Archivio di luglio 2010

Champagne Benoit Lahaye

Grande vigneron, c’è poco da dire. Benoit Lahaye è uno degli uomini di culto della nuova Champagne. Quella in qualche modo vicina ai dettami del Guru Selosse.
Biodinamico, poco dosaggio, Pinot Nero di altissimo livello (da Bouzy, of course). Lahaye è questo e molto altro.
Ieri mi sono bevuto il Brut Nature, il base dell’azienda. In enoteca potete trovarlo attorno ai 25-30 euro, al ristorante dai 40 in su (il prezzo che ho incontrato alla Badia di Pomaio, nell’aretino). L’importatore in Italia è Teatro del Vino (Calenzano).
Ottantacinque percento Pinot Nero, 15 Chardonnay (le dosi variano di anno in anno). Il 3o percento viene da vini riserva. Sciroppo di dosaggio ai minimi termini, quasi un Pas Dosé.
Se volete un Pinot Nero in purezza, provate il Prestige, ma dovete essere disposti a salire di prezzo (non troppo: tra i biodinamici, è uno dei meno cari). Io vi consiglio anche il Rosè de maceration, tra i migliori del mondo quanto a rosati saignèe.
Gli Champagne di Lahaye sono, anzitutto, minerali. Non hanno molta polpa, in bocca appaiono quasi scarni. Al naso dominano i lieviti. La bollicina è splendida, croccante. Acidità notevole, sapidità perfino superiore. Uno Champagne che non concede molto alla moda, per quanto Lahaye non sia affatto contrario a malolattica e barriques: essenziale, citrino. Do grande beva. Elegante, anche all’esame visivo, ma di una eleganza austera. Bevendolo mi è venuto da usare la parola “sassoso” e mi è venuto da ridere. Poi ho scoperto che anche il portale Intravino, in una recensione di Mauro Mattei, aveva usato quella parola: sassoso. Evidentemente ci sta (o sia io che Mattei siamo malati, e ci sta anche quello).
Non il mio preferito, ma uno dei miei preferiti.

Coste di Cuma – Grotta del Sole

Ho scoperto Grotta del Sole grazie ai produttori, la famiglia Martusciello, che (dopo aver letto Il vino degli altri) mi ha mandato alcuni campioni della loro vasta produzione.
Dell’Asprinio d’Aversa, versione spumantizzata, ho già parlato qualche giorno fa (bene). Nelle sere scorse è stata la volta delle due Falanghina, d’annata e riserva. E’ un vitigno noto per il nome (che viene da “falange”, palo, perché la viticoltura flegrea è solita attaccare la vite al palo). Un po’ meno per le caratteristiche. La Falanghina dei Campi Flegrei è molto diversa dalla Falanghina – più diffusa –  di tipo beneventano.
Grotta del Sole ha un che di paradossale: punta su vitigni autoctoni ed è portata avanti con filosofia naturale, ma per numeri (800mila bottiglie annue) dovrebbe essere industriale. Non lo è, ma se fosse più piccola riceverebbe maggiore affetto dagli appassionati (e dai feticisti della nicchia). Io, che pure amo il vigneron piccolo e un po’ sofferente, credo sia encomiabile fare grandi numeri e al contempo essere sensibili alla natura e alla diversità. Non è che “grande”, nell’enologia, vuol dire per forza Zonin.
La Falanghina 2009 dei Campi Flegrei, che trovate a prezzi irrisori – tra i 5 e i 10 euro – mi ha fatto venire in mente la versione riuscita del buon vino da pizzeria. Quello che non esiste quasi mai (avete mai trovato un vino buono in una pizzeria scrausa? E’ raro. Sono bianchi economici e insultanti). Invece questa Falanghina è semplice ed economica, senza pretese (apparentemente), ma buona. E personale. Rapporto qualità/prezzo che meglio non potresti.
Con la Coste di Cuma 2008, la Riserva, si sale. Non è scontato: spesso le Riserve dei vini bianchi sono solo più colorate e legnose. Questa no. La vite cresce su piede franco, niente portainnesto americano. Leggera permanenza sulle bucce, criomacerazione di 12 ore. Sei mesi di barriques francese, 12 di affinamento in bottiglia. Prezzo sui 10 euro: un prezzo quasi clamoroso. Se penso a certi bianchi italiani da 30 e più euro, ho voglia di invadere Caldaro.
Il (la?) Coste di Cuma è un vino sapido, minerale. In bocca è quasi salato, ha bella struttura e giusta acidità. Quasi granuloso, nella lingua: una microsensazione, beninteso, però indicativa di quanto la terra abbia donato a cotanto nettare. E’ un bianco sufficientemente furbo, ha l’equilibrio che quasi tutti i consumatori vorrebbero (anche se non lo dicono) ma non sculetta: non perde mai dignità. E’ se stesso, solo con un po’ di garbato trucco. Profumi di fiori e frutti gialli, erbe aromatiche. Persistenza discreta, per la tipologia. Bel finale, di indubbia finezza.
L’ho bevuto che non me ne sono neanche accorto. Anzi, sì: alla fine eravamo tutti convinti. E contenti.

