Archivio di agosto 2010

Champagne Gaidoz-Forget

Uno Champagne senza infamia e senza lode. Parlo del Gaidoz-Forget Carte d’Or Brut, uno dei tanti vigneron che sto scoprendo grazie al pluricitato C-Comme.
Quando sento una bottiglia che non ha né la drittezza (?) dello Chardonnay, né la boschività (??) del Pinot Nero, quasi sempre ho a che fare con uno Champagne a maggioranza Pinot Meunier. Il vitigno minore – si fa per dire – dei tre spumantizzati nella regione-culto francese.
C’è chi sa elevarlo, magari utilizzando la biodinamica, come Françoise Bedel. Questo Gaidoz-Forget, dal prezzo vantaggioso di 14 euro (in Francia), non arriva a tanto. La sede della piccola azienda a conduzione familiare è a Ludes.
Il Carte d’Or è 80 percento Meunier, 10 Pinot Noir, 10 Chardonnay. Premetto che, più passa il tempo, meno amo gli Champagne tri-blend: o sono le Cuvèe di punta di Maison plurilodate (ma devi fare il mutuo per comprarle), o alla fine rimpiango sempre i monovitigni. Come per i vini fermi.
Il Carte d’Or non ha grandi bollicine, soprattutto appena aperto. Paradossalmente, sotto questo aspetto migliora al secondo e terzo assaggio. Più convincente durante il pasto (pesce non elaborato) che come aperitivo: non avendo grande personalità, da solo non ce la fa mentre si rivela umile nell’abbinamento.
Di positivo ci sono una bevibilità innegabile e uno sciroppo di dosaggio non eccessivo. Di meno positivo, un’acidità media e una persistenza contenuta. Mi è parso il classico Champagne da 6+, che vale comunque più di quanto costa.

