Archivio di maggio 2010

Haderburg & Cavalleri

Anche nel mondo del vino hai bisogno di nomi sicuri.
Di Haderburg e Cavalleri ho parlato molte volte, nei libri e nel blog. Sono due dei Metodo Classico che preferisco.
Li ho bevuti anche di recente.
Ieri ho aperto un Pas Dosé 2006 di Giulia Cavalleri, a cui dedico il capitolo dello “Champagne italiano” ne Il vino degli altri. Prezzo attorno ai 22 euro.
Giulia voleva espressamente che riprovassi il suo Pas Dosé. Quando ci siamo conosciuti, fu l’unica bottiglia che non mi entusiasmò fino in fondo, principalmente per delle bollicine non numerose e un sentore olfattivo un po’ stanco.
“Bottiglia sbagliata”, pensai. E probabilmente pensavo bene, a giudicare da quanto mi abbia convinto appieno il Pas Dosè di ieri, sboccato nell’inverno scorso.
I Pas Dosé sono ormai i Metodo Classico che preferisco, ma vanno saputi fare. Non hanno paracadute, o tutto o niente. Nel dubbio meglio i Brut, più facili (ce ne sono di buonissimi anche in Italia).
Giulia dice che il valore di un’azienda lo capisci dal prodotto-base, nel suo caso il Brut, ed è vero. Il Pas Dosè è già più di nicchia. Ma che nicchia. Uno spumante dritto, fragrante, elegante, rigorosamente Blanc de Blancs come sempre per gli spumanti Cavalleri (tranne alcuni azzardi come l’Au Contraire). Spiccata acidità, ottima bevibilità.
E’ una bottiglia che vi consiglio, come aperitivo ma anche come pasteggio (con i fritti, o gli affettati, o ricette di pesce poco strutturate, sta benissimo).
Un altro Pas Dosè che amo molto è quello di Haderburg, l’azienda di Salorno in provincia di Bolzano per cui ho notoriamente un debole.
Qualche sera fa ho aperto una bottiglia deluxe dell’azienda, il Millesimato Brut 1999 Hausmannhof. E’ il Metodo Classico più ambizioso di Haderburg, sta maggiormente sui lieviti rispetto ai base Brut e Pas Dosè. Si produce solo nelle annate migliori.
La 1999 è stata una delle migliori. La sboccatura è stata effettuata nel giugno del 2009. Il prezzo dovrebbe andare sui 20-25 euro.
Al naso è strepitoso: frutta tropicale, banana, pesca gialla. Fiori gialli, crosta di pane. Buona mineralità. Anche al gusto conferma tutto il suo valore, è dinamico e fine.
L’unica piccola perplessità, a voler essere pignoli, è una morbidezza (anche al naso) che, pur mitigata da una giusta acidità, tradisce forse un dosaggio “eccessivo”.
Beninteso, è un Metodo Classico perfetto per convincere tutti, ed è davvero buono, ma per il mio gusto lo avrei preferito ancora più dritto.
Lo so: avrei preferito un Pas Dosè. Lo ammetto: ormai guardo allo sciroppo di dosaggio come al parmigiano sugli spaghetti alle vongole.

Enoteche sbagliate

A volte mi chiedo se debba ricorrere alla sempiterna frase Lei non sa chi sono io.
L’altra sera ero ospite da amici. Avevo portato due bottiglie delle mie. Si aggiungono d’improvviso altri commensali, qualcuno dice Ho io il mio bianco. So a quale bianco allude, genere Ronco Uber Alles. Tremo e dico Ci penso io, tanto c’è un’enoteca qui vicino.
Un’enoteca molto nota e fornita. Li conosco, loro conoscono me. Solo che – bontà loro – non sanno che, rispetto al ragazzo che 8 anni fa sceglieva i vini piluccando nelle guide, un po’ sono cambiato e forse di strada ne ho fatta (cit). Evidentemente leggono solo il Gambero Rosso, e non gli ultimi numeri.
Loro invece, di strada, manco mezza. Non sanno chi sono ma io so chi sono loro. Venerazione per i voti di Wine Spectator (auguri, vai), culto di Robert Parker (oh mamma mia), adorazione di Michel Rolland (nooooooooooo). E in più una logorrea senza pari (DETESTO quelli che parlano troppo, lo accetto solo dalle donne bellissime e a volte neanche da loro. I chiacchieroni e le prolisse sono iatture bibliche).
Le mie visite in questa enoteca, di cui non farò il nome, sono calvari dalla trama già scritta. Mi raccontano di aver visitato aziende dove sono stato il giorno prima (ma quando glielo dico non mi filano: il logorroico è sempre bravo-solo-lui e non ascolta mai). Mi consigliano vini che mi fanno schifo (di cui nei libri parlo malissimo). Mi citano quali exempla giornalistici colleghi che detesto (e loro detestano me).
La loro idea di vino è americana, modernista, piaciona. I biodinamici li detestano, Porthos lo usano per bruciare le pigne.
Voi direte: perché allora ci vai? Perché a volte non ho alternative. Ancora: perché non gli dici chi sei? Perché il mio Ego debordante lo sfodero quando ne vale la pena. E infine: perché i vini non li scegli da soli? Perché non me lo permettono. I proprietari mi assaltano, insensibili alle mie richieste e virando sempre verso i loro vini Tre Bicchieri di questa gran ceppa. Vini due-palle, vini Nuntereggaepiù.
L’unica è salvarsi in corner e tirarla corta. Ma mica è facile.
L’altra sera volevo due bianchi altoatesini. Sono uscito con un Grillo Mozia 2009 di Tasca d’Almerita e un Meriggio 2009 di Fontodi. Il primo, per l’enotecaro, era straordinario (come no). Il secondo, per l’enotecaro, era uno dei pochi bianchi meritevoli (e già qui sono più d’accordo).
Del Grillo Mozia di Tasca d’Almerita (nuova etichetta, Mozia è una piccola isola un tempo insediamento fenicio) non salvo molto: sia chiaro, è fatto bene, nulla da dire, ma un bianco da 17 euro che non ha anima poteva andarmi bene giusto quando ancora credevo – nel secolo scorso – nei poteri divinatori del Vintage Tunina di Jermann.
Del Meriggio Fontodi già parlo meglio. L’azienza è giustamente nota per altre bottiglie, su tutti il Flaccianello semper fidelis, ma questo uvaggio a maggioranza Sauvignon Blanc con piccole percentuali di Pinot Bianco dice la sua. Profumi di pompelmo e fiori d’acacia (qualche guitto butterebbe là anche un’altra cosa a caso, tipo “ramo di pomodoro” o – why not – betulla appassita d’ottobre). Ma neanche quel vino – sui 16 euro – mi ha cambiato la vita.
Conclusione: o mi decido a presentarmi per intero, o cambio enoteca. Oppure, quando a cena si invita qualcuno all’ultimo momento, gli faccio bere l’acqua. O il vino simil-Ronco della casa (non mia).