Champagne Michel Marcoult

Ecco un altro Champagne da aperitivo. Aperitivo di lusso, beninteso.
E’ un Blanc de Blancs di un vigneron che non è famoso per i Blanc de Blancs, Michel Marcoult.
Non è un Grand Cru e neanche un Premier Cru. L’azienda ha luogo a Barbonne-Fayel, piccolo comune nel dipartimento della Marna.
Si presenta splendido, anche nella scelta della bottiglia trasparente, come il Brut di Cavalleri: le adoro, le bottiglie trasparenti.
E’ un Brut da 20 euro (in Francia). Li vale, anzi di più.
La pecca è una bollicina un po’ grande, croccante, come certi Metodo Classici trentini. Il colore, giallo paglierino brillante, è quello che deve essere. Al naso limone e crosta di pane. Struttura non eccessiva, come è giusto che sia.
Lo sciroppo di dosaggio è aggiunto con moderazione, per nulla invasivo.
L’acidità c’è, la sapidità un po’ meno.
Per me è perfetto come aperitivo, o con antipasti non impegnativi.
Io comunque l’ho bevuto con la solita fonduta settimanale di pesce, ed è stato un bel bere.

Kaplja – Damijan Podversic

Ho scoperto i vini di Podversic qualche anno fa, alla Tana degli Orsi di Pratovecchio. Damijan, il produttore, è amico dei proprietari, Caterina e Simone.
E’ uno degli eretici friulani, il suo vino che preferisco è la Ribolla Gialla, interpretata con ottica gravneriana (ma personale).
Podversic è anche uno dei punti di riferimento di Stefano Amerighi, interprete biodinamico di uno dei Syrah cortonesi più apprezzabili.
Ho bevuto un vino di Podversic ieri sera, in un luogo dove non andavo da tempo. Si chiama Il Vicolo, nel cuore di Civitella in Val di Chiana. Era una pizzeria, è diventata altro. Un ristorante con una carta dei vini davvero pregevole: ricca, ben fatta, con molte bottiglie naturali e porthosiane. La veduta è splendida, la cucina discreta. I ricarichi mi sono parsi decisamente alti.
Con alcuni amici, ho ordinato un Kaplja 2005. Una bottiglia che non avevo mai sentito di Podversic. In rete si trova a 27 euro, al ristorante 31 (una delle bottiglie meno “ricaricate”).
Non mi ha convinto appieno. La bottiglia era a temperatura cantina, è stata messa nel cestello con ghiaccio ma non è stata presentata al massimo della sua forma (per quanto questi vini vadano bevuti a temperature più alte rispetto ai bianchi canonici).
Solito colore giallo torbido, cupo, dovuto alla macerazione sulle bucce. Al naso delude un po’, tradendo quell’effetto lievemente ossidato che detesto nei vini bianchi macerati: o raggiungi un’eleganza indiscutibile (che nella Ribolla Gialla di Podversic c’è, eccome), oppure scivoli nel famolostranismo sterile. Genere Sherry secco o Savagnin ossidato – noooooooo – del Jura francese.
Al gusto si è rivelato squilibrato: nota acida, polpa irregolare (una sorta di “struttura vuota”: come mordere una pesca e trovarla vuota), chiusura non felicissima. Un vino scombinato, che è migliorato a temperatura più bassa (ma non è un pregio: vuol dire che è andato meglio quando è stato in qualche modo anestetizzato).
Il Kaplja è un blend a maggioranza Chardonnay, poi 30 percento Friulano e 20 Malvasia Bianca. La fermentazione avviene in presenza delle bucce in tini di rovere tronco-conici, senza controllo della temperatura e senza lieviti selezionati, enzimi e chiarifiche. La maturazione ha luogo in botti di rovere da 20 e 30 ettolitri e in tini tronco-conici di rovere da 20 e 30 ettolitri per un anno.
Per quanto stimi (molto) Podversic, la sua coerenza e il suo talento coraggioso, questo Kaplja 2005 non mi è sembrata la sua bottiglia migliore.

