase di un maschilismo orribile, lo so, ma se non siamo sinceri tra noi, tanto vale guardare tutti Minzolini).
Insieme, ce la siamo goduta, tra vino e amici (anche se lei, per ora, non beve. La figlia, sì). Non ricordavo che la vita da single fosse così adorabilmente intrigante e malinconica. E’ incredibile quanto la gente si complichi la vita, sposandosi.
Comunque (cit).
Adesso sono qua, nel mio eremo cortonese, con accanto un Twix edizione limitata al cioccolato bianco. Ecco: il Twix Bianco e il Kit Kat Bianco sono due dimostrazioni, inequivocabili, dell’esistenza di Dio. Come le Pringles sale e pepe, il tacco 12 ed Edward Norton ne La 25a ora.
A parte questo, si rende urgente una seria ricostruzione dello scorso weekend. Se ne sia fatta (?) una giusta esegesi.
Giovedì. Al mattino ho l’elettrocardio di Tavi, in una clinica modenese (San Geminiano). Tutto bene. Mi rilasso. Poi sono ospite all’Aquamarine Wave, l’allevamento di labrador di due ottimi amici, Fabio e Cristina Mambelli. Abitano a San Possidonio, dove a parte loro (e i loro cani) non c’è niente. Hanno creato una struttura meravigliosa e, già che c’erano, si sono messi a coltivare pomodori ciliegina (ne hanno a quintali, praticamenti li spacciano) e a fare vino. Sangiovese. In terra di Lambrusco. Com’è? Migliorabile, ma buono. Se Fabio riuscirà a togliergli quel piccolo di sentore medicinale all’olfatto, avrà creato un vino da tutti i giorni pienamente onesto e gradevole (anche a basse temperature, come il Novello nebbiolato di Pio Cesare). Già così, comunque, si beve con agio. E non era cosa scontata. Ringrazio poi i coniugi Mambelli per avermi fatto scoprire la Luigina, un liquore dolciastro ottenuto da erbe della zona. Già che ci sono, li ringrazio per il sostegno psicologico durante la degenza di Tavi e per la cena offerta in un ristorante della zona (Tabernula). La cucina è buona (di pregio gli gnocchi di zucca con fonduta), la carta dei vini molto migliorabile. A tavola (e nell’allevamento) c’erano anche nonna di Tavira (16 anni), mamma di Tavira (11 anni), altra figlia di Tavi (due anni). Le prime due beige, la figlia nera come lei. Tutte belle. E tutte chiamate Malaga (viva l’originalità).
Della notte nel residence, ricordo solo che mi sentivo come Marco Pantani negli ultimi giorni della sua vita. Attorno a me c’era il nulla e l’arredamento degli appartamenti dell’hotel aveva l’allegrezza di una mazurca unplugged di Vecchioni. Avrei voluto un Ardbeg, se non altro per stordirmi, ma ho solo le crocchette di Tavi. Pazienza.
Venerdì. Mi avvicino verso le Langhe, luogo dell’anima, da santificare e benedire. Pranzo in uno slowfood di Belvedere Langhe, la Trattoria del Peso. Non andateci se volete un posto cool. Andateci se volete un posto genuino. Dieci euro pranzo completo, 12.50 se prendi anche la carne. Vino della casa, un Dolcetto della Cooperativa di Clavesana (non storcete il naso: per quella cifra lì, era quasi un Sassicaia). Gente che parla di Tarcisio Bertone, sacerdoti che pranzano da soli lamentando la scarsa affezione dei fedeli. Tome di Murrazzano che invitano ai cori celestiali. Pesche sciroppate. E prezzi davvero ridicoli. Ah, le Langhe. Che posti. In un’altra vita, vado ad abitarci. Magari anche prima.
Dormo al Bricco, bell’agriturismo sopra Carrù. In serata, raggiungo Ezio Cerruti (il monumentale creatore del Passito Sol) a Castiglione Tinella e ci sbevacchiamo con agio una Vitovska di Vodopivec, bianco anforato che adoro. Così, tanto per cominciare. Poi, con la sua compagna Anna, ceniamo poco fuori Asti, al meraviglioso Ai Binari di Mara Bione. Sommelier competente e affascinante.
Ezio si porta dietro i vini della serata: una Ribolla 2001 di Gravner (parziale deliusione), il Barbaresco di Teobaldo Rivella (mio Barbaresco preferito) e alcuni suoi azzardi di cui sentirete parlare e che per deontologia amico-professionale non anticipo. Mara mette il carico da 11 e ci dona un Polisy 2002 di Beaufort, il mio champagnista-pugile del cuore (ma ne ho tanti). Vien da fare cortei, quando bevi ‘sti nettari.
I piatti, dalle acciughe al risotto, fino ai formaggi (io ed Ezio siamo vegetariani), sono grandiosi. Serata superior, che chiudiamo con un Barolo Chinato Cappellano a casa sua. In tutto questo, Tavi ha quasi sempre dormito. Che pace, i cani. L’avessi io.
Sabato. Mi trasferisco in un altro agriturismo, il Palazzetto di Clavesana. Molto bello. Al pomeriggio ho la presentazione del libro a Carrù, alle 18 c’è Travaglio e alle 20 io. Passo tutta la giornata a Carrù. Pranzo all’Osteria Il Borgo, altro slowfood. Carrù è il paese del bue grasso, e io non mangio carne. Quindi sono un eretico. Ma il vino è linguaggio universale e la Barbera di Renato Ratti vive e (tutto sommato) signoreggia.
La presentazione scivola via liscia. Marco, quando vede il mio giubbotto sbarbino dorato, scrolla la testa sconsolato. Non ci riesco proprio a fare l’intellettuale serioso e lui lo sa. Bello, dannato ma più che altro coglione. Il marchio della casa. 
Qualcuno mi regala vini (grazie), ritrovo vecchi amici (grazie). Ritrovo i coniugi Chionetti, artefici di quel Dolcetto Langhe Monregalesi Il Colombo che apprezzo assai (scusate, sto leggendo Tony Pagoda, che usa spesso “assai”). Ceniamo poi al Moderno, ancora a Carrù. Ci sono ancora Ezio e Anna. Ci sono sindaco e vicesindaco di Farigliano. C’è Christian Gerbaudo, uno degli organizzatori (obrigado, anche per la visita dal veterinario). E c’è Giacolino Gillardi, enologo di Ceretto e moderatore della serata, nonché importatore (tra gli altri) del carissimo e preziosissimo Salon. Beviamo Champagne Delamotte (un Salon in diminutio) e alcuni azzardi di Gillardi, su tutti il suo Syrah che lui ha chiamato Harys. Non male, e per me superiore al Merlot (ma io non amo il Merlot). Mi regala anche una Magnum della sua Grenache, che mi incuriosisce. Ci viene l’idea di una cena-trash da fare prossimamente, con alimenti scrausi da abbinare a vini pazzeschi. La faremo, magari dentro uno stand Ikea.
Quando arrivano i formaggi, ho finito le file (come Tavi, che ovviamente dorme il sonno dei giusti). Faccio in tempo a rimpiangere il Sol Botrytis 2005 di Cerruti, che con quegli erborinati sarebbe stato da Dio, e mi dirigo verso il Palazzetto. Si dorme. Felici.
Domenica. Una corsa e via, verso Imola, dove scrivo del trionfo di Max Biaggi in Superbike. Al ritorno, provo un Lambrusco di Vittorio Cottafavi (benino quello rifermentato in bottiglia, più debole l’altro) e un Barolo 2004 di Teobaldo Cappellano, fresco ed elegante, in punta di penna e ricco di anima.
Sipario. 
E adesso è ora di pranzo e forse addento il Twix bianco.