Nebbiolo Prima 2010

Questo blog mi è mancato. Avrei voluto scrivere prima, ma è stata una settimana intensa (cit). Padova, Langhe, Le Mans. Dura la vita dell’inviato, bella quella del bevitore.
La scorsa settimana ho partecipato a Nebbiolo Prima 2010. Prima si chiamava in un altro modo, Alba Wines Exposition. Ottima organizzazione di Artevino, gli stessi de Le loro maestà l’anno scorso.
La mia è stata una presenza atipica. L’evento è cominciato con un aperitivo alla Brasilera di Alba domenica 16 maggio ed è finito con un concerto giovedì 20 sera. Ogni mattina, ad Alba, c’era la degustazione seriosa (e alla cieca) per i giornalisti. Al pomeriggio la degustazione (non più alla cieca) per i buyers (e i giornalisti che non c’erano al mattino). Al castello di Barolo.
Alloggiavo all’Hotel Brezza. La nuova struttura ha una splendida veduta, proprio sul castello. Giovedì mattina, col sole, me ne sono stato là e ho finito Caino di Saramago. Ci ho lasciato una volta di più il cuore. Di questo si vive, e di tant’altro ancora (cit).
Tutto questo per dire che la mia sarà una recensione atipica. Sono arrivato al martedì, non ho partecipato a nessuna degustazione giornalistica, non ho fatto le cene stellate previste ogni sera (in luoghi sciantosi, tipo La Ciau del tornavento a Treiso). Cene offerte e lussuose, ma non per questo esenti – mi han detto – dalla solita boria degli scribi che a cena son soliti fare i gradassi e lamentarsi del nulla: chepppalle, a volte, i giornalisti.
La mia semi-partecipazione non è stata dettata da snobismo, ma da impegni preesistenti e concomitanti. Ogni volta che vado in Langa, sono tirato per la giacca da mille persone, cento ristoranti e ottomila cantine. Non sono ancora ubiquo, quindi qualche no devo pur dirlo.
Così non ho incrociato neanche mezzo collega (e mi è spiaciuto, nella maggioranza dei casi). Peccato.
Sono però stato sufficientemente presente da rendermi conto di una serie di cose, che vado ad elencare.
1) L’organizzazione era impeccabile e la presenza massiccia. Centottanta etichette, tutte di pregio. Un’anteprima mondiale del Barolo 2006, Barbaresco 2007 e Roero 2007 (oltre ad altre primizie qua e là). Bravi.
2) Proprio in quanto anteprima, la degustazione si è rivelata utile per avere un quadro d’insieme del movimento e, più ancora,  capire come sono state le annate in oggetto. Non certo per individuare i più bravi o i più buoni. Bere adesso un Barolo 2006 è atto sacrilego, oltremodo precoce e, in ultima sostanza, quasi inutile (ho detto quasi). Puoi intuire le potenzialità, ma non è detto che un Barolo buono adesso lo sarà anche tra molti anni (e viceversa).
Detto questo, si rende – ora – di stringente attualità una scrittura diaristica dell’evento.

Martedì 18 maggio.

