Archivio di giugno 2010

Feedback: Luca Lopardo

Il delirante reportage di un lettore pazzo, Luca Lopardo.

“Tu chiamale, se vuoi, emozioni. Ma non cominciamo dalla fine. Si proceda con ordine e dovizia.
Tutto inizia martedì mattina, durante il consueto pellegrinaggio presso i miei due blog preferiti (Il vino degli altri e Wildcard). Scopro che quel bischero di Scanzi (nella foto, quello estraneo alla pinguedine) ha postato, con scarso (eufemismo) anticipo, la presentazione del suo ultimo libro, in programma all’enoteca Compagnia del Taglio di Modena  (bellissimo locus amoenus) alle 19.00 del giorno dopo. Leggo Modena, penso Pàvana. Penso che l’occasione di incontrare due maestri in un colpo solo sia troppo allettante. Penso che siamo in piena sessione d’esame, che il viaggio mi costerà un po’, e che, presumibilmente, dovrò farlo da solo.

Fanculo,dico. Ci vado lo stesso. Nel frattempo, provo a convincere il fido Vanni a seguirmi. Lui glissa, tituba, scorge insormontabili impedimenta. C’è che ha un esame, nel pomeriggio.  Tuttavia, sento che accetterà l’indecente proposta, in caso di conseguimento di un buon voto.
Trenta spaccato. Ora Vanni non ha specchi a cui aggrapparsi, indi gli fracasso le palle finchè non accetta di accompagnarmi, con finta rassegnazione.
Partiamo alle 13.00 circa di mercoledì. Il bagaglio (minimale) comprende libri per gli autografi, testi d’esame (verranno colpevolmente ignorati), e le deprecabili, ma pratiche, macchine digitali (Mala tempora currunt (cit.) ). Tra una dissertazione filosofica (uh) e l’altra, facciamo scalo a Mestre e Bologna, per poi scendere a Modena. La giornata è bella, la Piccola città di Guccini e Berselli (ciao, Edmondo) appare tranquilla, ordinata e pulita. Un gentilissimo autoctono ci conduce all’ostello. Lo ringraziamo, prendiamo la camera e filiamo a docciarci, puzzosi di 2a classe Trenitalia (tralascio inevitabili risvolti biblici da Ostello della Gioventù). Arrivati in Via del Taglio, d’improvviso mi blocco: noto un tizio alto, sui trentacinque, capelli lunghi e barba incolta. Un trasandato (cit.) con le Timberland, somigliante ad Alessio Boni (il Matteo Carati de La meglio gioventù. Se non conoscete nè lui, nè il film, nè Berselli, inginocchiatevi sui ceci in attesa dell’Assunzione). Lui è lui, è Rui, è Scanzi. Il Maestro.
Mi avvicino, attanagliato dall’incredulità tipica dei momenti privilegiati, quando stai per stringere la mano a un tuo Eroe. Mi presento con un “ciao, sono Luca” (come se mi chiamassi Piersandroermenegildo), il Maestro risponde con un sorriso cordiale, “piacere”. Poco dopo mi riavvicino, con in mano un Metodo Classico (?) dal perlage encomiabile (uh). Gli porgo C’è tempo, per l’autografo (originale, eh?). “A Luca Lopardo”, gli suggerisco. Lui sorride: “Aah, non avevo capito fossi tu!”. Tento di rassicurarlo con una battuta (volutamente british) sull’esiguità del numero dei Luca in Italia. “Scrivi: all’eroe che si è fatto cinque ore di treno per essere qui”. Lui ridacchia, mi fa “tu sei pazzo”. Gli chiedo l’ultima cosa da fan becero: la foto. Mentre Vanni si appresta a immortalarci, Scanzi se la ride e dice a Beppe Cottafavi: “ormai siamo alla follia pura”. Bella, sembriamo Gianni e Pinotto. Facciamo due chiacchiere in merito a un problema da me postogli via mail. Me lo ricorda lui, non avevo intenzione di riparlarne (non è una faccenda che lo riguarda, ma la gente rombe le balle a lui, va sempre così). Troppa memoria, troppa bontà. Andrea Scanzi è un cazzeggiatore sontuoso, eclettico e competente, che o si ama o si odia. Per coloro che lo amano, Andrea è più di un grande giornalista, più di un eccellente scrittore: è un fratello, un amico, un compagno di avventure, al quale non riesci a dare del Lei. Neanche quando le differenze di età, cultura ed esperienza lo richiederebbero. Nemmeno quando, come nel mio caso, suoli dare del Lei a chiunque sia meno giovane di te anche di un solo mese. Andrea è un tipo a posto: gentile, garbato, disponibile. Buono (ma guai a far incazzare i buoni, vedi Walt Kowalski) e onesto, naturalmente votato al dialogo. Sul suo blog si diverte a sbertucciare, con malcelato sadismo, i molti (troppi) internauti dediti a solipsismi offensivi e inutili vilipendi nei suoi confronti. Brutta razza, i fanboys (e fangirls) ciechi e travalicatori. Come gli ultras, i truzzi, gli scout, gli astemi per scelta e le donne che aborrono i tacchi (ma idolatrano le Superga e le “ballerine”. Diffidate, gente, diffidate: esse sono anche astemie, truzze, e hanno paura di guidare in autostrada. Pura manna dal cielo, per i divorzisti).
Insomma, Andrea è un grande. Leggetelo (La Stampa, Micromega, i suoi Libri) e lo amerete, perchè è un Paladino della Libertà. Se lo odierete, sarà solo perché appartenete al Popolo delle Libertà.
Perdonate la digressione, ma era necessaria. Torniamo a noi.
La presentazione tarda ad avviarsi. Nel frattempo, tutti (TUTTI) stanno bevendo lo stesso vino di Scanzi. Un’immagine impagabile (ho preso anch’io un calice del Bellei, ma in segno di umiltà e come secondo bicchiere, indi il plagio è pienamente remissibile).
Mentre il tasso alcolemico saliva, il danaro andava esaurendosi. Non ci sarebbero state tragiche scene da Compagno di Sbronze. La serata fila bella liscia, divertente e impreziosita dagli aneddoti di Maule e Cerruti, due stimati produttori e personaggi singolari. Alla fine della presentazione compro il libro, e (non l’immaginereste mai) me lo faccio autografare. Andrea fa una bella dedica, gli accenno al leggero trip da vino e ci stringiamo la mano. Lui rimarrà lì, tra iperboliche leccornìe e bottiglie incredibili, fino alle 4 del mattino, rischiando (a suo dire) la cirrosi di Bukowski. Grazie e alla prossima.
Io e il buon Vanni andiamo alla ricerca di una pizzeria, e per trovarne una giriamo praticamente tutta la città. Modena è bella, pulitissima, si fa apprezzare (grazie anche ad alcune ordinanze, molto rigide, emanate dal Comune: niente alcool nè cibo per le strade, bravi). In Piazza Grande (stupenda) incrociamo un gruppo di inglesine. La più graziosa del gruppo si ferma, la invitiamo a bere qualcosa ma nisba. Addio, baby.
Si torna, satolli, all’ostello, dove ci attende un’insperata sospresa: in tv danno il lisergico Shaolin soccer. Che plot, che attori, che doppiaggio. Totemicamente trascendentale (?). Prima di dormire, Vanni mette su Vecchioni (inaccettabile). Forse non dovrei fidarmi troppo di lui.