Spumante Villa Chiana Brut

Qualche sera fa, vado a cena dal Mori. Gabriele Mori. Cucina bene, ma come cantina è meno fornito di Seppi quanto a talento. Così porto tre bottiglie di vino, la prima delle quali è il Metodo Classico Asprinio d’Aversa Brut di Grotta del Sole. C’è anche Rambino, aka Alberto Fucci.
Lo metto nel frigo (il vino, non Fucci). Nel frattempo Mori cucina. Quando cucina, non ascolta nessuno. Propongo di aprire un vino, nell’attesa. Mori non dice niente, Rambino dice sì. Apro il frigo e, andando un po’ a caso, vedo un tappo da spumante (la bottiglia era sdraiata) e me ne impossesso. La apro senza guardarla troppo e verso le bollicine nei tre bicchieri.
Introduco il vino come un gioiellino raro, da uve autoctone, aspro (da qui il nome), produzione esigua etc. “A me è piaciuto tantissimo”, esalo.
Gli altri due lo bevono. Lo bevo anch’io. E non mi piace. Ma proprio per niente. Non ha niente in comune con l’Asprinio. Eppure nel frigo non c’era altro, se non i miei tre vini (e gli altri due non erano spumanti). “Oddio”, penso, “è il dramma”.
La bollicina è grossa, la temperatura non va (lo avevo tenuto in frigo tutto il giorno, cavolo). L’acidità è sgradevole, la persistenza non c’è. Pure il colore è neutro: che roba è? Come aveva fatto a piacermi l’altra volta? Di quale congiura sono caduto vittima?
Mori, che mentre cucina potrebbe bere l’alchermes e trovarlo gradevole, dice una cosa tipo: “Sì, è brut” (bravo Mori, sai che scoperta). Rambino, che si intende di vino come Veltroni di carisma, butta là un “Interessante”, che è la parola perfetta da usare quando non si sa cosa dire – fateci caso: è una parola che non uso mai, nei libri come negli articoli. La odio. Chi dice “interessante”, nasconde sempre qualcosa.
Andiamo a tavola. Riprovo il vino una seconda volta: inaccettabile. “Questo non è Asprinio, madre misericordiosa”, penso dentro di me (quando penso dentro di me, tendo a usare esclamazioni arcaiche e fumettistiche, tipo “Madre misericordiosa” o “Per mille scalpi”).
Arriva il pesce. Gli altri hanno finito lo spumante (non lo ammetteranno mai, ma gli stava piacendo). Lo verso ancora (così imparano). Lo verso pure nel mio bicchiere (per solidarietà e/o masochismo): “Dai, ora sarà migliorato”, mi dico. Macché.
Sono sconvolto, sconfitto. Devastato dalle/nelle fondamenta.
Poi – guizzo di genio – timidamente guardo il retroetichetta. Leggo: “Solo da uve toscane”. Trasecolo: da quando l’Asprinio è coltivato in Toscana?  Che accade? Sto rincoglionendo? Gli ultimi neuroni sono andati in pappa (cit)?
Giro la bottiglia, lontano dagli altri due commensali. Ho paura, quasi come lo specchio di Ghedini al mattino. L’etichetta, inquietante, recita a caratteri cubitali un lisergico: “Spumante Villa Chiana Brut“. 
Madre misericordiosa.
Spumante Villa Chiana Brut.
Non c’è scritto altro.
Sembra una di quelle bottiglie che vincevi al Luna Park, dentro le quali non sapevi mai cosa ci fosse ma tanto chi se ne frega (a quell’età non hai – come dire – gli ormoni rivolti verso le viti a piede franco). Magari un giorno scoprirò che è il vino cool del momento, ideale per gli Happy Hour di Via Giotto, che ne so.
Mi alzo di nascosto, un po’ sollevato dall’agnizione etilica e un po’ travolto dalla mia esacerbante idiozia. Con risolutezza, vado a cercare la bottiglia vera di Asprinio. Sperando che gli altri non se ne accorgano. 
Ma se ne accorgono. “Andre, che roba ci hai fatto bere?”. E il bello è che me lo dice il Mori. Il Mori. Il padrone di casa.
Ora, ragazzi, riformuliamo la domanda: che razza di vino avevi in casa tu, Mori? A cosa sono serviti i miei due libri? Come faccio a venire a cena da te se osi tenere queste bottiglie sommamente esecrabili? 
Mori tentenna, balbetta, si scusa. “Ma che ne so, me l’ha portata uno (CHI?) l’altro giorno, l’ho messa lì in frigo senza neanche farci caso”. E io, cazzone, avevo messo l’Asprinio accanto al Villa Chiana Brut, stesso scaffale, neanche un centimetro di distanza.
Nessuno, in Toscana e nell’Aretino, ha mai avuto ricordanza di uno Spumante Villa Chiana Brut. Nessuno. Non si sa chi lo faccia, cosa contenga e quanto costi. Secondo me neanche esiste e l’altra sera siamo stati vittima di un varco spazio-temporale. Potrebbe anche essere.
Non poco sollevati dalla tardiva scoperta, abbiamo proseguito la cena con i miei vini. Quelli veri. Ho aperto l’Asprinio e l’ho trovato come lo ricordavo: ottimo. Se non altro, le mie papille gustative resistono ancora. Le mie sinapsi, molto meno. 