Arrivo a Barolo da Padova, dove ho partecipato all’ultima puntata di Lunedì Gol (Canale Italia). Alloggio al Brezza (anche produttore), carino e rinnovato. In dieci minuti, a piedi, tra sali e scendi, raggiungi il Castello di Barolo. Lì c’è la degustazione per i buyers (parola che detesto: non puoi dire compratori?). Ha luogo un piccolo buffet, non trascendentale ma onesto (e poi, quando offrono e sei ospite, occorrerebbe solo ringraziare).
I 180 produttori sono divisi in quattro scaglioni, questo è il secondo giorno (per me il primo). Bighellono tra un produttore e l’altro. Il Barbaresco 2007 è giovane, il Barolo 2006 un infante. Il primo è femmina, il secondo uomo. Annoto tra i meritevoli il Barolo 2006 Terlo Ravera di Marziano Abbona (ma il Cerviano 2004 era oviamente più pronto). Discreta la produzione di Cascina Adelaide, buona (anche se troppo “precisa”) quella di Giacomo Borgogno e figli. Una rivelazione il Barolo 2005 Vigna Merenda di Giorgio Scarzello e figli. Sempre cari mi furono i Barolo (e non solo) di Beppe “Citrico” Rinaldi. Piacevoli i vini di Fratelli Giacosa. Menzione d’onore ad Elvio Cogno, produttore peraltro – sono giusto in 3 e 4 – di un autoctono bianco che meritava di finire nel capitolo dei vini outtake: la Nascetta (o Anas-cetta).
Concludendo: livello buono medio, ma è troppo – troppo – presto per berli.
Alle 16.30 ho prenotato la visita per Massolino. In pieno centro a Serralunga d’Alba, luogo – insieme a Monforte d’Alba – dei Barolo più virili e longevi (ma anche più scorbutici). Di Massolino amo in particolare il Barolo Riserva Vigna Rionda. La produzione consta (?) anche di altri due Barolo, Parafada e Margheria. La visita in azienda è accurata e ben fatta. Il Parafada, più facile dei tre, viene da vigne vecchie di 50 anni e fino al 2007 vedeva anche l’uso di barrique. Da tre anni non si usano più. L’idea è quella di fare 3 Barolo che differenzino soltanto per il terroir. Una bella idea. Il Parafada di solito è caratterizzato da fiore e frutto, il Margheria (da vigne più giovani, ma in qualche modo più nobile del Parafada) su sentori mentolati e balsamici. Il Vigna Rionda è il fuoriclasse.
La degustazione comprendeva le annate 2004, 2001 e 1999 dei tre Barolo, più il Barolo 10 anni (2000) ancora di Vigna Rionda. Un bel bere. Mi hanno particolarmente convinto il Parafada 2001 (davvero droit) e il Vigna Rionda 1999. Fin troppo pronto il Parafada 2004, un po’ troppo mentolati i Margheria (ma è un prodotto sicuro per chi vuole avvicinarsi con calma al mondo dei Barolo). Incredibile quanto l’annata ’99 abbia ancora tanto da dire.
L’azienda, che realizza altre bottiglie (tra cui uno Chardonnay morbido e potente), ha cominciato nell’82 col Vigna Rionda, nell’85 col Margheria e nel ’90 col Parafada. Fino a qualche anno fa riceveva gli apprezzamenti unanimi di Porthos. Ultimamente – ma è posizione minoritaria – c’è chi ritiene l’azienda meno tradizionale e in via di modernità smodata. A me non è parso.
La cena, pattuita da tempo, è stata un modo per ritrovarsi con alcuni amici: Ezio Cerruti (quello del Moscato Sol), Mauro Musso (quello talebano dei tajarin), Federico Ferrero (quello col rotacismo a Eurosport). C’erano anche la compagna di Ezio e un produttore – leggendario – di tome (Silvio Pistone, mi ricorda Ferrero dalla regia). Il luogo, tutt’altro che chic: la bocciofila di Mango, paese assai fenogliano. Messa così, sembra una cosa trash. In realtà è stata una cena vegetariana, in onore di Cerruti e del sottoscritto, da cortei per strada. Cucina sublime, dall’inizio alla fine. E vini, portati da Ezio e Mauro, pazzeschi. In particolare il base dello Champagne Larmandier Bernier e due Barolo di Citrico Rinaldi (’96 e ’99). Meno riuscito il Nebbiolo di Viglione, che – devo ammettere – a me non fa mai impazzire fino in fondo: capisco che siano vini veri, però devi anche farmi godere. Altrimenti che ti bevo a fare? Notevole anche un Dom Perignon vecchio di dieci anni e più. Un capolavoro il Sol finale di Cerruti, annata (mi pare) la 2001. Serata deluxe.

Mercoledì 19 maggio.

Poco da dire, ero in redazione e non ho bevuto nulla. A dire il vero neanche ho mangiato, stremato e divelto dalla serata precedente. L’unico ristoro è stato un aperitivo con il sodale Ferrero, alla Brasilera di Alba (meglio il Vin Cafè) e una pizza non ricordo dove assieme alla sua compagna Giulia. Eravamo in modalità umiltà on, le sinapsi fuori giri e la grinta di Seppi al quinto set (ma anche al primo).
Nel mezzo, una delle cose più belle della tre giorni: la visita a Vajra. Aldo e Milena mi sono piaciuti molto. Operano nel piccolo regno di Vergne, poco sopra Barolo. Ho amato la loro eleganza e i loro vini. Milena parla molto, Aldo il contrario. Si compensano. E fanno vini eleganti come loro. il Riesling (non troppo economico) è uno dei migliori d’Italia e senz’altro il migliore di Piemonte con quello di Ettore Germano. Di pregio tutta la produzione, dal Dolcetti base all’ambizioso e territoriale Coste & Fossati; dalla Barbera d’Alba al Nebbiolo; una chicca la Freisa Kyè (andrebbe rivalutata, la Freisa); belli i Barolo (acquisiti da poco) di Luigi Baudana a Serralunga d’Alba; semplicemente commovente il Barolo Bricco delle Viole. Ben fatto il Moscato d’Asti. E il Barolo Chinato è ottimo secondo dietro il paradigmatico Chinato di Cappellano. Applausi e ancora applausi per i coniugi Vajra (e i loro figli).