Sveglia alle 7.15, non c’è tempo per la doccia. Il treno per Porretta Terme parte fra 55 minuti. In dirittura d’arrivo, iniziamo scorgere le verdi montagne di Pàvana: i campi, le colline, il fiume oramai inquinato e poco profondo (in italiano non esiste il contrario di profondo, non mi raccapezzo). Scesi dal treno, apprendiamo che Pàvana dista sette km, tutti in salita. Visto il caldo sommamente esecrabile (cit.), optiamo per la corriera.
Qui accade l’indicibile. Entriamo in un bar, al fine di acquistare i biglietti, ma non c’è nessuno. Vanni decide di recarsi alla toilette (atto palesemente empio), dove, con vibrante raccapriccio, trova la proprietaria (la diversamente Sora Lella) nell’atto di tirarsi su la sottana. Si odono grida belluine, rivolte al mio compagno di merende, reo di non aver richiesto alla donna il permesso scritto per accedere al bagno: “sarebbe obbligatoria la consumazione, dato che nell’ultimo mese ho speso centoventi euro per gli spurghi”. Oltremodo affabile, dopo averci duramente redarguito, la signora ci sbatte sul banco i quattro biglietti della corriera. Per dispetto, compriamo dei tortini al limone al mini – market vicino al suo baretto. Tiè.
In corriera, un pavanese ci spiega dove fermarci per  giungere al Tempio del Maestrone. Eccolo là, il cancello verde visto in quel documentario. Io e il buon Vanni ci guardiamo negli occhi, colmi di felicità. Vicini al portone d’ingresso, notiamo Guccini presissimo tra telefono e computer, quindi decidiamo di aspettare in cortile senza chiamare nessuno. Una parente del Maestrone ci nota e annuncia la nostra presenza al Magister, il quale appare all’improvviso sulla soglia, con un coup de thèatre degno di Walter il Mago. Rimaniamo folgorati dalla sua aura mistica, la stretta di mano denota soggezione siderale. “Buongiorno, ragazzi – sorride, con l’aria del nonno un po’ burbero, ma gentile – purtroppo al momento sono impegnatissimo, mi dispiace di non potervi dedicare troppo tempo”. Scambiamo due parole: da dove veniamo, se Trieste – Trieste o dintorni, quando uscirà il nuovo disco, non prima del 2011 ma forse arriverà un romanzo.  Gli occhi semichiusi, un leggerissimo ingobbimento, il Maestrone pare invecchiato sul serio. Da vicino, i settant’anni glieli dai tutti, purtroppo. Li compirà il 14 giugno, così gli consegnamo il regalo di compleanno (un Ramandolo 2006, acquistato nella miglior enoteca di Monfalcone, cat.Sticazzi). Lui ringrazia e porta il dono dentro casa. “Ci vada piano” gli dico, mentre Vanni prepara la macchina per il Sacro Immortalamento. “Ah, vedo che avete portato la…” sorride il Guccio. Ci mettiamo in posa, uno alla volta. Il Venerabile pone il pesante braccio da grizzly sulle nostre spalle, a me viene da ridere. A Vanni no, Egli non ha sentimenti. Appurata la buona riuscita della foto, ringraziamo il Maestro e ci salutiamo, nella speranza di rivederlo ancora.
Decidiamo, gaudenti e baldanzosi, di ritornare a Porretta a piedi (pura follia) attraverso l’assolata Via Francigena. Prima, però, passiamo per il leggendario Mulino di Chicon. Quello da cui il fratello del nonno di Guccini, Enrico, uscì un giorno lontano per tentare la fortuna in America, probabilmente chiudendo dietro a sè la porta verde (cit.), che ovviamente fotografiamo.
Il posto è davvero splendido, poetico, leggero. Aleggia un senso di pace infinita. Guccini non poteva che crescere qui, tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia.
Reduci da un tracimante piatto di pasta al ragù di opinabile fattura (sopperita dalla cordialità del gestore del locale, un toscanaccio patoc), camminiamo sulla già citata Via Francigena, tra gustose pesche noci e un chinotto oramai frizzante quanto Debora Serracchiani. Giungiamo, stremati, alla stazione di Porretta.
Il resto del viaggio lo si può tralasciare senza eccessivi sensi di colpa. Tra una granita e un biglietto mancato, un’anziana scassaballe e un inquietante baciatore di microfoni in preda a un orrorifico, interminabile amplesso telefonico, io e l’amico Vanni torniamo a casa. Ci abbracciamo, per chiudere degnamente due giorni indimenticabili, il cui ricordo ci accompagnerà fino alla fine dei giorni. Fino a quando, ormai vecchi, racconteremo ai nipoti (se ce ne saranno) di quanto era bello, quando Andrea Scanzi scriveva e Francesco Guccini ancora cantava”. (Luca Lopardo)