Champagne Demière-Ansiot

“Smanettare”. La parola che aveva usato Giulia Cavalleri, parlandomi di molti Champagne. Il verbo che mi è venuto in mente bevendo questo Brut non millesimato di Dèmiere-Ansiot. Uno dei molti vignerons che mi sono fatto spedire (i loro vini, non loro in persona) dal negozio C-Comme di Epernay.
I vini si possono acquistare anche dal sito dell’azienda, questo viene 12.50 euro. Davvero poco. Io l’ho pagato 18 euro. Poi purtroppo ci sono le spese di spedizione, ma tant’è.
L’azienda è a Oger, cuore della Costa dei Bianchi. Enclave (quante volte userò questa parola?) del migliore Chardonnay spumantizzabile.
Non posso dire che sia uno Champagne irrisolto. L’ho bevuto con piacere, tutto. Lo riberrei. E’ bello al visivo, ha profumi onesti, una discreta acidità. Buon equilibrio, finale dignitoso. Ad averne.
La parola “smanettare” mi è venuta però in mente perché il classico Champagne che tradisce una eccessiva e invasiva presenza di sciroppo di dosaggio. E così quella sensazione dolcina e liquorosa, te la ritrovi sia al naso che in bocca.
Mi chiedo: che bisogno c’è di esagerare (in un Brut) con lo sciroppo di dosaggio, se hai – o dovresti avere – uno Chardonnay straordinario? Bah.
Per il resto, tra fine agosto e settembre dovrei fare tre presentazioni: Mantova, Carrù, Udine. Vi terrò aggiornati.