Ca’ Lojera

I miei due libri sul vino, insieme a questo blog, mi hanno permesso di entrare in contatto diretto con una moltitudine di appassionati ed esperti: voi.
Non conto più le vostre dritte. Quanto vi esortavo, ne Il vino degli altri, a scrivermi i nomi di vini che “non sarebbero piaciuti a Robert Parker”, speravo di riceverne tanti. Non così tanti.
Tempo fa, diciamo due mesi, ricevo questa lunga mail.
Ciao Andrea, sono Michele Malavasi un tuo fan modenese, ti volevo segnalare una tipologia di vino di cui non ti ho mai sentito parlare e che vorrei segnalarti in quanto mi sta particolarmente a cuore per la capacità di invecchiare a lungo.
Il vino è il lugana una piccola doc che unisce pochi paesi del lago di garda delle province di brescia (desenzano, pozzolengo, sirmione) e verona (peschiera del garda), il vitigno è il trebbiano di lugana chiamato turbiana, si dice che sia parente streto del verdicchio, la peculiarità del terroir è lo strato di argilla che dona ai vini una sapidità, salinità e acidità che gli garantiscono una lunghissima vita, incredibile come dei lugana di 10 anni siano sorprendentemente in piena forma quasi come dei borgogna bianchi.
Dopo aver assaggiato praticamente tutte le cantine della doc, la mia cantina del cuore che ti segnalo è ca lojera di rovizza di sirmione (p.s. la sua riserva che si chiama riserva del lupo nell’ultima guida dell’espresso, sempre di più la mia favorita, è stato premiato come miglior lugana dell’anno) in quanto è la più autentica e fedele interprete della
denominazione, vinifiacno solo uve loro e praticano un’agricoltura di basso impatto chimico. Inoltre visto che anche tu cerchi la poesia nelle storie dei vigneron, i coniugi Tiraboschi oggi entrambi sopra i 70 anni hanno iniziato a vinificare in proprio circa 13 anni fa, una volta andati in pensione..!!!E oggi la signora Ambra accoglie i visitatori oltre che con un grande sorriso anche con tanto orgoglio e  amore per i loro vini. Tra l’altro hanno un bellissimo agriturismo in cantina dove a 20/25 si mangia divinamente e si bevono i loro vini con la presenza del signor Franco che spesso e volentieri viene al tavolo a bere e a commentare il vino. A parte la poesia i vini sono davvero fantastici e a prezzi onestissimi (6,50 lugana base d’annata, il 2009 è spettacolare per beva, acidità e frutto, 9,00 il superiore che è l’unico che fa botte grande, in questo momento il 2001 è al top pop per mineralità e poi il 2004), la riserva del lupo solo acciaio nel millesimo 2006 è commovente tanto è buona e il 2003 è  considerata il miglior lugana mai prodotto da sempre dal bravissimo Angelo Peretti (blog internet gourmet).
In vendita troverai tutte le annate dal 1999 in poi per fare le verticali sempre allo stesso prezzo dell’ultima annata in commercio!!!
Scusami Andrea per la lunghezza e spero di averti fatto una segnalazione gradita e sarei felicissimo un giorno magari di leggere proprio una tua recensione su un buon lugana capace si sfidare gli anni. Ciao, Michele
“.
Michele è riuscito a incuriosirmi – ci vuole poco, devo ammetterlo. Ho contattato via mail l’azienda. Mi sono fatto spedire – pagandole – sei 2003, sei 2006, sei 2009, tre 2001 e tre 2004. Le annate, e tipologie, consigliate da Malavasi. La signora Ambra è stata velocissima e gentile.
Quando le bottiglie sono arrivate, dopo svariate peripezie del corriere, ho cominciato con la Riserva del Lupo 2003. Ne sono rimasto un po’ deluso, quantomeno meno entusiasta di Peretti: forse l’annata calda, forse io che quella sera non ero al meglio.
Poi ho provato, qualche settimana dopo, la Riserva 2006: un bianco portentoso, con ancora tanti anni davanti. Franco, schietto, di acidità giusta e mineralità invidiabile. Al tempo stesso, un vino dai profumi accattivanti, maturi ma non troppo, capace di piacere al vinoverista quanto al commensale poco smaliziato. A tutt’oggi è la bottiglia che più mi ha entusiasmato dell’azienda, insieme al Lugana base 2009, paradigmatico – come scrive Malavasi – per frutto giovane e acidità.
Buona la 2001, la 2004 devo ancora assaggiarla. Comunque un passo indietro alla Riserva 2006 (lo so, alla fine sono ricaduto nell’unica tipologia dell’azienda che fa solo acciaio: ormai sono irrecuperabile nel mio pauperismo eretico).
Di Ca’ Lojera mi piacciono il lavoro, l’agriturismo (che non ho mai visto, ma è come se lo avessi fatto) e l’idea dolcissima di sfidarsi quando non si è più giovanissimi, ma si ha ancora tanto da dire e dare.
Grazie a Michele per le dritte (che compensano ampiamente l’abuso cri-mi-no-so di punti esclamativi) e ai coniugi Tiraboschi per il loro esempio di lavoro portato avanti con passione. Onestà. Sogno.