Feedback: Il viandante bevitore

Questa è una recensione che mi lusinga. L’ha scritta Mauro Erro e lo ringrazio. Il post di oggi, mentre sono in volo per Assen, è suo.

“Scanzi mi garba.
Le sa dare. E quando dico che le sa dare, parlo di tecnica pura e semplice. Tecnica di penna, ovviamente. Usata a mo’ di fioretto o sciabola di volta in volta.
Talvolta sono intransigente. Che si scriva in un italiano non solo corretto non è un optional.
Non solo. È anche affilato come quelli che furono e che difficilmente trovi oggi.
Non ho ancora letto il suo libro, ma il suo blog cerco di seguirlo.
Mi piace quando lo leggo su Micromega ed ancor di più su La stampa. Quando riesco.
La recensione sull’ultima fatica di Ligabue era da applausi, ad esempio. E non ho ascoltato l’album.
Infine, con il vino se la cava niente male.
Nell’ambiente mi sa che un po’ lo si snobba. Anche perché lui dell’ambiente non è. Talvolta da l’idea del primo della classe, di quello so tutto io. E non ha sempre ragione. Ma fargliene un colpa addirittura.
D’altronde è sfrontato, bello, ha un discreto successo, due Labrador e sembra pure felice.
Quando è troppo è troppo.
Una bella novità come l’ultimo prosecco spumante Brut di Frozza, un cru da un’unica vigna, che ho stappato quando ho iniziato a scrivere questo pezzo.
E di cui mi rimane quest’ultimo sorso.
Con dedica” (Mauro Erro)