Asprinio D’Aversa Extra Brut – Grotta del Sole

Uno dei capitoli che più ha colpito i lettori, di quelli che compongono Il vino degli altri, riguarda i vini outtake. Un conio entrato a far parte del lessico enologico, come Vino Muccino e Vitigno Kiarostami.
Molti lettori, come esorto nel libro, mi inviano mail segnalandomi nomi di vini “che non piacerebbero a Robert Parker”. Uno di questi lettori, Francesco Martusciello, è tra i proprietari di Grotta del Sole. Un’azienda dai grandi numeri, 850mila bottiglie, ma a viticoltura naturale. Nome di riferimento in Campania, soprattutto dei Campi Flegrei.
Martusciello mi ha parlato dei suoi vini, tutti “outtake” secondo lui, tesi verso la salvaguardia e la valorizzazione dei molti autoctoni campani. Mi ha così mandato una campionatura.
La lista è lunga e invitante: Falanghina e Piedirosso (Campi Flegrei), i frizzanti Lettere e Gragnano (sorta di Lambrusco della Penisola Sorrentina), Greco di Tufo (Irpinia), vini del Vesuvio (tra cui il Lacryma Christi) e l’aversano.
Proprio da quest’ultimo ho cominciato. Chi ha studiato i libri Ais, sa che l’Asprinio d’Aversa (autoctono tout court) è preso a esempio come vitigno più aspro d’Italia e tra i più verdi del mondo (insieme al vinho verde portoghese). Le viti sono allevate seguendo i dettami della tipica alberata aversana. Si dice che sia il vino perfetto con la mozzarella di bufala o in carrozza (abbinamento regionale).
Io ho provato, due sere fa, non l’Asprinio classico (fermo e secco) ma il Metodo Classico Extra Brut. Permanenza sui lieviti di 36 mesi. Affinamento in bottiglia di 1-3 mesi. Sciroppo di dosaggio appena percettibile, quasi un Pas Dosè. Azzardo ulteriore, considerata la vena acidula del vitigno. Potrebbe nascerne un vino sgradevole, amaro.
Avevo letto recensioni un po’ timide, quest’anno almeno, del Gambero Rosso (va be’). Non ho ancora degustato le altre bottiglie, lo farò con calma e curiosità, ma questo Extra Brut è delizioso. Come deve essere: acido, dritto, sapido. Incredibile sentore di lime e limone, grande bevibilità. Bollicine eleganti, non elegantissime. L’equilibrio c’è, per quanto almeno possa essere equilibrato un Asprinio. Un vino tanto territoriale quanto riuscito. Vino outtake, in tutto e per tutto.