Giovedì 20 maggio

Mattino a Barolo, contemplando la Langa e finendo Caino di Saramago. Si può stare meglio nella vita? Uhm, difficile (ma possibile: non fate gli sboccati). Poi degustazione. Alle 18 c’era anche una partitella di calcetto, ma avevo un impegno e poi col calcio ho smesso.
Nel mio personalissimo cartellino ho segnato e applaudito i Dolcetto di Claudio Alario (Diano d’Alba) e Francesco Boschis (Dogliani: chapeau). Molto bene Brovia a Castiglione Falletto. Ettore Germano è da sempre uno dei miei preferiti (anche per i bianchi: Metodo Classico, Riesling, Anas-Cetta). Schiavenza si è confermata una garanzia (anche come slowfood: provatelo). Discreti Paolo Manzone, Josetta Saffirio. Il giovane Simone Scaletta dovrebbe osare di più. Gigi Rosso forse non dovrebbe fare vino (è una battuta: ma non mi prendono).
La cena, con cui ho chiuso alla grande la tre giorni, è stata il consueto pellegrinaggio nella “mia” Cravanzana. Da Maurizio Robaldo, ristoratore da benedire nell’Alta Langa. C’erano anche Gigi Garanzini e sua moglie Maria: amici, punti di riferimento e produttori di pregio. E non mancava Flavio Roddolo, Papa Roddolus. Ogni tanto penso di esagerare nel lodarlo. Poi, durante la cena, ha aperto un Barolo 2005 (per lui giovanissimo) ed ho avuto la conferma che mangia in testa a tutti (o quasi). Flavio forever.
Maurizio si diverte ad aprire bottiglie particolari in queste occasioni. Quel giovedì è stata la volta di un Riesling Auslese della Mosella, Zilliken annata ’93. Ha denotato longevità incredibile, si è aperto con lentezza, il residuo zuccherino non lo ha aiutato nell’abbinamento (ma che profumi, che mineralità). Poi è spuntato un Dolcetto Siri d’Jermu Pecchenino, addirittura del ’93. Della serie: il Dolcetto non può invecchiare.  Può eccome, anche se una piccola ossidazione c’era. Del Barolo 2005 Roddolo ho già detto. La sorpresa è stato un Barolo del 1974 – la mia annata: grazie Maurizio – fatto da un’azienda che neanche esiste più, dal nome (inquietante) “Flli Viberti fu Giuseppe”. Uh-oh. Una lenta, continua, affascinante evoluzione. E il tutto mentre dalla cucina uscivano piatti d’incanto.
E poi mi dite perché ami così tanto la Langa.

Trebbiano d’Abruzzo Emidio Pepe

L’altro giorno sono stato all’Enoteca Charleston. E’ la più fornita di Arezzo, un po’ troppo moderna per i miei gusti ma ha etichette di pregio (anche estere). Se siete a Cortona, andate invece all’Enoteca Molesini (che cito nel libro).
Ho acquistato, tra le altre cose, un Trebbiano d’Abruzzo Emidio Pepe. L’enotecaro ha storto un po’ la bocca: “A me i biodinamici non convincono”. Ve l’ho detto, è un’enoteca un po’ moderna.
Devo dire che con i vini di Emidio Pepe ho avuto anch’io esperienze altalenanti. Due bottiglie su due del Montepulciano d’Abruzzo 2004 bevute in passato erano, semplicemente, imbevibili. Solfatare pure. Più che puzzetta da vino naturale (che comunque NON ci deve essere), sistema fognario fuori controllo. In altre occasioni il Montepulciano (di altre annate) mi è piaciuto, senza però esaltarmi fino in fondo.
Discorso radicalmente diverso per il Trebbiano d’Abruzzo. E’ un bianco splendido, da 20 euro o poco più in enoteca. Annata 2007, campione numero 13954. Nel retroetichetta si ricorda che i metodi di coltivazione e la vinificazioni sono naturali, anzi naturalissimi. C’è anche la pigiatura con i piedi (da cui le battute – grevi – sull’odore sbagliato di alcune bottiglie).
“Con il vino Pepe, hai la “VITA” dentro”. C’è scritto così.
Al netto della retorica, e degli schieramenti ideologici, questo Trebbiano è un vino che mi sento di consigliare. Forse alcune annate precedenti mi erano piaciute di più, ma credo dipenda dal fatto che questa 2007 andrebbe aperta tra qualche mese (anzi anno).
L’unico limite è il solito sentore lievemente ridotto, appena aperta la bottiglia. Tranquilli: va subito via. Rimane un vino di grande freschezza, estrema sapidità (è quasi salato), minerale, discreta complessità e splendida bevibilità. Ad averne.

P.S. Da martedì a giovedì sarò in Langa, per Nebbiolo Prima e non solo. Ne scriverò.