Fiano di Avellino Ciro Picariello

Chi ha letto i miei libri e segue questo blog, sa che quando parlo di vini bianchi penso soprattutto a quelli del Nord Italia e Centro Europa. I motivi sono due: da una parte un gusto personale, che ricerca bianchi dritti e particolarmente eleganti, figli – quindi – di un clima verosimilmente più freddo; dall’altra la tendenza, al Sud, a inseguire anche nei bianchi un prodotto strutturato e concentrato, di non facile beva.
Ci sono però delle eccezioni, ad esempio il Carricante, un autoctono dell’Etna che ha punti di contatto con il Riesling. Durante la presentazione di Modena alla Compagnia del Taglio, ho conosciuto Mauro Piantedosi, un rivenditore appassionato che prova a valorizzare produttori meritevoli ma non famosissimi. Piantedosi mi ha parlato del Fiano di Avellino (una Docg) di Ciro Picariello. Ha avuto la gentilezza di inviarmi 4 bottiglie, ieri ne ho degustata una con alcuni amici. Il prezzo è molto vantaggioso, 10 euro, al punto che alcune guide – Bibenda/Ais – la ritengono una delle bottiglie dal migliore rapporto qualità/prezzo d’Italia. E’ vero? Scopriamolo.
Ciro Picariello è un piccolo nome di culto. Uomo schivo (a quel che ho letto), la parte commerciale è curata dalla moglie Rita. Esce sempre con 10 mesi di ritardo rispetto agli altri colleghi (l’apripista in Campania è stato Marsella). Un bene: la sua idea è quella di un bianco che può invecchiare, evolversi. Per questo, quando lo si beve, è opportuno scegliere le sue annate meno recenti. Io ho degustato la 2008, decisamente giovane per i canoni di Picariello. Come scrive Luciano Pignataro, sarebbe ora che i produttori di Fiano (un vitigno dalle grandissime potenzialità) aspettassero almeno 2 anni prima della messa in commercio: non è un vino beverino, non è una Falanghina.
I sette ettari da cui viene il Fiano (20mila bottiglie), provengono dai vigneti storici di Summonte e da quelli di Montefredane. Non sarebbe male ipotizzare 2 cru. La maturazione del Fiano è tardiva e tale anche la vendemmia di Picariello: fine ottobre, a maturazione completata. Questo, insieme a una forte escursione termica, darà al vino colore carico, ricchezza di profumi, alcolicità e struttura.
Il Fiano di Picariello è un giallo dai riflessi dorati, concentrato non per moda ma per estratto. Incontrato senza la giusta intriduzione, può incutere timore o lasciar pensare a un Superbianco.
Al naso è davvero notevole: a volte si usa l’immagine “frutti gialli croccanti”, che non vuol dire niente ma qui – non so perché – mi è venuta e forse rende l’idea. Poi molto altro, anzitutto una grande mineralità. Roccia bianca, erbe marine, menta, gesso. Addirittura un sentore fumè, affumicato, come certi Sauvignon della Loira (che però devono quel sentore alla barrique nuova: qua il vino fa solo acciaio). Nocciola tostata, castagna, tabacco.
Al gusto c’è corrispondenza, anche se tarda ad aprirsi. E’ un vino giovane e impegnativo (non ordinatelo mai come aperitivo). La 2008 è stata un’annata particolare, ma la bottiglia denota splendida sapidità e bella struttura. Equilibrato, un po’ di acidità in più avrebbe aiutato. Persistenza grintosa, buona chiusura: sì, il rapporto qualità/prezzo è invidiabile.
E’ un vino che vi consiglio, anche se cercherei annate più lontane (ho sentito parlare benissimo di 2007 e 2004). Per quanto mi riguarda, aprirò un’altra 2008 tra qualche mese, per valutarne l’evoluzione.

Champagne Jacques Beaufort

Abbandonate ogni indugio, voi ch’entrate, e consegnatevi con ardimento al godimento.
Questo è uno Champagne che non accetta vie di mezzo: o lo si ama, o lo si odia.
Giulia Cavalleri, nume tutelare delle Bollicine italiane e di chi scrive, ne Il vino degli altri mi ricordava di come gli Champagne di Jacques Beaufort siano spesso straordinari ma a volte deludenti. Rientra nel personaggio, di cui parlo (con smisurata stima) nel libro.
Beaufort è prima mito e poi vigneron. Trent’anni fa o giù di lì si è convertito interamente al biologico, dopo un’allergia che lo colpì e che lui ritenne un segno del destino: la Chimica era il Demonio, Biologico (vero) e Biodinamico (vero) la salvezza. L’uomo è così, biblico e senza mezze misure.
Da qui un percorso che non ha eguali nella Champagne (nemmeno Selosse). Da qui l’esigenza e il piacere di andare a trovarlo ad Ambonnay. Molti lo hanno fatto, dopo avere letto le mie pagine. E nessuno ne è rimasto deluso. Come con Flavio Roddolo, cui peraltro somiglia.
L’altra sera ho bevuto un Polisy Millesimato 2004 di Jacques Beaufort (ma sull’etichetta c’è scritto Andrè). In Italia lo distrubuiva Sarfati, i prezzi non sono abbordabili. I mitici Demi Sec, che in Champagne fa quasi solo Jacques, hanno prezzi impossibili. E così certe annate Grand Cru di Ambonnay.
Questo Polisy, dall’area meno nobile (ma anche meno conosciuta) dell’Aube, si trovano in Italia sui 50 euro. Sono Champagne a maggioranza Pinot Noir, quindi più boschivi e difficili, che Beaufort sa declinare come pochi.
E’ vero che i suoi non sono vini per tutti. Ma è anche vero che, se entri nella sua lunghezza d’onda, e non è così difficile (se non per il portafogli), le emozioni sono indescrivibili.
Da lui, un anno fa, avevo bevuto decine di bottiglie, una verticale straordinaria arrivata fino ad annate lontane come la ’90. Ammetto di amare più Ambonnay di Polisy, e di preferire il Blanc des Blancs al Blanc des Noirs (o comunque a maggioranza Pinot Noir), ma a uno Champagne non puoi chiedere di più.
All’esame visivo il Polisy 2004 ha uno splendido giallo dorato, brillante, per nulla sporcato o increspato (si tende a dire che tutti i Beaufort hanno depositi e sono bruttini: falso). La bollicina è fine ma quasi si nasconde, piccola e numerosa. Esploderà, anzi accarezzerà, in bocca.
Il naso è stupendo. Salmastro, minerale. Fiori e frutti gialli, delicati. Un naso importante, quasi da rosso, con sentori di sottobosco e pietra focaia.
Poi, il gusto. Ecco: dovessi indicare una bottiglia che rappresenta perfettamente l’idea di dinamismo in un vino, sceglierei Beaufort. All’inizio è decisamente fresco, quasi acidulo. Si deve aprire. Poi, per nulla statico, comincia a muoversi, a evolversi: a vivere. Raramente un vino mi è cambiato così tanto (in meglio) in due ore. E’ cresciuta la sapidità, la mineralità, l’eleganza, l’equilibrio. Il vino camminava , pulsava durante la cena. Persistenza lunghissima, bevibilità straripante. Emozioni continue.
I difetti? Due. Il prezzo e l’etichetta (un po’ triste e incasinata). A parte questo, solo applausi.