Il Timorasso della Colombera

Prima di tutto, una piccola informazione. Mercoledì prossimo, in Piazza Carime alle 21.15, presenterò Il Vino degli altri a Polignano a Mare (Bari), all’interno dello splendido e ricchissimo festival Il libro possibile. Se siete in zona, ci si vede.
L’azienda di cui parlo oggi l’ho scoperta per caso, un mesetto fa, durante la serata alla Compagnia del Taglio di Modena. Uno dei vini che avevo più ritenuto gradevole, dei molti di quella sera, era il Timorasso Derthona 2008 de La Colombera. Alla presentazione era presente Elisa Semino, figlia del fondatore Pier Carlo.
Mi sono fatto spedire (pagando) quel vino e la riserva Il Montino.
Negli ultimi mesi sto avendo conferma di come il Timorasso sia uno dei vitigni che più amo tra gli autoctoni italiani. Che il Piemonte sia terra di grandi rossi lo sanno tutti, che lo sia anche di grandi bianchi è meno scontato. E invece: Timorasso, Erbaluce, Cortese, Arneis, eccetera. A mio avviso i piemontesi non sanno fare i Metodo Classico, ma nelle altre tipologie la regione non teme davvero rivali.
Il Timorasso, nei Colli Tortonesi alessandrini, ha per capofila Walter Massa. Un grande eretico, geniale e difficile. Lo cito nel libro. Tempo fa mi ha regalato una magnum di Croatina, altro vitigno che ben si adatta in quelle terre. Lo berrò in un giorno importante.
La Colombera non fa soltanto Timorasso. Da quel che leggo, sa declinare con efficacia Barbera, Croatina (appunto) e il Nibiò, un vitigno perfetto tra i miei Vini Outtake, clone particolare del Dolcetto che dovrò presto assaggiare.
Io, dell’azienda, ho provato “soltanto” i due Timorasso. Cinquantamila bottiglie annue, 22 ettari vitati, viticoltura convenzionale. Il borgo è Vho, cinque chilometri da Tortona.
Per chi non conosce il Timorasso – vergognatevi – dirò che a mio avviso è uno dei vitigni più vicini e simili al Riesling. Dà il meglio se lo tratti in contenitori inerti (?), unplugged e vada come vada. Non ha paracadute, non ha sovrastrutture, non ha ancore di salvataggio. O viene bene, o è un mezzo disastro.
Il Timorasso Derthona 2008 della Colombera, pagato (mi pare) poco sotto i 10 euro, è il vino perfetto dell’estate. Fresco, buona sapidità, grande bevibilità. Può evolversi in bottiglia, ma puoi anche berlo subito. Accetta basse temperature, non sentitevi in imbarazzo se lo bevete ghiacciato: perderà qualcosa all’olfatto, ma berlo sarà una benedizione. Non ha un naso ricchissimo (nel sito leggo un curioso “sentore di zucchero filato”: questa mi mancava) ma c’è quello che deve esserci. Fiori e frutti bianchi (non troppo maturi), su tutte acacia e biancospino. Anche la pesca bianca. Netta la mineralità, importante per un vino dal prezzo così vantaggioso. Il Derthona 2008 è un approdo sicuro e vantaggioso. Dite che vi mando io.
Se poi volete di più, ecco Il Montino. Ovvero la Riserva, da uve particolari e pregiate. Per quel che vale (non moltissimo), un anno fa Il Montino 2006 ha vinto i Tre Bicchieri. Il primo dell’azienda (speriamo non si montino – uh – la testa e continuino il loro  bel percorso, di famiglia con le idee chiare che non segue le mode). Io ho assaggiato ieri il Montino 2007. Prezzo poco sopra i 10 euro. Nella bottiglia, giustamente, c’è scritto di bere questo vino non prima di 3 anni dalla vendemmia. Ero al limite, è presto per berlo. Però si può bere. E’ un vino che mi ha convinto appieno, per complessità olfattiva, equilibrio e persistenza. Acidità sostenuta, che dimostra quanta vita abbia ancora davanti. E al tempo stesso, morbidezza giusta e non ostentata. Struttura importante, ma non opulenta.
Il fiore all’occhiello è la grande mineralità. Una sapidità davvero significativa e una sensazione “di bere roccia”. Mi sono tornati in mente certi Riesling tedeschi, ad esempio Muller Catoir, oppure il Riesling “al quarzo” di Weingut Karlsmuhle. Il Montino dà come la sensazione di bere quarzo e roccia, pietra e minerale. Bella, e rara, sensazione.

Champagne Michel Genet & Thierry Bourmault

Ho cominciato a bere qualche Champagne arrivato dalla fornitura di C-Comme, uno dei negozi (di Epernay) da cui mi faccio spedire vini di vignerons e non di Maison.
Il primo era un Extra Brut di Michel, il secondo un Brut di Thierry Bourmault. Entrambi Blanc de Blancs, entrambi sui 20 euro se comprati in Francia.
L’Extra Brut di Genet è un Grand Cru. L’azienda è a Chailly. Dosaggio molto basso, quasi un Pas Dosè. Il punto debole sono le bollicine, un po’ evanescenti sia all’esame visivo che (più ancora) a quello gustativo. La bottiglia ha bella freschezza e buona sapidità, giusto equilibrio. Profumi fragranti, di quelli che ti aspetti, da fiori e frutti bianchi alla crosta di pane. Discreta persistenza, bel finale.
Il Brut di Bourmault è un Premier Cru da Grellet Cuis. Qua migliora l’esame visivo, splendido. Naso un po’ timido (?). Personalità non esaltante. Per bevibilità è però superiore a Genet, forse proprio in virtù di una sua “riuscita esilità”. E’ lo Champagne perfetto come aperitivo, il classico Blanc de Blancs senza pretese (si fa per dire) che sarebbe bello negli Happy Hour onesti. Peccato per il finale leggermente amaricante, forse per una qualità non eccelsa di Chardonnay o una vendemmia troppo anticipata.
Se dovessi dare voti, direi 7- a Genet e 6+ a Bourmault.