Arunda Vivaldi

Ieri, nel Tg5 notturno, è andata in onda la mia intervista su Il vino degli altri. Stamani ho consegnato a Mondadori la lista di variazioni e aggiunte per la nuova edizione, mondandola dei refusi.
Oggi parlo ancora di Metodo Classico italiani. Ce ne sono di buonissimi, soprattutto (ma non solo) in Lombardia e Trentino Alto Adige.
 Quelli di Lombardia (Franciacorta, Oltrepo’ Pavese) li conoscono tutti, quelli della Doc Trento idem. In Alto Adige la fama è minore. Si tende a pensare che i Metodo Classico montanari siano un po’ tutti gassosi e grezzoloni, con perlage non troppo eleganti. Haderburg e Arunda stanno lì, a dimostrare il contrario.
Di questo parlo, diffusamente, nel nuovo libro. E già in Elogio dell’invecchiamento avevo tessuto le lodi di Haderburg, un mio vecchio pallino (non solo per il Pas Dosè, bevuto giusto ieri sera con la solita fonduta di pesce).
Arunda Vivaldi è stata una scoperta più recente. L’ho visitato a fine 2009. Si trova a Meltina, a est di Bolzano. Sul proprietario ferve un dibattito. Paolo Massobrio, che lo ha premiato più volte, sostiene che sia un simpaticone. Io no: quando ci sono stato (il 30 dicembre 2009), ha denotato l’amabilità di un grizzly a digiuno da un mese. Monosillabico, distante e unicamente intento a riscuotere. Diciamo che somigliava un po’ troppo allo stereotipo dell’altoatesino quasi tedesco, razionale e serioso.
Tutto questo diventa però irrilevante di fronte alla qualità media dei suoi Metodo Classico. In Italia si chiamano Arunda, all’estero Vivaldi. La fascia di prezzo si attesta sui 15-20 euro. Li valgono, anzi valgono molto di più. Meritano di figurare tra le migliori bollicine italiane.
Io ne ho provate tre versioni. Buono e di bel corpo il Riserva, ambizioso e riuscita la Cuvèe Marianna. Adorabile, e da me particolarmente amato, il Blanc de Blancs.
Arunda fa anche altre etichette, avrò modo di provarle. Consiglio di farlo anche a voi. Quanto alla visita in cantina, spero solo che siate più fortunati di me.

Champagne Philipponnat

Il martedì mattina, da qualche tempo a questa parte, non è un bel momento. Al lunedì sono a Padova, dove registro Lunedì Gol con alcuni amici. Un anno fa eravamo a Perugia, ma la musica non cambiava: alla sera, dopo la puntata, bevute e bagordi.  Ho saltato le ultime puntate per impegni concomitanti, ma ci sarò all’ultima puntata di lunedì prossimo.
Io, Augusto De Megni, Claudio Pea, Alessandra Chieli, Lorenzo Amoruso,  Ciccio Graziani, Fabrizio Ravanelli, Gianfranco Monti. Gli ospiti, i cameramen, i tecnici. La cena, e il post-cena, è quasi sempre mattanza di prelibatezze enogastronomiche, abbuffate con neanche troppo stile e assai scarsa attenzione per galateo e abbinamenti.
La mattina dopo, l’organismo chiede il conto. Sei un cencio e, almeno io, non mangio fino a sera. Nel frattempo la fame – ovviamente – è cresciuta e con essa la voglia di buono (no, non di una Fiesta, e neanche di un Kinder Bueno).
E’ così che, al martedì sera, tendo ad aprirmi una bottiglia particolarmente buona. Di recente è stata la volta dello Champagne Royale Reserve Brut Philipponnat. Una delle maison più celebrate, care anche ai vinoveristi.
Il Reserve costa attorno ai 50 euro (49 alla Casa del Parmigiano della famiglia Gastaldello). Nasce dall’unione di 25 vini, il 20 percento dei quali vini-riserva. La percentuale è più o meno 55 Pinot Noir, 35 Chardonnay e 10 Pinot Meunier.
In Italia arriva grazie a Moon Import.  La mia bottiglia, la numero 239, era stata imbottigliata nel 2004 e sboccata nell’aprile del 2007. Quindi poteva essere stanca (come il Jacquesson recensito ieri). Non lo era.
Ottima nel perlage, sia per finezza che (ancor più) persistenza. Bel colore, cristallino, paglierino con riflessi dorati. Il dosaggio è dichiarato, 8 grammi/litro (non pochissimo). Al naso aveva una buona complessità ma anche un accenno di eleganza spiccata. Lieve imperfezione olfattiva (la famosa “puzzetta” di certi vini veri, qui comunque quasi impercettibile). Un che di lieviti e crosta di pane, per il resto fieno, nocciolina tostata, fiori bianchi, ananas e – col tempo – burro e arachidi (date anche dal dosaggio).
Il meglio lo ha dato all’esame gusto-olfattivo. Non è uno Champagne droit, dritto, ambendo piuttosto (e con successo) a una spiccata morbidezza. Torna il sentore di ananas.
Il vino è equilibrato e rotondo, senza mai dimenticare la giusta acidità e sapidità. Finale lievemente dolce, appagante e dichiaratamente ammiccante (ma con stile).
Grandissima beva, bella progressione, finale a un passo dall’armonia. Se al naso era da 7, al gusto merita un bel 9.
Degli Champagne di Maison (non vigneron) celebri, almeno tra i recenti che ho degustato, lo metto dopo Bollinger (il mio preferito) ma davanti a Pol Roger e Jacquesson. 
Un bel bere, non c’è dubbio.