Capichera

E’ arrivata l’estate (cit) e sto facendo scorta di bianchi. A giorni mi arriveranno una trentina di Champagne “vigneronnati” da C-Comme (l’enoteca di Epernay), sono in attesa di alcuni vini outtake che voi stessi mi avete consigliato (grazie) e il Verdicchio di Ampelio Bucci è la solita garanzia (soprattutto il base, che ormai preferisco al Villa Bucci).
Proprio Ampelio, verso cui ho grande stima e di cui parlo in Elogio, mi aveva consigliato, settimane fa, il Capichera. Un Vermentino di Gallura tra i più blasonati, che ho acquistato a un’Enoteca di Castiglione della Pescaia attorno ai 20 euro.
Mi aspettavo grandi cose, ma non mi ha convinto. Sin dal colore, profondo e carico, dai riflessi dorati marcati, ho avuto la sensazione di un vinone, fatalmente troppo moderno.
L’annata era la 2006.
Al naso, più ancora dei fiori e frutti gialli, la frutta tropicale: banana su tutte. Ma non solo: quel sentore vanigliato da legno nuovo, o da barrique non ancora smaltita appieno, nonostante fossero passati 4 anni dalla vendemmia.
In bocca mi è parso – ma posso sbagliare – il classico vino che conquista le guide al primo sorso, ma che già al secondo fatichi a bere. Quel tipico effetto-chewing gum, dolcino e morbidone. Debito di freschezza e mineralità, eccesso di opulenza.
Neanche la chiusura è convincente: la progressione è statica, la persistenza non troppo fine. Un Vino Stancante, oserei dire.
Il Capichera, da più di vent’anni, fa la la storia del Vermentino sardo. E’ etichetta plurilodata, le vigne poggiano sul tipico terreno Gallurese originato dal disfacimento granitico. Una gran bella sinergia.
Proprio per tutte queste potenzialità, innegabili, ne sono rimasto un po’ deluso.

Lini Oreste e Figli

Ho scoperto molte etichette dopo Elogio dell’invecchiamento. Il senso del capitolo sui vini outtake è anche questo: la dimostrazione di una ricerca continua. Il tributo a bottiglie non abbastanza note.
Si sa (credo) quanto io ami i Lambrusco. Una delle ultime folgorazioni è stata Lini. Un’azienda storica, che festeggia quest’anno il centenario, poco fuori Correggio. A Canolo, per l’esattezza. Sulla vecchia strada (“Vecchia Canolo”, non a caso). Ci sono stato una prima volta nel settembre scorso, mentre scrivevo Il vino degli altri.
Ero diretto a Cologno Monzese, dovevo parlare con Don Brachino (ahhhhhh) e Barbara D’Urso (ehhhhhhh) per una mia comparsata a Domenica Cinque (uhhhhhhhhhhh). La mia depressione era tale che dovevo far media con qualcosa di positivo. Per quello passai da Lini, senza dire chi fossi o cose simili.
Un’azienda deve essere gentile con te a prescindere di quanto tu sia o non sia noto. Furono gentili.
Sono tornato da Lini giovedì scorso, rispettando un invito di Alicia Lini (foto). Ero reduce dalla serata-evento alla Compagnia del Taglio, protrattasi fino alle 3 e mezzo di notte tra vini e libagioni. Non ero esattamente il ritratto migliore di me stesso. Ciò nonostante, e non per merito mio, è stato un pranzo meraviglioso.
Delle visite in aziende, più della cantina in sé (che può essere noiosissima), mi piace osservare i volti dei vignerons. Ascoltare le loro storie. Ogni produttore di talento ha tratti unici che si ripercuotono nei suoi vini. Ho riscontrato questo aspetto “simbionte” anche in Lini.
Il Lambrusco Reggiano è più cremoso e corposo di quello Modenese. Dipende dalla tradizione e dai diversi tipi di Lambrusco (Sorbara nel Modenese, anzitutto Salamino nel Reggiano). Questa tendenza a fare Lambrusco “cappuccinati” trova massimo sfogo in alcune zone (non tutte) del Parmense, puntualmente celebrate dal Profetta della Fruttuosità Luca “Logisma” Maroni.
Trovare Lambrusco Reggiani eleganti, oltre che rossissimi, non è facile. Lini è un buon approdo. Uno dei migliori. Se declinare il Sorbara a Metodo Classico è prassi quasi comune di alcune aziende modenesi (Bellei, Cavicchioli, Chiarli, Fiorini), non così è per il Reggiano. Lini opera a pochi passi dal confine con Modena e può quindi disporre di uve con giusta acidità e sapidità. Da qui l’idea, abbastanza eretica, di fare Metodo Classico con Lambrusco Salamino.
La loro cantina sembra uno scherzo champagnista in terra d’Emilia. Il plotone di Metodo Classico, sui 15 euro a bottiglia, contempla un Rosso che nasce proprio da uve Salamino. Lo trovo uno degli azzardi reggiani più eleganti e riusciti, persino più affascinante dei pur buoni Metodo Classico Bianco e Rosè. Questi ultimi vengono da uve Pinot Nero. Qua il vitigno-Kiarostami non può avere la complessità della Montagna di Reims o la matrice boschiva di certe enclavi nell’Alto Adige. E’ un Pinot Nero – dall’Oltrepo’ Pavese – più esile, onestissimo nel suo perlage e con una finezza accattivante.
Da amante del Lambrusco, trovo però che la cartina al tornasole di queste aziende siano i loro vini frizzanti. Il Lambrusco propriamente detto: quello “vero”, per intendersi. Non il Metodo Classico estetizzante, ma quello di cui parla anche Luciano Ligabue (che non per nulla è di Correggio e adora Lini). In questo senso, se voglio bere Reggiano, uno dei miei approdi sicuri è l’accoppiata Lambrusco Scuro + Lambrusco Rosè. Bottiglie da 6-7 euro fatte con tutti i crismi, riuscitissime.
Della giornata di giovedì, ho quindi un bel ricordo. Per la qualità dei prodotti, per la bellezza anche architettonica dell’acetaia (l’azienda produce Aceti Balsamici Tradizionali sontuosi), per la bontà del pranzo in sé a base di pesce crudo. Per la gentilezza della famiglia Lini (responsabile anche dei vini della cantina di Quistello, di cui parlo in Elogio). Per la dicotomia tra “vecchia” e “nuova” generazione, la prima più rigorosa e meno attenta al marketing, la seconda (comprensibilmente) interessata anche a conquistare il consenso di guide e giurati (inutile dire che, da buon 36enne snob e rigoroso, sono più vicino al primo approccio).
Un’ultima considerazione. Durante il pranzo ho avuto modo di bere bottiglie di Metodo Classico Bianco appena sboccato e senza ancora l’aggiunta di sciroppo di dosaggio. Dei veri e propri Lini “pas dosè”. L’azienda non ha ancora voglia di metterle sul mercato, nemmeno in piccole quantità. Commercialmente posso capirlo, ma è un peccato. Il Millesimato 2005, in particolare, era un gioiellino. Io ci farei più di un pensiero.