Champagne Laurent-Gabriel

Torno a parlare di vini, e Champagne, raccontando una piccola delusione.
Ieri sera ho bevuto un Laurent-Gabriel Grandé Reserve. L’azienda è proprietà di una famiglia di Avenay Val D’Or, a sette chilometri da Epernay. L’ho acquistato a C-Comme per una ventina di euro.
Non mi ha esaltato.
E’ uno Champagne di vigneron, ma sembra fatto da una Maison. Già l’uvaggio, mix di Pinot Nero (più del 70 percento), Pinot Meunier e Chardonnay, è tipico dei blend delle maison.
Il vino sosta per 4-6 mesi in barrique.
Lo Champagne in oggetto è un Premier Cru, perché solo una piccola parte (il 10-15 percento di Chardonnay) viene dai vigneti Grand Cru di Avize.
E’ uno Champagne che delude perché troppo laccato. Giallo dorato, bel perlage, già al naso tradisce uno sciroppo di dosaggio eccessivo (eppure è solo un brut). L’effetto liquoroso è confermato all’esame visivo, l’acidità è strozzata, la morbidezza quasi eccessiva. E la matrice boschiva (?) del Pinot Noir non spicca in eleganza.
Durante il pasto – con la solita fonduta di pesce – non è migliorato.
Mi è parso uno Champagne “turistico”, buono per chi conosce poco la tipologia e non vuole rischiare, ma davvero distante dai miei gusti pas dosè.

Recensione: De Vinis

Ecco un’altra recensione. E’ della rivista De Vinis, nel numero luglio-agosto. Li ringrazio (è davvero affettuosa), e con loro Luca Miraglia che me l’ha segnalata.

“Originale firma de La Stampa, Andrea Scanzi addossa la colpa di questo volume ai lettori che hanno apprezzato il suo bestseller Elogio dell’invecchiamento (2007), di cui Il vino degli altri è l’ideale seguito.
O meglio, prosecuzione di un viaggio – come scrive lo stesso autore – “perchè i viaggi non finiscono mai”. Un viaggio che conduce idealmente il lettore dalla Franciacorta alle falde dell’Etna, dalla Toscana a Bordeaux, dalla Mosella all’Abruzzo, dalla Rioja spagnola all’Argentina, in una spettacolare varietà di paesaggi, profumi, colori, gusti, culture, tradizioni, alla scoperta di vini che hanno storie importanti da raccontare e di viticoltori coraggiosi. Lo scopo non è quello di stabilire graduatorie (“il vino migliore non esiste” ammonisce l’autore), ma di conoscere meglio i vini degli altri attraverso il confronto con i nostri.
Il volume si apre con una dedica a uno tra i più amati attori e registi americani: “A Clint Eastwood, con e senza cappello. Ai suoi sigari, ai canyon sul volto. Allo sguardo che fa in Gran Torino, quando muore per noi, ultimo filare di un tempo che abbiamo voluto smarrire”. Una dedica che incarna l’essenza del libro, che del viaggio racchiude tutto il senso di scoperta del nuovo e di nostalgia per il vecchio. Un’ironia e un umorismo senza pari permeano le pagine dell’intero scritto e permettono a Scanzi di approcciare un tema che, per sua natura, sarebbe destinato a una ristretta cerchia di “enoesperti”, e che invece diviene libro per tutti. Il lettore si sorprenderà nel ritrovare tra le righe situazioni esilaranti in cui riconoscersi, perchè ognuno ha il suo modo di avvicinarsi al vino, sia che nel degustarlo si avverta una “distinta matrice boschiva di Pinot Nero” o un più semplice sapore di frutta. Perchè nel mondo del vino nessuno ha ragione, e ognuno sceglie in base alla propria sensibilità.
L’impronta personale dell’intero libro si ritrova in due divertenti capitoli (in apertura e in chiusura dell’opera), esemplari dell’impianto narrativo: “Le dieci cose che pensavo sul vino prima di questo libro” e “Le dieci cose che penso sul vino dopo questo libro”. Ecco quanto Scanzi pensava:
“1) I vini francesi sono troppo cari.
2) I vini migliori del mondo sono quelli italiani.
3) I vini americani sanno di vaniglia.
4) I vini del Sudamerica costano poco. Giustamente.
5) Sono trent’anni che bevo, ci fosse stata una volta che ho beccato un vino con sentori di chiodi di garofano.
6) I vini più buoni sono sempre rossi.
7) I vini dolci piacciono a tutti, hanno qualcosa in più.
8 ) Lo Champagne è sopravvalutato.
9) Quando non so come scegliere un vino, mi affido ai voti in centesimi delle riviste di settore. Meglio se statunitensi.
10) Gli astemi mi fanno paura.”
In merito a quanto Scanzi pensa, l’invito è a gustarvene la lettura. Ne vale la pena.” (De Vinis)

Recensione: Repubblica Blog

Pubblico la recensione di Manila Benedetto, apparsa nel blog di Repubblica. Fa parte della redazione di Bari. Manila è stata anche la relatrice (brava) dell’incontro di un mese fa a Polignano a Mare, dove ho passato una splendida serata anche grazie alla compagnia rutilante di Niccolò Agliardi ed Alessandro Cattelan.
Un saluto a tutti da Brno, dove non regna il vino (per quanto in crescita) ma un campionario di birre leggendarie. Tornerò in Italia mercoledì e dal giorno successivo riprenderò le mie degustazioni on line.