Champagne Jacquesson

L’altro giorno ho aperto un Jacquesson Brut Grand Cru Récolte 2000.
Un vino importante. Era l’ultimo rimasto del mio ordine alla Casa del Parmigiano di Erasmo Gastaldello. Prezzo 99 euro (uh). Ed è uno dei meno cari dell’azienda.
Parlo di uno dei Champagne più lodati, una delle Maison più trasversalmente elogiate. Un millesimato 2000. Avize Grand Cru. Nel cuore della Costa dei Bianchi.
Chardonnay in purezza. Blanc des Blancs. I miei Champagne preferiti (lo so che adesso mi dite che ho gusti-fighetta, ma è solo perché siete dei vinoveristi comunisti e sovversivi che guardano Report e ce l’hanno con le guide di settore).
La domanda è sempre la stessa: vale l’esoso prezzo del biglietto? Ah, saperlo. Per molti un vino che costa 100 euro è immorale a prescindere, e non è poi affermazione così eretica.
Posso dire che la bottiglia mi ha convinto, ma che non giurerei fosse così superiore a Champagne analoghi e molto meno cari, tipo – per dire – Philipponnat, Larmandier Bernier e Bonnet Gilmert.
Perfetto all’esame visivo, bollicine fini e numerose. Persistenti. Giallo paglierino brillante con venature dorate.
Naso complesso, lievito e fiori bianchi, frutta bianca (cedro, a conferma di un’acidità ancora intatta). La nocciolina c’è (è un bene?), il burro d’arachidi no (fiuuuu: lo sciroppo di dosaggio – 3.5 grammi/litro- non è invasivo).
Al gusto è fresco e sapido, giusta morbidezza, bollicine non aggressive. Lungo, non lunghissimo. Forse gli manca la progressione decisiva. Nel corso della cena non mostra grandi evoluzioni, rimanendo un po’ lì. E’ possibile che la bottiglia fosse un po’ stanca, essendo stata sboccata nel quarto trimestre del 2007 (una regola Ais dice che Champagne e Metodo Classico andrebbero bevuti entro un anno dalla sboccatura).
Sintetizzando: un grande Champagne, non il migliore che ho bevuto.

Recensione: Vincenzo Reda

Oggi ho registrato un’intervista sul libro per il Tg5. Qualche giorno fa ho fatto lo stesso con Alain Elkann per La7 e poi RDS. Non so ancora quando andranno in onda.
Il post odierno è la recensione di Vincenzo Reda. Alla fine qualche mia considerazione.

“Le allusioni malmostose a Luca Maroni sono sincere, ma rispettose. Non condivido niente di quello che scrive, ma lui senz’altro ne sa più di me. Spero solo che il futuro non somigli alla sua idea di futuro (e di vino).”
.