Una bellissima festa

Non è stata una presentazione, ma una festa. Chi era mercoledì a Modena, ha avuto modo di scoprirlo.
Non ringrazierò mai abbastanza Marina della Compagnia del Taglio per la sua organizzazione incredibile. C’erano pure i gadget: il maxi-cartellone, i panini-Scanzi, le spille (“We love Scanzi“, con tanto di cuoricino, è cosa che non hanno neanche nei fan club di Drupi). Le tovagline personalizzate con la copertina de Il vino degli altri.
E poi gli ospiti, i produttori. Ci sono cascato mani e piedi. Sono arrivato a Modena e soltanto allora ho scoperto quanta gente fosse stata invitata (a mia insaputa) da Marina. Giulia Cavalleri, Angiolino Maule, Walter Massa, Ezio Cerruti, Elisabetta Foradori, Fiorini, Cavicchioli e tanti, tanti altri. Ognuno coi loro vini, il loro entusiasmo e 3 ore d’auto soltanto per venire.
Un’adesione che non mi ha soltanto commosso, ma che mi ha dato anche la convinzione che aver scritto quei due libri abbia avuto senso, perché – al di là del fortunato esito commerciale – quelle pagine hanno costituito una rottura, spero benifica e certo amata/odiata, nel paludoso e troppo spesso palloso (nonché pavido) mondo del vino.
Ringrazio quindi, una volta di più, chi ha voluto farmi questo splendido regalo (ed eravate davvero in tanti). I lettori che si sono fatti 5 ore di treno, chi mi ha fatto domande, chi mi ha esposto critiche. Chi mi ha detto di continuare così. Chi mi ha tirato le orecchie. Chi mi ha scambiato una volta di più per Alessio Boni. O anche solo chi mi ha detto grazie.
Ringrazio Cesare Turini, dirigente Heres, leader nella distribuzione vini e socio dell’azienda  Tenimenti D’Alessandro: c’era anche lui, e la sua stima garbata mi ha fatto particolarmente piacere, ancor più pensando alle polemiche (su cui hanno provato a sguazzare troppi squaletti senza più i loro oceani) seguite all’uscita del libro.
Ringrazio Ampelio Bucci, un altro che ci sarebbe stato se non fosse dovuto partire per gli Stati Uniti.
Ringrazio la bontà di vini rari, aperti a dozzina e scesi a fiumi, dal Pico di Angiolino al Sol di Ezio, dai Timorasso di Massa a quelli della Colombera, dal Granato Foradori al Rosè del Cristo Cavicchioli, dai Metodo Classico Lini (di cui presto parlerò, avendoli visitati ieri) a quelli di Bellei. Per non parlare della sequela di bottiglie aperte nella notte da Marina, fino a quasi le 4, con il botto finale di uno Champagne Taittinger Millesimato (non chiedetemi l’annata: avevo bevuto più di Bukowski e Capossela messi insieme).
E ringrazio, infine, Modena. Una città che amo e che per me sarà sempre la città di Eddy. La serata è stata presentata da Beppe Cottafavi, amico inseparabile di Edmondo Berselli. E tra il pubblico c’era Marzia, moglie di Eddy.
E’ stata una serata in cui si è chiuso un cerchio e, al contempo, il sentiero ha avuto modo di proseguire come era giusto proseguire.
Grazie a tutti voi.