“Non contento del riuscitissimo “Elogio dell’invecchiamento”, Andrea Scanzi, giornalista poliedrico, torna per i tipi della Mondadori – Strade Blu con “Il vino degli altri”, un trattato ironico che mette a confronto i vini italiani con i vini stranieri.
Dalla Francia alla Toscana, dal Veneto all’Argentina, passando per Ungheria e Abruzzo, tanti sono i vini che finiscono sotto la lente di ingrandimento del giovane giornalista (classe 74), impegnato per La Stampa sui temi sportivi, culturali ed enogastronomici.
Una narrazione, però, mai banale né pesante. Quello che ci troviamo a leggere, nonostante la mole di 327 pagine, è un manuale simpaticissimo che ci aiuta ad orientarci meglio nel marasma dei vini. O forse a disorientarci meglio, facendo cadere alcune certezze (o luoghi comuni?) da cinque grappoli sulle guide.
Ed ecco la parola chiave: la guida. Dice bene Andrea, fate attenzione, guida è l’anagramma di Giuda: forse dovremmo riflettere e provare, prima di fidarci solo perché “è scritto in quella guida”.
Tra serietà e degustazioni, narrando sempre il background di ogni vino, conoscendo territorio, cantine e produttori, Andrea Scanzi si diverte con degli intermezzi che rappresentano il vero cuore del libro. Cento domande, che son le cento cose da sapere sul vino degli altri (con domanda-risposta dall’ironia travolgente, che però insegna e fa riflettere), il vino outtake, come funziona un concorso, ed il mitico capitolo “Bignami di un Consumatore Iconoclasta” dove potremo imparare come ci sono vini molto simili ad alcuni luoghi comuni della nostra società fatta di vip: il vino Jovanotti, per fare un esempio, un “vino con la zeppa, che ride sempre, soprattutto senza motivo, vinificato nell’ombelico del mondo…”, o un vino Giusyferreri che “quando lo bevi ti fa venire voglia di gargarismi”, per finire al mio preferito (sarà perché ho aperto proprio qualche giorno fa un vino che rientra nella categoria), il vino Sangiorgi quello “che non è buono se non è emaciato, sofferente e un po’ bruttino”.
“Il vino degli altri” è un libro per tutti, appassionati intenditori o neofiti della materia enologica. Un libro che fa sorridere molto e riflettere di più. Da leggere” (Manila Benedetto).

Recensione: Sito Ufficiale Ais

Torno dalle ferie, ho un attimo di tempo e pubblico volentieri questa recensione di Franco Ziliani, apparsa nel sito ufficiale dell’Associazione Italiana Sommeliers. Nei prossimi giorni, oltre a riprendere con le recensioni, cercherò di informarvi sulle prossime presentazioni e pubblicherò anche le recensioni de Il mio Vino e di Repubblica Libri.
Per il momento, grazie a Ziliani. E’ una recensione che trovo bellissima. Oltre che (per me) un po’ imbarazzante.

Il vino degli altri: tra Champagne e Garganega con Andrea Scanzi cantore enopop
di Franco Ziliani