Anche per frasi come quelle qui sopra riportate mi piace Andrea Scanzi: perché è una persona pulita, franca che sa esprimere idee e concetti chiari senza ricorrere a sotterfugi, perifrasi, eufemismi – se poi sapesse ogni tanto omettere le volèe agricole di Seppi, i riferimenti a Povia e Alessandro Meluzzi (tutta gente più o meno a me inutile, detto sempre con rispetto e senza alcuna acrimonia), mi piacerebbe anche di più.
Io leggo di notte, un po’ perché soffro da sempre di insonnia e mai ho fatto uso di pastiglie; un po’ perché mi distraggo con facilità e, quando leggo – mai leggendo per piacere o per diletto, ma da sempre per conoscenza – questa mia difficoltà alla concentrazione mi reca fastidio (è uno dei motivi per cui non gioco mai tornei di tennis: pur giocando molto bene, riesco a perdere con gente quasi ridicola). E leggo con attenzione, anche rileggendo, ritornando indietro, prendendo appunti: e bevo.
Ho cominciato questo libro con un Grillo in purezza del 2009 e l’ho finito bevendo un ottimo Etna Bianco (Carricante e Catarratto) sempre del 2009 di Nicosia, con vigne poste tra i 650 e gli 800 mt. nella zona di Trecastagni – parlo dell’Etna, perché il Grillo è un vitigno della Sicilia occidentale, meglio noto come base del Marsala.
Preciso tali note perché di questi vini Scanzi parla definendoli «vini outtake», che è un obbrobrio linguistico ma funziona nella sostanza: si vada a leggere il capitolo per saperne di più (mannaggia! quel Verduno di Pelaverga, dove Verduno è il paese e Pelaverga il vino e vitigno: una svista che purtroppo ci può stare, in mezzo a questo oceano mare di materiale).
Il lavoro si articola su dieci capitoli dedicati a importanti aree geografiche vinicole del mondo – Champagne, Bordeaux, Bourgogne, Rodano e Loira (Francia); Renania (Germania); Rioja (Spagna); Ungheria ; California (USA); Argentina – a cui sono accostate, in altrettanti capitoli, in maniera assai soggettiva quindi opinabile, ma dichiarata, dieci zone italiane di eccellenza, come usa dire.
Se Champagne/Franciacorta e Bordeaux/Bolgheri appaiono accostamenti azzeccati, Bourgogne/Etna, Rodano/Cortona (per il Syrah), Argentina/Sardegna (Malbec/Cannonau) lo sono meno assai: ma questo è il gioco e bisogna starci, se no si legge altro e Scanzi non ci piacerebbe.
Invece ci piace, molto condividendo – pur con diversi distinguo e qualche lontananza di vedute inevitabile: ma di Andrea mi piace, oltre la pulizia e la franchezza di cui sopra, il metodo, la serietà, la capacità di attingere alle fonti sicure, meglio se sono uomini con storie importanti che egli racconta con l’occhio del cronista più che del narratore.
Infatti, del cronista possiede la scrittura, chiara, fresca – che a me non piace, ma questo è tutt’altro discorso – zeppa di citazioni, riferimenti (spesse volte eccessivi), rimandi, spruzzi di ironia che sono la delizia dei suoi ormai tanti affezionati lettori.
Andrea Scanzi è comunque un competente, un competente appassionato che ricerca con insistente pervicacia la sua propria strada; in perenne bisogno di trovare qualcuno che gli apra uno spiraglio nuovo, che gli racconti una storia diversa – non importa se con animo integralista o sano buon senso antico: nel libro, senza entrare in dettagli qui inutili, tanti sono i personaggi a cui Andrea lascia la parola, evitando quasi sempre di emettere giudizi o commenti a favore o contro.
Da buon giornalista, poi, inframmezza i capitoli tecnici con altri in cui alleggerisce la lettura: sono ulteriori 14 capitoletti in cui si ritrovano pseudo-test, giochini, ironiche sinossi, ecc.
Un buon lavoro che mi sono spolpato in un paio di notti insonni, accompagnato dalle bottiglie di cui sopra: certo, a me mai verrebbe di bere champagne (che poco conosco, poco mi piace e quando mi piace scopro sempre che costa un mucchio di soldi) ascoltando A Love Supreme di Coltrane; sono diventato (quando potevo permettermelo) un intenditore di Single Malt arando solchi di Monk e Davis e Joan Sebastian; con Guccini e Dylan bevo bianchi (Verdicchio, Kerner, Gold Muscateller non potendo più permettermi certi Meursault, Chassagne-Montrachet o anche soltanto(!) Chablis).
Al di là di certe ignobili polemiche che possono essere generate dal fatto che uno ha la franchezza (coraggio è termine che va usato per ben altri propositi) di scrivere quello che succede; al di là di pareri che possono o meno essere condivisibili e di scelte che, essendo tali, sono soggettive, io spero che questo lavoro di Andrea possa servire a qualcuno per scoprire, a esempio, i prodigi del Rieseling, del Tokaji ungherese, del Malbec argentino, di alcuni vini del Rodano.
Nota finale: quando si vuol parlare di qualcuno che svolge male il proprio lavoro lo si invita a andare a zappareChe fesseria: così fa danni anche peggiori alla terra! Questo per introdurre il fatto che molti fra i grafici editoriali io li spedirei in miniera, non a zappare; mi spiego: la copertina del libro di Scanzi è brutta, ma questa è una faccenda più o meno soggettiva. La copertina del libro di Scanzi è graficamente mal impostata e non rende un buon servizio al lavoro di Andrea – non entro in meriti che sono prettamente grafici e di comunicazione; al contrario delle pagine interne che testimoniano di una corretta cultura libraria: carta uso mano avoriata, carattere classico di facile lettura con impostazione di pagina non pesante.
Per finire, il libro me lo sono comperato, ma mi avrebbe fatto piacere se l’autore o l’editore me lo avessero omaggiato: le mie parole non sarebbero state differenti; alla stessa maniera di una bottiglia di vino avuta in omaggio: ci vuol altro che un libro o una bottiglia per ammansire gentaglia come noi, vero Andrea? (Vincenzo Reda).

Vincenzo è molto bravo. Non lo conosco, non personalmente, ma mi piace perché è uno che non regala niente. E dice quello che pensa, a differenza dei Daniel Citrulli e costi quel che costi.
Non starò qui a sindacare sulle sue critiche. So bene che lui ami uno stile più secco e classico (quindi mal sopporta le digressioni cazzeggianti, e poi su Meluzzi ha ragione). Gli accostamenti Italia-estero sono eccome soggettivi, anche se Vincenzo sa bene che non accosto il Rodano al Syrah, ma il Rodano settentrionale al Syrah (e questo è un accostamento quasi didascalico). Non so come ho fatto a sbagliare il Pelaverga di Verduno, vino delle merende langarole che adoro.
Un’altra leggerezza da togliere nella seconda edizione.
Delle parole di Reda faccio tesoro, compreso l’invito a farsi mandare il libro (invito che avevo fatto a Mondadori, ma evidentemente qualcosa non ha funzionato: me ne assumo la colpa). E lo ringrazio soprattutto per questi passaggi: “di Andrea mi piace, oltre la pulizia e la franchezza di cui sopra, il metodo, la serietà, la capacità di attingere alle fonti sicure, meglio se sono uomini con storie importanti“; e “è una persona pulita, franca che sa esprimere idee e concetti chiari senza ricorrere a sotterfugi, perifrasi, eufemismi“. Poiché scritte da una figura autorevole e poco incline al regalo, me le tengo strette. Tanto quanto le critiche.