Domani a Modena (9 giugno ore 19)

Domani presenterò Il vino degli altri a Modena.
All’enoteca Compagnia del Taglio, per l’esattezza (Via Taglio 12).
L’orario di inizio è previsto per le ore 19.
Ci saranno molti ospiti: giornalisti, produttori, amici.
Credo che ne nascerà una bella serata.
E magari anche un bel dibattito.
Alla fine faremo assieme un aperitivo.
Se venite, mi fa piacere.

Recensione: Liberal

La rivista Liberal ha recensito Il Vino degli altri. L’articolo è di Livia Belardelli. Lo trovo splendido, oltre che lusinghiero, e mi piace pubblicarlo.

“Ho sempre pensato che bere facesse male. Così ho smesso di pensare”. Con questa citazione, a seguito della singolare dedica a Clint Eastwood, comincia Il vino degli altri. Lui, l’autore del libro (non Clint Eastwood), è Andrea Scanzi, eclettico giornalista, scrittore di vino ma anche di sport, cultura e politica. Di chi sia la massima non è dato sapere, così confessa anche lui che l’ha letta su una calamitina regalatagli dalla zia che campeggia, ancora oggi, orgogliosa sul frigorifero. Il vino degli altri è un nuovo viaggio, il seguito ideale di Elogio dell’invecchiamento – la sua prima incursione nel mondo enologico –, è l’esasperazione piacevole dei pregi della fatica precedente. Le capriole linguistiche di Elogio si fanno salti mortali, sciabolate (tecnica d’apertura del vino, esibizionista e un po’ idiota ma di grande spettacolarità e indicibile godimento) assestate con precisione, coup de théâtre che rendono persistente il piacere della lettura. Perché questo libro non ha nulla del piglio didascalico, didattico e affettato di tanti libri sul vino, enciclopedie noiose o autocelebrativi monologhi di esperti ma poco carismatici degustatori/ sommelier/  enogastronomi.
Questo è un racconto, ironico e incalzante, di un appassionato cronista che ci porta per mano sulle sue personali strade del vino, alla scoperta di Bordeaux e Borgogna, del Rodano e dell’Argentina. In un continuo dialogo-confronto con i vini italiani e con se stesso, raccontando esperienze e trovando corrispondenze più o meno condivise tra le eccellenze italiane e il resto del globo – alcune tirate un po’ per i capelli forse, vedi Tempranillo–Sagrantino. D’altronde, dice Scanzi, «le affinità ho voluto cercarle nel carattere dei vini, in quelle dei loro vignerons. Non nella semplice corrispondenza del vitigno». É un racconto per tutti, eno–appassionati e non, non serve conoscere il vino in profondità – semmai proprio la lettura indurrà a incentivare il desiderio di conoscenza enoica – perché sarà la prosa di Scanzi a teletrasportare tra filari e alberelli, tra grandi botti e moderne barriques, tra i vini unici di Borgogna e la Champagne (la Francia la fa da padrone – è ovvio – anche se il quattordicesimo capitolo ci vede – forse – vincitori 4–3), per arrivare a California e Argentina.
A voler escludere qualcuno, gli unici fuori target sono gli astemi. Lo diceva già in Elogio e, nonostante qualche piccola remora, lo ripete qui, «gli astemi continuano a farmi paura, ma da quando ho scoperto che Fernanda Pivano era astemia, un po’ mi sento in colpa. Solo un po’, però: anche i grandi, ogni tanto, sbagliano».
É ironico e autoironico Andrea Scanzi, pittoresco e compiaciuto nel raccontare le proprie goffagini, segno palese dell’uomo sicuro di sé. D’altronde è il suo libro e se lo può permettere senza peccare di superbia né rischiando la figura del vecchio trombone autoreferenziale. Tra l’altro, a fare da contraltare, è una reale competenza del settore.
Sfogliando Il vino degli altri non ci si può non soffermare sulla struttura, meditata ed efficace, che rende piacevole e vorace la lettura. É un libro moderno, nel senso buono del termine, dall’impianto cross–mediale e, se mi si passa il termine, cross–sensoriale. Per ogni capitolo c’è un vino. E una musica. Chiaramente è un divertissement, e diverte. Ad esempio, per affrontare la lettura sul Rodano e i suoi territori arrostiti dal sole l’autore consiglia di sorseggiare un Cuvée Reynard Cornas 2004 – Domaine Thyerry Allemand. Per la musica, Gold di Ryan Adams. Personalmente però, tanto più che non amo associare parole scritte a parole cantate durante la lettura – ognuno ha le proprie idiosincrasie e tra quelle dell’autore, che semina qua e là nella lettura, ci sono le lessico–olfattive: vietato dire sentore di “pan briochato” e “distinta matrice boschiva di Pinot Nero”! – ho apprezzato l’accostamento con Ludovico Einaudi, Una mattina, per il capitolo sul Franciacorta. Così, con Scanzi, se si vuole si legge, si beve, si ascolta musica e magari ci si perde tra le mille citazioni di vino e lande curiose da esplorare.
Tornando al libro, ma questa è visione personale e forse non condivisa dall’autore, si può iniziare dove si vuole. Magari cominciando dal capitolo sul Bordeaux, Cronaca di un amore mai nato, per poi finire con L’essenza dorata, il tokaj ungherese o con Miraggio dell’unicità (Borgogna). Unico accorgimento è andare a blocchi di tre visto che la struttura in qualche maniera lo impone. Capitolo primo: vino del mondo, capitolo secondo: risposta italiana, capitolo terzo: alleggerimento, che poi significa divertente delirio, riflessioni, giochi, fuoco di citazioni, aneddoti e picchi demenziali che rischiano di far esplodere il lettore in sguaiate risate. C’è anche il test per scoprirsi borgognoni o bordolesi, champagnisti o contadineschi ruspanti. A ognuno il suo. Alla fine, ricalcando il format vincente di Elogio, tornano “le dieci cose che penso sul vino” prima e dopo questo libro e un davvero godibilissimo capitolo backstage.
Dicevo un libro cross–mediale e lo dicevo anche in relazione a un’altra motivazione. Insieme al libro infatti, come già per Elogio, è partito il nuovo blog che, ricalcando il titolo, diventa un contenitore di idee, quelle dell’autore, di commenti, quelli dei lettori, e, stavolta, anche di polemiche. L’ironia leggera e scanzonata dell’opera prima qui si amplifica celando sotto la veste canzonatoria e un’irreprensibile dedizione alla verità cronachistica, virgolettati esplosivi che smitizzano il mondo del vino e fanno saltare sulla sedia più di un produttore. Un altro effetto dell’ironia falsamente leggera ma invece affilata, a volte sarcastica, dell’autore. Ma essenzialmente, polemiche a parte, il libro è un viaggio tra i vini del mondo. «Il quesito di fondo (…) è semplice: come sono i vini degli altri? Di cosa sanno? Cosa rappresentano, cosa comunicano?». E allora si passa da vino a vino, tra piroette, voli pindarici, cronaca e un grande romanticismo.
«Credo però, ora e sempre, al vino come compagno di viaggio. Come tramite per la conversazione, la conoscenza, il sapere. Come trip per la scrittura. Come amico fragile nell’inverno (e inferno) del nostro scontento. (…) Credo che il vino sia uno dei pochi vaccini al nichilismo. Un viaggio sull’altalena. Un miraggio conosciuto. Quasi sempre un bel bere» (Livia Belardelli).