Falanghina- Nifo Sarrapochiello

Questo è uno dei vini più saturi di carattere e personalità che abbia mai bevuto. E non è neanche il prodotto di punta dell’azienda.
Lorenzo Nifo, che non conosco personalmente, è stato collaboratore di Luigi Moio alla Cantina del Taburno. Da anni coltiva, in regime rigorosamente biologico certificato, dodici ettari di vigneto sulle pendici del monte Pèntime, nel beneventano.
Il suo capolavoro riconosciuto è l’Aglianico del Taburno D’Erasmo Riserva, premiato dalla Guida Espresso come miglior rosso campano. Un vino incredibile a 14-17 euro. 4mila bottiglie – dicono – d’incanto. Lo proverò presto e vi dirò.
Ieri sera, per la prima cena nella casa nuova, ho aperto una Falanghina Taburno 2009 Nifo Sarrapochiello. Un vino giovanissimo, che non avrei scoperto (non subito, almeno) da Mauro Piantedosi. E’ un gioiello incredibile. Un capolavoro a otto euro.
Giallo intenso, quasi dorato. Al naso ti colpisce con una frutta inizialmente tropicale – mango -, poi tutta l’eleganza dei fiori gialli. Una mineralità prodigiosa. Un che di balsamico.
Al gusto non c’è nulla che non vada. Oltremodo sapido, praticamente salato. Mineralità esplosiva, come all’esame olfattivo. Fresco ma non volgarmente acido, morbidezza sottile e giusta. Equilibrato ma non bagascia, persistente che non ci credi. Ancora sapido (e sassoso) per retrolfazione. Fine, elegante.
Provatelo subito.