Prosecco Frozza Col dell’Orso

Nel blog di Elogio dell’invecchiamento, ho chiesto una volta: conoscete un Prosecco capace di cambiarvi la vita, o anche solo di convincervi appieno?
Non ho ancora trovato una risposta, ma un po’ mi ci sono avvicinato. Ad esempio mi piace molto il Costa Piane di Follador. Poi, un po’ dietro, Masottina, Cuvée di Boj di Valdo, Bele Casel.
L’altro giorno ho aperto con amici un Prosecco che mi era stato regalato, all’interno di un ordine importante di Champagne, da Erasmo Gastaldello, il proprietario della encomiabile Casa del Parmigiano.
E’ un Prosecco Spumante, si chiama Frozza Col dell’Orso. Un Extra Dry. Be’, ragazzi, è adorabile. Bevibilità sontuosa, bollicine pregevoli, buona acidità e sapidità, lunghezza non immensa (è un Prosecco, non un Crystal) e degna chiusura. Si finisce come niente e lo si ricorda con piacere.
Per nulla anonimo, fatto come si deve (rispetto della natura eccetera) e in grado di piacere non soltanto al Ministro Zaia.
Provatelo. Se poi non vi piace, vi regalo un giro di Haderburg quando vi vedo. 

P.S. In questi giorni, Intravino ha pubblicato una doppia intervista al sottoscritto. Trovate i link, e qualche mia riflessione, tra i commenti di risposta al penultimo post (Recensione. Enofaber’s Blog). Non interverrò ulteriormente sulla vicenda. Non qui, almeno.

Recensione: Enofaber’s Blog

Ecco una recensione appena trovata.

(Enofaber’s Blog) Forse l’avevo già scritto, ma il fatto di utilizzare molto il treno per gli spostamenti, permette di farsi delle sane dormite e avere tempo per delle [non sempre] piacevoli letture (talvolta le seconde, quando particolarmente tediose, sono il prologo delle prime). In questo caso, lo devo ammettere, la lettura non ha aiutato l’ingresso nel mondo di Morfeo. Il colpevole di questo spregevole comportamento nei confronti della mia stanchezza, è “il caso editoriale” del momento, ossia il nuovo libro di Andrea Scanzi, noto giornalista che in passato scrisse una delle pietre miliari della cultura enoica italica (e non solo, a mio parere): Elogio dell’Invecchiamento (qui il post che scrissi tempo fa). Sto quindi parlando de “Il vino degli altri” (con relativo blog).
Se l’opera prima, Elogio dell’invecchiamento, era stata una sorta di cavalcata wagneriana o, mi si perdoni l’azzardo con la musica metal, una sorta di Master of Puppets, questa seconda creazione del sommelier toscano è più complessa e a mio parere meno lineare ed immediata. Elogio era (ed è e sarà) un libro da divorare in un attimo, dotato di ritmo sostenuto con le pagine che si susseguono rapidissimamente. Il Vino degli altri, invece, ha capitoli splendidi, emozionanti, divertenti con alcuni momenti in cui il ritmo cala e richiede maggiore concentrazione. Forse, rispetto ad Elogio, questo secondo scritto è volutamente più riflessivo e meno d’impatto. Continuando ad azzardare paragoni musicali, in questo caso non vedrei male l’accostamento all’ultimo album dei Portishead, Third (qui il singolo We Carry On), disco che ho dovuto ascoltare più e più volte prima di apprezzarlo appieno.
Certo non manca l’ironia, la battuta che strappa il sorriso o addirittura fa ridere a crepapelle. Scanzi, sommelier sicuramente preparato e ben rodato, si prende bonariamente in giro, raccontando di sue (presunte) gaffes, senza mai perdere di vista l’oggetto del suo raccontare: il vino degli altri (dove per altri si guarda all’estero) e i relativi paragoni con l’Italia enoica. Il vino e soprattutto i vigneronnes, con passaggi di enorme spessore laddove lascia la parola a personaggi quali, uno tra i tanti, Maule (piccola critica a margine: tanti refusi nel testo. Da eliminare nella prossima ristampa)
Per dovere di cronaca è giusto sottolineare che l’uscita del libro, soprattutto a seguito di certe affermazioni riportate, ha scatenato polemiche enormi (che non cito volutamente; se volete avere un’idea del polverone che si è alzato potete andare a caccia per la rete: non è poi così difficile, visto il clamore suscitato.).
Un vino da rileggere tra qualche tempo, dopo averlo fatto decantare un po’. In ogni caso, nonostante la minor immediatezza rispetto ad Elogio, è a mio modesto parere, un’altra bella prova per il giornalista-sommelier toscano (Enofaber’s Blog).

Bella recensione. Non credo così tanto che Il vino degli altri sia così “meno immediato” di Elogio, anzi lo trovo per molti aspetti più personale e cazzeggiante, ma è opinione – peraltro non negativa – che rispetto. E che tendo a sposare, se vuol sottendere l’idea di un libro meno manualistico e più denso di opinioni, nozioni e affermazioni destinate a far riflettere. D’altra parte sono passati tre anni da Elogio e in quei tre anni un po’ ho studiato. E sono (un po’) cambiato. Per fortuna: guai a incidere sempre lo stesso disco.
L’affetto di cui ancora gode Elogio mi rende molto felice.
Sui refusi: ci sono, ma adesso non è che ce ne sono ottomila, eh. :) In 330 pagine farò mille nomi di aziende e addetti ai lavori. Una decina (o poco più di refusi) ci possono stare, via. Senz’altro andranno tolti nella prossima edizione, e me ne scuso.
L’accostamento coi Portishead mi piace molto.
Grazie ad Enofaber.