Archive del 24 aprile 2010

La replica di Brancaia (e poi la mia)

Ho appena saputo di aver vinto il Premio Durruti 2010. Il libro è partito bene: piace, si vende, fa parlare. Stasera farò di nuovo la pasta in casa, toccando una volta di più con mano il potere terapeutico e catartico della cucina.
Va tutto bene. Ed è proprio in questi casi che arriva qualcosa a disturbarti il quasi-Nirvana. Funziona così, occorre far media.
Franco Ziliani ha pubblicato – nel suo blog Vino al Vino – la replica dell’azienda di Brancaia al mio libro. Cioè, no: all’unica pagina che (forse) hanno letto.
La pubblico anch’io. E poi, con la consueta dovizia, la commento.
Brancaia scrive:

A causa di una pubblicazione del giornalista Andrea Scanzi questa settimana, ci sentiamo obbligati a fare una comunicazione formale.
Da molti anni lavoriamo con passione e con tanta energia per produrre il miglior vino possibile dal nostro terroir – con il massimo rispetto per tutte le risorse della natura e con una dedizione totale da parte del nostro team. Produciamo tre vini di punta: Brancaia IL BLU (IGT), Brancaia Chianti Classico (DOCG) e ILATRAIA (IGT).
Per questi vini utilizziamo soltanto uve prodotte nei nostri vigneti – provenienti dai 25 ettari vitati della nostra proprietà nel Chianti Classico e dai 40 ettari vitati della nostra proprietà in Maremma.
Il nostro vino di pronta beva, Brancaia TRE (IGT), comprende tutte le uve che non possono essere selezionate per i nostri vini di punta.
Visto il successo e la richiesta di Brancaia TRE, in aggiunta alle uve di nostra produzione, da qualche tempo acquistiamo uve e vino sfuso (entrambi a IGT Toscana). Questo non è un segreto e decisamente non è un reato.
Ecco i fatti:
– Due commercianti toscani di vini sfusi sono indagati per aver venduto vini con falsa documentazione (frode).
– Di conseguenza, tutti i vini sfusi, anche già ceduti a produttori, sono stati bloccati.
– Poiché avevamo acquistato in buona fede da questi commercianti, il vino che è stato utilizzato per Brancaia TRE è stato bloccato.
– Durante i controlli abbiamo esibito tutti i documenti richiesti e risposto a tutte le domande.
– Al termine dei controlli, Brancaia TRE è stato sbloccato.
– Acquistiamo solo una piccola quantità di vino sfuso e solo per Brancaia TRE.
– La selezione di uve acquistate e di vino sfuso è prevista dalla legge e basata su alti standard qualitativi.
– Tutti gli altri nostri vini sono fatti solo con uve di nostra produzione. Riteniamo di esserci comportati sempre correttamente e chiaramente rifiutiamo le affermazioni di Massimo D’Alessandro così come riportate da Andrea Scanzi.
In ordine a tali affermazioni, peraltro, ci riserviamo di tutelare il nostro buon nome e la nostra professionalità in tutte le sedi competenti.
Barbara e Martin Kronenberg Widmer

Ringrazio i signori Widmer per l’attenzione (per interposta persona, visto che a me non è stato spedito nulla). Mi preme però dirgli subito che tale replica è del tutto pleonastica, al di là di una media piacevolezza dello scritto, ribadendo in tutto quello che ho riportato nel libro (in merito a Brancaia, almeno) e confutando al tempo stesso tutto ciò che nel libro non c’è scritto.
Nel caso migliore è la classica smentita che non smentisce, in quello meno desiderabile un esempio (l’ennesimo) di toppa peggio del buco.
Ricordando ai coniugi Widmer, cognome curiosamente vicino all’ineffabile Charles Widmore di Lost, che “la pubblicazione del giornalista Andrea Scanzi” è in realtà un libro, Il vino degli altri, edito da Mondadori (non da Scaramacai), uscito non “questa settimana” ma il 6 aprile e ideale seguito del bestseller Elogio dell’invecchiamento, desidero rimembrar loro che nell’unica pagina che (forse) hanno letto o sbirciato, non faccio che riportare  i commenti del produttore Massimo D’Alessandro (peraltro amico dei coniugi Widmer).
In tali commenti, a pagina 131, D’Alessandro non lancia accuse o dà sentenze, ma informa me e i lettori di una inchiesta che riguarda anche l’enologo Carlo Ferrini (della cui consulenza si avvale Brancaia).
Nello specifico, e sintetizzando, D’Alessandro dice che: 1) esiste un’inchiesta atta ad accertare irregolarità nella fattura di alcuni vini toscani; 2) alcuni commercianti sono sotto inchiesta per frode; 3) alcune bottiglie sono state sequestrate.
Tali punti, in toto, vengono confermati dai coniugi Widmer nella loro replica.
Il libro nomina Brancaia solo in un passaggio: “Sono stati fatti sequestri ovunque (parla D’Alessandro). Sono amico di Brancaia, mi hanno detto che da loro hanno sequestrato 75mila bottiglie già vendute agli americani”. Fine. Su Brancaia non c’è altro. E sottolineo null’altro. Non ho mai scritto (né D’Alessandro mai detto) che l’azienda Brancaia fosse giuridicamente colpevole o non innocente.
Tali parole vengono appunto confermate dai coniugi Widmer: “Due commercianti toscani di vini sfusi sono indagati per aver venduto vini con falsa documentazione (frode). – Di conseguenza, tutti i vini sfusi, anche già ceduti a produttori, sono stati bloccati. – Poiché avevamo acquistato in buona fede da questi commercianti, il vino che è stato utilizzato per Brancaia TRE è stato bloccato“.
Appunto. Quindi: 1) esiste un’inchiesta; 2) l’inchiesta parla di vini toscani contraffatti; 3) l’inchiesta ha riguardato e/o riguarda (anche) Carlo Ferrini e l’azienda Brancaia.
Appunto.
L’unica differenza è nel chiamare “bloccate” delle bottiglie “sequestrate”. Questione di semantica. O di scaltrezza.
Non ho mai scritto, né D’Alessandro ha mai detto, che tali bottiglie sono state buttate al macero o distrutte.
Prendo comunque atto di tale smentita, nella quale peraltro si ammette candidamente di acquistare disinvoltamente (“in buona fede”, ovvio) del vino sfuso proveniente dall’esterno dell’azienda. Una bella notizia per i consumatori (e peraltro a buon mercato).
Un’ultima cosa. I libri, gentili coniugi Widmer, constano di molte pagine. Non solo di una. Se aveste avuto la bontà e la pazienza di leggerlo tutto, o anche solo il capitolo che incidentalmente cita la vostra gloriosa nonché sommamente stentorea azienza, avreste potuto leggere come finisce il passaggio.
Lo scrivo qui, a vostro (e non solo vostro) uso e consumo:
“E’ anche per queste parole, caro Gigi Garanzini, cari amici lettori, che mi sento un toscano apolide. A prescindere dalle implicazioni giuridiche, dalle persone direttamente coinvolte. Tutti, fino a prova contraria, sono innocenti“.
E più avanti, dopo aver parlato di Carlo Ferrini e di una sua intervista alla rivista Sommelier Toscana, chiudo così: “Massimo rispetto (per Ferrini e le sue aziende, NdA), ma mi permetto di guardare altrove. Come, se non ho capito male, guarda altrove Massimo D’Alessandro”.

Se non vi crea troppo dispiacere, gentile famiglia Widmer, permetta che “il giornalista Andrea Scanzi” abbia l’ardire e professi l’eresia di guardare altrove. Ancor più dopo questa vostra replica.