Due recensioni

La prima recensione riguarda Il vino degli altri ed è stata pubblicata dal mensile Il mio vino, numero di giugno. E’ molto bella e li ringrazio.

“Due anni e mezzo dopo Elogio dell’invecchiamento, Andrea Scanzi, giornalista de La Stampa e scrittore d’altri libri, torna sullo scaffale con Il vino degli altri, sempre Mondadori editore. Scritto, e si “sente”, con grande passione e anche con una buona dose di competenza, con molto spirito sportivo e leggerezza, pur se certi suoi intenti – o, meglio ancora, certe dichiarazioni di produttori incontrati – sono stati considerati invece pesanti, destabilizzanti e hanno suscitato polemiche. Il nostro è un mestiere strano: se non scrivi la verità o la travisi sei un cretino (giustamente), se scrivi le cose come stanno sei un terrorista.
Non entriamo nelle polemiche perché ci vorrebbero tre pagine solo per spiegare. Noi però tifiamo Scanzi. Incondizionatamente. Leggete il libro e anche voi, scommettiamo, sarete dalla sua parte.
Il vino degli altri – un bel 326 pagine a 18.50 euro – è un viaggio tra produttori, territori e singoli vini, italiani e stranieri. Un girovagare raccontato in bello stile, con ironia e profondità al tempo stesso. Uno di quei libri sul vino che si può leggere – fatto assai raro – anche a letto, come un romanzo che acchiappa. Ci sono un paio di distrazioni, specie sui nomi dei produttori (Longarotti al posto di Lungarotti, Pier Mario Grattamacco al posto di Pier Mario Meletti Cavallari, Grattamacco è il nome dell’azienda) ma Scanzi ha già provveduto a scusarsi e ad aggiustare.
Un libro da cui tirar giù numerosi spunti: per viaggiare (e anche per evitare certi posti), per bere (spesso bene), per chiacchiere (e anche discutere). Il che è un gran bel risultato”.

La seconda recensione riguarda Elogio ed è stata pubblicata sul sito Intravino. Bontà loro, hanno inserito Elogio tra i 10 libri imprescindibili di vino. Un abbraccio all’autrice Francesca Ciancio (in poche righe ha detto tutto) e un brindisi al suo portale.

Elogio dell’invecchiamento di Andrea Scanzi. Si, ancora lui. Pensateci, questo libro è una furbata, anzi un irresistibile mix di egocentrismo letterario, talento narrativo, citazioni musical-cinematografiche e didattica della sommellerie. Ecco a voi i volumi dell’Associazione Italiana Sommelier in chiave cool. Scanzi sta al vino come Oldani alla cucina, entrambi amano il pop. Descrivere il pinot nero come vino Kiarostami è semplicemente geniale: il vitigno d’essai dà soddisfazione con il tempo, ma guai a dimenticare il primo pensiero dopo aver visto ”Il sapore della ciliegia“. L’idea fantozziana della Corazzata Potemkin, al confronto, è uno zucchero. Dare tempo al tempo, sempre”.

Da Elena & Da Culata

La cosa brutta del giornalismo è che viaggi molto, non hai orari e non puoi crearti legami duraturi. La cosa bella del giornalismo è che viaggi molto, non hai orari e non puoi crearti legami duraturi.
Il weekend di Misano Adriatico è stato terribile, non meno dell’atteggiamento della Dorna. Ne ho già parlato a lungo sulla Stampa e non intendo farlo qui.
Prima e dopo, avevo/ho trovato due luoghi che vi consiglio. Due slowfood, tipologia di ristorante (e osteria) che non sempre appaga ma che quasi sempre si rivela quantomeno gradevole.
Mi piace scegliere le (gli?) slowfood più lontani e bizzarri, in luoghi che altrimenti non vedrei mai. A volte (spesso) strutturo il viaggio proprio in funzione dell’osteria da provare.
Giovedì, prima di andare al circuito, mi sono fermato Da Elena, a Montecastello. E’ un’osteria a due passi da Mercato Saraceno, prima di Cesena (andando verso Ravenna). Era un pranzo. Io non faccio quasi mai pranzo, quindi per me un’eccezione. Ho scelto un antipasto con piadina e formaggi (non mangio affettati, ma sembravano squisiti). Pregevoli. Poi uno splendido piatto di tortelli fatti a mano, burro e salvia. Porzioni industriali. Carta dei vini non esaltante, ma il bianco e rosso della casa erano accettabili. L’atmosfera è tranquilla, sfarzo zero. Non c’era molta gente, ma per cena prenotate. Quando sono andato a pagare, il prezzo era di 10 euro. Sul serio: 10 euro. Quando sono rimasto stupito, la cameriera mi ha chiesto se lo ritenessi eccessivo. Ed era seria. Le ho risposto che, con quella cifra, a Milano non ti fanno neanche mangiare la scorza d’arancia dell’Americano.
L’altro slowfood l’ho provato oggi, ancora a pranzo, andando verso Vicenza. Si chiama Da Culata. E’ a Montegalda, a est dei Colli Berici. Luoghi cari a Fogazzaro, che qui aveva anche una villa (visitabile). Ci sono andato perché è una trattoria famosa per il baccalà alla vicentina, che io adoro, da buon lusitano che mangerebbe baccalà in continuazione. Anche qui c’erano proluvio di carni e salumi. Mi sono limitato al baccalà alla vicentina con polenta, acqua naturale e due bicchieri di prosecco (che era poi un Riesling spumantizzato, tra i pochi vini disponibili al bicchiere). Carta dei vini attenta al territorio e discreta. Da Culata è un’osteria vera, semplice, tutto fatto a mano e atmosfera cordiale. Il baccalà era squisito e il conto (con caffè finale) si è rivelato più che giusto: 20 euro.
Sono entrambi luoghi da provare. Se poi siete più mangioni di me, e non quasi-vegetariani come me, ve li godrete anche di più.