Non è proprio recentissima l’uscita di questo libro, il secondo che il poliedrico autore, Andrea Scanzi, aretino, inviato della Stampa di Torino, biografo di Roberto Baggio, con all’attivo libri su Beppe Grillo, Ivano Fossati e altre cose, dedica, da sommelier e degustatore ufficiale A.I.S., al tema vino.
Non avendo però avuto il tempo ed il modo di intervistarlo, come feci tre anni fa, come potete leggere qui, in occasione dell’uscita di Elogio dell’invecchiamento, ho pensato di scrivere ugualmente de Il vino degli altri (Mondadori editore come il precedente) e titolo di un wine blog che Scanzi aggiorna periodicamente e dove appunta le sue impressioni di degustazione e altri commenti vinosi, anche se ferragosto è alle porte ed il libro è già da tempo in libreria.
Lo faccio perché penso sinceramente che questo Viaggio alla scoperta dei migliori vini del mondo (e dei loro rivali italiani), come recita il sottotitolo, sia, soprattutto grazie al suo stile particolarissimo, che è quello volutamente non specialistico, che mi piace definire “eno-rock“, pieno di riferimenti alla musica, al cinema, al costume, alla cultura giovanile, che caratterizza Scanzi, sia un libro che con le sue 320 pagine fitte di incontri, personaggi, impressioni di viaggio vale assolutamente la pena di essere letto.
Magari anche in questo periodo di vacanza, meglio se in campagna, in collina o in montagna, dove c’è più calma e magari un assaggio di vino scandisce il ritmo delle giornate di meritato ozio, che al mare, dove la concentrazione, quella che la lettura de Il vino degli altri richiede, non sempre abbonda.
Cosa ha fatto Scanzi, che, per inciso, ha dedicato questa sua nuova fatica “a Clint Eastwood, con e senza cappello” e confessa di aver pensato ad Apollo Creed “il rivale di Rocky nei primi due episodi della saga” accingendosi a scriverla, per differenziare questo nuovo libro sul vino rispetto ad Elogio dell’invecchiamento?
Semplicemente ha cercato di rispettarne l’impianto, passando da venti a trenta capitoli, con “dieci viaggi all’estero, dieci reportage in Italia, dieci capitoli di alleggerimento”. Stavolta nel libro, come confessa divertito, ha inserito anche una sorta di “backstage. Una trovata adorabilmente infantile per raccontare retroscena, ammantare di presunta saggezza la propria demenza e sentirsi rockstar”. Questo perché gli scribi, come annota, “oltre a essere fingitori come i poeti e i sommelier, sono pure sostanzialmente scemi”.
Scherzi a parte, e ironie e autoironie, che sono comunque, insieme a calembour, ad arditi paralleli tra vino e politica, a trovate ad effetto (che Scanzi sa perfettamente essere tali e di cui appunto prevede e calcola bene l’effetto sul lettore), il libro propone, attraverso un alternarsi di capitoli dedicati a vini esteri (Champagne, Borgogna, Riesling Renano, Rioja, Tokaj, Rodano nord, Loira, Bordeaux) e vini italiani (spostandosi dalla Franciacorta all’Etna, da Bolgheri e Sagrantino alle terre della Garganega, ma Gambellara, quella di Angiolino Maule, non quella del Soave, alla Toscana di Montalcino, alle Cinque Terre dello Schiacchetrà al Trebbiano d’Abruzzo, quello del “cantiniere Zen” Francesco Valentini), una sorta di confronto tra il vino di casa nostra ed i vini che vengono prodotti in altri Paesi esteri.
Un confronto condotto incontrando produttori, visitando cantine e vigneti, assaggiando vini, raccontando, con quello stile tutto particolare, veramente “eno-pop”, servito da una facilità di scrittura notevole, da una capacità tutta naturale di restituire dettagli e situazioni, di raccontare, il diverso modo di intendere il vino, di renderlo un prodotto non solo da bere ma un qualcosa su cui costruire leggende e mitografie, da consegnare all’immaginario, riscontrato e toccato con mano nelle più disparate latitudini.
Ogni tanto, con il consumato mestiere del cronista, che ha il senso e il fiuto della notizia e sa bene che un po’ di polemica rende più saporito il piatto, Scanzi distrattamente, fingendo di ignorare o sottovalutare l’effetto deflagrante di quanto scrive, lascia cadere una carica di tritolo, come ad esempio nell’ormai celebre pagina 131 (provate a fare una ricerca tramite Google e capirete) mette in bocca ad un produttore di Cortona parole di fuoco su vini finti e costruiti in Toscana e sul ruolo di certi enologi.