Piodilei Pio Cesare 2007

Chardonnay e bianchi piemontesi. Rischio nel rischio.
E’ molto raro trovare Chardonnay realmente appaganti, per una serie di motivi. Vitigno (apparentemente) facile per antonomasia, che si presta alla barrique, morbido e dai sentori di frutta tropicale e matura, solo a Chablis sembra poter ambire (e neanche sempre) a un vino che abbia anche eleganza e freschezza.
Al tempo stesso, il Piemonte non è certo noto per i bianchi. Li ha, e a volte straordinari (Erbaluce, Timorasso, Nascetta, poi Gavi e Arneis), ma per la maggior parte non fai che imbatterti in vitigni internazionali senz’anima. Chardonnay su tutti. Di Elio Grasso ho ad esempio grande stima, ma il loro Educato non mi fa impazzire.
L’altro giorno ho finalmente provato il Piodilei di Pio Cesare. L’azienza storica, nel cuore di Alba, produce vini da più di 100 anni. Un anno fa ho avuto modo di conoscere Paolo Fenocchio, enologo dell’azienda. I suoi non sono vini rigorosamente tradizionali, per questo non troppo amati dai vinoveristi. Alcune etichette mi piacciono, altre meno. D’estate, ad esempio, trovo “divertentissimo” il Nebbio, sorta di Novello da uve Nebbiolo che sopporta anche le basse temperature per via dei pochi tannini. Va giù che è un piacere.
Il Piodilei è probabilmente lo Chardonnay più celebre di Langa. O giù di lì. Prezzo sui 17 euro. Lo scetticismo è d’obbligo: il solito vino morbidone, perfetto per gli americani? No. Certo somiglia più al Cervaro della Sala che non a uno Chablis droit come impostazione, ma io e i vari commensali lo abbiamo bevuto con gusto. E’ morbido, di notevole struttura, quasi opulento, ma i profumi – ricchissimi – sono splendidi. Banana, pesca gialla, albicocca, cannella, rosa gialla appassita, tabacco dolce (e chi più ne ha più ne metta, tanto non potrà smentirvi nessuno).
Il legno nuovo c’è, ma dopo tre anni (era una 2007) comincia a smaltirsi e bene si integra con gli aromi del varietale. L’acidità è buona. Non è un vino statico, anzi si evolve e ha bella persistenza. Chiude con dolcezza, senza stuccare.
Un vino che non berrei tutti i giorni, come mai berrei tutti i giorni uno Chardonnay (“vitigno prosaico”, direbbe Paul Giamatti in Sideways), ma ben fatto, felicemente moderno e perfetto per stupire una tavolata di commensali appassionati ma non troppo smaliziati (e integralisti).
Provatelo e fatemi sapere, anche – soprattutto? – se non siete d’accordo.