Vertice 2006 – Campodelsole

Ieri sera ho passato una splendida serata con Giulio Casale, amico e artista che stimo molto.
Abbiamo cenato in un locale a cui sono legato, La Sangiovesa di Santarcangelo di Romagna. Un celebre slowfood.
Ovviamente abbiamo pasteggiato con due bottiglie di Sangiovese di Romagna.
Era da un po’ che non bevevo rossi, il mio avvicinamento ai bianchi è progressivo ed esponenziale, ma ieri i vini da bere erano quelli. Bottiglie di pregio, Riserve Superiori.
La prima scelta è stata un Pruno Drei Donà 2006, Tenuta La Palazza. Uno dei Sangiovese romagnoli più decantati, anche nelle guide (Gambero Rosso, Ais). Classico vinone, sui quattordici gradi, barrique a go-gò, ma ben fatto. Ventisette euro alla carta. Alla lunga un po’ stancante, forse.
L’oste ci ha poi consigliato un altro Sangiovese, il Vertice 2006 di Campodelsole. Un’azienda nata da poco più di cinque anni. Opera a Bertinoro, teatro dei migliori Sangiovese romagnoli. Prezzo praticamente analogo (nel sito dell’azienda si trova a 17 euro, in enoteca poco più di 20, al ristorante un po’ meno di 30).
E’ raro trovare un Sangiovese di Romagna che non faccia mesi e mesi di barrique (nuove). Il Vertice, vino di punta di Campodelsole, non fa eccezione. Venti mesi in barrique francesi e sei mesi in bottiglia. Alcol 14 gradi. Un rosso impegnativo, un po’ ingombrante come il Pruno, ma più slanciato. Di discreta persistenza e apprezzabile eleganza, con un uso meno invasivo del legno piccolo.
Non è arduo intuire che non sono queste le mie tipologie di vino preferite, ma tra i Sangiovese di Romagna, questo Vertice mi è sembrato uno dei più meritevoli.

Uvalibre a Carrù: Travaglio and me

Ciao a tutti. Nei prossimi mesi, avranno luogo (?) molte presentazioni de Il vino degli altri. Il libro sta andando bene e, subito dopo Elogio dell’invecchiamento, verrà venduto anche come e-book.
Non sono ancora in grado di segnalarvi le date esatte, ma tra ottobre e novembre sarò a Tortona, Tolmezzo, Chiusi (in forse), Lodi, Caserta, Luserna San Giovanni (Val Pellice). Presto vi aggiornerò sui giorni e gli orari precisi. A volte saranno aperitivi, in altri casi cene (Lodi) o serate-degustazione (Caserta).
Posso intanto segnalarvi una serata a cui parteciperò con grande piacere. La rassegna, dal nome monumentale, si chiama Uvalibre. Avrà luogo a Carrù, bassa Langa, sabato 25 settembre al caffè Einaudi in Via Einaudi 22. Dalle 18 alle 22. Ingresso gratuito.
Alle 20, presenterò Il vino degli altri.
Alle 18, prima di me, ci sarà un collega che stimo molto e che ho la fortuna di annoverare tra i miei amici: Marco Travaglio, che presenterà il suo Ad Personam.
L’evento, organizzato dall’associazione ZooRoom – Cultura a palate, doveva essere patrocinato dal Comune. Poi, visti gli ospiti, hanno detto che la cosa era politicamente troppo orientata e si sono defilati. Welcome in Italy.
Sarei felice se foste presenti.