Oppure quando trattando dello scandalo del Brunello e accennando al giustificazionismo di qualche “guru” del vino scrive “permettiamo ai produttori di mettere dentro al Brunello quello che vogliono. Cambiamo il disciplinare. Così saremo tutti contenti” per concludere che si tratta di “una logica cara a certa politica: se uno ha commesso un reato, e lo si è scoperto con un’intercettazione, la difesa non è che quel politico è innocente. E’ che l’intercettazione è illegale”. O ancora racconta, dal di dentro, avendovi partecipato come membro di una commissione di degustazione, come funziona un concorso enologico e di come i risultati possano apparire sorprendenti o persino stravaganti.
O quando bolla, essendogli chiaramente antipatica e non riuscendo ad entrare nelle sue corde bolla Bordeaux, nel capitolo tutto domande e risposte intitolato “Cento cose da sapere sul vino degli altri”, scrivendo di avercela “con quelli come Michel Rolland e Robert Parker, che hanno fatto carne da macello di una regione già tendente di suo a tirarsela”, o che “a Bordeaux cosa vuoi che gliene freghi del terroir”.
Quella Bordeaux cui dedica un capitolo, dal titolo chiaramente pensato pour épater il lettore di “Cronaca di un amore mai nato (Bordeaux)”, che si apre con queste parole fulminanti e veramente tranchant “ci sono viaggi che ti stupiscono, altri che non ti lasciano nulla. Bordeaux, né l’uno né l’altro. Ci ho trovato quello che pensavo. Lusso, lusso e ancora lusso. Il Bordolese è la parte più americana d’Europa. Tutto è mercato, soldi, affari”.
Tutt’altra musica rispetto ai toni appassionati che riserva alle zone, ai vini, ai personaggi che nel cor gli stan e che ci fa chiaramente capire, con una scelta di campo, quali siano e perché tanto lo colpiscano e gli siano vicini.
Nel libro c’è un piacevole e divertito scherzare su se stessi, sul vino, su certe sue eccessive ritualità, sull’averlo reso una cosa così importante e sempre meno leggera e naturale e piena d’allegria come dovrebbe invece essere, capitoli apparentemente frivoli come il “Test di fine corso: sei Bordolese o Borgognotto?”, ovvero dodici “domande a risposta multipla” che sanno tanto di film di Nanni Moretti oppure suonano come un tentativo di accertare se il sottoposto al test sia “di destra” o “di sinistra”, oppure juventino o interista.
E poi, prima del backstage finale, ovvero “dietro le quinte per perdere quel che resta di una faccia”, trovi, speculare al capitolo iniziale “le dieci cose che pensavo sul vino prima di questo libro”, dove si potevano leggere volontari luoghi comuni tipo “i vini migliori del mondo sono quelli italiani. I vini francesi sono troppo cari. I vini americani sanno di vaniglia”, il capitolo intitolato “le dieci cose che penso sul vino dopo questo libro”.
Un resumé, molto più saggio, anche se sempre costellato di trovate fulminanti e di battute, dove si legge che “i vini migliori del mondo non esistono”, che “i vini “più buoni” sono soggettivi, ma non saranno mai solo e soltanto rossi”, che “lo Champagne, se ben fatto, è una delle dimostrazioni dell’esistenza di Dio. O anche solo della scarsa credibilità di Sai Baba”.
Tra serio o faceto, tra approfondimenti e vividi ritratti che ti fanno “innamorare” di un produttore e di fanno venire voglia di incontrarlo o di stappare al più presto un suo vino, tra osservazioni che di superficiale hanno solo l’aspetto ma che invece sanno andare in profondità e colgono il segno, il libro, capitolo dopo capitolo, passando dalla “persistenza infinita per ricchi bevitori (Bolgheri)” a “quelli che lo fanno strano”, al “Bignami del Consumatore Iconoclasta” al “vino outtake” alla “uva unplugged che viene dal freddo” a “vini sexy e sogni che continuano”, scivola via bene, ti coinvolge nel suo ritmo sincopato, ti porta dentro, e senza mai annoiare, anche quando le citazioni e le dimostrazioni di intelligenza e di cultura potrebbero un po’ stancare, si fa leggere benissimo. E ti convince di un’evidenza, che per affascinare e coinvolgere il popolo del vino di oggi, i giovani passati al Dolcetto e al Nero d’Avola in transito dalla celebre bibita gasata multinazionale, sono molto più utili libri come questo, cantori dissacranti e con il gusto dell’iperbole enopop come Scanzi, che si ritrovano molto di più nel suo linguaggio che in quello, forse superato e un po’ ingessato, forse troppo paludato e stanco di noi che ci ostiniamo a chiamarci “addetti ai lavori”… (Franco Ziliani)